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Archive for giugno 2014

Recensione a cura di RITA GRASSI

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautore

La prima cosa che viene in mente quando si ascolta “Estro ci Vorrà”, il disco di esordio del cantautore campano trapiantato a Perugia Tito Esposito, è di sicuro “peccato la produzione”. Un vero peccato perchè siamo di fronte a ottime canzoni di stampo puramente italiano come non se ne sentivano da tanto e la produzione un po’ scarna e artificiale (pochi gli strumenti suonati davvero nel disco e tanto computer) forse penalizza un po’ la resa finale. Il rammarico è doppio perchè viene automatico pensare “chissà come sarebbe stato questo disco con una produzione adeguata, chissà dove queste canzoni sarebbero potute arrivare”. L’attenuante è che siamo di fronte al primo disco, alla prima esperienza, alla prima vera prova sulla lunga distanza di un autore giovane ma dal talento innegabile. Attendiamo quindi il secondo disco con la speranza che l’esperienza aggiunga quel tassello in più in grado di restituirci un grande protagonista della musica italiana degli anni avvenire, così come questo primo disco al momento lascia solo intuire.

Rita Grassi

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Recensione scritta per Music Opinion Network

Nowhere But Here è il primo lavoro di Elle, cantautrice romana i cui esordi sono stati accompagnati da un’evidente approvazione della critica e del pubblico, apprezzamenti rivolti principalmente alla sua voce e al disco di cui stiamo parlando. Tracciamo alcuni confini geografici e di genere per capire di cosa si tratta: niente di vicino al sound tipico del pop romano, derivazioni principalmente d’oltreoceano provenienti dai territori del folk, del rock leggero, della musica d’autore, del pop. Potremo considerarla quasi un Bob Dylan al femminile, ma il range vocale è quello di Céline Dion, gli ammiccamenti al blues ricordano la Shania Twain meno commerciale ma anche Tamia e i momenti più soul di KeKe Wyatt. Se poi vogliamo tuffarci nel passato, da dove molte tracce di questo disco prendono spunto, rimaniamo all’estero con Joan Baez, Buffy Sainte-Marie e Mary Travers dello storico trio folk newyorkese Peter, Paul and Mary.

Spingendoci all’interno dell’analisi del disco, molte delle tracce risultano orecchiabili e arrangiate in maniera easy, se pur con qualche colorazione blues e soul che le rende appetibili anche ad un pubblico leggermente più colto. Lo vediamo in “Lover”, “Killing My Love” (per altro il brano in cui la voce di Elle è più in risalto) e “She’s Alone”. “Enlightens” si libera dei linguaggi più rock e finisce a sguazzare in territori quasi liturgici, dove la voce può librarsi in alto libera da vincoli, dimostrando tutte le capacità tecniche dell’artista. C’è anche un po’ di Sheryl Crow e Melissa Etheridge in “Berlin”, forse il pezzo più studiato, forte di un arpeggio martellante che già dall’inizio rimane in testa, nonostante la struttura sia retta principalmente dalla vocalità eccezionale di Elle.

Se dobbiamo trovare un punto a sfavore in questo Nowhere But Here ci dobbiamo rivolgere perlopiù agli arrangiamenti, ottimi per ottenere i risultati sopracitati (orecchiabilità, piglio soul, sonorità americaneggianti) ma mancanti di incisività in più di un istante , come in “Let Me Be Your Eyes”, dove però la voce risulta semplicemente eccezionale. In generale, non è banale né scarsamente professionale lasciar perdere per una volta la ricerca assoluta di originalità, caratteristica che non è il pezzo forte di quasi nessuno negli ultimi anni di musica italiana, ma che in questo caso non ferisce in alcun modo la presenza quasi eterea della voce di Elle, vera protagonista di un disco che si spera verrà ricordato anche dalla critica più feroce. Esordio pienamente meritevole.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop

 

 

 

 

