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Archive for the ‘GENERE: Indietronica’ Category

Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Sub Pop
GENERE: Indietronica

TRACKLIST:

CD1
1. The Districts Sleeps Alone Tonight
2.Such Great Heights
3.Sleeping In
4. Nothing Better
5. Recycled Air
6. Clark Gable
7. We Will Become Silhouettes
8. This Place Is A Prison
9.Brand New Colony
10.Natural Anthem

CD 2
1. Turn Around
2.A Tattered Line Of String
3.Be Still My Heart
4. Thereʼs Never Enough Time
5.Suddenly Everything Has Changed (The Flaming Lips cover)
6.Against All Odds (Take A Look At Me Now) (Phil Collins cover)
7. Grow Old With Me (John Lennon cover)
8.SUch Great Heights (John Tejada remix)
9. The Districts Sleep Alone Tonight (DJ Downfall Persistent Beat Mix)
10.Be Still My Heart (Nobody remix)
11.We Will Become Silhouettes (Matthew Dearʼs Not Scared remix)
12.Nothing Better (Styrofoam remix)
13.Recycled Air (Live on KEXP)
14.We Will Become Silhouettes (Performed by The Shins)
15.Such Great Heights (Performed by Iron & Wine)

Voto: 4.5/5

I Postal Service furono il gruppo di maggior successo per la Sub Pop dopo i Nirvana. Il motivo è che Give Up, datato 2003, fu e rimane tuttʼora un gran disco. Ben Gibbard (Death Cab for Cutie) e Jimmy Tamborello (Dntel) diedero vita a questo progetto dopo la collaborazione vocale di Gibbard in (This Is) The Drem of Evan and Chan, brano di Tamborello. Parteciparono ad alcuni brani anche Jenny Lewis (Rilo Kiley) e Chris Walla (Death Cab for Cutie), questʼultimo anche in veste di produttore.
La versione deluxe, che celebra il decennale di Give Up (e sponsorizza lʼesordio live del duo al Primavera Sound 2013 di Barcellona), esce con lʼaggiunta di 15 brani che comprendono cover di vario genere: alcune che valorizzano lʼabilità dei due, altre che rischiano di danneggiarlo.
I due inediti Turn Around ed A Tattered Line of String restano sullʼonda del primo lavoro, apparendo comunque come brani validi, anche se unʼimpronta diversa sarebbe stata più
interessante. Spicca su tutte Such Great Heights, brano simbolo dei Postal Service, suonata da Iron & Wine.

Diciamoci comunque la verità: chi era già in possesso di Give Up, anche se non comprerà questa versione dormirà comunque, lʼunica cosa che ti fa capire questʼalbum è che il tempo passa e lavori degni di nota al giorno dʼoggi ne escono sempre più raramente; consigliato invece a tutti gli altri.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Musica Vermella
GENERE: Elettronica, indie

TRACKLIST:
1. Radial Glia
2. Arachnoid Trabeculae
3. Desoil 2.0
4. Bohemian Cremation
5. I’m Not Myself
6. Struggle

VOTO: 2.5/5

Ubik non è altro che uno pseudonimo usato da Marco Bonini, chitarrista dei già apprezzabili Mamavegas.
Presenta questo EP, che arriva alle nostre orecchie, grazie allʼ etichetta catalana Musica Vermella.
My Room Is My World è il titolo del disco, titolo che mette in risalto la parola “stanza”, sostantivo eloquente e ricco di significati emblematici, che può essere inteso come barriera tra lʼ autore e il resto del mondo, o come luogo dove il musicista fa entrare i suoni della quotidianità.
Indietronica strumentale, computer music “suonata” dove si sente una certa sonorità alla Dntel, ad esempio nellʼ ottima Struggle, ma in maniera meno ambient/intima, a favore di una ricerca sonora varia, che va a creare sensazioni uditive che tracciano perfetti sfondi urbani/paesaggistici che spesso nella vita di tutti i giorni sono soltanto sfiorati dalla nostra attenzione.
I brani più interessanti sono senza ombra di dubbio, oltre la già citata traccia di chiusura, I’m Not Myself e Arachnoid Trabeculae.
Anche qui lo spettro di Jimmy Tamborello continua ad aleggiare, ma non è affatto un male, anzi viene forse da chiedersi se lʼ aggiunta di una voce, come nei Postal Service potesse elevare il risultato finale già di per sè ad un buon livello.
Si tratta di un ep ricco di spunti: suoni, rumori, calma, energia, che ci porta in un mondo confusionario ma familiare.
Un mondo sonoro che deve uscire dalla stanza? o che vuole entrare in essa?
Poco importa: questo disco è la chiave per aprire o chiudere la porta

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Tornano le note a margine. Chissà che non restino.

