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Archive for the ‘ARTISTA: Peter Hammill’ Category

Recensione a cura di Claudio Milano

Etichetta: Esoteric Antenna
Genere: Avant Rock

Tracklist:
1. Spinning Coins
2. Some Kind of Fracas
3. Of Kith & Kin
4. Cash
5. Built from Scratch
6. Attar of Roses
7. This is Showbiz
8. Reboot
9. Black Ice
10. The Kid
11. Glass
12. 2 Views
13. Means to an End
14. Slippery Slope

Voto: 6,5/10

Come portare Roy Harper e Jimmy Page a casa di Scott Walker con David Lynch a curare la regia del tutto.

Con onestà ammetto, mi aspettavo ben poco da questo album. L’interazione tra i due musicisti si presentava dai primi comunicati stampa e dai sample distribuiti in rete, come una delle infelici avventure soniche hammilliane nei sentieri di un ambient minimale e sbiadita spacciata per “avanguardia” così come era accaduto per prove di ben poca levatura come Unsung, The Appointend Hour (con Roger Eno), Alt con i Van Der Graaf Generator (più votato ai percorsi di musica concreta e jazz improvvisativa) e agli appena più sostanziosi Spur of the Moment con Guy Evans (pessimo su disco, decisamente più intrigante nelle poche prove dal vivo del duo), Loops & Reels, Sonix.

Devo ammetterlo, Hammill mi ha spiazzato ancora e lo fa con un album che abbraccia la tradizione di una scrittura per voce e chitarra ispirata e personalissima come in Chamaleon and the Shadows of the Night e Clutch, colorata con suoni che trovano in Lucas il perfetto interprete (e spalla tecnica di rilievo) di quell’astrattismo sonico “a la Pollock” che ha caratterizzato, sulla scia del quasi capolavoro di fine ’70 The Future Now e dei grovigli claustrofobici di In Camera, l’oscura trilogia post infarto da Singularity a Consequences.

Questa ricerca, qui trova una nuova dimensione, assai piacevole e decisamente contemporanea che analizziamo nel dettaglio.

Questi suoni dall’altro mondo, non si presentano di primo acchito necessariamente ostili, ma esplorano una vasta gamma di emozioni soniche.

Già dalla prima traccia, Spinning Coins si ha la percezione di una scrittura limpida, cristallina, vicina al migliore cantautorato folk, colorato da una chitarra sognante.

Some Kind of Fracas, rende la materia assai più scura e tagliente, a tratti demoniaca con i suoni chitarristici di Lucas ed Hammill, a disegnare asperità vicine ad un’avantgarde minimale, satura nelle stratificazioni fino a creare un muro del suono/drone pari a un buco nero. Intrigante.

Una pioggia di suoni luminosi di Lucas, accompagna, la fervida scrittura, le pennate e la voce baritonale di Hammill nel terzo brano del disco Of Kith & Kin. Le sovraincisioni ed armonizzazioni vocali multiottava, tipiche del sistema compositivo del cantore britannico, sono ridotte qui, stranamente, come nell’intero disco al minimo, ma risultano sempre efficaci e mai sopra le righe Una canzone bellissima.

E’ con Cash che arriva il brano capolavoro. Hammill trova la sua consueta energia carica di livore e non celato sadismo, con fraseggi vocali sincopati, rapidi come scudisciate, un riff che sembra provenire direttamente dalla produzione dei primi Soundgarden. Le chitarre dei due musicisti si intrecciano a definire arabeschi sonici di tutto rispetto. Brevissima, quanto intensa, un bel modo di lasciare il segno.

Primo brano strumentale con Built from Scratch, connubio di suoni tra psichedelia contemporanea e ambient. Sinceramente nulla di che. A seguire, altro strumentale con Altar of Roses e la sensazione rimane immutata, (peraltro con un inglorioso campione ad emulare lo scorrere di acqua) e cioè che lontano dal connubio suono e forma canzone, esplosa, contratta, rimasticata, esternata in innumerevoli varianti, tanto il duo, ma in particolare Mr Hammill nel tentativo di “compositore”, o meglio di “non compositore”, proprio non regga neanche vagamente il confronto con la folta schiera della sua generazione che dal Wyatt di The End of an Ear, è transitata per Fripp, Eno, Harold Budd, Moebius, Rodelius e l’intera propaggine kraut più space.

Con This is Showbiz, Hammill torna invece in forma smagliante a disegnare, complice non solo una fortunata linea melodica, ma bellissime e mai stucchevoli trascolorazioni armoniche, un brano tra i più belli della sua carriera recente.

Con Reboot si ha la sensazione di essere in presenza ancora di uno strumentale, ma la maggiore presenza di dinamiche, prepara alla partecipazione di una linea vocale, probabilmente non memorabile ma mesmerizzante. E’ il delirio sonico che ne consegue ben stratificato e disegnato come in un arazzo variopinto di soluzioni per chitarre che si dipanano in un ossessivo riff ed estetica glitch, a rendere il brano nel suo complesso, di gran fascino.

La forma canzone pura di Black Ice con venature blues folk abrasive centra ancora il segno grazie ad armonizzazioni di tutto rispetto una melodia ficcante e intrecci sonori efficacissimi, con il ritorno di suoni glitch in una sorta di riattualizzazione dei deliri dei primissimi Velvet Underground. Eccellente. Altro brano perfettamente a fuoco e probabilmente la cosa più nuova alle orecchie di chi conosce i percorsi di entrambi i firmatari del disco.

