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Archive for gennaio 2011

La nostra collaboratrice Martina di Toro ha fotografato i Simon’s Place al Sax Café di Modena durante il loro concerto del 29 Gennaio.
http://www.thesimonsplace.it/
http://soundcloud.com/simons-place

Questa la scaletta del concerto e sotto trovate tutte le foto!

Kids (Mgmt cover)
Dolcemente
Lui e Lei
Bitter Sweet Symphony (the Verve cover)
For the Tears and for the Rain
Fix You (Coldplay cover)
Radiazioni
Lalala
Sole e Nuvole


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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
GENERE: elettronica, glitch
ETICHETTA: Bar La Muerte, Bosco Rec, Sincope

TRACKLIST:
1. La Bambina Intermittente
2. Ali di Mosca
3. Clouds
4. Raccontamelo Come Fosse Una Favola
5. Il Sole Domani
6. Fiori Finti
7. Cauterization
8. Fragranze Silenzio

RECENSIONE:
Un nome che quasi tutti gli ascoltatori di musica, come il termine in lingua italiana indica veramente, dovrebbero aver già sentito. Tralasciando le innumerevoli parti del globo musicale italiano in cui è stato avvistato negli ultimi anni, possiamo direttamente parlare del disco, perché ci sono molte cose da dire.
“Fragranze Silenzio” è molte cose. E’ un disco, prima di tutto, che affonda le unghie nella delicatezza del cantautorato per scavarne fuori tutta la rabbia che solo il passato di elettronica industriale di Daniele può rappresentare. Il problema è che questa volta l’artiglieria pesante è stata messa da parte, per illustrare un’ideale che si presenta come showroom di tutti i ghingheri di un glitch poco melodico, come dovrebbe essere, con la tendenza, prevalente, a sottostare alle meccaniche delle strutture cantautorali. E lo fa con una densità di qualità notevole.
Una cosa è facile presagirla, ascoltando le otto tracce: il disco dev’essere quasi sicuramente stato composto prima con chitarra e voce, rivestendolo solo successivamente di tutte le campionature e la patina elettronica che effettivamente lo cosparge in lungo e in largo, a partire dall’opening affidato ad una limatura trip-hop che si confonde con glitch hop, drone e le cadenze vocali che ti fanno pensare ad un Morgan distorto e soffocato nel rigurgitare parole che sono più che altro pensieri. E storie da raccontare. Il pezzo “La Bambina Intermittente”, si potrebbe elevare senz’altro a manifesto dell’intero disco: la spensieratezza di “Il Sole Domani”, dicasi spensieratezza alienata dalle devastanti grida pungenti e quasi urticanti che alcuni suoni riescono a sollevare creando un senso di tensione imprescindibile, si collega in maniera naturale con la decadenza ambient di “Cauterization”.
Analizzando l’aspetto letterario, troviamo molto di Baudelaire, forse qualcosa anche di altri autori francesi, Rimbaud in primis. I testi, incastonati in strutture parapoetiche, nascondono esistenzialismo quanto tecnicismi di evocazione di spleen perduti e che devono andar compresi solo con le dovute analisi, senza gli eccessi del virtuosismo ma neppure le banalità del lasciapassare, opposto semantico e analitico del giusto peso letterale che le liriche, in musica, dovrebbero sempre avere se non vi chiamate Verdena avendone, allora, il diritto di farlo.
Per il resto, nonostante le dichiarazioni pessimistiche d’antiagonismo di “bisogna saper perdere, bisogna sapere come perdere“, all’interno dell’ottima “Raccontamelo Come Fosse Una Favola”, possiamo senz’altro attribuire a questo disco le virtù di essere un dono di inverosimile pregio nel panorama italiano d’inizio 2011. Riportando l’elettronica ad essere meno accessibile ma comunque di grande lavore, spazzando via i cliché di chi vuole questo genere solo suppellettile da pista da ballo, privo di valore letterario e di caratura psicologica che, beninteso, questo disco invece possiede. Un lavoro (quasi) perfetto, un po’ ambizioso, con tutto il giovamento che i buoni risultati, in questi casi, portano all’artista che ha il coraggio di osare.

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Con questo numero inauguriamo la nuova rubrica di interviste A PLEASANT TALK WITH.
Apertura affidata ai Deadpeach. Buona lettura.

Ciao Deadpeach. Il vostro progetto è molto interessante e, se mi permettete, arriva in un periodo in cui stoner e generi analoghi stanno ritrovando un certo pubblico, soprattutto per i concerti. Come vedete la cosa? Immagino che questo non abbia avuto un ruolo determinante nel definire il vostro genere, ma chi lo sa! A voi la parola
Ciao il nostro genere si è definito da solo nel tempo tanto è che oggi suoniamo sempre piu’ come i Deadpeach :), il pubblico rimane sempre un pubblico ‘di genere’, inoltre quello che viene definito stoner comprende generi abbastanza differenti che vanno dalla psichedelia piu’ o meno pesante al doom passando anche per cose piu melodiche. Noi preferiamo definirci ‘psychedelic fuzz rock’ .

Il disco si chiama semplicemente 2. Come i Led Zeppelin, come Le Vibrazioni. Band che non hanno molto a che fare con voi. Come mai questa scelta? La mia analisi probabilmente sarebbe riduttiva senza il vostro apporto
2 perchè è  il nostro secondo ‘full length’ e volevamo dare un titolo che non fosse né in lingua inglese né in italiano. Quindi abbiamo pensato a 2.

Nebula, Kyuss e progressive italiano. Di questo parlate quando vi chiedono a chi assomigliate. Se dovessimo approfondire ulteriormente la rosa delle vostre influenze, dove dovremo andare a parare?
In realta siamo stati paragonati ai gruppi da te citati, non l’abbiamo detto noi. Come gruppi che possono averci influenzato potresti partire da gruppi come Blue Cheer, passando per i Loop e gli Spaceman Tree, arrivare ai The Heads, poi tornare a I Teoremi; prendere Beatles’ e The Who, mischiarli ai Diaframma, ascoltare i May Blitz ed andare a comprare un disco dei Meat Puppets più o meno.

Gurdjieff e Ouspesky. Nomi grossi! Come li avete scoperti e perché avete deciso di utilizzarli per la vostra musica?
Sono letture che se riesci ad approfondire ti fanno guardare alle cose in modo differente, oppure sono letture che puoi liquidare dopo poche pagine in: ‘queste cose non mi interessano’ o  ‘ma che cosa stanno dicendo”. Su di noi hanno fatto presa come il cemento rapido.

2 è stato registrato con strumenti analogici e vintage, anche questa una scelta coraggiosa, ma vincente. Alla fine c’è ancora gente che, come me, pensa che le registrazioni digitali non valgono niente rispetto a questo tipo di registrazione!
Per la strumentazione la cosa e stata abbastanza normale in quanto anche dal vivo usiamo strumenti abbastanza datati ed effetti del passato. Per lo studio dov’era possibile abbiamo scelto la via analogica. Dove non era possibile c’era sembre un bel Mac ad aspettarci. Il digitale non ha preso il posto dell’analogico perchè migliore di esso, ma solo perchè piu’ pratico e meno costoso nelle manutenzioni.

Il live dei Deadpeach: io me lo immagino potente, graffiante, fuzzettone. Voi come lo descrivereste?
Si gli aggettivi da te usati vanno bene,ma in poche parole potrei dirti ‘volume over talent’

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ETICHETTA: Fiction Records
GENERE: New Wave, Post-Punk, Indie rock

TRACKLIST:
1. Is Love
2. Strangers
3. Bigger Than Us
4. Peace & Quiet
5. Streetlights
6. Holy Ghost
7. Turn The Bells
8. The Power & The Glory
9. Bad Love
10. Come Down

