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Archive for the ‘ETICHETTA: 42’ Category

ETICHETTA: 42
GENERE: Post-punk

TRACKLIST:
1. Bestie
2. Fango
3. Quando Arriva la Bomba
4. Da Solo Non Basti
5. Cambio la Faccia
6. Lendra
7. Tacchi Alti
8. Adesso Mi Alzo
9. Occhi Bianchi
10. Nel Centro del Mondo

I ventenni pisani più in voga dell’ultimo periodo, ora sotto l’ala dell’ottima etichetta romana 42 Records, fanno, con questo nuovo lavoro intitolato “Bestie”, il vero salto di qualità. Strumentalmente, è un passo in avanti, lungo le strade semplici ma, nel loro caso, intrise di una certa vena personale, del folk rock sporco di new wave e post-punk, e testualmente, con il passaggio alla lingua italiana che senz’altro gioverà al progetto tutto, non solo a livello discografico. Digerire la lingua inglese, in Italia, non è facile, del resto, per un popolo ancora fortemente analfabeta dal punto di vista anglofono.
“Bestie” è più diretto, più melodico, più raffinato e suonato meglio di quello prima, è di un livello senz’altro superiore, colpevole solo di una divisione troppo netta tra le ballate più folk e la new wave sguinzagliata teneramente come un’arma da pista da ballo. La cesura è comunque superata agevolmente dalla grazia con cui in entrambi gli ambiti i due Francesco, Simone e Alice si muovono, dalla splendida “Quando Arriva la Bomba” e le sue aperture da stadio, la perfetta e poetica “Occhi Bianchi”, e “Lendra”, la più joydivisioniana del lotto (ben accompagnata, in questo senso, dalla title-track e “Adesso Mi Alzo”), che vista la diffusione smisurata di un certo tipo di post-punk anni 80, tornato in voga ormai da un decennio, non mancherà di scatenare i fighetti dei dj set indie rock più modaioli.

E’ la fisicità la parte più evidente, mentre la distensione quasi cantautorale di certi cedimenti folk più che completare il disco mette sul tavolo nuovi terreni che andrebbero esplorati più a fondo con un EP acustico, o qualcosa del genere. Le due anime, comunque, ci mostrano una band che, nonostante la giovane età, compone e suona meglio di molte persone di due decenni più vecchie, portando in giro per l’Italia il cuore e la potenza che solo un vero musicista sa convogliare nella sua musica. Pronti a fare il salto, senza dubbio.

TOUR:
04.10 CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
06.10 INTERNET FESTIVAL, Pisa
12.10 COVO, Bologna
13.10 BLAH BLAH, Torino
19.10 TAMBOURINE, Seregno (MB)
26.10 LIO BAR, Brescia
03.11 KAREMASKI, Arezzo
01.12 SONAR, Colle Val d’Elsa (SI)

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Lo split dei Gazebo Penguins con i Cani, intitolato “I Pinguini Non Sono I Cani, I Cani Non Sono I Pinguini“, uscito in vinile poco tempo fa e già sold out nei negozi, è ora disponibile in download gratuito qui.
Sul sito dell’etichetta, 42 Records, potrete acquistarne a 10 euro le ultime copie rimaste.

42 Records e To Lose La Track hanno deciso di celebrare il Record Store Day con questa uscita che contiene un inedito di entrambe le band (“Nevica” dei Gazebo Penguins, “Asperger” dei Cani) e due cover reciproche (i Gazebo eseguono “Wes Anderson”, i Cani “Senza di Te”).

Vi postiamo qui un po’ di genialità made in Gazebo per la cover di Wes Anderson. Sentirete, se conoscete il cd dei Cani, perché è una genialata:

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ETICHETTA: 42
GENERE: Folk pop

TRACKLIST:
1. Restiamo in Casa
2. Satellite
3. La Zona Rossa
4. Un Giorno di Festa
5. Oasi
6. Le Foglie Appese
7. Quando Tutto Diventò Blu
8. I Barbari
9. La Distruzione di un Amore
10. Sottotitoli
11. S’Illumina
12. Il Mattino dei Morti Viventi
13. Bogotà