Il virtuoso intreccio di arpeggi di Lucas, che rimanda ai lavori con Buckley Jr., non è adeguatamente supportato da una prestazione vocale di Hammill in The Kid per quanto la linea melodica presenti anche spunti di interesse, rimandato alle esibizioni dal vivo del duo.

Direttamente nella Loggia Nera con Glass, assai meno presuntuosa degli episodi strumentali che la precedono. Fascino e anche un pò di sostanza, ma soprattutto, sintesi.

Hammill trova puro lirismo con 2 Views ma l’estrema dilatazione delle trame sonore a tratti stimola, ad altri annoia (come era già successo con l’episodio conclusivo di This, The Light Continent).

Torna lo splendido riff di Cash con Means to an End, questa volta in chiave strumentale, praticamente un outtake, di cui in tutta onestà non si sentiva particolare bisogno.

A chiudere, l’unico brano strumentale di autentica sostanza, Slippery Slope, memore di certo krautrock e soprattutto del connubio berlinese tra Bowie e Eno in Low, con i fantasma di Hugh Banton all’organo in più sezioni. Un bel viaggetto.

In conclusione, un disco che sarebbe stato bellissimo se ben più corto e avesse rinunciato a sbiadite scenografie senza l’attore principe del racconto vocale. Il tutto, sarebbe stato a favore della presenza dello straordinario legame tra suono, poesia (anche se in questo disco le liriche appaiono un po’ meno interessanti del solito nel ricercare un approccio diretto) e canzone colta che rende Hammill compositore tra i più grandi del nostro tempo e Lucas chitarrista tra i più straordinari che il rock abbia mai conosciuto sin dall’indimenticata collaborazione con Captain Beefheart.

In attesa del meditatissimo album solista hammilliano in uscita a fine anno, che ha richiesto più di due anni di lavoro, cosa assai rara per il prolifico autore britannico, qui, un altro segno della fervida vena ispirativa che qualche live di troppo a parte e il brutto Alt del gruppo di cui è leader, lo accompagna senza alcuna caduta di tono dal 2002, anno di pubblicazione di quel Clutch, di cui come detto, questo Other World è degno epigone di continuità evolutiva.

Assolutamente da vedere dal vivo.

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Peter Hammill, fondatore dei Van Der Graaf Generator, è ritornato di recente in Italia in tre tappe che sono state seguite, recensite e documentate dal nostro collaboratore Claudio Milano.
Le date sono state:
10 maggio 2012 – TEATRO MIELA, Trieste
11 maggio 2012 – TEATRO ASTRA, Schio (VI)
13 maggio 2012 – LA SALUMERIA DELLA MUSICA, Milano

Ecco le setlists:
TRIESTE
The Siren Song
Too Many of my Yesterdays

Just Good Friends
Bravest Face
Time Heals
Comfortable
Shingle Song
Central Hotel
Stumbled
Amnesiac
Patient
Faculty X
The Mercy
A Better Time
A Run of Luck
Traintime
Encore: Modern

SCHIO
The Comet, The Course, The Tail
If I Could
Driven
Sitting Targets
Been Alone So Long
Last Frame
Easy to Slip AwayThe Unconscious Life
Close to Me
Losing Faith in Words
Undone
Slender Threads
The Habit of the Broken Hearts
– On Tuesdays She Used To Do – Yoga
A Run of Luck
Stranger Still
Encore: Ophelia

MILANO
My Room – Waiting for Wonderland
That Wasn’t What I Said
Autumn
Meanwhile My Mother
Your Time Starts Now
Vision
Last Frame
The Birds
Stumbled
Afterwards
Modern
– This Side Of – Looking Glass
Bravest Face
The Mercy
A Run Of Luck
Still Life
Encore: House With No Door

Dalla “Terra Incognita”, il cantore delle stelle e dei vuoti interiori e il suo tour italiano

Le canzoni per me sono solo un pretesto, un vestito attorno all’emozione che raccolgo dall’aria e porto alla gente. Io sento quello di cui chi mi ascolta ha bisogno in un certo momento e suono quell’emozione, nessuna mia interpretazione sarà mai uguale all’altra”.

A cena, dopo il concerto di Trieste, queste le parole di un Peter Hammill intento a consumare a fatica mezza cotoletta con una foglia d’insalata.

Un uomo di un’eleganza e una cordialità estranee ad un paese chiassoso come il nostro che pure la sua musica ha amato più di qualsiasi altro, perchè teatrale, altamente manifestata, come in un “nostro” rito cristiano e pagano al contempo, tra donne urlatrici ma pie, dal viso coperto con un velo nero, mentre i fiori dispensano un tripudio di colori e il sole incendia il bianco delle case.

Perennemente sospeso tra una vitalità estrema e il senso di morte, il dramma nell’accezione più arcaica del termine e la grazia, Hammill, ha voluto dedicare all’Italia tre date davvero speciali per presentare il suo nuovo album Consequences, qui recensito poco tempo fa.

Una forma vocale eccezionale, capace di abissi sempre più terrifici con gli anni e vette ora urlate, ora appena sussurrate in un sofferto falsettone rinforzato da contraltista di formazione gesuita, quale è stato, che traghetta in una frazione di secondo al boato in voce piena.