Aliceland è il progetto personale di Alice Castellan, realizzato in collaborazione con il bassista Andrea Terzo, direttore degli arrangiamenti. E’ uno scheletrico carnet di canzoni di stampo pop, semplici ma non semplicistiche, dove l’enfasi data alla voce conferisce venature commerciali ma mai troppo radiofoniche a tutto il prodotto. Di conseguenza, possiamo parlare di un disco di musica italiana di stampo classico, fuori dall’orbita sanremese per una certa raffinatezza ed eleganza degli arrangiamenti che si riferisce forse più ad una tradizione americana, ma con un gran plusvalore dato da un uso costantemente ponderato della voce, che non si produce in eccessi barocchi né svolazzi prog. Del resto, non sarebbero neppure così appropriati. Il fatto che gli arrangiamenti di Terzo non abbandonino mai il terreno acustico, inoltre, districa il nodo ovvio dei cliché rock a cui ormai la musica italiana è sottoposta, avvicinandosi più a quei pochi elementi tranquilli e intimi della carriera di cantautrici come Elisa piuttosto che al rock popolare di Gianna Nannini e Noemi. Può sembrare, talvolta, che un uso troppo consapevole della voce possa far risultare i ritornelli troppo impostati, ma nel pacchetto generale questo contribuisce ad impreziosire le canzoni, piuttosto basilari nella struttura, nelle metriche e nella progressione melodica. E’ quasi romantico, nel senso estetico e letterario del termine, il modo in cui vengono fusi blues, funky, gospel, soul, r’n’b, cantautorato italiano e d’oltreoceano, passando per Alanis Morissette e qualche tocco di Bob Dylan trasporto al femminile.

Pensieri Raccolti non farà gridare al miracolo nessuno, ma come raramente accade siamo di fronte ad un’opera quasi personale che riesce ad avere un valore nazionale, ricevibile da tutti gli italiani come un prodotto di qualità, senza utilizzare quei linguaggi campanilistici che spesso riguardano il folk e di cui gran parte dei cantautori abusano ormai da quindici anni. Un complimento sincero ad Alice per questo lavoro.

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO

ETICHETTA: Sinusite Records
GENERE: Avant-rock

TRACKLIST:
Tilikum
William Blake
La Marcia dei Triceratopi
Tre Gatti
Twenty-One Thousand Leagues
Nine and Them Some
William Wallace
Duello
Self-Harm

Prologo:
Il disco avant italiano dell’anno? Non solo, se arrivasse alle orecchie di qualche grosso nome dell’entourage internazionale, i Carnenera (diretta citazione al più selvaggio Burroughs) hanno tutte le carte in regola per andare molto, ma molto lontano.

Il disco:
La stratificazione di drones su “William Blake” (chi altri se non lui ad agitare narcolessie psicotrope?), fa balzare dalla sedia. Suono nero pece sommati ad altri atmosferici – fantastico anche il basso distorto di Pissavini qui come su “Duello”, brano che arriverà di qui a poco. Asciugate rispetto al passato le percussioni di Carlo Garof, che comunque si frammentano in poliritmie dal sapore geometrico/esoterico, autenticamente sciamaniche. Il rito che attraversa i pochi minuti di “La Marcia dei Triceratopi” con la dea del canto avant italiano Dalila Kayros, porta in una dimensione autenticamente “altra”.
L’abrasività doom/stoner (Ufomammut e il grande deserto attraversato dai Kyuss) conduce nella macina metallica dei Tool, senza dimenticare i Crimson di “Red” portati in dimensione 2014 alla scuola di Ulver e Sunn O)).
Sempio regala un grandissima solista “surf” sulla prima citata “Duello”, prima di infrangere il suo suono in una tonnellata di diafane rifrazioni soniche, mentre Pissavini irrompe con un solo che manda a casa qualsiasi sadico math rock.
“Twenty One Thousand Leagues” come l’opener “Tilikum” è terreno fertilissimo per le stratificazioni di Sempio che più che soundscapes sarebbero da definire adeguatamente landscapes da quei territori estesi, a tratti magmatici e ad altri acidissimi, che hanno (ri)portato alla ribalta Gary Lucas in “Other World” e dai percorsi trasversali di Elliott Sharp, ma la sua personalità, che emerge come elemento collante del disco, per la ricerca spasmodica e la cura del dettaglio sonico profusa, non ha davvero termini di confronto. Tanta cura si e nonostante chiaramente il trio abbia registrato il tutto in presa diretta, con successivi trattamenti elettronici, come in un gioco di rifrazioni di un diamante grezzo, cosa che permette all’album di avere anche un’energia assolutamente diretta e non “costruita” ad arte, come accade per la maggioranza delle produzioni del genere (“Nine and Then Some” con un solo pirotecnico di chitarra, che non disdegna l’uso di un tapping incendiario, ne è esempio).
“William Wallace”, apre ancora a lande dilatatissime, prima di esplodere con una sezione rirtmica granitica. Il coro “tribal nordico” della sezione centrale, ha un sapore talmente evocativo da condurre dritti in Scandinavia su una nave vichinga pronta a sferrare un qualche attacco.
“Tre Gatti” assieme a “William Blake” è per chi scrive il picco di un album comunque estremamente coeso. Qui i suoni scorticano la pelle e Garof dà prova di creatività nel condurre un mondo di ritmiche dedito all’evocazione e alla potenza, anche quando si muove come a infrangere dozzine di specchi senza mai riflettervici dentro per autocompiacimento. Questo è un altro elemento essenziale dell’opera, che affronta una scrittura creativa anche negli interventi solisti senza suonare mai autoreferenziale.
Carnenera evolve il linguaggio di tanti nomi prima citati quanto di Zu, Ulan Bator (echi nell’intarsio post rock, accarezzato da chitarre in detune nella conclusiva Self Harm – delizioso l’arpeggio conclusivo qui), i Bark Psychosis di “Pendulum” dall’indimenticato “Hex”, Rosolina Mar, Aidoru, ma che soprattutto a tutto guarda tranne che al provincialismo italiano.
Nota di merito anche all’artwork di grande impatto, a cura di Alessandro Torri.