Quando nel 2010 Lorenzo Urciullo, esponente non certo di scarsa importanza degli ottimi Albanopower, decise di formare i Colapesce, probabilmente non si aspettava l’attenzione mediatica poi raggiunta. Con una vaga tensione ad un folk trapiantato a forza nei territori più agibili dell’indie pop, e testi in italiano che, nonostante la lieve ridondanza di alcune scelte lessicali, non sfigurano affatto nel loro insieme, questo lavoro si presenta come uno straordinaria prova di coraggio e di maturità musicale, frutto di una crescita artistica raggiunta dentro e fuori il progetto Colapesce, in anni spesi a comporre musica ispirandosi anche al contesto sociale siracusano, per questo tiepido e pieno di colori.
“Il Mattino dei Morti Viventi” e “I Barbari” nascondono venature storico-culturali che attingono alla quotidianità, malcelando una tipologia descrittiva, nella scelta delle parole, che ammicca a De André o, guardando altrove, a Dickens. E’ realismo che non prescinde dai sentimenti (“Bogotà”, “Restiamo in Casa”), comprendente anche una capatina veloce nel mondo della critica politica in “La Zona Rossa”. Musicalmente regna sempre quell’atmosfera folkeggiante che nei momenti più quieti si avvicina a Yo La Tengo e Grizzly Bear, in quelli più tesi ai Band of Horses (“Quando Tutto Diventò Blu”). I testi, dicevamo, scadono a volte in una sorta di atrofia espressiva, ma a controbilanciarne la debolezza c’è il comparto suonato, l’anima pulsante di questo “meraviglioso declino” che, nonostante nessun episodio in grado di farlo decollare e brillare come un pezzo memorabile della discografia nostrana, è di per sé un imprescindibile viaggio all’interno del racconto in puro stile pop italiano (e non è un caso se molti lo accostano a Battisti), che difficilmente si potrà ignorare nei mesi a venire. Emotivamente, la sua tranquillità solare e immaginifica ci può sicuramente far sentire tutti un poco meglio.
Infine, è lodevole in particolare notare che questo disco manca di una delle manie dei nuovi artisti italiani: volersi inserire forzatamente dentro i binari dell’alternative italiano, in quel settore che fa prosperare le grosse webzine abili a “creare scene”, inseguendo i soliti grossi nomi (Verdena, Marlene Kuntz, CCCP, ecc.) che da vent’anni ormai influenzano la maggior parte del nuovo rock. Colapesce è infatti un progetto a sé stante, latentemente influenzato dai grossi nomi del folk statunitense (ci sono almeno tre brani dei Fleet Foxes che possono spiegare benissimo questa interpretazione: “Mykonos”, “Meadowlarks” e “Grown Ocean”), ma che vive di luce propria, senza la terribile necessità di somigliare a qualcuno che localmente faccia tendenza; insanità tipica, quest’ultima, dei cantautori della “nuova leva”.

Niente di miracoloso, ma almeno ascoltiamo qualcosa di diverso, di non particolarmente derivativo, con una strizzata d’occhio al focus psicologico e all’empatia di molti testi di Amor Fou e La Crus. Più che un meraviglioso declino, un sorprendente debutto.

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ETICHETTA: 42 Records
GENERE: Dance pop, indie pop, alt pop

TRACKLIST:
1. Theme from the Cameretta
2. Hipsteria
3. Door Selection
4. Velleità
5. Le Coppie
6. Il Pranzo di Santo Stefano
7. Post Punk
8. Roma Nord (feat. Cris X)
9. I Pariolini di Diciott’Anni
10. Perdona e Dimentica
11. Wes Anderson

La collocazione più generica possibile sarebbe quella più adatta per un disco come Il Sorprendente Album d’Esordio dei Cani, icona insormontabile di una discografia da anni zero (e relativo post), preoccupata sempre più di emanciparsi dalle categorie più in voga (new wave, indie, pop, e sempre più inopportune concatenazioni e derivazioni) ma ben concentrata sul valore dei testi, diventati strumento di comunicazione potente per individuare una base di fan in quanto a generazione, contesto e gusti musicali. Ci sono riusciti, in ordine sparso, e con indici di gradimento diversi: Bugo, Dente, Brunori Sas, Le Luci della Centrale Elettrica (criticato in uno dei testi), Edipo, e molti, molti altri. Riferimenti alla contemporaneità tecnologica da social network, alle vere e proprie sovrastrutture dominanti che sono televisione, internet e musica, e alla quotidianità più liquida e sgangherata, sono all’ordine del giorno nel “nuovo cantautorato”, e anche se non si può parlare di cantautorato, I Cani arrivano, anzi arriva (il cane è uno solo), nel momento buono per approfittarne.