RECENSIONE:
Quando si ascoltano dischi come questi la prima considerazione che arriva alla mente è: da quando fare successo vuol dire per forza aver imitato qualcosa che ha fatto successo prima? Forse nel mondo dell’arte e della cultura questa cosa è sempre stata in voga, quando c’erano artisti che copiavano i quadri di Picasso o di Van Gogh e li vendevano a prezzi stracciati guadagnando come o più dell’ideatore originale. Ma noi sappiamo che è comunque importante il valore dell’originalità, almeno in un’opera musicale, e quindi valuteremo questo disco in base a quello che in realtà contiene, cioè niente, o quasi.
Ritual arriva a un paio d’anni di distanza dal disco di debutto, che li ha consacrati al successo come band spalla di praticamente tutti (soprattutto nel tour degli stadi dei Coldplay), e come portavoce di un filone new wave revival di enorme successo, quello più commerciale che li ha visti addirittura includere in classifiche del decennio insieme a nomi come Arctic Monkeys, Editors, Interpol e Franz Ferdinand che, se permettete, hanno una levatura molto maggiore.
Perché effettivamente Ritual non è un brutto disco, e non lo sono neanche i nuovi degli Interpol. La delusione sta nel fatto che imitare band che già imitavano i grandi della new wave anni ’80, gli antesignani di un genere che mai si sarebbe pensato avrebbe prodotto una così incredibile serie di emuli e beceri scopiazzatori trent’anni dopo. Eppure è così, e i White Lies lo sanno bene, e con canzoni orecchiabili nonostante il loro mood iperdepresso, riescono a conquistare un pubblico esageratamente esteso ed entusiasta, grazie a refrains molto catchy (“Turn The Bells” su tutte), strutture semplici e ad effetto (“Street Lights”, “Bad Love”), e tanta tanta voglia di vendere di più, ove possibile. Senti la voce baritonale che è ancora più baritonale, levigata e resa vendibile, senti le melodie che sono ancora le stesse ma sono più radiofoniche (nel singolo “Bigger Than Us” in particolare), senti il groove di basso e batteria che incalza proprio nei momenti adatti a scatenare l’interesse dei “fanecchi” degli indie dj-set che stanno rovinando tutta la scena (intrugli di musica che sembrano essere preferiti ai concerti da alcune, permettetemi, categorie di persone che non mi permetto di definire perché mi scapperebbe, forse, qualche insulto di troppo). La produzione non è comunque delle migliori e per quanto ci si impegni a smussare gli angoli alcune imprecisioni di basso e voce rimangono, proprio come nei live. Per il resto, i brani sono comunque tutti sopra la sufficienza, se valutati con il metro dell’orecchiabilità, sottoterra se si volta pagina e si parla di originalità. Si perché essenzialmente, il disco è la replica del primo, con gli stessi punti di forza, e gli stessi punti deboli. Per questo non lo bolleremo in nessun altro modo che così: i revivalisti della new wave ci hanno rotto i coglioni, ma qualcosa nella loro musica ci continua a convincere nell’ascoltarli, come se in tutto quello che l’album contiene ci fossero anche delle sostanze psicotrope che ci impediscono di liberarci dalla loro dipendenza.
Ci si poteva, complessivamente, aspettare che questo titolo più che una dichiarazione d’intenti fosse un semplice titolo; invece Ritual è la definizione giusta per questo album, così rituale da risultare quasi liturgico, con quei coretti da stadio, i suoi cambi di tempo al punto giusto, quasi una fenomenologia di NME e altre riviste di settore (o di moda?).

E’ arrivata l’ora del metadone? O delle “grandi purghe” staliniane, ad hoc.

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Ten Story Apartment, band rodigina, che si esibisce live al Joy Club di Soave (VR).
http://www.myspace.com/tenstoryapartment

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Brit-pop, alternative rock

TRACKLIST:
1. Baciare i Guai
2. La Stanza
3. Sedie Scricchiolanti
4. Vanita’ Mostrata
5. Lo Scivolo D’Oro

Pane e Radiohead, cioè come dire una dieta sana che farebbe bene a ogni musicista. In particolare sembrano averla seguita, senza eccessivi schematismi mentali, proprio loro, gli Explain, band milanese prodotta da Camagni (già a lavoro coi Ministri), che esce con un EP contenente cinque tracce a cavallo tra brit pop e alternative rock nostrano. Sembrano importanti sia l’universo inglese dei Beatles che quello italiano degli Afterhours, con cui forse condividono più il legame con la città d’origine che il sound (al di là di qualche impennata distorta che ricorda alcuni intrecci presenti sul disco Non E’ Per Sempre), che viene descritta dal frontman come “una città totalizzante che entra prepotentemente nella vita delle persone”, e lo fa anche con gli Explain. Entra nel loro artwork ma anche nell’anima delle canzoni, i cui titoli, tra “Vanità Mostrata” e “Sedie Scricchiolanti” sembrano proprio indicare alcuni attributi della capitale economica del nostro (Bel, si fa per dire)paese.
Le cinque tracce si confondono forse troppo con la marea di band che gli assomigliano, ma è grazie a un paio di esse in particolare, “La Stanza” e “Lo Scivolo D’Oro” che emerge dalla massa sonica del disco la vera anima degli Explain: l’alternarsi dei momenti acustici con quelli elettrici, versatile espressione di un’indole che, citiamo la loro intervista, viene dal loro essere sia “cittadini” che “paesani”, e si frantuma quindi in due diverse declinazioni, quella più intimistica e quella più irruenta e, se vogliamo, critica.
Non è un caso che la loro musica rimandi alla mente immagini paesaggistiche di tipo urbano, con tutto il nervosismo di una delle “aree metropolitane” più caotiche d’Europa. In ogni caso, un disco che lascia sazi, completo e decisamente interessante: si aspetta solamente la conferma con un full-length, per il resto, è consigliato.

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Recensione a cura di A.B.

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Rock sperimentale

TRACKLIST:
01 . Introduzione al Crollo Degli Addendi (00:55)
02 . Fiocchi di Cotone Sporco di un Ospedale Senza Pareti (03:51)
03 . Basilea, Interno Notte (04:48)
04 . In Nessuna Direzione (01:54)
05 . Qualche Parola Su Me Stesso (02:05)
06 . Benzopirene (04:31)
07 . Dal Nulla Al Niente (3:11)
08 . Lullaby (03:48)
09 . The Night (04:09)
10 . Altre Piccole Rivoluzioni d’Ottobre (06:21)
11 . Tristezza E Bellezza (04:14)

RECENSIONE:
“Il grande capo adesso ride, ma non riderà quando i nostri passi l’avranno travolto”
(Eos, Altre Piccole Rivoluzioni d’Ottobre)

“L’overdose della comunicazione è solo un altro sintomo della solitudine”
(Eos, Tristezza e Bellezza)

Testi
Buie riflessioni con pochi spiragli di luce. Realtà imprigionata in se stessa, impotente e priva quasi di ogni speranza se non che quello di cullare i sogni in una corsa contro il tempo.
Regna sovrano il tema della solitudine. Un disagio forzato, un sentirsi distaccato e anticonforme.

Musiche
Fungono solo da accompagnamento alle letture dell’autore. I  suoni sono ossessivi e ripetitivi dovuti dal costante utilizzo di piccoli loop. Le sonorità cosmicoelettroniche ricreano un atmosfera tetra e spettrale.
La traccia numero Nove “The Night” è l’unica composizione con forma canzone, semplice strumming eseguito al pianoforte con un leggero ambient synth di fondo.

Difficile definire canonicamente questo disco. Di semplice ascolto per quando riguarda la parte musicale, altrettanto chiaro e diretto in quasi tutti i contenuti. Di certo non è la colonna sonora giusta per le vostre lezioni di salsa.

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ETICHETTA: Sinusite Records
GENERE: Post-punk, alternative rock

TRACKLIST:
1. La Noia
2. 2010 (Anno di Cambiamento)
3. Passato Presente
4. I Ragazzi Sono Stanchi
5. Bottoni
6. La Gaia Scienza
7. SanRemo
8. Di Nuovo Giovani (Live)
9. Nel Bene e nel Male
10. Maratona
11. Da Grande Voglio Avere 40 Anni

RECENSIONE:
Impressioni iniziali: questi si sono mangiati i Love in Elevator e il Teatro degli Orrori in una volta sola, masturbandosi con la loro furia che a volte si piega anche in melodia, elemento che illumina con toni brillanti un disco godibile e divertente, violento, nervoso e vibrante. Pochi dischi possono vantare una durata di diciotto minuti con dodici tracce, ma la veemenza con cui una dopo l’altra vengono spiaccicate fuori dalle casse ne dà comunque una forma concreta, psicotica, quasi forzosa, come se tutto nascesse da un’improvvisazione di un gruppo che ama lo shoegaze tanto quanto il post-rock, però ascolta tutto il punk (con le relative evo- ed involuzioni). “2010 (Anno di Cambiamento)”, nasconde una vena tragica di critica sociale, a dipingere un anno che non ci ha visti per niente migliorare né cambiare, con le sue venature semiacustiche che, nel resto del disco, troviamo veramente poco. In generale, piovono le distorsioni, che lo inondano in lungo e in largo, portandosi via “Passato Presente” nell’esagerazione e “La Gaia Scienza” in un’ondata di collerica frenesia (come “Di Nuovo Giovani”). Non piace tanto il cantato, forse troppo urlato, forse troppo imitazione di sé stesso, ma la verità su questo disco si può riassumere così: bell’album, forse troppo impetuoso ed impulsivo, per una band che dimostra di saper condensare tutta la sua indole in brani estremamente corti. Li attendiamo al varco per un “vero full-length” dove la loro intensa morbosità  potrà davvero provocare un’ecatombe sonica di dimensioni spaventose, e se il senso di questa frase sarà positivo o negativo lo scopriremo solo allora.

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Recensioni a cura di A.B.
L’articolo sui Quintessenza è già stato pubblicato su GOOD TIMES BAD TIMES.

QUINTESSENZA
NEI GIARDINI DI BABILONIA (2010)

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Progressive rock

TRACKLIST
RECENSIONE:

Un opera seria. L’unico vero melodramma di questi fottuti anni “zero”. Un opera d’arte di elevata qualità letteraria e musicale. Un viaggio mozzafiato da seguire dal primo all’ultimo secondo (consigliatamente in acido). Difficile poter cogliere tutti i contenuti nemmeno dopo quasi dieci ascolti. Credo fermamente che l’opera “Nei Giardini Di Babilonia” dei Quintessenza dovrebbe essere oggetto di studio approfondito da parte di qualsiasi musicista che si rispetti. Invece a malincuore penso, che questi artisti saranno sempre sottovalutati e poco considerati a causa della sottocultura artistica italiana. E’ in questi momenti, più di altri, che mi vergogno di essere italiano. Non ci resta che ascoltare, ulteriori commenti sarebbero superflui, ascoltate in silenzio!


