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Archive for gennaio 2011

La nostra collaboratrice Martina di Toro ha fotografato i Simon’s Place al Sax Café di Modena durante il loro concerto del 29 Gennaio.
http://www.thesimonsplace.it/
http://soundcloud.com/simons-place

Questa la scaletta del concerto e sotto trovate tutte le foto!

Kids (Mgmt cover)
Dolcemente
Lui e Lei
Bitter Sweet Symphony (the Verve cover)
For the Tears and for the Rain
Fix You (Coldplay cover)
Radiazioni
Lalala
Sole e Nuvole


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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
GENERE: elettronica, glitch
ETICHETTA: Bar La Muerte, Bosco Rec, Sincope

TRACKLIST:
1. La Bambina Intermittente
2. Ali di Mosca
3. Clouds
4. Raccontamelo Come Fosse Una Favola
5. Il Sole Domani
6. Fiori Finti
7. Cauterization
8. Fragranze Silenzio

RECENSIONE:
Un nome che quasi tutti gli ascoltatori di musica, come il termine in lingua italiana indica veramente, dovrebbero aver già sentito. Tralasciando le innumerevoli parti del globo musicale italiano in cui è stato avvistato negli ultimi anni, possiamo direttamente parlare del disco, perché ci sono molte cose da dire.
“Fragranze Silenzio” è molte cose. E’ un disco, prima di tutto, che affonda le unghie nella delicatezza del cantautorato per scavarne fuori tutta la rabbia che solo il passato di elettronica industriale di Daniele può rappresentare. Il problema è che questa volta l’artiglieria pesante è stata messa da parte, per illustrare un’ideale che si presenta come showroom di tutti i ghingheri di un glitch poco melodico, come dovrebbe essere, con la tendenza, prevalente, a sottostare alle meccaniche delle strutture cantautorali. E lo fa con una densità di qualità notevole.
Una cosa è facile presagirla, ascoltando le otto tracce: il disco dev’essere quasi sicuramente stato composto prima con chitarra e voce, rivestendolo solo successivamente di tutte le campionature e la patina elettronica che effettivamente lo cosparge in lungo e in largo, a partire dall’opening affidato ad una limatura trip-hop che si confonde con glitch hop, drone e le cadenze vocali che ti fanno pensare ad un Morgan distorto e soffocato nel rigurgitare parole che sono più che altro pensieri. E storie da raccontare. Il pezzo “La Bambina Intermittente”, si potrebbe elevare senz’altro a manifesto dell’intero disco: la spensieratezza di “Il Sole Domani”, dicasi spensieratezza alienata dalle devastanti grida pungenti e quasi urticanti che alcuni suoni riescono a sollevare creando un senso di tensione imprescindibile, si collega in maniera naturale con la decadenza ambient di “Cauterization”.
Analizzando l’aspetto letterario, troviamo molto di Baudelaire, forse qualcosa anche di altri autori francesi, Rimbaud in primis. I testi, incastonati in strutture parapoetiche, nascondono esistenzialismo quanto tecnicismi di evocazione di spleen perduti e che devono andar compresi solo con le dovute analisi, senza gli eccessi del virtuosismo ma neppure le banalità del lasciapassare, opposto semantico e analitico del giusto peso letterale che le liriche, in musica, dovrebbero sempre avere se non vi chiamate Verdena avendone, allora, il diritto di farlo.
Per il resto, nonostante le dichiarazioni pessimistiche d’antiagonismo di “bisogna saper perdere, bisogna sapere come perdere“, all’interno dell’ottima “Raccontamelo Come Fosse Una Favola”, possiamo senz’altro attribuire a questo disco le virtù di essere un dono di inverosimile pregio nel panorama italiano d’inizio 2011. Riportando l’elettronica ad essere meno accessibile ma comunque di grande lavore, spazzando via i cliché di chi vuole questo genere solo suppellettile da pista da ballo, privo di valore letterario e di caratura psicologica che, beninteso, questo disco invece possiede. Un lavoro (quasi) perfetto, un po’ ambizioso, con tutto il giovamento che i buoni risultati, in questi casi, portano all’artista che ha il coraggio di osare.