L’hype iper-confezionata che è stata cucita loro addosso ancora prima dell’uscita del “sorprendente album d’esordio” ha già, scusatemi il francesismo, rotto i coglioni, e non si può assolutamente gustare un disco con una pubblicità a scatola chiusa fatta in questa maniera, sfruttando in maniera devastante ogni possibile canale online per massacrare la popolarità di un artista prima ancora che esca: non stiamo ad individuare il colpevole, passiamo piuttosto alla musica, augurandoci che il cattivo esempio dell’eccesso di attenzione che ha contribuito a rovinare le carriere soprattutto di Ministri e Vasco Brondi, non prosegua nel martoriare anche quella del romano.

La densità di qualità del disco è notevole, ci sono delle derive post-punk assolutamente eighties all’interno del sottosuolo musicale, che però non è, come dicevamo, l’attrattiva principale di questo lavoro: sintetizzatori lobotomizzati ma fortemente dance sottostanno in maniera quasi barocca (e per niente originale, si possono intercambiare tutti i testi con tutte le canzoni, grazie anche alla banalità delle linee vocali) ai testi, vero fulcro dell’album.
Le interpretazioni che si possono dare di queste liriche sono due: un tentativo di sparare su tutto e tutti, in pieno stile dissing da rapper, in modo da piacere a tutto e tutti, oppure un tentativo di parlare di tutto e tutti, per piacere ancora di più a tutti quanti. Se fosse la prima, sarebbe difficile capire il perché, e infatti si propenderebbe più per la seconda perché in una bolla di qualunquismo evidente grattata da parole graffianti e gonfie di significato ci siamo tutti noi: i “pariolini” rappresentano ben altro che semplici abitanti di un quartiere di Roma, i nati nei vari decenni citati in “Velleità” sono un po’ in confusione cronologicamente ma in tanti ci si possiamo riconoscere, e così potremo estendere la cosa anche ai vari innamorati che saranno sicuramente interessati a verificare l’attendibilità delle statistiche citate in “Le Coppie”. Il risultato è un disco in realtà molto fighetto, hipster anche se contro gli stessi hipster si scaglia, dove brani come “Il Pranzo di Santo Stefano” e “Wes Anderson” sono riempitivi belli e buoni, seppur centrali per la comprensione della confezione come un avvenimento unico nel nostro duemilaundici musicale.
Un approccio polemico a tutto, si sa, piace, ed è proprio questo il modo che ha “il cane” per sfondare le porte aperte della critica sociale intesa come critica alla massa. Che poi più di critica, si debba parlare di apprezzamento condizionato dalla voglia di distinguersi, questo è ovvio.

Ora riempite questo progetto di attenzione, baciatelo, lustrategli le scarpe e sommergetelo di premi: se resisterà a questo bombardamento mediatico completamente usurante, avremo un vero genio, ma lo scopriremo solo dal secondo disco. Il “sorprendente esordio” di sorprendente ha solo il numero di articoli prodotti prima e dopo la sua uscita, ma tolta la cortina di fumo talmente patinato da perdere la sua tossicità naturale, ci rimane un disco di sicuro interesse per un pubblico molto largo e distinto. Ci vediamo al tour invernale?

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RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
GENERE: Folk pop
ETICHETTA: 42, Vaggimal

TRACKLIST:
1. Casual Things (wall, book, dawn)
2. Rather than Saint Valentine’s day Part 1
3. Rather than Saint Valentine’s day Part 2
4. Wejk Ap
5. Low-Sir
6. The Moka Efti Crazy Bar
7. Solanje