RED ONIONS
DIARIO DI UN UOMO QUALUNQUE (2010)

GENERE: Progressive, blues
ETICHETTA: Nessuna

TRACKLIST
RECENSIONE:
Che cos’è una canzone? Un mezzo di espressione limitato e limitante.
Premetto che ritengo relative e inutili, se non che al fine di se stesse, tutte le forme di espressione, provo a “esporre” una breve impressione sul disco dei Red Onions, “Diario d’Un Uomo Qualunque”.

Testi, contenuti, significati e significanti.
Un grande minestrone di spunti geniali e passi poetici che prendono significato in parte solo dopo qualche ascolto complessivo.

Musica
Le chitarre psichedeliche ricreano ipnotiche atmosfere raffigurando una diserbante visione umana. Buona tecnica esecutiva, discreta l’idea compositiva, sufficiente l’originalità.

Non un disco di facile ascolto a causa dei contenuti globali intrecciati e troppo ermetici .

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ETICHETTA: A Buzz Supreme
GENERE: Folk pop, psychfolk

TRACKLIST:
1. Paranoid Park
2. Ian
3. Grow!
4. Burning
5. The King Is Dead
6. I Like My Drums
7. Leaves of Grass
8. Naked Evil
9. The Wizard, The Witch and the Crow
10. River
11. Eve

Ofeliadorme = Francesca Bono + Gianluca Modica + Michele Postpischl + Tato Izzia.
All Harm Ends Here = Radiohead meets Fairport Convention

Ma andiamo, chi vogliamo prendere in giro? Questo disco non è male ed iniziare la recensione con queste equazioni matematiche non serve a niente, se non a capire di chi stiamo parlando. Ottimi musicisti, e pertanto ottimi compositori e ottimi rielaboratori, si trovano in una posizione intermedia molto interessante, tra chi sa cosa sta “creando” e chi sa cosa invece sta “ricreando”. Perché il folk-pop in salsa britannica che ricorda molto gli esperimenti brit dei Radiohead e i più recenti Grizzly Bear, non tralasciando neppure tragicomici echi della vecchia guardia iniziata con i Peanut Butter Conspiracy e continuata fino a Fairport Convention e Renaissance, tradisce subito le aspettative di originalità che un nome molto particolare lascerebbe prospettare. C’è una parola che descrive bene alcuni brani: decrescendo, per quei pezzi che tendono a sfumare in una psichedelia che di tutte le band citate apprezza di più i pianoforti di Yorke e soci; e poi c’è una continua pulsazione acustica che riempie quasi metà disco (e in particolare “Naked Evil”) ricordandoci che se va di moda la cantautorale non è solo perché ci siamo stancati del distorto, ma anche perché la melodia delle chitarre con il loro suono puro, se manipolata a modo giusto, non teme confronti. E i brani più belli sono proprio quelli più tranquilli e distesi, vedasi la conclusiva “Eve” e “Leaves of Grass”, che si identifica con gli elementi meno commerciali degli Animal Collective di quando ancora non si erano sotterrati da soli.
Il timbro di voce rammenta le band più “antiche” di questo filone, ma ancora una volta ci passa un’elegante immagine olografica del cantante di Wellingborough, insieme a Vashti Bunyan (e perché non Phil Enverum?).
No, non dilunghiamoci troppo: All Harm Ends Here è un disco ben prodotto, ben suonato e ben ideato. Racchiude la storia del folk-pop (o freak folk, o psychfolk, o come lo volete chiamare…) riarrangiata all’italiana, con le piccole impennate rock che sono quelle che lo salvano dal baratro della banalità (vedi “Burning”), ma lo sguardo (semi)acustico che invece lo trattiene in alto per emozionalità e coinvolgimento è proprio quello che ne chiarifica la sua resa contro i nostri timpani: niente di nuovo, molto da apprezzare. Un disco onesto, non da santificare, ma da tenere sott’occhio, perché riascoltato il giusto numero di volte potrebbe piacerci molto di più.

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Uno secret show, annunciato pochi giorni prima e senza dichiarare il nome della band che suonava. Ma è troppo tardi: tutti sanno di chi è Wow!, e quindi il locale si riempie, oltre le sue capacità. Si perché l’Apartaménto Hoffman è un bel locale, adatto ad atmosfere intime, concerti acustici o qualche trovata underground, però andare a stipare 400 persone in uno spazio che ne contiene 80 di cui 40 non vedono il concerto perché il palco è praticamente interrato forse è stata una scelta “un po’ troppo” azzardata.
Detto questo, analizziamo la serata. I tre bergamaschi arrivano, con il quarto uomo proveniente dalla sua esperienza con il “vincitore morale” di X Factor Nevruz (che suona più del previsto), per circa 90 minuti di concerto che spolvera quasi tutto il disco nuovo, senza risparmiarsi qualche sporadica capatina dentro Requiem (“Canos”, “Non Prendere l’Acme, Eugenio” e “Muori Delay”, le ultime due eseguite magistralmente, la prima con qualche piccolo qui pro quo strumentale). Le nuove canzoni in concerto rendono benissimo, forse complice una varietà di sound che trova terreno fertile nei live: un problema forse sorge, e cioè l’apprezzamento del pubblico. La critica ha già dimostrato di trovare Wow! perfetto sotto ogni punto di vista, dichiarandolo già disco dell’anno o comunque una piccola perla, mentre il pubblico si divide, e le performance dei Verdena con questo esagerato numero di brani al piano che presentano un’atmosfera più soffice, spaccheranno l’opinione degli ascoltatori nella stessa maniera.
In realtà, bisogna ammettere che le canzoni nuove rendono ancora meglio dei pezzi di Requiem e Il Suicidio del Samurai, fiore all’occhiello della produzione verdeniana, e in particolare quelle più lente, suonate con una furia incredibile soprattutto da Roberta e Luca, hanno una resa che non si può definire se non altro che con il termine “aggressiva”. Fiumi di delay, poche distorsioni, tantissimi cambi di tempo che comunque si riconducono ad un set molto limitato di “mosse” alla batteria, e tante canzoni dal nuovo disco (praticamente tutto). Le migliori? Facile, “Scegli Me”, in apertura, “Loniterp”, semplicemente brutale, “Attonito” e “Badea Blues”.  Strumentalmente perfette, creando anche un’atmosfera contemporaneamente tesa e rilassata, riescono a proporre un set incredibilmente vasto, vario e, in sintesi, il concerto definitivo dei Verdena. Mancano all’appello i brani più blasonati (per fortuna), ma qualche sorpresa dai vecchi dischi (ad esempio “Onan”, oppure “Centrifuga”), ci sarebbe stata benissimo no? Il volume estremamente alto dentro il nuovo fiore all’occhiello della live music coneglianese si rende complice dell’ottima riuscita della performance, nonostante il rintronamento che naturalmente ne deriva. Il fonico fa comunque un ottimo lavoro, garantendo il sound perfetto.
Per definirlo ricorreremo, infine, all’etichetta full immersion, nella musica dei lombardi e anche nel sudore dei presenti. Lo ripetiamo per scrupolo, come invito al locale: vi prego non chiamate mai più band così famose all’Apartaménto Hoffman. Ne va dell’udito e della salute delle persone.

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La lo-fi gallery dei Verdena live @ Apartaménto Hoffman continua qui

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IN BREVE è una rubrica a cura del nostro recensore misterioso A.B., recensore aforistico.
Oggi vi parla di un disco proveniente dal medio Oriente: Salim Ghazi Saeedi, con il suo disco Iconophonic.
Articolo inizialmente pubblicato su GOOD TIMES BAD TIMES

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Orientalfunky, psichedelia

TRACKLIST
1. Composer’s Laughter
2. A Satire On Hell
3. And My Heart Aches Like 100 Aching Hearts
4. Asiyeh
5. The Songful Song Of Songbirds
6. Transcend Ecstasy With Ecstasy
7. Don’t You See The Cheerful Rainbow
8. Music Is A Haram
9. Dance In Solitude
10. Eternal Melancholy Of Loving Women
11. Give My Childhood Back
12. Breast-Milk
13. I Am Beautiful, Are You Beautiful?

RECENSIONE:
Opera d’esordio per il compositore iraniano Salim Ghazi Saeedi.

Prima di ascoltarlo ero pregiudizievole, pensavo alla solita incasinatissima musica mediorientale.
Però, dopo pochi istanti dall’inizio, una risata demoniaca mi fa quasi fare capolino dalla seggiola; incalzare d’archi, accompagnati da un pianoforte semplice quanto efficace; entro subito nella sua dimensione.
I primi tre brani scorrono via velocemente con maestosi arrangiamenti orchestrali sempre guidati da un ensemble d’archi morbido e dinamico che resterà sempre costante fino alla fine.
E proprio quando credevo già di aver capito l’impronta stilistica, una chitarra orientalfunky cancella di nuovo le mie conclusioni troppo affrettate. Dalla quarta traccia infatti, tutto si sconvolge.
Arrangiamenti ritmici d’n’b, chitarre psichedeliche e chi più ne ha più ne metta.