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Con questo numero inauguriamo la nuova rubrica di interviste A PLEASANT TALK WITH.
Apertura affidata ai Deadpeach. Buona lettura.

Ciao Deadpeach. Il vostro progetto è molto interessante e, se mi permettete, arriva in un periodo in cui stoner e generi analoghi stanno ritrovando un certo pubblico, soprattutto per i concerti. Come vedete la cosa? Immagino che questo non abbia avuto un ruolo determinante nel definire il vostro genere, ma chi lo sa! A voi la parola
Ciao il nostro genere si è definito da solo nel tempo tanto è che oggi suoniamo sempre piu’ come i Deadpeach :), il pubblico rimane sempre un pubblico ‘di genere’, inoltre quello che viene definito stoner comprende generi abbastanza differenti che vanno dalla psichedelia piu’ o meno pesante al doom passando anche per cose piu melodiche. Noi preferiamo definirci ‘psychedelic fuzz rock’ .

Il disco si chiama semplicemente 2. Come i Led Zeppelin, come Le Vibrazioni. Band che non hanno molto a che fare con voi. Come mai questa scelta? La mia analisi probabilmente sarebbe riduttiva senza il vostro apporto
2 perchè è  il nostro secondo ‘full length’ e volevamo dare un titolo che non fosse né in lingua inglese né in italiano. Quindi abbiamo pensato a 2.

Nebula, Kyuss e progressive italiano. Di questo parlate quando vi chiedono a chi assomigliate. Se dovessimo approfondire ulteriormente la rosa delle vostre influenze, dove dovremo andare a parare?
In realta siamo stati paragonati ai gruppi da te citati, non l’abbiamo detto noi. Come gruppi che possono averci influenzato potresti partire da gruppi come Blue Cheer, passando per i Loop e gli Spaceman Tree, arrivare ai The Heads, poi tornare a I Teoremi; prendere Beatles’ e The Who, mischiarli ai Diaframma, ascoltare i May Blitz ed andare a comprare un disco dei Meat Puppets più o meno.

Gurdjieff e Ouspesky. Nomi grossi! Come li avete scoperti e perché avete deciso di utilizzarli per la vostra musica?
Sono letture che se riesci ad approfondire ti fanno guardare alle cose in modo differente, oppure sono letture che puoi liquidare dopo poche pagine in: ‘queste cose non mi interessano’ o  ‘ma che cosa stanno dicendo”. Su di noi hanno fatto presa come il cemento rapido.

2 è stato registrato con strumenti analogici e vintage, anche questa una scelta coraggiosa, ma vincente. Alla fine c’è ancora gente che, come me, pensa che le registrazioni digitali non valgono niente rispetto a questo tipo di registrazione!
Per la strumentazione la cosa e stata abbastanza normale in quanto anche dal vivo usiamo strumenti abbastanza datati ed effetti del passato. Per lo studio dov’era possibile abbiamo scelto la via analogica. Dove non era possibile c’era sembre un bel Mac ad aspettarci. Il digitale non ha preso il posto dell’analogico perchè migliore di esso, ma solo perchè piu’ pratico e meno costoso nelle manutenzioni.

