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Archive for the ‘GENERE: Cantautorato progressivo’ Category

Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Fie!
GENERE: Cantautorato progressivo

TRACKLIST:
CD 1 “What If I Forgot my Guitar?”
1. Easy to Slip Away
2. Time Heals
3. Don’t Tell Me
4. Shell
5. Faculty X
6. Nothing Comes
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon
9. Traintime
10. Undone
11. The Mercy
12. Stranger Still
13. Vision

CD2 “What If There Were No Piano?”
1. Comfortable?
2. I Will Find You
3. Driven
4. The Comet, The Course, The Tail
5. Shingle Song
6. Amnesiac
7. What’s it Worth?
8. Ship of Fools
9. Slender Threads
10. Happy Hour
11. Stumbled
12. Central Hotel
13. Modern
14. Ophelia

CD3 “What If I Knew This Was The Last Show I Would Ever Do?”
1. Easy to Slip Away
2. Just Good Friends
3. After the Show
4. The Mercy
5. The Comet, The Course, The Tail
6. If I Could
7. Driven
8. Patient
9. Your Tall Ship
10. Stranger Still
11. A Better Time
12. Undone
13. In The End

CD4 “What if I Played Only VdGG/VdG Songs?”
1. My Room
2. The Siren Song
3. Darkness
4. Every Bloody Emperor
5. Scorched Earth
6. Masks
7. After the Flood
8. The Sphinx In The Face
9. The Habit of the Broken Heart
10. When She Comes
11. House With No Door
12. Still Life

CD5 “What About Songs I Didn’t Play in Japan?”
1. Autumn
2. Unrehearsed
3. Been Alone so Long
4. Primo on the Parapet
5. Our Eyes Give It Shape
6. Like Veronica
7. Time For a Change
8. Last Frame
9. The Lie
10. Meanwhile My Mother
11. A Way Out

CD6 “What About Songs I Dropped From The Setlists?”
1. Labour of Love
2. The Unconscious Life
3. Too Many of My Yesterdays
4. The Mousetrap
5. Sitting Targets
6. The Birds
7. (On Tuesdays She Used to Do) Yoga
8. Four Pails
9. Bubble
10. Time to Burn
11. Afterwards
12. Refugees

CD7 “What About the Best Alternate Versions”?
1. Comfortable
2. I Will Find You
3. The Habit of the Broken Heart
4. Shingle Song
5. Central Hotel
6. The Siren Song
7. Time Heals
8. Shell
9. Stranger Still
10. Traintime

Voto: 7

When my mouth falls slack
and I can’t summon up another tune,
shall I then look back and say
I did it all
too soon
Da In the End (Peter Hammill, 1973)