Gli ultimi quattro brani ritornano dolcemente all’origine con dolci e melanconici inserti di
pianoforte sulla solita coinvolgente orchestrazione.

Un buon disco, arrangiato magistralmente, forse anche troppo; spesso infatti i contenuti globali effettivi si perdono. Minimalista e psichedelico con influenze classiche. Pecca solamente di un insufficiente originalità; infatti se l’avessi ascoltato senza sapere l’autore, probabilmente avrei detto: carino il nuovo disco di Clint Mansell!

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Nettwerk Music Group ha reso disponibile dal 17 Gennaio un’edizione ristampata (ed estesa con alcune bonus track) dei primi tre dischi della formazione synth-pop di Liverpool. Gli album in questione sono 604, Light&Magic e Witchin Hour, dischi di cui vi proponiamo tre brevi recensioni, giusto per capire se vale la pena appropriarsi di questa ristampa.

LADYTRON – 604
Disco uscito nel 2001 per Emperor Records, rappresentò una svolta per la musica elettronica inglese. Non riuscendo a ricavarsi uno spazio nella storia del genere, ha comunque significato molto per chi ha considerato la rampante evoluzione del synth-pop che, soprattutto negli ambienti indie britannici, ha avuto una spaventosa attenzione mediatica. 604 è un disco quasi ambientale, che si abbandona ai suoi toni diffusi di synth adamantino per riportarci a quella tipica atmosfera eighties che piace tanto ai revivalisti del 2011 (e piaceva tanto anche dieci anni fa). Esempio perfetto è “Cska Sofia”, con quelle basi molto vintage che ricordano se non altro il panorama new wave degli anni ottanta, riferimento che vi servirà assolutamente per digerire un album come questo, orecchiabile ma senza la cadenza troppo pop dei Cure e dei Depeche Mode, a cui i Ladytron aggiungono tanto vocoder che canta testi di assoluta rilevanza progressivo-emozionale; se non che possano strappare qualche lacrima a qualcuno, almeno che gliela possano far immaginare. Un disco essenziale per i fan di questo filone musicale di grande successo.

LADYTRON – LIGHT & MAGIC
Con Light & Magic è bastato poco ai Ladytron: si è partito da dove avevano lasciato il (non-pop)pubblico con il disco precedente.
Stavolta i Cure sono diventati New Order, e i Depeche Mode si sono trasformati nei Kraftwerk, nei riferimenti che la band più o meno direttamente cita. “Evil” e “Cracked LCD” tra i brani più riusciti, che da soli bastano a fagocitare gran parte della new wave moderna che si basa solo sulla rielaborazione dei Joy Division, senza passare dal via. I Ladytron invece sanno il fatto loro e con quel piglio ballabile che campionatori e sequencer contribuiscono a formare, hanno dimostrato di saper crescere anche dove c’era poco di migliorare. Due brani in meno e sarebbe stata una chicca non da poco.

LADYTRON – WITCHIN HOUR
Tre anni dopo, stavolta importato in Italia dalla Sleeping Star di Roma, le due ragazze che compongono la formazione hanno pensato di sintetizzare anche un po’ di distorti, alimentando la foga chitarristica che prima, in gran parte dei brani, mancava, dando un’aria più rock e più europea alla band. Scompaiono le comparsate orientali (asiatiche) e appaiono quelle più britanniche, alcuni riff di synth quasi indie e chorus particolarmente radiofonici, a buon rendere. La melodicità dei ritornelli, come nello splendido estratto “Destroy Everything You Touch”, ne guadagna in maniera assolutamente produttiva e positiva. E poi aggiungeteci anche “International Dateline”. Niente di ineccepibile, forse leggermente inferiore ai primi due dischi, ma con tanto, tanto, da ascoltare ed apprezzare, ancora una volta per i fan del genere, ma con uno sguardo più ampio al mondo delle classifiche e della musica mainstream.

Le ristampe di Nettwerk contengono alcune bonus track e preziosi remix. Su tutti segnaliamo lo Snap Ant remix di Playgirl, riedizione contenuta nella ristampa di 404.
Potete leggere le tracklist dei tre dischi in versione ristampa a questo link. Premendo sui titoli sopra le minirecensioni, vedrete le copertine.

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ETICHETTA: Hertz Brigade Records
GENERE: Hard rock
LINK PER L’ASCOLTO: http://www.myspace.com/baroquetorino

TRACKLIST:
1. Cardiopasto
2. La Festa dell’Alloro
3. Karatechismo
4. Parlapetalo
5. Mio Fratello Si Droga
6. For You
7. Il Camaleonte
8. Il Pesce
9. Gli Avvoltoi Hanno Fame
10. Scherzo N°2 In Mi Minore
11. L’Antipatico
12. Soup De La Maison

RECENSIONE:
Baroque. Un nome abbastanza azzeccato, perché questa musica si può anche considerare barocca se consideriamo il loro gusto per il passato, con alcuni vezzi che effettivamente si concludono in un sound molto sporco che ricorda ancora più da vicino gli anni settanta e ottanta, soprattutto i periodi che hanno precorso e formato la cultura glam rock. In altri momenti ricordano anche i Queen del periodo hard rock, i dischi meno conosciuti, quelli più belli da un punto di vista compositivo, e che qui vengono ripresi nei loro aspetti migliori (anche senza i tecnicismi che invece hanno reso celebri gli inglesi), pur senza la caratterizzazione della voce di Freddy Mercury che non si può minimamente paragonare.
Su tutto il songwriting e il lavoro di stesura dei testi, dando ottima caratura letteraria ad un lavoro che comunque punta tanto più sulla composizione delle musiche che sulle parole. Almeno questa è l’impressione che da. Il suo hard rock rivestito di brillante pop italico ci rammenta che non c’è solo l’alternative rock modaiolo in Italia negli ultimi anni, ma le nostre radici rockettare/prog che sono state sempre troppo poco svelate, e troppo poco approfondite, nei nostri pochi decenni di cultura musicale influenzata dall’America e da oltremanica, in casi come questi (e per fortuna) tendono a risbucare. Ascoltare allora “Mio Fratello Si Droga”, “L’Antipatico” e “Parlapetalo”..
Per Rocq possiamo aggiungere poco altro: un disco che non gioca le sue carte migliori in quanto a originalità ma non perde comunque tempo nel ricavarsi un ruolo di tutto rispetto all’interno del panorama italiota, con tantissime scelte metriche di chitarra e pianoforte che riescono a subissare ogni cenno di banalità con l’ottimo apporto di strutture compositive personali e che tolgono ogni dubbio circa la loro abilità di scrittura. Consigliati a chi non ricerca l’attualità nella musica, ma la giusta riappropriazione di linguaggi provenienti da tempi passati, rivivendoli di nuovo, che sia davanti a uno specchio o con gli auricolari a massimo volume.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop cantautorale

TRACKLIST:
1. Terra Perduta
2. Non Lavoro
3. Città Blindata
4. Rio Preca
5. Forza Mafia
6. Flatulente
7. Gelato in Febbraio
8. Carpe Diem
9. Senzacqua

Stupisce il nome, stupiscono i titoli, stupisce il fatto che queste dovrebbero essere “storie di non lavoro”. Giubbonsky, in verità progetto pensato e realizzato da Guido Rolando, è una realtà valida. Valida dal punto di vista letterario perché racconta con disillusione una serie di storie che possono riguardare tutti noi, con tematiche che toccano argomenti diversissimi, dalla libertà di sognare a quella di avere uno spazio (c’è una dedica al centro sociale Cascina Torchiera Senzacqua di Milano dentro “Senzacqua”, ultima traccia) ad argomenti più terra terra come la vita dei ROM e le collusioni tra stato e mafia. Il clima è da sessantotto trasportato quarant’anni avanti.
Si tenta di protestare contro qualcosa che sta mangiando tutti, con la filosofia che è quella tipica dei ragazzi degli anni zero (però con la mentalità aperta di chi conosce anche il passato politico della nazione) e la testa concentrata sull’imbarazzo che comunicare, di nuovo, certi concetti può provocare. Perché comunque sono cose già sentite, ma ha senso ripeterle quando sono messaggi che l’autore avverte veramente come propri. E si sente che Giubbonsky con le sue “canzonette” si diverte nel raccontarci qualcosa, con uno sguardo neanche troppo distaccato ma che ha il pregio di essere individuale e personale, niente di qualunquista o di troppo (mal)politicizzato. E neppure quando si ringrazia, nel booklet, il gruppo di ragazzi picchiati del G8 di Genova (e Carlo Giuliani, ovviamente), oppure Aldrovandi e Cucchi, non traspare populismo, ma una volta digerito il disco tutto risulterà di una naturalezza tale che non potrete dubitare dell’animo buono di Rolando.
Forse il termine migliore per definire il suo modo di scrivere è “leggerezza”, una leggerezza che è difficile recuperare quando ormai vanno di moda violenza verbale, turpiloquio (e dissing), quando è difficile anche esprimere un concetto senza risultare censurabili, quindi pericolosi, quindi comunisti (secondo le mode attuali).
In maniera del tutto convinta e coerente si può stimare ed apprezzare il suo lavoro sui testi, poi sulla musica, con i limiti e il beneficio del dubbio su qualche ritornello volutamente “già sentito”, senza mai comunque cadere nella tentazione del plagio perché qui si parla di un disco che vuole comunicare delle idee, non di menate prog o jazz ipertecniche. La pesantezza di alcuni arrangiamenti, effettivamente, penalizza il disco ma sembra fin troppo chiaro (con tutte le volte che l’abbiamo ripetuto, ndr) che Storie di Non Lavoro non va ascoltato per la musica.Nell’album c’è soprattutto chiarezza espositiva, chiarezza, quindi, a tutti i livelli. Però sembra mancare, a volte, il nesso tra la musica e le parole. Immaginiamoci che non ce ne fosse mai stato il bisogno e avremo un disco perfetto. La sua imperfezione è in realtà un ulteriore motivo per apprezzare (oltremodo) la carica emotiva della delusione e della rabbia con cui si grida contro uno Stato che sta tradendo tutti quanti (in “Forza mafia” e “Città blindata”), come se ce ne fosse ancora bisogno. Perché il bisogno c’è davvero. E se non lo facciamo anche con la musica, abbiamo perso.