Il live dei Deadpeach: io me lo immagino potente, graffiante, fuzzettone. Voi come lo descrivereste?
Si gli aggettivi da te usati vanno bene,ma in poche parole potrei dirti ‘volume over talent’

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ETICHETTA: Fiction Records
GENERE: New Wave, Post-Punk, Indie rock

TRACKLIST:
1. Is Love
2. Strangers
3. Bigger Than Us
4. Peace & Quiet
5. Streetlights
6. Holy Ghost
7. Turn The Bells
8. The Power & The Glory
9. Bad Love
10. Come Down

RECENSIONE:
Quando si ascoltano dischi come questi la prima considerazione che arriva alla mente è: da quando fare successo vuol dire per forza aver imitato qualcosa che ha fatto successo prima? Forse nel mondo dell’arte e della cultura questa cosa è sempre stata in voga, quando c’erano artisti che copiavano i quadri di Picasso o di Van Gogh e li vendevano a prezzi stracciati guadagnando come o più dell’ideatore originale. Ma noi sappiamo che è comunque importante il valore dell’originalità, almeno in un’opera musicale, e quindi valuteremo questo disco in base a quello che in realtà contiene, cioè niente, o quasi.
Ritual arriva a un paio d’anni di distanza dal disco di debutto, che li ha consacrati al successo come band spalla di praticamente tutti (soprattutto nel tour degli stadi dei Coldplay), e come portavoce di un filone new wave revival di enorme successo, quello più commerciale che li ha visti addirittura includere in classifiche del decennio insieme a nomi come Arctic Monkeys, Editors, Interpol e Franz Ferdinand che, se permettete, hanno una levatura molto maggiore.
Perché effettivamente Ritual non è un brutto disco, e non lo sono neanche i nuovi degli Interpol. La delusione sta nel fatto che imitare band che già imitavano i grandi della new wave anni ’80, gli antesignani di un genere che mai si sarebbe pensato avrebbe prodotto una così incredibile serie di emuli e beceri scopiazzatori trent’anni dopo. Eppure è così, e i White Lies lo sanno bene, e con canzoni orecchiabili nonostante il loro mood iperdepresso, riescono a conquistare un pubblico esageratamente esteso ed entusiasta, grazie a refrains molto catchy (“Turn The Bells” su tutte), strutture semplici e ad effetto (“Street Lights”, “Bad Love”), e tanta tanta voglia di vendere di più, ove possibile. Senti la voce baritonale che è ancora più baritonale, levigata e resa vendibile, senti le melodie che sono ancora le stesse ma sono più radiofoniche (nel singolo “Bigger Than Us” in particolare), senti il groove di basso e batteria che incalza proprio nei momenti adatti a scatenare l’interesse dei “fanecchi” degli indie dj-set che stanno rovinando tutta la scena (intrugli di musica che sembrano essere preferiti ai concerti da alcune, permettetemi, categorie di persone che non mi permetto di definire perché mi scapperebbe, forse, qualche insulto di troppo). La produzione non è comunque delle migliori e per quanto ci si impegni a smussare gli angoli alcune imprecisioni di basso e voce rimangono, proprio come nei live. Per il resto, i brani sono comunque tutti sopra la sufficienza, se valutati con il metro dell’orecchiabilità, sottoterra se si volta pagina e si parla di originalità. Si perché essenzialmente, il disco è la replica del primo, con gli stessi punti di forza, e gli stessi punti deboli. Per questo non lo bolleremo in nessun altro modo che così: i revivalisti della new wave ci hanno rotto i coglioni, ma qualcosa nella loro musica ci continua a convincere nell’ascoltarli, come se in tutto quello che l’album contiene ci fossero anche delle sostanze psicotrope che ci impediscono di liberarci dalla loro dipendenza.
Ci si poteva, complessivamente, aspettare che questo titolo più che una dichiarazione d’intenti fosse un semplice titolo; invece Ritual è la definizione giusta per questo album, così rituale da risultare quasi liturgico, con quei coretti da stadio, i suoi cambi di tempo al punto giusto, quasi una fenomenologia di NME e altre riviste di settore (o di moda?).

E’ arrivata l’ora del metadone? O delle “grandi purghe” staliniane, ad hoc.

