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Archive for the ‘ARTISTA: White Lies’ Category

Fotoreport a cura di LaMyrtha





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Per mano di Indipendente, uno dei migliori festival dell’anno. E chi l’avrebbe mai detto, dopo il rischio (tra l’altro tra i fans, controllando forum ed eventi Facebook) che si ripetesse la pessima figura fatta con gli Strokes a Vigevano?
In un clima che non tutti colgono, dove la sfiducia generale verso la politica ha anche indirettamente contribuito ad un’atmosfera di insoddisfazione verso gli alti prezzi degli eventi (di cui The Webzine si vuole fare portavoce con questa iniziativa), Indipendente è riuscita a risollevare un’estate di incidenti e problematiche di ogni tipo (chi si ricorda i fan superincazzati prima del concerto dei Foo Fighters che hanno protestato per giorni e giorni le misure di sicurezza che si indicavano sul sito prima del live, avendola tra l’altro vinta?) con un festival ben organizzato, equilibrato a livello di prezzi e senza pecche evidenti che mettessero a rischio l’incolumità fisica delle persone né la buona riuscita dell’evento stesso.

Così, con circa (direi ad occhio) quindici mila persone, l’I-Day 2011, nel primo dei due giorni, è decollato facilmente, grazie ad un cast d’eccezione, con unico difetto la contestatissima assenza degli iper-attesi Vaccines. Si potevano sostituire per non perdere parte del prezzo del biglietto, dicevano alcuni, ma tutto sommato la serata è valsa tutti i quaranta euro.
Il nostro report inizia dai Wombats (saltati i sicuramente buoni Heike Has The Giggles e Morning Parade), momento in cui siamo arrivati: la band di Liverpool presenta un live carichissimo, veramente degno di nota se paragonato al numero di elementi sul palco (3), con i picchi più alti rappresentati dai due singoli più celebri (“Kill The Director” e “Let’s Dance To Joy Division”, passando anche per l’ottima “Party In A Forest”); ottima l’esecuzione anche del nuovo discutibile singolo “Jump Into The Fog”, da alcuni criticato per il cambiamento new wave/tastieristico che tutto il nuovo The Wombats Proudly Present…This Modern Glitch porta al grande pubblico, che misura una gran partecipazione del pubblico, che mai si quieterà nel resto della giornata. Il gruppo giusto per traghettare verso gli artisti principali, ma a spezzare la catena ci pensano i White Lies: la formazione londinese si presenta molto più aggraziata dei giovanissimi Wombats, ma complice qualche pecca tecnica e un sound molto più post-punk dalle tonalità cupe influenzato principalmente da Joy Division e The Chameleons i toni scendono, lasciando però immutato il coinvolgimento sempre notevole delle prime file. Migliori in scaletta i singoli del primo disco (“Death”, “Farewell To The Fairground” in apertura e “To Lose My Life”), mentre un po’ più deboli le canzoni del nuovo lavoro.

Arrivato il momento dei Kasabian, il tramonto ha quasi oscurato l’Arena Parco Nord e l’atmosfera è perfetta per accogliere una delle band più eclettiche e particolari del panorama indie rock inglese. Inizio esplosivo con l’amatissima “Club Foot”: ci vuole qualche minuto per sistemare i suoni ma poi il mix diventa perfetto e lo show decolla. In un’ora e un quarto di live l’intera carriera della band, passando per tutti i singoli (per esecuzione le migliori “Shoot The Runner”, “Empire” e “Vlad The Impaler”, per l’energia del pubblico “LSF” e “Underdog”) e anche alcune novità dal disco di prossima uscita. Impressionano la varietà dei toni (si passa da sferzate rock a momenti tipicamente indie, con ballad e cavalcate chitarristiche, ma anche a tempeste dance di grande impatto). Dopo un bis con un paio di brani (“Switchblade Smiles” e “Fire”), la band si congeda per lasciare spazio agli Arctic Monkeys, forti di uno zoccolo duro di fans venuti solo per loro (ed alcuni infatti abbandonano l’arena, come altri invece stanno arrivando solo adesso).

La band di Alex Turner sale sul palco puntualissima ed esegue uno show perfetto, al fulmicotone, sopra gli standard che alcuni live visibili su YouTube dell’ultimo anno hanno ridisegnato. I brani dei primi due dischi sono suonati in maniera impeccabile, alcuni più veloci, altri più lenti, ma sempre potentissimi. Il batterista Matt Helders sempre in grande spolvero si ricorderà nuovamente per una performance veramente sopra le righe, e lo stesso si potrà dire del frontman, di Cook e di O’Malley. “Still Take You Home”, “This House Is A Circus” e “When The Sun Goes Down”, per non citare “The View From The Afternoon” e “I Bet You Look Good On The Dancefloor”, le più coinvolgenti; “Brianstorm”, forse troppo veloce ma ugulamente trascinante, fa loro da fanalino di coda insieme all’apprezzabile “Crying Lightning” e l’ottimo orecchiabilissimo nuovo singolo “Don’t Sit Down ‘Cause I Moved Your Chair”. Zero momenti sbadigli neppure per il nuovo disco, sottotono nella versione studio, ma carichissimo dal vivo. Impressionante la risposta di pubblico, sempre molto reattivo, dal primo all’ultimo pezzo.