Un ottimo disco, con ottimi contenuti e testi, direi, eccellenti. Eccellenti anche nell’ironia di celiare (e ridere sopra) tematiche serie come la decadenza politica di una città come Milano, che dovrebbe rappresentare l’avantreno del nostro paese e che invece è guidata da gente “Flatulente”.
Consigliato, davvero.

 

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ETICHETTA: Rock Action Records, Sub Pop
GENERE: Art rock

TRACKLIST:
1.  White Noise
2. Mexican Grand Prix
3. Rano Pano
4. Death Rays
5. San Pedro
6. Letters To The Metro
7. George Square Thatcher Death Party
8. How To Be A Werewolf
9. Too Raging To Cheers
10. You’re Lionel Richie

Il disco è appena finito. Prima impressione: non sono i Mogwai.
Il disco è stato riascoltato, una, due, tre volte. La nuova impressione è: l’originalità dei Mogwai non ha fine. Così come non ha fine la loro parabola evolutiva, che li porta sempre più in alto anche se, come ogni artista, con qualsiasi cambio di rotta si trovano di fronte allo spaccamento della critica e dei fans. Questa volta la formazione scozzese, elementare per tutti gli aficionados del post-rock più puro, iniziato dalle trasformazioni occorse naturalmente dopo la lezione degli Slint che (e questo va detto a tutti quelli che hanno preso il genere come un fenomeno di moda da ascoltare solo per i video con le immagini da emo depressi che girano su YouTube), comunque, non facevano post-rock. E infatti neppure i Mogwai, negli ultimi tempi, lo fanno più. Lasciato sbiadire nel passato il mondo di Young Team che dopo Mr. Beast si è ripresentato solo in qualche pezzo di The Hawk Is Howling, album acido e violento ma che lasciava intravedere gli spiragli di un’evoluzione in senso anti-tradizionale, tornano con la voglia di dimostrare che si può fare musica senza imitarsi come il novanta percento degli artisti dell’universo a cui appartengono tende a fare. Almeno nell’universo a cui appartengono.

E così una band brillante e in costante crescita si trova ad un punto della carriera in cui si può permettere di fare qualsiasi cosa, anche di ripristinare le poche incursioni della voce che a certi fans non sono mai andate giù, o di sporcare di elettronica il sound di un pezzo fantastico come “Mexican Grand Prix”, utilizzando pattern e tasselli abbastanza semplici (e a dire il vero, già sentiti) per costruire brani che fanno dell’originalità e dell’imprevedibilità il loro punto forte. Si perché nonostante alcune canzoni come “White Noise” e “San Pedro” non costituiscano quella grande novità che si poteva immaginare leggendo l’inizio della recensione, arrivati a brani come “Rano Pano” e “How To Be A Werewolf” ci si scontra impetuosamente con qualcosa di completamente differente, nuovo e inedito. Il loro classico muro di suono innalzato solo per lasciarlo sciogliere al sole, bruciandolo a tal punto da eliminare quell’aspetto freddo nei suoni che li ha resi celebri e lasciandolo sobbalzare con melodie molto più intuitive e semplici, sicuramente d’impatto e che si vantano di un’immediatezza che in un disco dei Mogwai non si era mai sentita se non in un brano, “Friend Of The Night”. E il risultato è fantastico: il songwriting è ineccepibile, così com’è lusinghiero per l’ascoltatore rendersi conto che anche il sound è cambiato a tal punto da rendere l’esperienza inverosimilmente diversa, forse anche questo uno degli aspetti che trasformano l’album in una perla inattesa e stupefacente.
Con un titolo presuntuoso e che alcuni chiamerebbero “sborone”, rivelano l’essenza del disco, che è veramente hardcore, hardcore perché ti spara in faccia la verità di una band che, caso raro nel mondo della musica strumentale, non deve rendere conto a nessuno, arrivando a conquistare anche chi detesta questo tipo di musica, per la loro attitudine a trasferire in ogni singola canzone un’anima e una personalità che pochi altri possiedono. Basta ascoltare “Letters To The Metro” per rendersene conto, un brano che ricorda quasi le ballate folk-pop dei cantautori indie americani, ma senza voce. Un pregio non da poco, anche se la sua costruzione breve e priva di alterazioni di sorta lo rendono più adatto ad una colonna sonora che ad un disco o ad una performance live. Un brano leggero e che poteva essere collocato come bonus track, ottimo però per dimostrare il cambiamento positivo del loro estro creativo-compositivo. La progressione tipica del pezzo standard dei Mogwai, con l’inizio arpeggiato e lento e il finale acidulo e violento che ti spacca le orecchie senza preavviso (aspetto che non si fa certo apprezzare in quanto ad “innovazione”), è presente solo in un episodio di questo settimo lavoro (“You’re Lionel Richie”), brano che effettivamente non regala niente ad un disco che comunque si completa solo considerando ogni suo singolo componente. Ignorarne solo uno dei tanti secondi che compongono l’album potrebbe risultare fatale per la comprensione dello stesso.

Un altro punto forte è la diminuzione della durata media delle canzoni, che si incastonano in una struttura molto più fragile ma funzionale, che difficilmente supera i sei minuti. E, per una volta, penso non mi sarà contestata la violenza verbale nel dire che non si poteva vivere senza questo tipo di svolta, che li avrebbe altrimenti fatti deperire velocemente. Una necessità a cui hanno saputo rispondere prontamente.
In ogni caso, i Mogwai, con il loro flusso continuo di distorsioni, crescendo e irruenza chitarristica mai lasciata decadere sotto le banalità di power chords o formalità/tecnicismi che non gli sono mai appartenuti e mai gli apparteranno, stupiscono di nuovo e tracciano una traiettoria che si spera seguiranno anche con i lavori futuri. Nel frattempo, spegnete la televisione e ascoltatevi Hardcore Will Never Die, But You Will, rimarrete ipnotizzati. Per davvero.

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ETICHETTA: Lunatik
GENERE: Alternative Rock, Pop rock

TRACKLIST:
1. Desmael
2. Comemaledire
3. Babel
4. L’apparenza
5. Se mi vuoi
6. Quello che manca
7. Un sogno
8. La guarigione
9. La verità della carne
10. Origami
11. Comemaledire (extended version)