DIGITALISM – I LOVE YOU DUDE (V2, 2011)
Il pop elettronico e sintetico che negli anni ’90 ha fatto la fortuna di Chemical Brothers e Fatboy Slim è ormai diventato facile da riprodurre. I Digitalism avevano debuttato con un prodotto fresco e saccente, e questa volta sono tornati con la stessa cosa: scarno in quanto ad originalità, è comunque uno degli esempi principali di come agli europei piaccia (far)ballare. Julian Casablancas regala un tocco di classe indispensabile in “Forrest Gump”, ma non è la più bella del disco. Attese novità per non dichiarare bancarotta, ma I Love You Dude resiste molto bene.
VOTO: 3.5 su 5

BRUNORI SAS – VOL. 2 POVERI CRISTI (PICICCA, 2011)
Il nuovo episodio di quella che si appresta a diventare una saga storica nella tradizione cantautorale alternativa italiana è, se possibile, superiore al grande “Vol. 1”. Rino Gaetano e Capossela c’erano anche l’altra volta, ma sono scomparsi Ciampi e il primo Carboni per fare spazio agli eccessi di zelo più tipici della nuova guardia (Dente, Vasco Brondi, Dimartino). Brunori però è meno vivace, e si piega più difficilmente a certe virate populiste degli altri: sogni distrutti, tragedie e banalità quotidiane sono raccontate, di nuovo, con grandi divagazioni verbali che tengono i piedi a terra, fedeli a De André e le sue maniere rozze ma delicate allo stesso tempo. Fantastico.
VOTO: 4.5 su 5

GANG GANG DANCE – EYE CONTACT (4AD, 2011)
Da New York, furoreggiando in chart digitali e orecchie di musicofili poco estremi ma attenti: il loro electro pop dal sapore retrò per una volta non si tinge di toni vintage solo per soldi e figa. Tra oriente, dream/synth pop e scismi dance, distrugge ogni tentativo di insurrezione digitale degli ultimi anni, quasi tutti svaniti in poca cosa (Hot Chip, Knife, Digitalism, Animal Collective, Crystal Castles, i nuovi Gang of Four, tutti bravi ma nelle ultime uscite meno dei GGD). Sbiaditi per scelta, luccicano tra mille nomi per una provocante originalità che affascina nonostante alcune tonalità non brillino certo per l’innovazione dei loro colori: Eye Contact è un disco da non perdere di vista.
VOTO: 4 su 5

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ETICHETTA: Autoprodotto
GENERE: Elettronica, indietronica

TRACKLIST:
1. Fill Every Corner
2. Nuclear Sand
3. Magnets
4. Law

Non è che individuando un filo conduttore semantico nei titoli delle canzoni si risolva tutto, però devo ammettere che, senza nemmeno rifletterci tanto, ascoltando il disco e poi leggendo il retro del CD, ho avuto, per un momento, questa impressione. E poi un nuovo ascolto, e l’impressione ha iniziato a svanire, mentre divampava il calore new wave da una Verona dove il genere è quasi inedito, soffocato dall’onda metallara che fatica a spegnersi (e dal poco interesse dei locali). Antenna Trash è un progetto molto interessante, che già visivamente, per l’artwork, richiama i bei momenti della carriera dei Joy Division; ma, una volta analizzate le quattro tracce, dischiude un mondo infinito di possibilità interpretative che neanche la Divina Commedia. Nel senso che i riferimenti sono molti e il songwriting della band è senz’altro abbastanza complesso e maturo da non lasciar adito a dubbi circa la preparazione storico-musicale, strumentale e forse anche letteraria della band.
Le atmosfere, dense di anni ottanta e derivati, almeno nell’elettronica moderna (vedi glitch, hop, indietronica), pullulano di costanti “electro” come pochi artisti della scena internazionale hanno saputo fare; motivi fortemente devoti ad una causa dance che ricordano i disturbi dei Justice quando sono più orecchiabili,  i The Glitch Mob nei momenti di incontenibile soffocamento industriale (“Nuclear Sand”), anche un po’ post-punk nel modus operandi, nel comporre un pezzo e nel dargli sostanza e credibilità. La tendenza a rumori e suoni che catapultano il tutto in un universo più noise, e quindi più moderno, come in “Magnets”, svolge la funzione catalizzatrice più importante per l’espressione “di genere” di Ded Comes For Ded, come dire che il ponte tra passato e presente è rappresentato da inserimenti elettronici che desumono dal groove ballabile un contesto più ampio di ricerca del suono. Non è una frase astrusa come può sembrare, il succo è tutto lì, la cura negli arrangiamenti e nella scelta del sound, così come si palesa man mano che si ripete l’ascolto del breve disco una forzata strizzata d’occhio alle tre decadi passate come biglietto d’ingresso per tracciare le regole per il futuro della musica elettronica, perlomeno in ambito europeo: italiani o non italiani, potrebbero anche sfondare all’estero, se solo qualcuno prendesse in mano l’idea di esportarli.

Una band assolutamente geniale, nel modo di presentarsi, nella loro opposizione all’acerbo manierismo di certa elettronica imbizzarrita e priva di stimoli che si frappone tra tutto ciò che di serio ancora esce dalla nostra penisola; l’exploit positivo di questi ragazzi veneti potrà senz’altro fungere da sprone o da leva d’avviamento per altre approfondite esplorazioni dell’universo tutto moderno della indietronica più studiata, tranquilla nelle pose ma intensamente nebulosa nel processo di costruzione che nasconde. Grandissima prova, davvero.

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