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Archive for the ‘ARTISTA: Death Cab For Cutie’ Category

Recensione a cura di ANDREA MARIGO

ETICHETTA: Barsuk Records
GENERE: Indie rock

LIST:
You Can Play These Songs With Chords (1997)
Something About Airplanes (1999)
We Have The Facts And Weʼre Voting Yes (2000)
The Death Cab For Cutie Forbidden Love EP (2000)
The Photo Album (2001)
The Stability Ep (2002)
Transatlanticism (2003)

Voto 4/5

In genere non amo i best of e/o simili, ma i Death Cab negli ultimi anni, da bandiere indierock dʼoltreoceano si sono trasformati in una mega pop rock band che riempie gli stadi ad ogni concerto (anche se è lodevole il fatto che eseguano sempre e comunque brani tratti da tutti i loro dischi) per cui non mi stupirei se prima o poi ne facessero uscire uno. Ma una volta erano una band gloriosa, e qui, la cara Barsuk Records, sforna una raccolta limitata in vinile di 1500 pezzi, singolarmente numerati e firmati dalla band, con i primi album, compresi gli EP.
Questa deluxe box comunque non è un best of, anche se in qualche modo potrebbe sembrare un qualcosa di futile dedicato solo ai fans più assidui, ma è una guida consigliata vivamente a chi non li conosce o non conosce il loro passato, che traccia il percorso musicale della band di Seattle, dagli esordi allʼultimo lavoro, pubblicato sempre per la label indipendente, Transatlanticism.
Si parte dal lo-fi di “You Can Play These Songs With Chords”, passando per “Something About Airplanes” con Bend To Squares e Your Bruise.
Si nota subito una svolta con “We Have The Facts And Weʼre Voting Yes” ma soprattutto con lʼ ep “Forbidden Love” dove emergono brani come Photobooth e Song For Kelly Huckaby.
“The Photo Album”, a detta di molti il loro miglior lavoro, accresce notevolmente la fama della band in tutti gli Stati Uniti e oltre con il brano A movie Script Ending e con “Stability Ep” si sente emergere lʼ esigenza, da parte della band, di salire ancora di qualche gradino.
Ma questʼ ultimo ep è solo il passo che porta a “Transatlanticism”, ed è li che i DCfC raggiungono lʼ apice (e lʼ Europa).
The Barsuk Years è dunque la raccolta dei lavori che Gibbard e soci sfornano durante i primi anni di attività, gli anni di gioventù, ed è risaputo che in genere, sono gli anni migliori.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Barsuk Records, Grand Hotel Van Cleef
GENERE: Indie rock, rock

TRACKLIST:
1. The New Year
2. Lightness
3. Title and Registration
4. Expo ʼ86
5. The Sound of Settling
6. Tiny Vessels
7. Transatlanticism
8. Passenger Seat
9. Death of an Interior Decorator
10.We Looked Like Giants
11.A Lack of Color

Voto 5/5

I Death Cab for Cutie sono una band statunitense che forse molti ora conoscono, vuoi per essere stati citati in più di qualche telefilm (e film) per teenager o per le pagine di gossip americane.
Ecco, quando non li conosceva nessuno forse era meglio.
Nel 2005 con Plans lasciarono lʼindipendente Barsuk Records per il gigante Atlantic Records che fu inizio del nuovo percorso verso lidi più pop della band di Seattle.
Ma concentriamoci sulla prima vita dei DCfC dove dopo lʼ esordio targato 1998 e altri 2 LP
Gibbard &Co. danno alla luce Transatlanticism.
Gli undici brani si muovono ordinati dentro lʼ ottima struttura della tracklist e trascinano lʼ ascoltatore nellʼ immaginario gibbardiano colorato dalle sue ossessioni di distacco e insicurezza poste in chiave romantica.
Dolci e malinconiche melodie fanno da guida ai pezzi più intimi, decantati ad un amore perduto tra illusioni e i vari arpeggi di chitarre e pianoforte “Lightness”, “Passenger Seat”, “A Lack of Color” e il binomio “Tiny Vessels” / “Transatlanticism” descrizione di un amore reale,
comodo ma insignificante e il desiderio di toccare quello distante un oceano con il repeat di “I need you so much closer” frase emblema del brano e in un certo senso di tutto il disco.
Non mancano gli episodi più solari ma mai banali di perle indie/pop/rock come lʼ elegante “The New Year”, “Title and Registration”, “Expo ’86”, “The Sound of Settling”, “We Looked Like Giants” dove emerge un energia spiccata che si contrappone alla malinconia degli altri pezzi.
La splendida voce di Gibbard, le architetture armoniche e ritmiche vanno via filate dallʼinizio alla fine, lʼ ottima produzione del chitarrista Walla ne fa uscire un disco dal suono meraviglioso, sintetico e complesso, sempre avvolgente, limpido e rassicurante, legando ogni brano allʼ altro come perle di una collana che si avvicinano, poi si distanziano e poi ancora ritornano.
Per alcuni Transatlanticism sarà un disco che forse non lascerà traccia, oppure sarà un disco che vorrà dire tutto, forse il miglior disco che abbiate mai ascoltato, che diverrà parte di voi e che riuscirà a sostituire fotografie che avevate dimenticato di scattare.

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