E’ tutto un dire se diciamo che nel disco dei Blugrana troviamo un non so che di “teenager-oriented” che non ci stupisce neanche troppo? Più che la musica, è la foga comunicativa utilizzata per esprimere certi ideali e veicolare taluni concetti, che spaziano tra i malanni della nostra povera Italia e i sacrosanti valori dell’amicizia, senza trascurare accenni anticonformisti e piccoli “spauracchi” qualunquisti che comunque si trovano a loro agio nel mucchio. Al di là dei concetti espressi in maniera in realtà canonica, effettivamente superficiale ma coerente a tal punto da risultare comunque dentro la linea della decenza, c’è qualcosa che puzza di bruciato: tutti noi, più o meno, siamo cresciuti con i Pearl Jam, con il post-Nirvana che in Italia è significato anche Afterhours, Verdena, le botte grunge e stoner di vario tipo, e anche un pizzico di cantautorato iperdepresso à-la-Jeff buckley. Il problema è che, appunto, siamo cresciuti, e questi ingredienti, rimescolati in una salsa che vorrebbe essere innovativa pur senza ricordare che l’hanno proposta in ugual misura (e con identiche caratteristiche) decine e decine di band degli ultimi quindici anni, puzzano di bruciato. C’è un background che è quindi prettamente individuabile negli anni novanta dell’eredità della band di Cobain, e con tutto ciò che questo comporta: in egual modo, i Blugrana mettono in mezzo le discese pop degli ultimi anni dei Timoria, e il pop costruito a malo modo dei Modà e delle perle peggiori dei Negramaro, facendo assumere al loro self-titled un piglio leggermente diverso. Una specie di caratterizzazione positiva che nasce dall’assenza di personalità, o forse una personalità che è talmente conscia di essere tale da produrre un buon lavoro senza neanche sforzarsi più di tanto. E’ forse la presenza di quell’elemento già classico per l’Italia, frutto figliato da una generazione vissuta sotto le frasche decadenti dell’alternative rock di Agnelli, Godano, i fratelli Ferrari, Clementi e le derive di tutti i progetti di Canali e Ferretti, che smussando tutti gli angoli in senso contrario a quello che sarebbe il naturale percorso evolutivo-innovativo della band, genera qualcosa di ascoltabile, perché comunque il disco è rivestito, e progressivamente man mano che lo si ascolta questo aspetto si concretizza sempre più, da una sterile patina pop che gli regala il dono dell’orecchiabilità, grazie ad un paio di pezzi (“Desmael” e “Comemaledire” su tutti, nei fatti i due singoli estratti) che assumono caratura volutamente radiofonica senza sfuggire dagli ingredienti di cui tutto il disco è cosparso. Ingredienti che non vogliamo ripetere perché finiremo davvero per farvi credere che in questo album non ci sia niente di buono, ma in realtà non è così: limitiamoci a dire che l’epoca in cui si poteva vivere sugli allori imitando tutte le grandi band degli anni novanta è finita e ci si aspetta quel qualcosa di più che sicuramente la formazione, tenuto conto del livello tecnico, della personalità e della buona produzione sui piani rispettivamente dei testi e del songwriting, può offrire crescendo e maturando suonando insieme e trovando un filone da seguire tralasciando le macchie di passato che si portano addosso. Scarnificandosi proprio come succede ai due individui della copertina che, diciamo la verità, è una figata.

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Salve a tutti.
In quanto primo numero di The Webzine Suggest presentiamo la rubrica. Questo editoriale, per due volte al mese, vi indicherà una serie di eventi consigliati da The Webzine, ovviamente a sfondo musicale. Sono concentrati nel nordest, la nostra zona, ma troverete anche informazioni su concerti nel resto d’Italia. A voi la lettura.

15 gennaio 2010: CHEEKS ON SPEED @ Unwound, Padova
15 gennaio 2010: THE BALKALATAN EXPERIENCE @ Estragon, Bologna
15 gennaio 2010: PINO SCOTTO @ Tempo Rock, Gualtieri (RE)
15 gennaio 2010: IAN FAYS e LES MAN AVEC LES LUNETTES @ Covo Club, Bologna
15 gennaio 2010: MAD PROFESSOR, SKA-J, ROCK’N’ROLL KAMIKAZE e PLAYA DESNUDA @ Ausonia, Trieste
15 gennaio 2010: CAPTAIN MANTELL @ Pop Club, Marghera (VE)
15 gennaio 2010: THE HACIENDA @ Deposito Giordani, Pordenone
15 gennaio 2010: BOB CORN @ Villa Zamboni, Valeggio Sul Mincio (VR)
16 gennaio 2010: ELTON JUNK e AEDI @ Zuni, Ferrara
16 gennaio 2010: BOB CORN e MAYBE HAPPY @ Bahnhof, Montagnana (PD)
16 gennaio 2010: ROCK’N’ROLL KAMIKAZE @ Ungawa Tiki Bar, Bergantino (RO)
18 gennaio 2010: FRANCESCO CERCHIARO AVEC LA BELLE EPOQUE @ Circolo Arci Fahrenheit 451, Padova
20 gennaio 2010: ZEUS @ Tetris, Trieste
21 gennaio 2010: LOVE IN ELEVATOR @ Arteria, Bologna
21 gennaio 2010: DAMO SUZUKI’S NETWORK @ Covo, Bologna
21 gennaio 2010: LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA @ New Age Club, Roncade (TV)
21 gennaio 2010: SIR OLIVER SKARDY @ Revolver Club, San Dona’ Di Piave (VE)
21 gennaio 2010: INDIGO @ Tetris, Trieste
21 gennaio 2010: PERTURBAZIONE e BOB CORN @ Spazio 211, Torino
21 gennaio 2010: NON VOGLIO CHE CLARA @ Unwound, Padova
22 gennaio 2010: COMANECI e BOB CORN @ Centro Stabile di Cultura, San Vito di Leguzzano (VI)
22 gennaio 2010: CAPTAIN MANTELL @ Etnoblog, Trieste
22 gennaio 2010: LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA @ Bronson, Madonna dell’Albero (RA)
22 gennaio 2010: NUMERO6 @ Fahrenheit 451, Padova
22 gennaio 2010: SQUADRA OMEGA @ Locomotiv, Bologna
22 gennaio 2010: MY AWESOME MIXTAPE e CRIMINAL JOKERS @ Edera, Codroipo (UD)
22 gennaio 2010: RUMATERA @ New Age, Roncade (TV)
22 gennaio 2010: LINEA 77 @ Tempo Rock, Gualtieri (RE)
22 gennaio 2010: J’ACCUSE @ Tetris, Trieste
23 gennaio 2010: COMANECI, IN ZAIRE e BOB CORN @ Codalunga, Vittorio Veneto (TV)
26 gennaio 2010: GODSPEED YOU BLACK EMPEROR! @ Estragon, Bologna
26 gennaio 2010: ELIO P(E)TRI, IL MORO e IL QUASI BIONDO @ Tetris, Trieste
26 gennaio 2010: VERDENA @ Circolo degli Artisti, Roma
27 gennaio 2010: VERDENA @ Circolo degli Artisti, Roma
28 gennaio 2010: VERDENA @ Palaelettra2, Pescara
28 gennaio 2010: INDOVENA @ Fahrenheit 451, Padova
28 gennaio 2010: ILIKETRAINS @ Bronson, Madonna Dell’Albero (RA)
28 gennaio 2010: DONATELLA RETTORE @ Estragon, Bologna
28 gennaio 2010: IL PAN DEL DIAVOLO @ Covo, Bologna
28 gennaio 2010: DINE IN HELL e NO REASON @ Tetris, Trieste
29 gennaio 2010: RADIO ZASTAVA @ Estragon, Bologna
29 gennaio 2010: VERDENA e LOVE IN ELEVATOR @ CSO Rivolta, Marghera (VE)
29 gennaio 2010: THE FIRE @ Blue Sugar, Canaro (RO)
29 gennaio 2010: BOLOGNA VIOLENTA @ Jack Hole Music Club, Vicenza
29 gennaio 2010: CALORIFER IS VERY HOT @ Nofun, Udine
29 gennaio 2010: BOB CORN e MAYBE HAPPY @ Patchanka, Pontelagoscuro (FE)
30 gennaio: NO SEDUCTION @ Zuni, Ferrara
30 gennaio 2010: BOB CORN @ Punto G, Fondi (LT)
31 gennaio 2010: BOB CORN @ Fanfulla 101, Roma
31 gennaio 2010: JAPANTHER @ Tetris, Trieste

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LE SCIMMIE
DROMOMANIA

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Noise rock

TRACKLIST:
1. 0000
2. L’Oblio Mistico
3. Dromomania
4. Athazagorafobia I
5. Athazagorafobia II
6. Frustrazione della Psiche
7. Aurantifolia
8. Frekete
9. Il Filo di Lana
10. Nostofobia

RECENSIONE:
Per recensire un disco come questo dovremo sapere che ormai essere in due in band più casiniste possibile è una moda. Dovremo sapere che il noise in Italia non lo sa fare (quasi) nessuno ed è fuori tempo massimo provare a rendere falsa questa frase. E poi dovremo sapere che anche i Sonic Youth sono diventati un riferimento da evitare se si pensa di fare musica imitando i tuoi beniamini.
Le Scimmie lo sanno e infatti evitano tutti i punti fragili di queste tre affermazioni, per trasformare sia la presenza dei Sonic Youth nel loro duo che le caratteristiche del loro genere in punti a loro favore. In generale, fanno tanto casino, tanto per essere in due, tanto per essere noise, tanto per essere italiani. La cattiveria con cui le distorsioni si infilano nei timpani dell’ascoltatore è quasi crudele, cruda e bollente, non ci sono suoni freddi, se non qualche leggero overdrive nei pochi momenti in cui non si tramuta in graffiante pioggia d’acido o direttamente in veleno per topi. Cattiveria, ancora, che sferza come vento gelido tutto ciò che inconta colpendoci con rasoi di ghiaccio. Il disco infatti si apre con “0000”, che subito mette in campo gli ingredienti basilari di questo mix, che non trascurano neppure la lezione troppo-imparata-a-memoria dei Nirvana e i primi esperimenti di Melvins e Mudhoney. E poi dopo un paio di brani decisamente potenti ma incolori, arriva una doppia sorpresa, che reca due volte il nome di “Athazagorafobia”, rispettivamente parte prima e seconda, una specie di suite puramente noise che, questa si, ricorda i primi lavori di Thurston Moore e soci, ma dove i momenti più lenti e distesi assumono una calma quasi temperata, di una mitezza che condivide con i Kyuss gli attimi di attesa tra un distorto e l’altro. E proprio la band di Homme ricorda proprio quei momenti vagamente stoner che impregnano gran parte dei brani, come “Frustrazione della Psiche”, in realtà una mitragliata psicopunk che non lascia traccia di pietà con quei distorti che porteranno alla mente dei meno esperti anche gli Smashing Pumpkins più tetri e tutti i brani più “scordati” delle band stoner degli ultimi 20 anni. Perché si ritorna sempre a Bleach, dopotutto (basta ascoltare “Frekete” per capirlo). E anche “Nostofobia”, a concludere, lo fa. “Il Filo di Lana” unisce tutto quanto abbiamo appena detto con gli episodi più “gravi” dei Motorpsycho dei bei tempi, e sul finire dell’ispirazione evidentemente la band è anche riuscita a trasformare un paio di simil-citazioni in farina del loro sacco, perché è questo che stupisce in questo Dromomania: l’originalità della band sta tutta nel combinare decine di elementi diversi in sequenze sempre nuove, producendo un miscuglio incredibilmente diversificato e difficile da districare, che risulta, pertanto, innovativo e appannaggio di una band che riesce ad avere tanta personalità nonostante l’assenza di elementi altamente caratterizzanti come i testi, gli assoli e l’aspetto della cura dell’immagine.
Secchi, squallidi e scialbi nel sound (andrebbe molto sgrezzato, nonostante il genere si presti molto a sperimentazioni garage e suoni cazzoni da tipica punk band autoprodotta), si potrebbero liquidare in poche parole ma sono invece meritevoli di un approfondimento molto più lungo di questo articolo, che comunque serve a far capire di che pasta sono fatti: una band che deve crescere ancora molto (sono giovanissimi) e che però ha già posto le basi per un cammino che sarà lungo e pieno di soddisfazioni, se la loro personalità sarà utilizzata in maniera positivamente produttiva.
Probabilmente sarà così, probabilmente.