L’immagine che resta è quella di un corpo esile che si contorce in continui spasmi su una chitarra e un pianoforte strazia(n)ti. Un uomo che non ha bisogno di vestirsi in un modo particolare (una lunga camicia bianca e un pantalone di tuta nera per tutte e tre le date) e che può permettersi anche indifferenza nei riguardi della perfezione esecutiva, relegandola come lui dice “ai cultori della musica classica”. Un’artista che non ha necessità di risultare presente sul palco in altro modo che non sia la messa in scena di sé, di ciò che gli è dato nel momento, con un’autenticità che non ha termini di paragone passati e presenti, ma moltissimi epigoni, dichiarati e non.

Tre date differenti, più misurata quella di Trieste, inventiva e a suo modo “perfetta” nel dispensare emozione senza riserve e accuratezza esecutiva quella di Schio, estremamente passionale quella milanese.

Il Teatro Miela a Trieste è gremito e l’organizzazione di Davide Casali e Musica Libera ineccepibile. Eccellente l’audio, pianoforte Yamaha gran coda, chitarra acustica, graditissima la presenza del Peter Hammill & Van Der Graaf Generator Study Group, uno dei massimi organi di studio mondiali della musica del cantore inglese.

L’inizio è dei migliori con una The Siren Song cantata con fervore e nitidezza vocale, il suono della voce tenuto alto sul palato e “di testa” con una risonanza, un pathos e un controllo di dinamiche che letteralmente “scuote” il pubblico dalle poltrone. I migliori episodi della serata sono le esecuzioni di Bravest Face, dal nuovo album, di gran lunga più apprezzabile dal vivo e di A Better Time, qui proposta in una versione inedita, sommessa, fino all’esplosione in un liberatorio, lungo acuto finale. Quando a cena gli chiedo del perchè di una performance così differente da quella in studio e dai live precedenti che mi sono passati tra le mani, Hammill, sicuro, risponde “quando ho scritto il pezzo era importante comunicare alla gente che non c’era alcun migliore momento per svegliarsi alla propria vita e il brano era un inno, oggi… ogni periodo storico merita di essere cantato in modo diverso”. I primi secondi di Shingle Song, cantati a cappella, sono da pelle d’oca. Ancora una volta, la performance di Patience, mostra come questo sia il brano che per quanto tecnicamente tra i più impegnativi, l’interprete inglese sa affrontare con una sicurezza senza riserve e grande resa emotiva, un capolavoro di classe compositiva e partecipazione interpretativa che merita l’entusiasmo del pubblico.

Da un concerto bellissimo a Trieste ad uno meraviglioso a Schio.

A rendere peculiare la data, felicemente organizzata dall’associazione ‘Schiolife’ e Claudio Canova, la scelta di esibirsi inizialmente alla chitarra e, poi, al piano – un insolito Yamaha digitale – attraverso una formula inconsueta con ben 4 set diversi: chitarra – piano- chitarra e pianoforte ancora, un inedito nella storia delle esibizioni di questo artista. Poi, la dedica introduttiva a Driven e Sitting targets: scelte per ‘il paese della macchina’. Schio, appunto. Dove nel 1892 viene acquistata – da Gaetano Rossi – la prima autovettura italiana.

Ma ancora… Levitas. Ecco come meglio qualificare l’approccio di Hammill al palcoscenico di Schio, Teatro Astra. Anche a fronte delle liriche più ‘pesanti’. Si veda la divertita spiegazione a corollario dei (drammatici) versi di Close to me. “Non sono io in pericolo” – afferma PH – riferendosi, sorridendo, al testo. Non tutto è autobiografico, aggiunge, in italiano: “Io scrivo delle storie”. E subito – mettendo(ci) in guardia dal rischio, costante, dell’equivoco, dell’incomprensione – si lancia in una indimenticabileLosing faith in words, gemma assoluta del concerto. La fonte: A Black box, 1980. L’album che ogni seguace di Tom Yorke “dovrebbe” accostare. Il concerto ha inizio con una Comet, magica come non mai, al piano apre invece una splendida Easy to slip away dal primo vero disco solista del 1973. Magie anche nel secondo set di chitarra:Slender Threads e Yoga con Been alone so long e la inattesa accoppiata Last Frame eThe habit of the broken heart, pescate dall’ultimo album dei “vecchi” Van der Graaf.

Un’altra sorpresa il secondo set di piano con la splendida A run of luck prima della conclusiva Stranger Still, sussurrata, con il finale – “a stranger, a wordly man”– rivolto al pubblico, intonato senza microfono.

La sobria, concisa eleganza nei gesti, la sicurezza esecutiva – rade le imperfezioni, pure pensando al recente passato – ed i frequenti sorrisi – incluso il consueto saluto: “grazie per la sera” – hanno catturato per cento minuti gli oltre duecento presenti. Sino all’ovazione finale. Con Hammill – sfinito – indotto a scusarsi per la mancata concessione di un secondo bis, richiesto a gran voce, dopo Ophelia, alla chitarra, con un pathos in più. Difficile esprimere giudizi diversi dal superlativo. Hammill a Schio ha confermato la grande forma vocale ma ha aggiunto una cura nella esecuzione strumentale in un concerto bellissimo, con una scelta di brani assolutamente inedita e dilatata in un passato importante quanto in un presente rappresentato con grande urgenza interpretativa.

Pausa di un giorno e poi Milano, la Salumeria della Musica. Tra i pochi templi della musica ormai sopravvissuti in una città che “era”, anche, culla culturale e che ora è divenuta sintesi della nevrotica sopravvivenza, di chi “fa” e non sa perché.

