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Archive for ottobre 2011

Il quinto numero di tracks riprende le playlist di 74:33, sempre ottima webzine che propone elenchi di canzoni di una certa qualità. Stavolta è una playlist di Bacteria, nuovo progetto che potete esplorare qui.

1. General Electriks – Raid the Radio
2. Say Hi – Take Ya Dancin’
3. The Features – Content
4. Arctic Monkeys – Library Pictures
5. Whitey – Wrap It Up
6. Guards – Resolution of One
7. Does It Offend You, Yeah? – Dawn of the Dead
8. Matt and Kim – Daylight
9. Nightbox – Pyramid
10. Coconut Records – Any Fun
11. Bloc Party – So Here We Are
12. Peter Bjorn & John – Let’s Call It Off
13. Metronomy – She Wants
14. Sleep Party People – Ten Feet Up
15. Holy Ghost! – Say My Name
16. Ed Rush & Optical – Bacteria


 

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Fotoreport a cura di LaMyrtha





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Recensione già pubblicata anche qui

ETICHETTA: Parlophone
GENERE: Pop

TRACKLIST:
1. Mylo Xyloto
2. Hurts Like Heaven
3. Paradise
4. Charlie Brown
5. Us Against The World
6. M.M.I.X.
7. Every Teardrop is A Waterfall
8. Major Minus
9. U.F.O.
10. Princess of China (ft. Rihanna)
11. Up In Flames
12. A Hopeful Transmission
13. Don’t Let It Break Your Heart
14. Up With The Birds

Non si è voluto fare nessun antefatto per questa recensione, giacché l’esagerata campagna di marketing che Chris Martin in prima persona ha condotto prima dell’uscita di Mylo Xyloto ha già contestualizzato abbastanza i suoi obiettivi e il suo habitat naturale.
Trascinandoci a forza nel vivo dell’ascolto, ci troviamo di fronte ad un’amara considerazione, più che altro una constatazione: i Coldplay vanno analizzati con la conoscenza pregressa della loro carriera. Questo significa sapere che sono stati una band “alternative rock” per pochissimo tempo, forse solamente per metà del running time dei primi due dischi, mentre dal capolavoro X&Y ad oggi sono stati sostanzialmente una macchietta pop sempre alla ricerca di successo e denaro. Detto questo, la parabola discendente della qualità dei dischi non impedisce a Mylo Xyloto di avere degli ottimi momenti e di risultare, tutto sommato, un interessante episodio nella loro storia. “Charlie Brown” e “Up With The Birds”, i due brani migliori del disco, forti di una fluidità pop/rock che li connette immediatamente con i bei tempi di Parachutes, circoscrivono l’ambientazione di un album molto ben caratterizzato in ambito melodico, soprattutto in virtù di quella finalità ormai significativamente appiccicata al nome dei Coldplay: riempire gli stadi. Ecco allora i singoli “Paradise”, “Every Teardrop Is A Waterfall” (con una melodia che, come sottolineano anche altri fonti in rete, sembra un plagio di “Ritmo de la Noche” di MYSTIC, pezzo osceno peraltro) e il probabile futuro estratto “Don’t Let It Break Your Heart” che ci precisano la loro vocazione di band che può, e sa, perfettamente come far ballare, ondeggiare ed urlare degni del miglior Bono Vox. E di accostamenti agli U2, viste molte vicinanze nell’approccio chitarristico, dovremo farne molti altri (ma si evitano volentieri altri ingombranti paragoni).
Per allontanarsi dai Coldplay di Viva la Vida è necessario rivolgersi all’odioso featuring con Rihanna, già detestato da critici e fans (ed effettivamente “Princess of China”, seppur ascoltabile, è una canzone molto debole se paragonata al resto del disco) e soprattutto a “Major Minus”, con un piglio, soprattutto al basso, molto più indie rock. Qui ha ricordato molto i Kasabian, ma il pezzo è tutto sommato molto carino e non ristagna in nessun momento, soprattutto se lo vediamo come una parentesi di distacco dal resto. Abbiamo poi un momento vagamente soft punk, in particolar modo nel drumming, con la iniziale “Hurts Like Heaven”, interessante probabilmente più nei live mentre in studio perde verve per una produzione un po’ troppo rumorosa che toglie interesse alla voce.