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La recensione sarà pubblicata anche su INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Soviet Studio
GENERE: Pop rock, British rock, indie rock

TRACKLIST:
1. La Crisi dei Vampiri
2. Riduzione del Danno
3. Gomez
4. 1984
5. Silvia Silver

RECENSIONE:
Walter Zanon è l’ex frontman dei Disfunzione, formazione veneta che ha pubblicato un buon disco per Jestrai prima di frantumarsi e dare vita, indirettamente, a questo nuovo progetto prodotto da Soviet Studio, etichetta della provincia di Padova che sta promuovendo una serie di band molto interessanti, tra cui, appunto, questi MiSaCheNevica. Citarlo ad inizio di recensione serve più che altro per chi ha voglia di interpretare queste scelte comunicative all’interno di un articolo di critica, perché è proprio lui l’anima della band, con quel suo fluire romantico di parole dentro testi che pescano dalla cultura alt-pop una decadenza che invece è d’indole new wave, sembrando letteratura del 1800 senza mai cadere nelle (banali) mode citazioniste degli ultimi tempi (in realtà l’unico numero nominato viene quasi due secoli dopo, nel pezzo “1984”). Il nome della band non lascia spazio a divagazioni di sorta, e si scontra e (con)fonde benissimo con l’anima dei testi, la cui scialba profondità letteraria assurge a vero manifesto di quel tono sub-romantico che la band vuole, o riesce comunque a, comunicare.

Musicalmente i riferimenti sono tantissimi, perché disintegrando in un numero indefinibile di particelle le cinque belle tracce che compongono La Mia Prima Guerra Fredda EP si formano nuclei separati di note e segnali diversi, che si possono ricondurre a generi e band contrastanti. Pulsano a volte di Belle and Sebastian, di Suede, di Smiths, di Coldplay, di quello che facevano prima anche i Disfunzione, di poche brillanti incursioni wave à-la-Joy Division e Diaframma riadattati negli anni zero, e non tralasciano neppure la lucidità ritmica di un folk che preda continuamente il prodotto presentato dalla band con una continuità che, forse, è addirittura eccessiva.
Il sound che si ottiene con questa mescolanza duramente disambiguabile dall’insieme troppo omogeneo dei suoi ingredienti, è, in sintesi, un pop/rock dallo sguardo internazionale. La sua traiettoria, in presenza di un panorama italiano che è stanco di imitare ma continua a farlo, è quasi quella di una cometa che ha la presunzione di volersi spiaccicare su questo universo di scopiazzatori folli e revivalisti della new wave (più o) meno efficace. E ci riescono, ci riescono in particolare con due tracce: “Gomez” e la opener “La Crisi dei Vampiri”, quest’ultima una ballad malinconica e dall’animo puramente baudelariano, inserita in un contesto comunque dark wave e che non si lascia scalfire dalle sembianze di banalità di cui alcuni elementi ritmici rischiano di ricoprirla. C’è anche da dire che il livello del songwriting della band è abbastanza alto da permettere di sfuggire alle situazioni che possono sembrare antitetiche rispetto alla ricerca di un’originalità che invece è comunque presente, soprattutto nelle scelte nei suoni, dove si privilegia la morbidezza di alcune chitarre alla pesantezza graffiante delle distorsioni roboanti che qualche volta riempivano le casse degli ascoltatori dei Disfunzione.
Palesemente un bel disco. Questa band può, comunque, fare molto di più e se c’era un EP adatto a farsi notare e a dimostrare che il prossimo passo sarà una fiammata col botto, è proprio questo.

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La recensione sarà pubblicata anche su GOOD TIMES BAD TIMES
ETICHETTA: Play!
GENERE: Pop/rock italiano

TRACKLIST:
1. Casa Lumière
2. Geometria Analitica
3. Caterpillar
4. Audrey H.
5. Panta Kala
6. Autunno
7. Pioggia
8. Facoltà di Irrilevanza Comparata
9. Nervi
10. Pace Armata
11. Baudelaire

RECENSIONE:
Le Officine Lumière sono una formazione torinese (da Villar Perosa, a dir la verità) che da qualche anno calca le scene del rock italiano con la loro miscela originale di testi sperimentali e diversioni elettroniche (in realtà, quest’ultima, novità di Cali di Serotonina, secondo disco della loro collezione). Se dovessimo raffrontarli a qualcuno, ma proprio se ci dovessero obbligare a farlo, per la musica ricorderebbero i Bluvertigo, per le liriche Subsonica, per la metrica delle linee vocali leggeri accenni a Pau dei Negrita (anche a livello timbrico in realtà). A concentrarsi sul contenuto musicale dell’album, si scopre che c’è molto nel disco: si incontrano i diversi orizzonti del vintage e del moderno, come nella ballad “Autunno” che rimanda ampiamente ad atmosfere puramente seventies, alternando levare di ispirazione jazz ad un ritornello orecchiabile che strizza l’occhio più al pop moderno che a quello ormai storico delle ballatone di qualche decennio fa. Non è l’unico esempio di evidente collisione tra generi, e lo dimostrerà anche il brano più “radiofonico” del lotto, cioè “Caterpillar”, una canzone che sembra arrangiata da Morgan ma che in realtà nasconde un’anima molto meno complessa, che punta tutto sull’impatto della semplicità. E’ poi ascoltando “Nervi” e “Panta Kala” che si sentono le calde mescolanze di ingredienti che la band riesce a mettere in campo: lo fa con un certo savoir faire, quasi a volerlo palesare senza sottolinearlo troppo, quasi a voler raggiungere un’omogeneità che fa senz’altro bene al prodotto.
Il disco di per sé non aggiunge niente di nuovo in una scena italiana che alterna momenti di ristagno a momenti di copiosa rinascita, però come in una situazione di quiete dopo la tempesta è un prodotto rilassato che testimonia un ottimo songwriting, aiutato da un’autoproduzione che fa il suo lavoro senza gli eccessi tipici delle major né i grotteschi immobilismi del sound garage. E “il vuoto pneumatico della politica”, mentre “il mondo straborda di finto piacere”, è quanto ci resterà in testa di un insieme di liriche che è contemporaneamente ben scritto ma anche esageratamente random, nel senso che suscita piccoli dubbi circa la natura del significato dei testi per l’assurdo accostamento di concetti diversi ma che possono, sforzandosi, trovare un unico contenitore di significato dopo un’opportuna ricerca di comunanza semantica. Ma, ciò che importa in un genere come questo, è che il messaggio arrivi all’ascoltatore. E gli Officine Lumière sanno suonare, eccome se sanno suonare (e comporre, che non è poco), e nel 2009 hanno sfornato un disco di sicuro impatto, valevole anche per gli anni successivi. Come un buono per uscire di prigione a Monopoli.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautorato italiano

TRACKLIST
1. The Wreck of the Nordling
2. Song
3. Je Veux Une Vie En Forme D’Arete
4. Y A Du Soleil Dans La Rue
5. Incurable
6. Pourquoi Que Je Vis
7. Wonderful Nightmare
8. Red Iron Man
9. Song To The Siren
10. J’Aimerais/Tout A Etè Dit Cent Fois