Un club ben più raccolto rispetto alle precedenti location, cosa che consente di accogliere e amplificare (grazie anche ad un’eccellente regia audio) ogni minima sfumatura interpretativa della voce di questo cantore delle stelle e dei vuoti interiori, qui spesso condotta a un drammatico canto gutturale con prolungati kargyraa che manifestano con cupa chiarezza il valore espressionista delle “canzoni”. Il tema della serata, dirà Hammill è “Il passato e il presente” e su tale assunto è organizzata la scaletta. Il primo è ben presentato da intense versioni di Last FrameVisionModern eHouse With No Door, le ultime due, giustamente, salutate dalle standing ovation di un pubblico calorosissimo, con la presenza, tra le altre, di una folta e colorita rappresentanza del sito rockprogressive.it, che ha raccolto preziosi documenti dell’evento. Hammill, ha saputo, a modo suo, ringraziare con una serata che resterà nella memoria collettiva molto a lungo. Al presente sono ascrivibili le versioni di That Wasn’t What I Said e A Run Of Luck da ConsequencesThe Mercy e Stumbled daThin AirYour Time Starts Now da A Grounding in Numbers dei Van Der Graaf Generator, per chi scrive, mai apprezzate in versioni così vibranti e pulite in un’esecuzione dal vivo, tali da creare una distanza non colmabile nel confronto con quelle in studio.

Assai riduttivo, come nei due precedenti appuntamenti, parlare di “concerto”. Unrecital, che riduce la dimensione temporale ad una piega davvero imperscrutabile, che toglie significato alle categorie musicali e che ha il potere di impaurire, commuovere, stranire. L’alieno (al mondo) Rikki Nadir di Nadir’s Big Chance (concept proto punk del 1975), ha voluto salutare ancora l’Italia da vicino e tra un sorriso e un’increspatura del viso sempre più scavato a fondo dal tempo, ha fatto ritorno in quella “Terra Incognita”, studio dove prendono forma le sue lucide e drammatiche visioni, “per studiare i brani della prossima tournée con i Van Der Graaf Generator” come ci racconta dal palco lui stesso. A Giugno il prossimo capitolo discografico di una carriera che, ormai, ha dell’incredibile.

“Modern” live @ La Salumeria della Musica, Milano – 13.05.2012



Articolo di Claudio Milano
Contributi per Schio di Emilio Maestri (Van Der Graaf Generator Study Group) e Alberto della Rovere
Foto e video di Massimiliano Cusano (rockprogressive.it)

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Recensione di CLAUDIO MILANO
Etichetta: Fie!
Genere: Avanguardia

Tracklist:
1. Eat my words, bite my tongue (5’29”)
2. That wasn’t what I said (5’18”)
3. Constantly overheard (4’18”)
4. New Pen-pal (4’04”)
5. Close to me (4’05”)
6. All the tiredness (5’54”)
7. Perfect pose (7’02”)
8. Scissors (5’17”)
9. Bravest face (4’39”)
10. A run of luck (3’55”)

Contatti: http://www.sofasound.com/
Voto: 7’5

“I fell in love with the sound of my own damn voice” da Eat my Words, Bite my Tongue (Peter Hammill)

