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Archive for the ‘ETICHETTA: Snowdonia’ Category

Saggio a cura di CLAUDIO MILANO

Band: Deadburger Factory
Titolo: La Fisica delle Nuvole
Etichetta: Snowdonia
Genere: Avanguardia
Anno: 2013
Durata: 33:19 / 28:32 / 37:37
Nazionalità: Italia

Formazione:
Alessandro Casini – chitarra, vibroplettri, graphics
Vittorio Nistri – elettronica, tastiere, manipolazioni sonore
Simone Tilli – voce, tromba
Carlo Sciannameo – basso

e con:
Pino Gulli, Ivan Broccardo, Giovanni Prosdocimi, Irene Orrigo, Odette di Maio, Paolo Ciotti, Giulia Nuti, Viola Mattioni, Enrico Gabrielli, Giorgio Saviane, Marinella Ollino (Lalli), Jamie Marie Lazzara, Simone Petri, Mario Fani, Emanuele Fiordellisi, Enzo Scalzi, Nicola Vernuccio, Nicola Cellai, Massimo Giannini, Paolo Benvegnù, Emanuele Fiordellisi, Giulia Sarno, Marina Mulopulos, Tony Vivona

Tracklist:
CD 1 – Puro Nylon:
1. Madre
2. Variazioni su un Campione di Erik Satie #1: Re
3. Variazioni su un Campione di Erik Satie #2/3: L’Inganno/Il Poeta
4. Oltre
5. Obsoleto Blues
6. Variazioni su un Campione di Erik Satie #4: Ciò Che la Pelle Spiega
7. In Ogni Dove
8.  Ancora Più Oltre

CD 2 – Microonde/Vibroplettri:
1. La Mia Vita Dentro il Forno a Microonde
2. Strategia del Topo
3. Magnetron
4. Micronauta
5. Il Dentista di Tangeri
6. Cuore di Rana
7. Dr Quatermass I Presume
8. Arando i Campi di Vetro

CD 3 – La Fisica delle Nuvole:
1. La Fisica delle Nuvole
2. Amber
3. Bruciando il Piccolo Padre
4. Cose Che Si Rompono
5. Wormhole
6. Il Mare E’ Scomparso
7. Deposito
8. C’è Ancora Vita Su Marte

Contatti: http://www.deadburger.it/band/?page_id=5 ; http://www.snowdonia.it
Voto: 8,5

Prologo:
Era Febbraio 1998 (il disco non era stato ancora pubblicato ufficialmente), quando mi sono imbattuto per la prima volta con una produzione Snowdonia, grazie a Dario Antonetti, degli allora Kryptasthesie. La doppia compilation si chiamava “Snowdoniani Baccelloni Invadono Megaton 4”. Da allora la curiosità per l’etichetta Snowdonia mi ha accompagnato giocosamente, fino al capolavoro dei Maisie “Balera Metropolitana”. Oggi, c’è del nuovo, merita grandissima attenzione ed ha un nome: Deadburger Factory.

(Alla domanda “Come vorrebbe morire?”)
Da vivo.
(Antonio Moresco)

Non è un caso che questo lavoro sia presentato tra le pagine del libro accluso con una citazione del più grande scrittore italiano contemporaneo (assieme all’ indimenticato Matteo Galiazzo), autore di quei “Canti del Caos” (Mondadori, 2009) che tanto hanno fatto discutere per la capacità di centrifugare idiomi più di Raymond Queneau, in salsa acida alla Louis- Ferdinand Céline e non è un caso che la citazione sia proprio quella ad aprire questa recensione, perché quest’opera che di vita e morte, transizione, passaggio, istanti addentati con ferocia e gustati con fame vera tratta, ha il gusto di un testamento.

In un’epoca in cui tutto viene consumato con distrazione, lasciando che gli stimoli ci accolgano lateralmente, come per inganno, le canzoni lunghe un giorno dei Flaming Lips e opere come “Have One on Me” di Joanna Newsom, hanno aperto una nuova strada, quella che obbliga ad usufruire lontano da un mp3 low-fi e un paio di cuffie su un bus mentre si va a scuola. E’ con gusto e consapevolezza che i Deadburger a questa strada fanno riferimento.