Conclusione:
E’ lecito da questa band aspettarsi un’intensa attività live. Perchè? Questo è un disco che farà impazzire qualsiasi amante dei “field”: stoner, noise, doom, math, avant prog e avant metal, psych, drones, desert, post rock … il che, non solo non è poco, ma garantisce un’identità forte e immediatamente riconoscibile.
Ascoltateli, andateli a vedere, lasciatevi condurre nel perdere il controllo razionale di voi stessi per trovare qualcosa di più profondo che vi appartiene: un buio che odora, pardon, puzza, di luce.

8’5, netto

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Recensione a cura di CLAUDIO MILANO

Etichetta: dEN
Genere: Avant/elettronica/ricerca vocale

Tracklist:
Kayros
Hor Kar Vudur
Hacab
Tzerpiusu
Sardonios Ghelos
Strix
Arxia

VOTO: 9

Kayros è una nuova divinità italiana e tale è destinata a rimanere.
Tracce come questa lasciano il segno in maniera permanente.
Pubblicato da pochi mesi, NUHK, si è ricavato uno spazio grande nell’avanguardia italiana che conta.
Dalila è, per chi scrive, la più grande ricercatrice e performer vocale italiana di sempre (e si sa, l’Italia in questo territorio, rimane da sempre, apripista per sviluppi globali) assieme a Giuni Russo di “Energie”/ “A Casa di Ida Rubinstein 2011” / “Signorina Romeo live” e alla prima Katya Sanna (quella di “Il chiarore sorge due volte”, coi Dunwich e le collaborazioni col collettivo romano Epsilon Indi). Un disco come questo, nonostante le poetiche differenti, porta un passo oltre, quanto fin qui prodotto da Romina Daniele e Antonella Ruggiero, Petra Magoni, Cristina Zavalloni e supera, di slancio, Lili Refrain e Stefania Pedretti.
La sua dimensione è dichiaratamente in opposizione ad un sistema “popolare”, inteso come “pop”, ma alla tradizione popolare vera, quella sarda (la lingua usata per il canto), attinge, creando un legame solidissimo e ultra (null’affatto “post”) moderno, tra arcaico e moderno, aprendo a nuovi scenari possibili e auspicabili.
Ciò che di primo acchito sorprende è il gran livello di produzione, cosa null’affatto scontata tra le mura dEN Records, nobilissima etichetta che ha preso in carico l’opera, spesso più avvezza ad un instant composing con mixing ottenuti in tempo reale, a segnare la “crudità” delle poetiche. Qui il suono annichilisce, panpot che rimbalzano da un orecchio all’altro e una cura nell’estremizzazione delle frequenze che rende gloria al contenuto.
Come sempre per dEN, preziosissimo l’artwork a cura di Soldarini.
La voce, trattata elettronicamente o pura, si muove da subarmonici gutturali e aritenoidei, prossimi al growl (“Tzerpiusu” – eccezionale nella sua miriade di rifrazioni, pari a un coro di vespe – , “Hor Kar Vudur”) per raggiungere suoni da soprano leggero di una delicatezza e una purezza immacolata (“Sardonios Ghelos”) ed esplodere in whistle raccapriccianti (“Strix” – per chi scrive, il brano più bello ascoltato da un annetto a questa parte – “Hacab”), talvolta in screaming, in altri casi in modulazione da soprano di coloritura a spostare l’estensione del pianoforte, a destra, di mezza ottava. Spesso corde vere e false sono usate assieme, rendendo la voce della cantatrice come quella della più violenta tempesta punk immaginabile (“Arxia”). Pre-vocale e profonda