Per la prima volta, Peter Hammill sorride in una foto, contenuta nel bellissimo booklet di questo album, che è di contro il più inquieto di un autore che ha fatto del dramma, nel senso anche teatrale del termine, la sua cifra stilista più autentica. Più che in Over (1977), ad ascoltarlo sembra si alberghi tutti sull’orlo di un baratro e la cosa non è certo rassicurante.
La progressione artistica e qualitativa di Hammill, sembra non aver conosciuto ostacolo dalla parentesi acustica di Clutch (2002) in poi. Dopo il ripiego creativo attorno ad una canzone d’autore “colta” (più o meno a ragione), ma spesso esangue, degli anni ’90 seguito a Fireships, che ci aveva regalato solo una discreta manciata di brani di autentico rilievo e un live splendido come Typical, l’artista britannico è autenticamente rinato e questo album è l’apice fin qui raggiunto con questo percorso. Questa volta il capolavoro è realmente sfiorato e il consiglio d’acquisto è grande. In Camera del 1974 è l’album che si percepisce più vicino a questo lavoro, per la stessa attitudine al rischio e la stessa autentica ispirazione “dark” (per l’ennesima volta tutti gli strumenti sono suonati da Hammill con nobile fare artigiano, senza alcun contributo esterno e sua è anche la produzione, questa volta di buon livello), ma questo lavoro ha una sua cifra stilistica che non ha autentici precedenti.
La criptica, estrema lentezza, la grande passionalità, la trascolorazione armonica al limite dell’inafferrabile e il dono della sintesi sono sue caratteristiche, assieme all’ estrema prossimità all’ascolto della scarna strumentazione e dell’ autorevolissima Voce. In nessun disco del cantante e autore dei Van Der Graaf Generator oltremodo, le acidissime sovraincisioni vocali, vicine ad un coro delle streghe di Macbeth erano state così presenti e avevano raggiunto un livello così imponente e obliquo, neanche in The Silent Corner and the the Empty Stage, capolavoro assoluto, anch’esso del 1974, né in Everyone you hold (1997) e le sue citazioni madrigaliste della splendida Bubble, nemmeno nel notevole Singularity (2006).
E dire che la falsa partenza con Eat my Words, Bite my Tongue (nonostante la pregnanza del testo, ancora una volta come in Incoherence e nei due successivi brani, ispirato agli inganni del linguaggio, ossessione della filosofia teoretica che trova in Hammill un autentico e dichiarato cultore) non lasciava immaginare nulla di particolarmente positivo.
Il disco prende subito quota infatti con la conturbante That Wasn’t What I Said, un altro classico nella produzione hammilliana, sostenuta da una prestazione canora unica e da una melodia eccellente quanto gonfia di pathos. Gli intrecci di registri estremamente elaborati conducono il vocalist che ha portato alle estreme conseguenze timbriche il linguaggio del Tim Buckley di Lorca e Starsailor, da frequenze spaventosamente gravi ad acuti tenorili mantenuti fino all’inverosimile e falsetti da mezzosoprano ricchi di armonici al punto da suonare autenticamente femminei, il tutto con un supporto di una strumentazione in equilibrio tra acustico ed elettroniche turbolenze. Magnifica.
Constantly Overheard riprende le atmosfere di Clutch e degli episodi acustici per chitarra e voce (qui inferma ma estremamente affascinante) di Chameleon in the shadow of the Night forte di una bella melodia, dalle soluzioni armoniche degne di nota. Bella e destinata a diventare un classico nelle esibizioni dal vivo.
New Pen-pal è un episodio per chitarra e voce poco convincente, che “live” saprà probabilmente acquistare quota, grazie ad un bel riff.
Il ritorno al pianoforte (sempre più minimale) su Close to Me porta buoni frutti per un’altro episodio di grande livello, tra armonie che in un batter d’occhio passano dal maggiore al minore trasformando uno spleen in un abisso, tra cori di sirene (di grande effetto la sospensione vocale nella sezione centrale) che sanno ammaliare quanto disturbare.
Odore di zolfo, All the Tiredness ha il sapore di un inconfessabile segreto, paragonabile alle litanie blues apocalittiche dei primordi, accompagnata da effetti chitarristici macabri e dissonanze corali che penetrano lentamente nell’animo di chi ascolta. Quando a metà brano i fumi lasciano in primo piano un’ossessiva voce su due ottave, si ha impressione che qualcosa di tremendo stia per rapirci per sempre, così come era stato con On the Surface da Out of Water (1990). Splendida.
Un bel basso tondo supporta l’inizio di Perfect Pose, dal suono di grande interesse, vicino ad un’estetica “glitch”, degna del miglior Sylvian, dell’ultimo Scott Walker e di The Marble Index e Desertshore a firma Nico/John Cale. Siamo dalle parti della celebrata White Dot (dal già citato Singularity), un vero e proprio“bad trip”. Dissonanze e melodie luminose si alternano tra i vapori ossianici generati dall’elettrica e dalle tastiere “shiftate” su più ottave. I cori sembrano voler rubare l’anima di chi ascolta e la struttura ritmica del pezzo è quanto di più complesso Hammill abbia prodotto dal ’94 in poi (A Headlong Stretch da Roaring Forties) senza però risultare mai stucchevole o inaccessibile, il tutto in poco più di 7, “organici”, minuti.
Non cala il livello dell’album con Scissors, anzi. Permane ancora un’atmosfera sinistra, tra chitarre in primissimo piano, la sensazione di un ambiente retrostante al suono moltiplicato all’ennesima potenza dai cori inquietanti e inquieti, poi entra un’elettrica incendiaria con il miglior solo della carriera a spargere sangue come coriandoli tra pianoforti elettrici picchiati con insistenza sulle frequenze più acute.
Capolavoro assoluto del disco e l’ombra del miglior Scott Walker, quello di The Drift ancora più vicina. Una delle più belle canzoni dell’anno e una delle più belle intuizioni di Hammill in assoluto. Bravest Face rasserena gli animi e ci riporta all’ Hammill delle ballate per piano e voce che ben abbiamo imparato a conoscere con gli anni, dalla mitica Refugees (da The Least We Can Do Is Wave to Each Other dei Van Der Graaf Generator) in poi. Una bella canzone, ben arrangiata e straordinariamente ben interpretata, ma non paragonabile ai migliori episodi degli ultimi anni in questa direzione, Undone (da Thin Air), A Better Time (da X my Heart) e Gone Ahead (da Incoherence) su tutte.
Di un drammatico talmente contrito e “nero” da risuonare corde funeree la conclusiva A Run of Luck, con l’ambiente ben in evidenza come nel più arruffato dei bootleg, attorno al piano acustico, appena accennato e alla voce (e che voce…). Una canzone che pare non conclusa al suo termine e dunque tanto più inquietante, così come era accaduto con The Top of the World Club da Thin Air, una sorta di nuova In The End (da Chameleon in the Shadow of the Night) in chiave minimale, una dichiarazione d’amore e morte che farebbe impazzire Tom Yorke, se solo l’ascoltasse. Genialità in attesa di ascolti e scoperte, questa volta e finalmente dopo tanti anni, anche come primo ascolto assoluto, per un signore sessantacinquenne arrivato felicemente al trentacinquesimo album della carriera se escludiamo i live e i dischi dei Van Der Graaf Generator, tutti a sua firma, dalla prima canzone all’ultima. Un autentico monumento vivente al cantautorato d’avanguardia privo di manicheismi e luoghi comuni. Un disco che pagherà probabilmente l’assenza di melodie epiche (“prog”, per intenderci), ma che incapsula il valore melodico in una profonda ricerca armonica, emotiva, strutturale, sonora e di mixing. Perfetto con un buon bicchiere ad annebbiare i sensi e la cognizione del tempo, ma anche come ottima alternativa a psicotropi.
Un dovuto inchino. Grazie, grazie, grazie.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Fie!
GENERE: Cantautorato progressivo