E’ con un capolavoro “1940/Madre” che il primo capitolo di questo triplo album, si apre, un brano, a sua volta tripartito con diretto riferimento all’estetica del ready made di Marcel Duchamp, giustamente associata al cut-up che da i primigeni esperimenti di Wyatt (The End of an Ear), Hammill (The Future Now), “My Life in the Bush of Ghosts” dell’accoppiata Eno/Byrne, fino al Beck di “Mellow Gold”, qui unisce readings ad elettronica, un arrangiamento per archi ad alto tasso emozionale. Ancora meglio però si sviluppa Variazioni su un campionamento di “Erik Satie#1:RE”, con archi ancora più ficcanti ed un reading ad opera di Paolo Ciotti che ti fa mancare l’aria. Tutto è perfetto qui e lo sono anche le parti 2 e 3 del brano, l’ultima con la voce di Giorgio Saviane che fa muovere corde emozionali anche spente. “Oltre” si muove con grazia “post tutto”, Lalli alla voce come non l’avevamo mai sentita e una coda di Nistri raccapricciante. Fa specie ascoltare quanto il collettivo sia capace di trattare una materia sonora di massima nobiltà con un fare minimalista che attinge tanto alla musica classica ed elettronica contemporanea che alle avanguardie rock più estreme, “Obsoleto Blues” sembra far ricorso quasi ad espedienti desunti dall’industrial dei Nine Inch Nails prima di schiantarsi in una coda finale tribal-psichedelica con la batteria di Pino Gulli in grande evidenza e le chitarre di Alessandro Casini ad incendiare anime adeguatamente ricettive. La Factory frigge il concetto di post-modernismo ed integra alla Romitelli, ogni cosa intraveda in un substrato inconscio di cultura globale collettiva, celebrando al tempo stesso morte e rinascita dell’estetica europea per come la si è intesa per decenni. Un disco come questo finalmente inizia a fare un po’ di luce in mezzo alle nebbie di un’estetica musicale italiana che ripete noiosamente e penosamente sé stessa dagli inizi degli anni ZERO, in attesa di un chissachè che è sempre stato qui e che non si è manifestato perché non si è mai avuto il coraggio, ma probabilmente neanche la cultura necessaria (ce ne vuole un’enormità in un mondo in cui a passare il tempo su internet tutto il giorno non basterebbe una vita per fruire di tutto quello che l’umanità ha prodotto e che ora è a portata di tutti) per muovere un passo verso il “nuovo” autentico. Ma ci vuole anche genio e questa gente ne ha a sufficienza da essere ignorata dai più e apprezzata da qualche salotto che non mancherà di associarli a “Massimi Volumi” e CCCP, senza neanche avere una minima dose di consapevolezza che anche quelli i loro precursori li hanno avuti eccome. Dal primo Battiato (tra i solchi di questi tre dischetti in qualche modo rievocato nel modo di assemblare i linguaggi, ma senza la stessa prosopopea e soprattutto un passo “oltre”), ad oscure band e oscuri personaggi che hanno attraversato l’Italia dagli anni ’70 (Pholas Dactylus, Marcello Giombini) ad oggi senza sosta (il mai dimenticato omaggio “The Beat Generation” con un grande Massimo Arrigoni ai readings, Federico Sanesi e Vincenzo Zitello), ai deliri di certi laboratori di fine ’60 (le performance di una tardiva – ancora una volta – beat generation, associata ai suoni “nuovi”, anche in Italia, che più di qualsiasi altra nazione grazie all’eco vicinissima dei lavori di Berio e Nono, ha lavorato alle manipolazioni di nastri magnetici, anche con quelle Stelle di Mario Schifano che meriterebbero “qualcosa” in più dall’esser considerati un oggetto per collezionisti). Qui c’è un omogeneizzato di cultura che supera il concetto di citazione ancora in atto col post rock di band anche grandi, grandissime come gli Aidoru e i Rosolina Mar, o i patchwork di Transgender e Mariposa (sarà un caso che tra questi solchi compaia un sempre più illuminato Enrico Gabrielli?). Un “Il Leonardo – Almanacco di Cultura Popolare” targato 2013, come la geniale impaginazione del libro accluso riesce ad evocare, tra “Forse tutti non sanno che”, foto al limite di un cyberpunk rivoltato in chiave patafisica e i disegni non meno che unici di Paolo Bacilieri, capaci nel loro immaginario di risultare iperrealisti anche quando portano lontano con la mente. Fascino immutato e lirismo oltre confini in “La Pelle”, con clarinetto di Mario Fani trasfigurato e orchestrazioni a muoversi dove i Rachel’s e gli Aranis non sono mai arrivati. Tinte jazz per “In Ogni Dove”, ma sempre con dosaggio alchemico, nelle spire della ispirata tromba di Enzo Scalzi e i rapidi fraseggi del piano di Nistri (chi ricorda i Bark Psychosis di “Hex” e i Talk Talk di “Laughing Stock”?), sinistri presagi d’archi a sottolineare uno scenario tra Lynch e Wenders e ancora Lalli alla voce, lontana anni luce da “giardini, pietre e relative numerologie”. Geniale la sospensione finale di marimba. In “Ancora più Oltre” compare anche il fantasma di un canto, il brano è scritto da Nistri con Lalli (qui dalle parti di Black Tape for A Blue Girl) e le corde di un contrabbasso sfregate da Nicola Vernuccio raggelano una melodia evocativa.