Il resto del disco non ha mordente e troviamo alcuni elementi-riempitivo, come “U.F.O.” e “Up In Flames” che si ascoltano senza annoiarsi troppo ma si eviterebbero volentieri. La produzione di Brian Eno svolge il consueto ottimo lavoro, anche se risulta un po’ fuori fuoco rispetto al disco precedente. Il sound è leggermente più confuso, a parte le chitarre, la voce quasi tendente a sparire in alcuni momenti, mentre piccole fiammate epiche sottostanno a ottimi inserimenti degli archi di Eno in persona. Poco in risalto invece il basso, che meriterebbe qualche attenzione di più.
Mylo Xyloto è solo e soltanto quello che i Coldplay possono essere nel 2011. Una band pop da stadio senza nessuna pretesa in più: forse sbaglia più chi li ritiene ancora all’altezza di album come Parachutes e A Rush of Blood To The Head, non accorgendosi che il mondo che gli appartiene è solo e soltanto quello di MTV. Se la vediamo in quest’altro modo, apprezzeremo tutti senz’altro questo album, mediocre ma con una grande anima radiofonica che risulterà, per questo, ai più “scontata”.

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Fotoreport a cura di LaMyrtha




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Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE

ETICHETTA:Taxi driver/Dreamingorilla
GENERE:rock/noise

TRACKLIST:
1)Turba n°1
2)Turba n°2
3)Cera
4)C.B.A.M.
5)Torna Vergine

Gli Altri, band savonese attiva dal 2009, giunge quest’anno al secondo EP dal nome “Incipit”. Il disco, dall’impatto sonoro veramente devastante, si pone come punto d’incontro tra la rabbia punk/hardcore, il rock italiano e il noise. Si parte alla grande con “Turba 1”, chitarre iperdistorte e ritmi schizofrenici ci catapultano in un’atmosfera cupa e disturbante. La canzone è quanto di più arrabbiato e potente mi sia capitato di ascoltare in questi ultimi anni, una vera e propria scheggia di punk impazzito che fa subito venir voglia di scuotere la testa. L’elemento che sin dal primo ascolto emerge nel sound della band è il violino elettrico noise, lo strumento infatti si amalgama perfettamente con il resto del gruppo generando il caos. Questa insolita miscela porta una ventata di freschezza ad un genere musicale ormai da troppo tempo standardizzato. Si prosegue piuttosto bene con “Turba II”, canzone che per il testo graffiante e le esplosioni improvvise mi ha ricordato molto i Marlene Kuntz dei primi album. Le restanti tracce, pur riproponendo la stessa formula musicale delle due citate precedentemente, risultano buone canzoni che chiudono al meglio un lavoro onesto e suonato con il giusto piglio. Unico aspetto che ho trovato un po’ altalenante è la prova vocale di Gabriele; risultano ottime le parti urlate e più aggressive mentre un pò monotone quelle in chiaro.
Infine, Gli altri con questo “Incipit” hanno dimostrato di avere grandi potenzialità; se saranno capaci alla prossima prova di dare alle stampe un lavoro più lungo e articolato, mantenendo intatte la grinta e la qualità, si potrà parlare di vera e propria rivelazione per il panorama rock italiano.

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ETICHETTA: La Tempesta
GENERE: Folk rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Nel Paese che Sembra una Scarpa
2. L’Amorale
3. Nati per Subire
4. Atto Secondo
5. I Qualunquisti
6. La Democrazia Semplicemente Non Funziona
7. Il Mattino Ha L’Oro In Bocca
8. Franco
9. Milanesi al Mare
10. Ragazzo Eroe
11. Cattivo Pagatore

Quando si ascoltano gli ultimi due dischi, gli unici interamente in italiano, degli Zen Circus, quasi sembra di essere davanti alla concretizzazione di un piano concepito anzitempo e lungamente studiato, coltivato e realizzato con la lentezza e la precisione di un allevatore. Raggiungere sempre più pubblico per poi sfoggiare tutta l’amarezza di un linguaggio popolaresco e tagliente, meno volgare di prima ma non per questo meno affilato, riuscendo a scendere nel territorio sconfinato della politica, con un pizzico di qualunquismo ma la personalità forte di band che sa comunicare. Le metriche e le linee vocali, le ritmiche incalzanti e sempre molto dritte, i soliti accordi di acustica e alcuni inserimenti extra con melodie paurosamente catchy, sposano benissimo questa nuova caratteristica di band che sa colpire anche con le parole, realizzando sostanzialmente accompagnamenti musicali mai invadenti e che lasciano in primo piano il cantato, abbozzando schizzi di riff orecchiabili solo in parti strumentali tra una strofa e l’altra. Nessun ghiribizzo tecnico fa gridare al miracolo, così come nel disco non troviamo nessuna evoluzione da Andate Tutti Affanculo.
Sopraggiunge sicuramente un pizzico di maturità in più nell’affrontare il tema, un po’ ridondante dopo tante altre canzoni, sempre loro, che lo trattavano, dell’uomo “morto che cammina”, ma anche nelle virate polemiche verso la società in generale (“I Qualunquisti” e “Ragazzo Eroe”, momenti di spiazzante e macabra ironia), verso le forme politiche che reggono in piedi l’Italia (“La Democrazia Semplicemente Non Funziona”, che per altro inizia con un fischiettìo identico alla melodia fondamentale della vecchia “Ciao Mamma” di Jovanotti, rallentata) e verso l’Italia stessa, in “Nel Paese che Sembra una Scarpa”. Quest’ultimo forma forse, insieme a “Il Mattino ha L’Oro In Bocca” e il primo singolo “L’Amorale”, il trittico vincente che si occupa di particolareggiare Nati per Subire, sia dal punto di vista testuale che musicale, con una decisa scelta di protendersi verso una cantabilità quasi da “live anthem”. Alcuni pezzi, come la conclusiva “Cattivo Pagatore” o “Milanesi al Mare” svolgono quasi la funzione della zavorra, appesantendo il disco ma equilibrandolo verso sonorità leggermente diverse. Più tranquilla la prima, alla stregua di “Canzone di Natale” dal disco precedente (sempre in chiusura) e più allegra e serena la seconda, unico momento di gaiezza dell’intero disco.
Presenti peraltro molti ospiti, dai Ministri al Pan del Diavolo, a Enrico Gabrielli, Dente e altri, che, anche qui con una scelta intelligente, sono presenti solamente a “fare nome”, senza eccedere nell’utilizzo dei loro contributi.