TRACKLIST:
CD 1 “What If I Forgot my Guitar?”
1. Easy to Slip Away
2. Time Heals
3. Don’t Tell Me
4. Shell
5. Faculty X
6. Nothing Comes
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon
9. Traintime
10. Undone
11. The Mercy
12. Stranger Still
13. Vision

CD2 “What If There Were No Piano?”
1. Comfortable?
2. I Will Find You
3. Driven
4. The Comet, The Course, The Tail
5. Shingle Song
6. Amnesiac
7. What’s it Worth?
8. Ship of Fools
9. Slender Threads
10. Happy Hour
11. Stumbled
12. Central Hotel
13. Modern
14. Ophelia

CD3 “What If I Knew This Was The Last Show I Would Ever Do?”
1. Easy to Slip Away
2. Just Good Friends
3. After the Show
4. The Mercy
5. The Comet, The Course, The Tail
6. If I Could
7. Driven
8. Patient
9. Your Tall Ship
10. Stranger Still
11. A Better Time
12. Undone
13. In The End

CD4 “What if I Played Only VdGG/VdG Songs?”
1. My Room
2. The Siren Song
3. Darkness
4. Every Bloody Emperor
5. Scorched Earth
6. Masks
7. After the Flood
8. The Sphinx In The Face
9. The Habit of the Broken Heart
10. When She Comes
11. House With No Door
12. Still Life

CD5 “What About Songs I Didn’t Play in Japan?”
1. Autumn
2. Unrehearsed
3. Been Alone so Long
4. Primo on the Parapet
5. Our Eyes Give It Shape
6. Like Veronica
7. Time For a Change
8. Last Frame
9. The Lie
10. Meanwhile My Mother
11. A Way Out

CD6 “What About Songs I Dropped From The Setlists?”
1. Labour of Love
2. The Unconscious Life
3. Too Many of My Yesterdays
4. The Mousetrap
5. Sitting Targets
6. The Birds
7. (On Tuesdays She Used to Do) Yoga
8. Four Pails
9. Bubble
10. Time to Burn
11. Afterwards
12. Refugees

CD7 “What About the Best Alternate Versions”?
1. Comfortable
2. I Will Find You
3. The Habit of the Broken Heart
4. Shingle Song
5. Central Hotel
6. The Siren Song
7. Time Heals
8. Shell
9. Stranger Still
10. Traintime

Voto: 7

When my mouth falls slack
and I can’t summon up another tune,
shall I then look back and say
I did it all
too soon
Da In the End (Peter Hammill, 1973)