Come dire, la prima cosa interessante di questo disco è la sua immagine, ottenuta da una presentazione particolare che gli conferisce quest’aura di lavoro “pane e vino” nato tra i monti dove “il sindaco, il panettiere, il mugnaio e lo spazzacamino cantavano con loro a messa”. Allora uno cosa si dovrebbe aspettare? Suoni tirolesi o d’orchestra trentina d’altri tempi, al limite quelle bande da festa paesana a cui sono abituati i Comuni della Val di Fassa o della Carnia? Si, sembrerebbe, ma poi il disco si presenta semplicemente come l’ennesima sorpresa indie folk pop che noi italiani sappiamo fare molto bene.
I C+C Maxigross viaggiano veloce alla scoperta di quello che è l’interesse mediatico ancora troppo acceso nei confronti dell’universo folk americaneggiante d’importazione, genere che si salverà solo il giorno in cui lo faremo diversamente e riusciremo ad esportarlo più che fagocitarlo immeritatamente. Però suonano bene, i motivetti reggono e si ascoltano (e canticchiano) con piacere (“Rather Than Saint Valentine’s day Part 1”), con il suo strascico pop che comunque ha anche le sue retroscene beatlesiane (la part 2 del pezzo appena citato), quasi da paragonare per alcuni versi ai Babyshambles, finendo per rendere il disco la giusta accozzaglia di elementi folk pop moderni. Bon Iver, Suede, tradizione popolare, Fleet Foxes e Iron & Wine. Se manca ancora qualcosa, ascoltate “Low-Sir”: è la chiave di volta britannica, candidato a singolo, un brano veramente molto radio-friendly che si ricorderà nel tempo se a qualcuno fregherà pubblicizzarlo.

Supera che non serviva fare un disco così, e avrai comunque una perla italiana come poche, candidato tra i dischi dell’anno (nel genere, non in generale) per quella patina veramente “popolareggiante” ma ancora indie che ormai sporca ogni lavoro sedicente folk. E’ un bene quando, come nel caso dei C+C Maxigross, trovi gente che sa suonare.

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ETICHETTA: 42 Records
GENERE: Indie rock

TRACKLIST:
1. Silly Fool
2. Your Shoes
3. Goodbye Your Guitar
4. 90 Minutes
5. Junk Food
6. Shake! Shake! Shake!
7. Mr. Cloud
8. Shooting Star
9. Fool on the Bus
10. Downtown
11. Lovin’ Lovin’ Lovin’

Nel 2011 si sentiva il bisogno di staccare la spina, cambiare aria ed argomenti, fuggire in maniera subdola ma serena, cancellando il senso di stagnante che si sta pian piano portando via la musica europea. Svicolando attentamente dietro l’angolo, i Cat Claws si inseriscono invece in uno di quei filoni che sta lentamente morendo, forse riuscendo in qualche modo a non risultare fuori tempo massimo e a guadagnarsi una credibilità che pochi altri riescono ancora ad avere. Il grunge è morto molto prima di questo indie così banale da risultare sempre fresco e godibile anche dopo tanti ascolti (il problema è sempre col susseguirsi dei dischi). Dall’Italia gli indie acts hanno spesso deluso, e altre volte (Thoc!, Heike Has The Giggles, Trabant ecc.), cavalcando l’onda del post-punk ballerino dei nuovi club sedicenti new wave, si sono ritagliati uno spazietto neanche troppo minuto, con qualche sostenitore hipster sempre pronto a scavalcare la parola moda con il suo senso iperbolico di fashion che è un termine che vale di più quando si parla “indie-pendente”.
A cosa serve allora questo Cat Laws? Le undici canzoni che lo compongono non introducono novità, non rivoluzionano niente, ma semplicemente riassumono le più importanti direttive dell’indie storico, spiazzando per la diversità degli ingredienti messi in gioco che però sono sempre gli stessi: Joy Division, Pixies, Devo, New Order, derelitti moderni vari e malinconica dolcezza progredita à-la-Strokes, perlomeno per le chitarre. I brani tendono a declinare verso impostazioni già sentite, soprattutto i ritornelli e le entrate di batteria, ma gli incontri quasi iconoclasti tra psichedelia e noise più leggero, per non parlare dell’incespicare electro di alcuni elementi senz’altro più adatti al movimento fisico nei live, risollevano la maturità, l’originalità e l’efficacia del disco, perfetto anche per mandare giù il difficile boccone del secondo lavoro, difficile per molti, come ricordava il buon Caparezza. La voce femminile, ancora abbastanza infrequente nel genere, quindi poco noiosa per i più schizzinosi, rende il tutto, se possibile, più digeribile.

I Cat Claws possono sfruttare la garanzia di fare bene un genere facile ma contemporaneamente complesso da portare in seno nel suo periodo di massimo splendore commerciale, cioè di declino qualitativo. Il songwriting sempre molto pulito, coniugato con una produzione rozza tipica delle registrazioni in presa diretta, gli conferisce anche la ruvidità che denota raramente produzioni analoghe per quanto riguarda l’Europa: dovremo spostarci in Europa ma non lo faremo perché questo disco è nato qui, e lo apprezzeremo solo qui, con i suoi pregi e i suoi limiti, entrambi evidenti.

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