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Ten Story Apartment, band rodigina, che si esibisce live al Joy Club di Soave (VR).
http://www.myspace.com/tenstoryapartment

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Brit-pop, alternative rock

TRACKLIST:
1. Baciare i Guai
2. La Stanza
3. Sedie Scricchiolanti
4. Vanita’ Mostrata
5. Lo Scivolo D’Oro

Pane e Radiohead, cioè come dire una dieta sana che farebbe bene a ogni musicista. In particolare sembrano averla seguita, senza eccessivi schematismi mentali, proprio loro, gli Explain, band milanese prodotta da Camagni (già a lavoro coi Ministri), che esce con un EP contenente cinque tracce a cavallo tra brit pop e alternative rock nostrano. Sembrano importanti sia l’universo inglese dei Beatles che quello italiano degli Afterhours, con cui forse condividono più il legame con la città d’origine che il sound (al di là di qualche impennata distorta che ricorda alcuni intrecci presenti sul disco Non E’ Per Sempre), che viene descritta dal frontman come “una città totalizzante che entra prepotentemente nella vita delle persone”, e lo fa anche con gli Explain. Entra nel loro artwork ma anche nell’anima delle canzoni, i cui titoli, tra “Vanità Mostrata” e “Sedie Scricchiolanti” sembrano proprio indicare alcuni attributi della capitale economica del nostro (Bel, si fa per dire)paese.
Le cinque tracce si confondono forse troppo con la marea di band che gli assomigliano, ma è grazie a un paio di esse in particolare, “La Stanza” e “Lo Scivolo D’Oro” che emerge dalla massa sonica del disco la vera anima degli Explain: l’alternarsi dei momenti acustici con quelli elettrici, versatile espressione di un’indole che, citiamo la loro intervista, viene dal loro essere sia “cittadini” che “paesani”, e si frantuma quindi in due diverse declinazioni, quella più intimistica e quella più irruenta e, se vogliamo, critica.
Non è un caso che la loro musica rimandi alla mente immagini paesaggistiche di tipo urbano, con tutto il nervosismo di una delle “aree metropolitane” più caotiche d’Europa. In ogni caso, un disco che lascia sazi, completo e decisamente interessante: si aspetta solamente la conferma con un full-length, per il resto, è consigliato.

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Recensione a cura di A.B.

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Rock sperimentale

TRACKLIST:
01 . Introduzione al Crollo Degli Addendi (00:55)
02 . Fiocchi di Cotone Sporco di un Ospedale Senza Pareti (03:51)
03 . Basilea, Interno Notte (04:48)
04 . In Nessuna Direzione (01:54)
05 . Qualche Parola Su Me Stesso (02:05)
06 . Benzopirene (04:31)
07 . Dal Nulla Al Niente (3:11)
08 . Lullaby (03:48)
09 . The Night (04:09)
10 . Altre Piccole Rivoluzioni d’Ottobre (06:21)
11 . Tristezza E Bellezza (04:14)

RECENSIONE:
“Il grande capo adesso ride, ma non riderà quando i nostri passi l’avranno travolto”
(Eos, Altre Piccole Rivoluzioni d’Ottobre)

“L’overdose della comunicazione è solo un altro sintomo della solitudine”
(Eos, Tristezza e Bellezza)

Testi
Buie riflessioni con pochi spiragli di luce. Realtà imprigionata in se stessa, impotente e priva quasi di ogni speranza se non che quello di cullare i sogni in una corsa contro il tempo.
Regna sovrano il tema della solitudine. Un disagio forzato, un sentirsi distaccato e anticonforme.

Musiche
Fungono solo da accompagnamento alle letture dell’autore. I  suoni sono ossessivi e ripetitivi dovuti dal costante utilizzo di piccoli loop. Le sonorità cosmicoelettroniche ricreano un atmosfera tetra e spettrale.
La traccia numero Nove “The Night” è l’unica composizione con forma canzone, semplice strumming eseguito al pianoforte con un leggero ambient synth di fondo.

Difficile definire canonicamente questo disco. Di semplice ascolto per quando riguarda la parte musicale, altrettanto chiaro e diretto in quasi tutti i contenuti. Di certo non è la colonna sonora giusta per le vostre lezioni di salsa.

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