Si racconta che quando un uomo stia per morire riveda in un lampo tutta la sua vita.
E’ un’esperienza questa che io non conosco ma questo signore 65 enne, magrissimo, canuto, dal viso smunto e dagli occhi toccati da un demonio che lui solo sa di aver visto, con questo Box di ben 7 cd (sorprende in un’epoca in cui il disco di breve durata perde senso davanti alla svalutazione di chi non compra ma scarica soltanto?) ad un costo più che irrisorio pare volerci raccontare. Se Pno Gtr Vox era un monumento, The Box è un mausoleo, ma non è edificato con pietre preziose, lo è con grumi di sangue.
Quanta tristezza tra questi solchi. La memoria spesso tradisce, confonde le pagine di una storia lunghissima e vissuta con un’intensità e un’integrità senza pari, cancella pagine di spartiti, confonde le parole dei testi, per riemergere poi con un’intensità inaudita e spiazzare ancora una volta.
C’è un’intera carriera raccontata in questa collezione, materiale da 35 dei quasi 50 album che portano la firma dell’autore tra la produzione solista e quella dei Van Der Graaf Generator.
La bellezza del materiale proposto emerge come non mai con lucidità anche quando le foto appaiono ormai stropicciate e ingiallite. A scanso di equivoci, la prima sensazione che questo lavoro porta è un senso di profondo fastidio e arriva a deludere non poco. Nessuna produzione del cantastorie inglese che ha edificato il linguaggio della musica progressiva più autentica (non il “prog”, ma quello che oggi chiameremmo “avant rock”) per poi farlo a brandelli tra il rumore e le urla del punk, riemergere lucidamente tra il minimalismo elettronico e glaciale della “dark wave” ed inventare infine (?) un suo linguaggio di canzone d’autore colta, è stato così vicino all’indimenticato Vital dei Van Der Graaf.
Entrambi le produzioni raccontano di vita brutalizzando la forma. Pessime esecuzioni si alternano ad altre formidabili, ma non si incontra un solo momento di noia. Il valore di quest’opera può essere compreso solo lasciandola sedimentare, molto infondo.
Il primo album ci regala una versione semplicemente perfetta di Gone Ahead, un’intensissima Friday Afternoon, una Time Heals che va dritta al cuore, la tensione emotiva spasmodica di Traintime e le incisive e agili invenzioni di Faculty X. Il secondo cd è definibile il manifesto dell’Hammill autore alla chitarra ed è il migliore dei 7 volumi. Ad una I will find you completamente riletta rispetto alla versione in studio e straordinaria per le escursioni vocali, seguono una Shingle Song davvero struggente, la più bella versione di Stumbled che ci sia stato dare d’ascoltare e una Modern matura quanto affascinante. Non da meno una Central Hotel che sembra uscita dal repertorio di un gruppo punk della prima leva. Il terzo cd sorprende per la dedizione interpretativa alla materia sonora. The Mercy è superlativa, Patience una delle più belle che abbia ascoltato, molto sentita e lirica più che mai A Better Time, perfetta Undone, una spanna sopra la versione in studio, Driven è nella versione migliore fin qui ascoltata.
Il quarto cd propone esclusivamente materiale dei Van Der Graaf Generator ed è tratto da una registrazione fatta in sala e dunque di qualità audio inferiore. Hammill in gran forma vocale ma con ammessa scarsa preparazione strumentale, rende in particolar modo sui pezzi tratti da The Quiet Zone/The Pleasure Dome, trasformandosi nel suo infuocato alter ego Rikki Nadir (da Nadir’s Big Chance). Bellissime The Sphinx in the Face, The Habit of the Broken Heart e una magnifica The Siren Song, che neanche qualche acciacco al piano riesce ad oscurare nella sua poesia e nei sorprendenti slanci vocali (sembra quasi di rivedere l’immagine del corpo ad arco dell’autore sulla copertina del disco, anno 1977). Da segnalare anche una notevole Masks da World Record.
Il volume 5 raccoglie esecuzioni non fatte in Giappone e annovera alcuni degli episodi migliori della carriera di Hammill, che è bellissimo riascoltare di seguito, anche se le esecuzioni non sempre risultano abbastanza pulite da non enficiare l’emozione. Meravigliosa Unrehearsed, Primo on the Parapet risulta di gran lunga più affascinante rispetto alle altre pubblicazioni dal vivo ufficiali, Our Eyes give it Shape acquista luce ed energia pur rimanendo abrasiva. A chiudere una versione di A way Out, in ricordo del fratello suicida, che non ho difficoltà a definire, senza alcuna retorica, commovente.
Il sesto volume raccoglie brani scartati dalla selezione, non sempre a ragione, anzi, Bubble riluce come non mai nel suo dramma con cui travolge il finale, la matura e sulfurea versione di (On Tuesday she used to do) Yoga, per quanto imprecisa è molto affascinante e si chiude con dei delay di chitarra davvero inquietanti. Sitting Targets, ci riconsegna un riff “new wave” memorabile, appoggiato a delle modulazioni armoniche inedite nel “refrain”.
L’ultimo volume, è uno dei migliori e ci offre alcune versioni alternative, non di rado superiori a quelle incluse nei capitoli precedenti. Comfortable vede Hammill precipitare negli inferi vocali fino a raggiungere un “kargyraa” tibetano spaventoso, Stranger Still ha un finale trasognato con l’autore che sembra pizzicare le corde del piano mentre improvvisa una nenia con la voce, meraviglia.
Da decenni Hammill ha smesso di mettere in scena la sua musica per mettere in scena sé stesso, la sua persona, non il suo mito, che finora mai è arrivato ad un pubblico realmente vasto, neanche in una nicchia il suo nome appare vagamente popolare.
Già nel 1972, ad un anno dall’avvio della sua carriera solista e dopo il primo scioglimento dei Van Der Graaf Generator, Hammill era considerato finito e tale molti lo considerano tuttora. Questo spostamento del centro dell’attenzione dall’opera all’artista ha fatto e continuerà a fare inorridire molti, tant’è vicino ad un ideale tardo romantico o “pop” nel senso “wharoliano” del termine, di musicista che diventa egli stesso forma d’arte.
Tra tutti i musicisti rock che hanno annunciato la loro morte sul palco per poi ritirarsi dalle scene e godere di soldi e fama accumulati, Hammill è l’unico a non averlo mai fatto, non l’ha fermato nulla, neanche un infarto e oggi lo stiamo vedendo consumarsi lentamente. Le sue corde vocali perdono tono (per quanto estensione e duttilità timbrica rimangano per lo più inalterate), il suo diaframma non riesce più a contenere l’urlo, i suoi muscoli tesi ripiegano spesso in uno spasmo d’abbandono. Eppure questa messa in scena autenticamente popolare nel senso arcaico (musica come rituale catartico) e dai riferimenti culturali colti, come una società postmoderna medio borghese richiede, è ancora viva e credibile e lo sarà fino a quando non si consumerà in un ultimo rantolo.
Grazie vecchio per averci raccontato ancora una volta, ma questa volta tutto d’un fiato, la tua meravigliosa vita, quella dove guardiani dei fari, pesci assassini ed esuli incontrano il tradimento di Alice “La Rossa”, motociclette in Africa e fantasmi di aeroplani che tutti ricordiamo tra torri che non ormai sono solo memoria. Grazie per averci parlato di un tempo che ormai non esiste più e che non può tornare ma che oggi più che mai sentiamo appartenerci.
Grazie per averlo fatto quando eri ancora in grado di restituircelo nel migliore dei modi possibili.
Non ci resta che aspettare il prossimo album, certi che il “cercare diamanti in una miniera di zolfo” prima o poi ci regalerà una luce mai vista, o forse, più semplicemente, ci farà accorgere di averla incontrata e di non essere stati capaci di accoglierla.
A Maggio, Hammill sarà ancora una volta in tour in Italia.