Un concerto che si ricorderà per parecchio tempo, dove per poco tempo si rivive quella tipica atmosfera da festival indie inglese (non dico Glastonbury, ma quasi). Invece delle solite menate metal o hard rock (Gods of Metal, Sonisphere) dovremo partire da qui per dare una nuova veste ai grandi eventi in Italia, con un target più giovane e puntando su band che sappiano anche deambulare sul palco (peccato che la giornata successiva dell’I-Day smentirà tutto ciò).
Per chi non c’era, cercate online le registrazioni eseguite da Radio RAI 2. Giornata imperdibile.

SETLIST:
ARCTIC MONKEYS
Library Pictures
Brianstorm
This House Is A Circus
Still Take You Home
Don’t Sit Down ‘Cause I Moved Your Chair
Pretty Visitors
She’s Thunderstorms
Teddy Picker
Crying Lightning
Brick By Brick
The Hellcat Spangled Shalalala
The View From the Afternoon
I Bet You Look Good On The Dancefloor
All My Own Stunts
If You Were There, Beware
Do Me A Favour
When The Sun Goes Down
(encore)
Suck It And See
Fluorescent Adolescent
505

KASABIAN
Club Foot
Where Did All The Love Go?
Days Are Forgotten
Shoot The Runner
Velociraptor!
I.D.
Thick As Thieves
Take Aim
Underdog
Empire
Fast Fuse
Pulp Fiction
Vlad The Impaler
L.S.F.
(encore)
Switchblade Smiles
Fire

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ETICHETTA: Fiction Records
GENERE: New Wave, Post-Punk, Indie rock

TRACKLIST:
1. Is Love
2. Strangers
3. Bigger Than Us
4. Peace & Quiet
5. Streetlights
6. Holy Ghost
7. Turn The Bells
8. The Power & The Glory
9. Bad Love
10. Come Down

RECENSIONE:
Quando si ascoltano dischi come questi la prima considerazione che arriva alla mente è: da quando fare successo vuol dire per forza aver imitato qualcosa che ha fatto successo prima? Forse nel mondo dell’arte e della cultura questa cosa è sempre stata in voga, quando c’erano artisti che copiavano i quadri di Picasso o di Van Gogh e li vendevano a prezzi stracciati guadagnando come o più dell’ideatore originale. Ma noi sappiamo che è comunque importante il valore dell’originalità, almeno in un’opera musicale, e quindi valuteremo questo disco in base a quello che in realtà contiene, cioè niente, o quasi.
Ritual arriva a un paio d’anni di distanza dal disco di debutto, che li ha consacrati al successo come band spalla di praticamente tutti (soprattutto nel tour degli stadi dei Coldplay), e come portavoce di un filone new wave revival di enorme successo, quello più commerciale che li ha visti addirittura includere in classifiche del decennio insieme a nomi come Arctic Monkeys, Editors, Interpol e Franz Ferdinand che, se permettete, hanno una levatura molto maggiore.
Perché effettivamente Ritual non è un brutto disco, e non lo sono neanche i nuovi degli Interpol. La delusione sta nel fatto che imitare band che già imitavano i grandi della new wave anni ’80, gli antesignani di un genere che mai si sarebbe pensato avrebbe prodotto una così incredibile serie di emuli e beceri scopiazzatori trent’anni dopo. Eppure è così, e i White Lies lo sanno bene, e con canzoni orecchiabili nonostante il loro mood iperdepresso, riescono a conquistare un pubblico esageratamente esteso ed entusiasta, grazie a refrains molto catchy (“Turn The Bells” su tutte), strutture semplici e ad effetto (“Street Lights”, “Bad Love”), e tanta tanta voglia di vendere di più, ove possibile. Senti la voce baritonale che è ancora più baritonale, levigata e resa vendibile, senti le melodie che sono ancora le stesse ma sono più radiofoniche (nel singolo “Bigger Than Us” in particolare), senti il groove di basso e batteria che incalza proprio nei momenti adatti a scatenare l’interesse dei “fanecchi” degli indie dj-set che stanno rovinando tutta la scena (intrugli di musica che sembrano essere preferiti ai concerti da alcune, permettetemi, categorie di persone che non mi permetto di definire perché mi scapperebbe, forse, qualche insulto di troppo). La produzione non è comunque delle migliori e per quanto ci si impegni a smussare gli angoli alcune imprecisioni di basso e voce rimangono, proprio come nei live. Per il resto, i brani sono comunque tutti sopra la sufficienza, se valutati con il metro dell’orecchiabilità, sottoterra se si volta pagina e si parla di originalità. Si perché essenzialmente, il disco è la replica del primo, con gli stessi punti di forza, e gli stessi punti deboli. Per questo non lo bolleremo in nessun altro modo che così: i revivalisti della new wave ci hanno rotto i coglioni, ma qualcosa nella loro musica ci continua a convincere nell’ascoltarli, come se in tutto quello che l’album contiene ci fossero anche delle sostanze psicotrope che ci impediscono di liberarci dalla loro dipendenza.
Ci si poteva, complessivamente, aspettare che questo titolo più che una dichiarazione d’intenti fosse un semplice titolo; invece Ritual è la definizione giusta per questo album, così rituale da risultare quasi liturgico, con quei coretti da stadio, i suoi cambi di tempo al punto giusto, quasi una fenomenologia di NME e altre riviste di settore (o di moda?).

E’ arrivata l’ora del metadone? O delle “grandi purghe” staliniane, ad hoc.

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