Si racconta che quando un uomo stia per morire riveda in un lampo tutta la sua vita.
E’ un’esperienza questa che io non conosco ma questo signore 65 enne, magrissimo, canuto, dal viso smunto e dagli occhi toccati da un demonio che lui solo sa di aver visto, con questo Box di ben 7 cd (sorprende in un’epoca in cui il disco di breve durata perde senso davanti alla svalutazione di chi non compra ma scarica soltanto?) ad un costo più che irrisorio pare volerci raccontare. Se Pno Gtr Vox era un monumento, The Box è un mausoleo, ma non è edificato con pietre preziose, lo è con grumi di sangue.
Quanta tristezza tra questi solchi. La memoria spesso tradisce, confonde le pagine di una storia lunghissima e vissuta con un’intensità e un’integrità senza pari, cancella pagine di spartiti, confonde le parole dei testi, per riemergere poi con un’intensità inaudita e spiazzare ancora una volta.
C’è un’intera carriera raccontata in questa collezione, materiale da 35 dei quasi 50 album che portano la firma dell’autore tra la produzione solista e quella dei Van Der Graaf Generator.
La bellezza del materiale proposto emerge come non mai con lucidità anche quando le foto appaiono ormai stropicciate e ingiallite. A scanso di equivoci, la prima sensazione che questo lavoro porta è un senso di profondo fastidio e arriva a deludere non poco. Nessuna produzione del cantastorie inglese che ha edificato il linguaggio della musica progressiva più autentica (non il “prog”, ma quello che oggi chiameremmo “avant rock”) per poi farlo a brandelli tra il rumore e le urla del punk, riemergere lucidamente tra il minimalismo elettronico e glaciale della “dark wave” ed inventare infine (?) un suo linguaggio di canzone d’autore colta, è stato così vicino all’indimenticato Vital dei Van Der Graaf.
Entrambi le produzioni raccontano di vita brutalizzando la forma. Pessime esecuzioni si alternano ad altre formidabili, ma non si incontra un solo momento di noia. Il valore di quest’opera può essere compreso solo lasciandola sedimentare, molto infondo.
Il primo album ci regala una versione semplicemente perfetta di Gone Ahead, un’intensissima Friday Afternoon, una Time Heals che va dritta al cuore, la tensione emotiva spasmodica di Traintime e le incisive e agili invenzioni di Faculty X. Il secondo cd è definibile il manifesto dell’Hammill autore alla chitarra ed è il migliore dei 7 volumi. Ad una I will find you completamente riletta rispetto alla versione in studio e straordinaria per le escursioni vocali, seguono una Shingle Song davvero struggente, la più bella versione di Stumbled che ci sia stato dare d’ascoltare e una Modern matura quanto affascinante. Non da meno una Central Hotel che sembra uscita dal repertorio di un gruppo punk della prima leva. Il terzo cd sorprende per la dedizione interpretativa alla materia sonora. The Mercy è superlativa, Patience una delle più belle che abbia ascoltato, molto sentita e lirica più che mai A Better Time, perfetta Undone, una spanna sopra la versione in studio, Driven è nella versione migliore fin qui ascoltata.
Il quarto cd propone esclusivamente materiale dei Van Der Graaf Generator ed è tratto da una registrazione fatta in sala e dunque di qualità audio inferiore. Hammill in gran forma vocale ma con ammessa scarsa preparazione strumentale, rende in particolar modo sui pezzi tratti da The Quiet Zone/The Pleasure Dome, trasformandosi nel suo infuocato alter ego Rikki Nadir (da Nadir’s Big Chance). Bellissime The Sphinx in the Face, The Habit of the Broken Heart e una magnifica The Siren Song, che neanche qualche acciacco al piano riesce ad oscurare nella sua poesia e nei sorprendenti slanci vocali (sembra quasi di rivedere l’immagine del corpo ad arco dell’autore sulla copertina del disco, anno 1977). Da segnalare anche una notevole Masks da World Record.
Il volume 5 raccoglie esecuzioni non fatte in Giappone e annovera alcuni degli episodi migliori della carriera di Hammill, che è bellissimo riascoltare di seguito, anche se le esecuzioni non sempre risultano abbastanza pulite da non enficiare l’emozione. Meravigliosa Unrehearsed, Primo on the Parapet risulta di gran lunga più affascinante rispetto alle altre pubblicazioni dal vivo ufficiali, Our Eyes give it Shape acquista luce ed energia pur rimanendo abrasiva. A chiudere una versione di A way Out, in ricordo del fratello suicida, che non ho difficoltà a definire, senza alcuna retorica, commovente.
Il sesto volume raccoglie brani scartati dalla selezione, non sempre a ragione, anzi, Bubble riluce come non mai nel suo dramma con cui travolge il finale, la matura e sulfurea versione di (On Tuesday she used to do) Yoga, per quanto imprecisa è molto affascinante e si chiude con dei delay di chitarra davvero inquietanti. Sitting Targets, ci riconsegna un riff “new wave” memorabile, appoggiato a delle modulazioni armoniche inedite nel “refrain”.
L’ultimo volume, è uno dei migliori e ci offre alcune versioni alternative, non di rado superiori a quelle incluse nei capitoli precedenti. Comfortable vede Hammill precipitare negli inferi vocali fino a raggiungere un “kargyraa” tibetano spaventoso, Stranger Still ha un finale trasognato con l’autore che sembra pizzicare le corde del piano mentre improvvisa una nenia con la voce, meraviglia.
Da decenni Hammill ha smesso di mettere in scena la sua musica per mettere in scena sé stesso, la sua persona, non il suo mito, che finora mai è arrivato ad un pubblico realmente vasto, neanche in una nicchia il suo nome appare vagamente popolare.
Già nel 1972, ad un anno dall’avvio della sua carriera solista e dopo il primo scioglimento dei Van Der Graaf Generator, Hammill era considerato finito e tale molti lo considerano tuttora. Questo spostamento del centro dell’attenzione dall’opera all’artista ha fatto e continuerà a fare inorridire molti, tant’è vicino ad un ideale tardo romantico o “pop” nel senso “wharoliano” del termine, di musicista che diventa egli stesso forma d’arte.
Tra tutti i musicisti rock che hanno annunciato la loro morte sul palco per poi ritirarsi dalle scene e godere di soldi e fama accumulati, Hammill è l’unico a non averlo mai fatto, non l’ha fermato nulla, neanche un infarto e oggi lo stiamo vedendo consumarsi lentamente. Le sue corde vocali perdono tono (per quanto estensione e duttilità timbrica rimangano per lo più inalterate), il suo diaframma non riesce più a contenere l’urlo, i suoi muscoli tesi ripiegano spesso in uno spasmo d’abbandono. Eppure questa messa in scena autenticamente popolare nel senso arcaico (musica come rituale catartico) e dai riferimenti culturali colti, come una società postmoderna medio borghese richiede, è ancora viva e credibile e lo sarà fino a quando non si consumerà in un ultimo rantolo.
Grazie vecchio per averci raccontato ancora una volta, ma questa volta tutto d’un fiato, la tua meravigliosa vita, quella dove guardiani dei fari, pesci assassini ed esuli incontrano il tradimento di Alice “La Rossa”, motociclette in Africa e fantasmi di aeroplani che tutti ricordiamo tra torri che non ormai sono solo memoria. Grazie per averci parlato di un tempo che ormai non esiste più e che non può tornare ma che oggi più che mai sentiamo appartenerci.
Grazie per averlo fatto quando eri ancora in grado di restituircelo nel migliore dei modi possibili.
Non ci resta che aspettare il prossimo album, certi che il “cercare diamanti in una miniera di zolfo” prima o poi ci regalerà una luce mai vista, o forse, più semplicemente, ci farà accorgere di averla incontrata e di non essere stati capaci di accoglierla.
A Maggio, Hammill sarà ancora una volta in tour in Italia.

TOUR ITALIANO:
10 maggio 2012 – TEATRO MIELA, Trieste
11 maggio 2012 – TEATRO ASTRA, Schio (VI)
13 maggio 2012 – SALUMERIA DELLA MUSICA, Milano

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