ricerca sulla phonè si legano a definire la più profonda sintesi tra alcune delle voci femminili estese più importanti e radicali che hanno attraversato il ‘900 nel rock e nella musica di confine (Yma Sumac, Meredith Monk, Nina Hagen, Diamanda Galas, Yoko Ono, Meira Asher, Carla Bozulich, Iva Bittova), ma qui è soprattutto permeata fino all’inverosimile la lezione del Scelsi di “I Canti del Capricorno” e la ricerca delle indimenticate Joan La Barbara e Cathy Berberian (“Stripsody”). Non solo, ogni possibile paragone unilaterale espone al ridicolo chi ha scritto di NUHK, testimoniando la profonda ignoranza della critica (italiana in particolare) appresso all’estetica delle “voci estese”, erroneamente chiamate ancora “voci strumento”, per le quali i metri di paragone Stratos e Galàs, sono ormai superati (certamente nella tecnica) da almeno due decenni, ma rimangono gli unici conosciuti, a discapito delle ricerche di Jaap Blonk, Koichi Makigami, Paul Dutton, Phil Minton, David Moss, Viviane Houle, John De Leo, Stefano Luigi Mangia, Mike Patton, Albert Kuvezin, Tran Quang Hai, Gisela Rohmert, Amelia Cuni, solo per citare pochissimi esempi. Che razza di affermazione è quella della “voce strumento”? Se una voce come quella di Sylvian (o Waits) canta su di un’ottava non è forse uno strumento magnifico? Bisogna ammazzare i propri padri putativi per essere sé stessi e Dalila questo, lo ha fatto, pur essendo questo, appena un (magnifico) disco d’esordio.
In lei c’è la lezione di chi, non solo non ha dimenticato il ‘900, ma dà soffio al proprio tempo e lo proietta avanti definendo nuove strade. Ma ciò che importa è che qui, la tecnica (più registri, più colori, più estensione = più possibilità a disposizione per far muovere apparato fonatorio appresso alla mente senza troppi limiti), è esclusivamente funzionale all’espressione, profondamente viscerale, sciamanica, da chi è in preda a convulsioni da allucinogeno pre rituale. Ancor meglio, tutto qui è “composizione”. Perché Dalila, compositrice rimane, anche nell’improvvisazione più radicale. Le tracce, multi-strutturate e ripartite in tante micro-sezioni (“Hacab” in particolare), sono autentiche composizioni di musica contemporanea che attinge all’elettronica figlia di Karlheinz Stockhausen, quanto dei Nine Inch Nails, Foetus e i Neubaten, dell’estetica glitch che frammenta come a definire miriadi di metamorfosi “ovidiane” e quella dei drones più minimali e tempestosi.
Dalila è schianto e carezza, un fiore che riemerge dalla liberazione di sovrastrutture socio-culturali, a cui pure attinge, per trasformarle in medicina, come nell’immergersi in un catino di ortiche per curare una malattia di Psiche intesa come sensibile cordone olistico tra anima e corporeità e rinascere giglio immacolato, nel mese di Maggio.
Fatelo ascoltare ai vostri bambini, rideranno, giocheranno e canteranno assieme a Dalila, loro, non hanno bisogno delle vostre sovrastrutture, o, se un bambino interiore siete riusciti a conservarlo, senza farlo diventare tiranno e obeso, ascoltatelo, non riuscirete a liberarvene.
A questa forma di dipendenza, al pari di quella di un “The Drift” di Scott Walker, non potrete che esprimere profonda gratitudine.

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