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Archive for the ‘ARTISTA: Casa’ Category

Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Dischi Obliqui
GENERE: Nuovo cantautorato

TRACKLIST:
1. Morton
2. Blues Morto
3. Whodunit!
4. Vangelo Secondo Alessandro
5. Interludio a Forma di Croce
6. Il Terzo Stile
7. Madonna con Cilicio
8. Beba la Moldava
9. Non Lasciarmi Mai

Voto: 7

Tutti i giullari del mondo

Buffo periodo eh?
Politici sempre più involontariamente comici e comici volontariamente politici, musici che agiscono alla corte di questa nave dei folli, come gli antichi giullari, dicendo quello che
pensano tra frizzi e lazzi, senza sporgersi mai in maniera troppo sconveniente nelle forme musicali (sarebbe di “cattivo gusto”, si dice…), ma agendo con ironia pungente nelle parole.
Eppure, tanto più abbiamo voglia di ridere (e ne abbiamo, altroché!), tanto più sembriamo, profondamente tristi, “vuoti”.
I Casa tornano ad agire in quest’alveo culturale con Crescere un figlio per educarne cento e ne sono specchio fedele attraverso un cantautorato artsy certo vero e di quello che “butta
oggi”. Morde poco e quando lo fa lo sa fare con discrezione e attraverso un gioco maturo. Il segno però, badate, piccolo, ma rimane. Suonano vivi, sensuali e mostrano perizia tecnica, ma non si lasciano mai andare, mostrano personalità nel rimescolare formule, ma non se ne allontanano granché. Eppure non sono qualunquisti, la loro la dicono tra questi solchi, in un dischetto che parla di un argomento tanto caro alla nostra vecchia Italia: il sentimento religioso, ben legato nelle sue contraddizioni ad un profano che a ben vedere ha si del grottesco. Il tutto in contrapposizione, in una sorta di concept, a quell’ ateismo tanto invocato ma negato dal fiorir di bestemmia della terra alla quale questi quattro musici appartengono, il Veneto. Del tipo, “non ci credo perchè odio”.
Morton esordisce con un canto declamato con fare impetuoso, ma non senza ironia teatrale su testi-racconto dalla metrica ondivaga, mentre il sax di Giampaolo Bordignon impazza in maniera dichiaratamente free e slegata dal resto, bella intuizione. Bisbigli elettrici accompagnano il tutto come il rumore di fondo in una città ci rende insonni senza farci sapere il perchè.
Blues morto gioca ancora con l’ironia in modo noir appoggiandosi al racconto e alla voce. Chitarre elettriche e armonica aggiungono il colore fumettoso di un film di Tarantino. Whodunit! è brano di grande rilievo, il migliore del disco, per la capacità di staccarsi completamente da una forma-canzone più lineare, trovando invece nella perfetta aderenza tra racconto, canto e strumentazione il suo punto di forza, senza risultare mai “pesante”. Si tratta di una canzone/composizione semplicemente perfetta e suggestiva. La voce tenorile e volutamente nasalizzata di Filippo Bordignon figlia del Tim Buckley più fortunato (musicalmente, s’intende), di John De Leo, dell’Alan Sorrenti di Aria, ma sardonica quanto quella del primo Alberto Fortis e non aliena alle bizzarrie di Lorenzo Esposito Fornasari dei Transgender, incontra evoluzioni di grande effetto spingendosi sulle sue frequenze più acute, dove trova personalità e incanto di armonici. Notevole anche il contributo percussivo, qui di grande impatto emotivo. Interludio a forma di croce è un soffuso e tradizionale bozzetto jazz.
Davvero fascinoso il rumore bianco di Il terzo stile, incatena l’ascolto attivando la soglia percettiva, senza necessità di sorprendere alcuna e suscita per voluto effetto paradosso, l’effetto opposto.
Bello il racconto di Madonna con cilicio con una piacevole progressione strumentale conclusiva.
Beba la moldava gigioneggia in maniera interessante sull’ironia del testo, grazie alle evoluzioni teatrali della voce, il muro d’impatto delle chitarre, qui anche con un solo degno di gran nota, ad opera del nuovo acquisto Marco Papa e ritmiche assennate a cura di Filippo Giannello e Ivo Tescaro. Gran pezzo davvero.
Degno di nota anche il finale, la ballata Non lasciarmi mai, con il flauto traverso di Marco Girardin, il contrabbasso di Marco Penzo e il vibrafono di Irene Bianco a lasciare traccia nella memoria.
Per quanto chi scrive preferisca nettamente la band alle prese con gli eccessi tanto nel tutto pieno che nel vuoto, questo è un disco completo e assolutamente equilibrato, compatto, con personalità (tranne qualche debito di troppo al primo De Leo, nel canto), maturo e a lungo meditato, ottima anche la produzione artistica di Andrea Santini. Un disco, che piaccia o meno, assolutamente figlio del suo tempo, con tutte le sue contraddizioni, anche nell’uso dei vocaboli “avanguardia”, “arte”, “nuovo”, con cui si pone a chi ne fruisce.
Un solo dubbio, che a furia di voler essere tutti burloni, non ci si stia pigliando per i fondelli deliberatamente finendo per non attribuire valore più a nulla?

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