Scicli è un comune in provincia di Ragusa, famoso per l’architettura di vari stili che vi si può trovare, ma non certo per la musica. William Wilson, cantautore già attivo in vari altri progetti nell’isola meridionale, prova a cambiare le cose autoproducendosi un disco che tenta di dimostrare come anche qui si componga della bella musica. Ci sarà riuscito?
La verità è che risulta molto difficile dare un giudizio organico di questo lavoro: Just For You Not For All sembra quasi una dichiarazione d’intenti, più che un titolo di disco, riferendosi praticamente al pubblico a cui è diretto l’album, che infatti non è “per tutti”, ma richiede una certa conoscenza per poterlo capire ed approfondire. Di per sé, niente di complesso: in realtà la virtù principale del disco è l’essere particolarmente minimale, privo di fronzoli, relativamente semplice. E farlo in maniera troppo palese come qui avviene è forse un modo per nascondere carenze a livello tecnico e compositivo che in diversi frangenti del disco si possono riscontrare (alcuni passaggi in “Red Iron Man” in particolare, nonostante sia uno degli episodi oggettivamente più riusciti). Ma non si giudica un’opera musicale solo in virtù di queste caratteristiche. Wilson (che tra l’altro è il nome di un personaggio di Edgar Allan Poe), mette in fila una serie di malinconicissime ballad le cui sfumature sempre molto delicate e soffici ricordano la buona stella di Jeff Buckley, da cui rubano anche alcune nuances decadenti, supportate anche dall’utilizzo della lingua francese, per esempio nel musicare Boris Vian. Altri riferimenti ai quali Wilson si è appoggiato sono quelli di Gregory Corso, e dei Piano Magic, di cui realizza una cover di “Incurable”, quest’ultima in realtà presuntuosa presa di posizione che risulta molto carina e funzionale al resto del disco nella sua veste acustica.
La cantautorale italiana negli ultimi anni ha subito un’impennata incredibile, con il protagonismo delle liriche e degli arrangiamenti sperimentali (o classicheggianti) di alcuni nomi, che non andremo a ripetere. William Wilson tenta di coniare letteratura già scritta a concezioni di questo tipo, non riuscendo nell’intento di risultare efficace oppure importante. Si possono apprezzare le poesie di Vian rimaneggiate, così come l’eccesso di autoreferenzialità che sfugge da ogni canzone, nonostante siano solo due quelle che l’artista firma con la sua penna, e forse anche le intenzioni di dare una patina di fioca torbidità al disco lo riesce a sollevare dal baratro.
In sintesi, questo è un album che comunque potrà piacere a chi ascolta musica di questo tipo, ma che non aggiunge niente ad un panorama che ha già giocato le sue (ultime) carte in questi due o tre anni. La provvidenziale banalità degli arrangiamenti fa il resto, e lungi da noi criticare oltre il lavoro di un musicista di tutto rispetto lasciamo l’onore di concludere la recensione ad un augurio di vedere, in futuro, più elaborazione personale da parte di un cantautore che ha senz’altro capacità immensamente più grandi di quelle rivelate da Just For You, Not For All.

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ETICHETTA: Lo Scafandro
GENERE: New Wave

TRACKLIST:
1. Sea Of My Madness
2. Better Day
3. Grossa Sorpresa
4. Hello I Love You
5. Extraordinary Average
6. Popo Coca
7. Ugly
8. Windows Song
9. Wrong Song
10. Atomika Kakato

RECENSIONE:
Un postulato degli anni zero è senz’altro il seguente: il revival, se fatto bene, è una formula sempre vincente, valevole anche per le inarrestabili fughe di copie che di solito seguono all’esplosione di mode di questo tipo. E un’altra cosa è certa in maniera altrettanto palese: una moda, in questo senso, che ha trovato il momento migliore per rimanifestarsi e ritornare in vita, è proprio la new wave, in tutte le forme che può prendere (che non sono poi molte).
Gli Atomika Kakato, proprio come le decine di band anglosassoni che hanno deciso di diventare portabandiera di questa ondata di imitatori, si innestano in questo settore, vivido e vivace, che in maniera molto colorita sta spopolando anche in Italia, da quando band più evolute come i Trabant, i Thoc! o i Wora Wora Washington l’hanno fuso con del sano indie inglese nuova maniera che, guarda caso, deriva sempre da lì, dalla new wave anni ottanta. E gli Atomika Kakato lo sanno bene, solo che a popolare il loro universo fatto di tonalità cupe e dark inserite in un contesto in cui in realtà troviamo anche le ballad spensierate tipiche dell’indie movement di recente data, è anche l’immensità della scena new wave italiana. Tre nomi su tutti: Diaframma, Frigidaire Tango e Litfiba del primo disco. Per comporre le prime due tracce di questo disco (e per capirle), “Sea Of My Madness” e “Better Day” all’anagrafe, occorre assolutamente ascoltarsi i capolavori delle band appena citate, anche se la formula proposta dalla formazione è di per sé contaminata più direttamente dalle band che ultimamente hanno pensato di riproporla (o dalle versioni recenti delle stesse band, come l’ultimo dei Frigidaire Tango). Stravincono la lotteria degli strumenti più suonati e più importanti a livello melodico chitarra e sintetizzatore, presenti copiosamente in tutte le canzoni e sempre d’assoluto impatto e imprescindibile profondità nel forgiare melodie ed arpeggi funzionali alla causa new wave, come dimostra il trittico “Extraordinary Average”, “Popo Coca” e “Ugly”, con la seconda prima in questa classifica (e anche il brano in cui è più evidente la natura new wave della band). Riferimento, inafferrabile in quanto a qualità per queste canzoni, è la sigla XTC, direttamente da Swindon.
Ciò che stupisce è che un genere ormai impossibile da rimanipolare in maniera originale sia comunque proposto in una veste personale dove la mediocrità degli arrangiamenti e della voce è in realtà immediatamente e violentemente subissata da un songwriting molto sensibile alle dinamiche e alla semplicità dei cambi di tempo, che si aiuta anche con le linee vocali tipiche del genere (molto uso della variazione tra voce di testa e falsetto, sillabazione ben scandita, voce spezzata). Per questo gli Atomika Kakato vincono il premio di band new wave revival più “funzionante” di gennaio, anche perché non saranno gli unici ad averci pensato. Scherzi a parte, un bel disco che piacerà a tutti gli esperti e gli aficionados (ah oh!) del genere.

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Recensione scritta per Indie for Bunnies
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Folk Rock

TRACKLIST:
1. Bacco
2. C’è Stato Un Party
3. Oggi
4. Repetitia Iuvant
5. Trallalala

Il duo bergamasco più conosciuto torna con un EP carico di ospiti e di sorprese. Evidentemente sfornare un ottimo disco come Alle Basi Della Roncola non era abbastanza, e poco tempo dopo rieccoli ad autoprodursi un EP con un discreto quintetto di brani che ora andiamo ad analizzare.
Nel mezzo del cammin di nostra vita, non ci saremo mai sognati di ascoltare tanta musica italiana figa in poco tempo, tant’è che un papabile declino del lato commerciale si sta accompagnando, negli ultimi tre anni, di un progressivo pullulare di ottime band, come questa. L’EP Bacco però tradisce un po’ le aspettative, e per la fretta molto probabilmente Ghezzi e Perucchini si sono lasciati abbeverare un po’ troppo dalla banalità folk-country che è comunque stata loro preminente influenza per l’apprezzabilissimo disco di debutto. Così ci si accorge che la virata dal panorama rurale a cui semanticamente le canzoni della Roncola si riferivano a questo elastico elogio del dio del vino, porta con sé una malcelata voglia di autoreferenzialità e conferma del proprio estro, come a voler dimostrare a quelli che non li avevano già capiti e graditi che invece lo dovrebbero fare. Però, spogliata la parte critica del nostro cervello da queste considerazioni di per sé inutili, si trovano cinque canzoni sicuramente valide dal punto di vista letterario e musicale, e soprattutto ascoltando “Repetitia Iuvant” ci si può accorgere di come la cupezza dei toni del primo album siano stati ripresi e portati all’estremo, forse all’ultimo gradino prima di doverli smettere di sopportare. Frangenti indie tipici dell’alternative rock italico si respirano nelle parti più accelerate, e in particolar modo dentro la traccia già citata e “Bacco”, la title-track che più di ogni altro episodio dell’album rende manifesta la cultura cantautorale di cui i due si sono nutriti, trasportandola anche nella loro musica. Gli altri due brani sono la stessa identica ignoranza trasformata in subdola intelligenza musicale che trovavamo nel loro precedente lavoro, e risultano, nel contesto dell’EP nella sua interezza, elementi funzionali atti a sorreggere il tutto senza farlo crollare alla prima folata di vento, cosa che effettivamente rischierebbe di accadere se quelle nuances di folk, di country e di pop cantautorale d’autore scomparissero dal tutto.
Detto questo, è evidente che i due sanno suonare, sanno comporre e hanno davanti una carriera tutta in salita, e se la presenza di Anna Carrazzai dei Love in Elevator e di altri ottimi musicisti come Alfonso Surace, Sergio Rastasax e Marco Carrara, tra gli altri, aggiunge poco al “tono muscolare” del disco, rimane comunque uno scheletro solido ed imperturbabile che ci permette di apprezzarlo come una prosecuzione logica del cammino già precedentemente intrapreso, senza del quale, ammettiamolo, la loro carriera non sarebbe comunque ristagnata più di tanto. Ottima conferma del loro valore musicale.

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