L’appeal più commerciale di questo lavoro non toglie smalto ad una band che ha dimostrato di saper crescere attentamente, creando hype attorno al progetto, coltivando il proprio vivaio di fans e la loro ricettività. Ora che possono permettersi (quasi) tutto è evidente che è arrivato il momento di pretendere tanto da loro. Ma sarà per il prossimo disco, perché Nati per Subire è, al pari di Andate Tutti Affanculo e le poche canzoni in italiano di Villa Inferno, il vero manifesto del Circo Zen.

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Al New Age, bel localino coi prezzi delle consumazioni troppo cari (e chi non li ha ormai?) ma talvolta una buona acustica, in una zona tanto leghista quanto musicalmente attiva, pertanto ossimorica come poche, ci si è permessi di andare a vedere uno dei cantautori-rivelazione di questi anni di revival del genere. Dente, Dimartino, Vasco Brondi, Simona Gretchen, centinaia di altri, e poi Brunori Sas, distanziato così tanto in questo elenco perché dal sottoscritto ritenuto superiore a questa sfilza.
Il perché lo trovate nelle mie recensioni di Vol. 1 e Vol. 2, ma anche in questo articolo.

Dario Brunori, creatore di una piccola impresa che forse qualcosa inizia pure a fatturare, la Brunori SAS, sta portando in giro un tour con il quale si celebrano i successi di critica e pubblico del nuovo Vol. 2: Poveri Cristi. Con un titolo che prelude ai contenuti dello stesso, anche il live è comunque comodo per ascoltare le canzoni del cosentino, foss’anche la prima volta che lo ascoltate (nel senso che visto il genere i testi sono chiaramente comprensibili anche in una performance dal vivo). E’ così che ci si avvicina ad un microcosmo cupo, triste, malinconio, sofferente, dove i ricordi dei nati nei ’70 e negli ’80 si scontrano con quelle esperienze di vita vissuta a fallimenti nel lavoro e nelle storie d’amore che invece travalicano le parentesi spazio-temporali. Inoltre sarà che molti dei brani si fregiano di un realismo tale da rimanere impressi nella memoria non solo per alcune immagini dal grande impatto emotivo, ma anche per il linguaggio asciutto e diretto, ma alcuni sono destinati a diventare “instant classics” nonostante la breve carriera da solista dell’ex Blume: “Rosa”, “La Mosca”, “Lei, Lui, Firenze” e “Italian Dandy” in primis, ma anche la devastante “Il Giovane Mario” non scherza. Il concerto assume, chiaramente, una dimensione molto più goliardica: le battute, espediente che lo accomunano sicuramente all’amico Dente, ospite anche sul disco, risollevano il morale rispetto ai toni dimessi delle musiche e qualche arrangiamento più folk rock produce qualche danza tra il pubblico, omogeneamente diviso in età diverse. Ci si aggiunga la grande qualità di ogni singolo strumentista sul palco e avremo il vero valore aggiunto di questo set.

Inevitabilmente sentiremo parlare molto di questo progetto prossimamente. E’ sensazionale, sotto un certo punto di vista, vedere come anche un prodotto solo vagamente radio-friendly possa diventare alla portata di tutti grazie alla comunicatività del suo “uomo-immagine”. Per Brunori, confermarsi non solo un songwriter di qualità ma anche un geniale intrattenitore è la porta d’accesso per rimanere nell’olimpo dei protagonisti di questi primi decenni del nuovo millennio. O perlomeno, a Roncade ha dimostrato di meritarselo, del resto ne parleremo più avanti.

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