TOUR ITALIANO:
10 maggio 2012 – TEATRO MIELA, Trieste
11 maggio 2012 – TEATRO ASTRA, Schio (VI)
13 maggio 2012 – SALUMERIA DELLA MUSICA, Milano

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RECENSIONE a cura di CLAUDIO MILANO

ETICHETTA: Fie!
GENERE: Art-rock

TRACKLIST:
CD 1: What If I Forgot My Guitar?
1. Easy to Slip Away
2. Time Heals
3. Don’t Tell Me
4. Shell
5. Faculty X
6. Nothing Comes
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon
9. Traintime
10. Undone
11. The Mercy
12. Stranger Still
13. Vision

CD 2:  What If There Were No Piano?
1. Comfortable?
2. I Will Find You
3. Driven
4. The Comet, the Course, the Tail
5. Shingle Song
6. Amnesiac
7. What’s it Worth?
8. Ship of Fools
9. Slender Threads
10. Happy Hour
11. Stumbled
12. Central Hotel
13. Modern
14. Ophelia

Confesso che fa uno strano effetto ascoltare un disco live di Hammill che si apre con degli applausi, non era mai accaduto prima d’ora e il timore che con con loro fosse subentrata una certa autoindulgenza, mi era arrivato come un segnale, l’ascolto ha immediatamente fugato ogni preoccupazione.
La sorpresa maggiore però diventa presto un’altra, l’intensità drammatica, profondamente espressionista e la lucidità vocale con la quale l’autore scorre uno dietro l’altro classici del suo interminabile repertorio, in questo album monumentale registrato nel 2010 tra il Giappone e la Gran Bretagna.
E’ subito da chiarire come i due dischetti si differenziano notevolmente l’uno dall’altro in quanto a precisione esecutiva. Quello alla chitarra, è attualmente il testamento dell’autore allo strumento, per quanto tutto sia possibile dire di Hammill tranne che si tratti di un virtuoso della 6 corde, l’altro è significativamente inferiore alla prova precedente di Typical e del semi official bootleg Tides, sullo stesso livello di Veracious, con Stuart Gordon.
Pur con i consueti acciacchi strumentali dunque, aumentati con gli anni, principalmente al torturatissimo pianoforte, al quale Hammill ha sempre tentato un approccio “creativo” e legato all’improvvisazione tout court e con più di qualche imperfezione vocale prima mai apparsa su disco anche live (se non su Vital dei Van Der Graaf Generator), la foga con cui i brani vengono “attraversati sotto pelle” si rivela ancora una volta capace di coinvolgere e a tratti realmente commuovere. Semplicemente straordinarie Time Heals, Friday afternoon, Central Hotel, ma soprattutto Driven, Gone ahead, Shingle Song, Amnesiac, Stumbled di cui ci vengono consegnate versioni che si potrebbe facilmente definire “definitive”. Belle “Faculty X” e “Happy Hour”, tutto sommato inutili “Shell”, “Nothing Comes”, “Vision”, “Ship of Fools”. E’ piacevole notare come, dove la voce non è più in grado di fare gli autentici miracoli di pochi anni fa , sia subentrata una violenza interpretativa livida di una rabbia mai sentita, come nella sempre emozionante “Traintime” o nel finale di “Stranger Still” (anche se i segni del tempo su questa si fanno sentire eccome). Ci si poteva tutto sommato aspettare un’interpretazione più pulita al piano di uno dei classici per eccellenza dell’autore negli ultimi anni, “The Mercy”, che comunque si distingue per furore interpretativo. Intense “Don’t Tell Me” e “Undone”; superlativa come sempre e forse di più, “Modern” con il suo finale mozzafiato. Come sempre brani non particolarmente significativi nelle incisioni in studio acquistano nelle versioni live una forza comunicativa ben altra, come nel caso di “Comfortable” e “I Will Find You”, che vocalmente ci riportano indietro di qualche anno, facendoci ascoltare un autore che ha saputo sempre modellare la sua voce a piacimento, come creta, nelle interpretazioni dal vivo, dagli abissi più profondi ad acuti estremi e carichi di isteria autentica, facendo di ogni live un’occasione diversa e molto, molto speciale. Non è un caso che la quantità di bootleg che esistono di Hammill abbia ben pochi eguali e che ognuno racconti una storia a sè. Due dischi pieni, dei quali, come già era accaduto per Typical e lo sperimentalissimo Roomtemperature live, ne sarebbe bastato uno e basta, ma “perfetto” si sa, è una parola che non fa parte del vocabolario di Mr. Hammill. Che dire? Se non più uno dei più grandi virtuosi dello strumento voce, senza dubbio uno dei più grandi interpreti viventi e una voce ancora capace di emozionare e sorprendere per duttilità, potenza e timbro. Questo è Peter Hammill, senza alcun compromesso, neanche con sé stesso: intenso, eclettico, vitale e fragilissimo, uno che ha costruito sull’ ostentazione della propria intimità una carriera senza eguali. Un disco che ogni fan e chiunque voglia capire cosa sia la differenza tra un semplice cantante e un interprete vero, deve avere. Per chi invece di Hammill non ha mai sentito parlare, meglio rivolgersi prima ai due live citati poco sopra, allo splendido The Margin e alle Peel sessions, per poi passare comunque a questo ascolto, che rimane caldamente consigliato.

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