L’elettronica più estrema abbraccia attraverso sospensioni e improvvise accensioni la prima parte del secondo capitolo, la cui natura apparentemente concettuale (tutti i suoni sono stati ottenuti a partire da campionamenti tratti da un comune forno a microonde, acceso, spento, accarezzato, percosso e attraverso rielaborazioni in studio) viene trasfigurata da Vittorio Nistri in materia emozionale a la Burri. Un groviglio sonico industriale, che affascina senza risultare mai autenticamente sadico come nella tradizione del genere (Foetus). Solo appena un po’ prolissa “La strategia del Topo”, ma il resto non è meno che eccellente, con su tutto la stratificazione sonica di “Magnetron”, esempio di rumore bianco che trova in Maurizio Bianchi suo possibile padre putativo.

Ben altra materia a dar forma alla seconda parte del CD 2, “Vibroplettri”, realizzata dal chitarrista Alessandro Casini con chitarre, un bizzarro “stomp set” auto-costruito e plettri vibranti. Materia sonica ben più variegata nelle dinamiche, lucidamente psicotropa e radicalmente più “tagliente” (Dr Quatermass, I Presume). Un “Ballet Mecanique” per connessioni neuronali in stato di grazia ricettivo e rasoi affilati (Arando i Campi di Vetro).

Il terzo Capitolo riconduce alla dimensione acustica, o meglio, elettro-acustica del primo album, con band al completo e più marcato impiego di mezzo, archi, fiati, recitazione, a sostenere un impianto rock più tipico (chitarra, basso, batteria, tastiere). L’incipit di “La Fisica delle Nuvole” commuove fino alle lacrime, complice un testo che vìola senza retorica alcuna: “eccomi qua, a togliere merda da quasi ogni cosa” e “nessun dolore” a parlare di memoria, vuoto e malattia e l’abrasiva declamazione di Simone Tilli. Grazie. “Amber” è ferita dalle scariche della viola di Giulia Nuti e vede per la prima volta (e poi per il resto del disco) un cantato “tradizionale”, o meglio ben vicino alla tradizione italiana del recitarcantando che da Bene e Testa in poi ha tracciato un’intera schiera di “studi matti e disperatissimi” nell’impiego di false corde e suoni fischio. Da brivido il testo (che parla di mercificazione del corpo, intesa come status sociale, svalutazione del sé, malattia collettiva) e il solo di tromba conclusivo, anche questo appannaggio di un Tilli da encomio senza riserve. Splendido il trattamento sulle ritmiche di “Bruciando il Piccolo Padre”, probabilmente però, il brano meno interessante del lotto per la vicinanza assai dichiarata ad un indie rock ben metabolizzato, alla “Negrita in acido”. Non faccio fatica ad immaginare che questo dal vivo sia il pezzo cult della Factory. “Cose che si Rompono” vede Benvegnù alla scrittura e alla voce. Strepitoso Giannini a percussioni assortite ed ottima orchestrazione. Bene la linea melodica. Questo è indie nuovo, non se ne legge mai troppo facilmente il divenire, tanto negli slanci più fisici e sanguigni che nelle orchestrazioni più dolci, affascinante. Torna la poesia del primo brano con “Wormhole” e i suoi spasmi di Casini alla chitarra, Tilli alla tromba e Sciannameo al basso. Un’autentica meraviglia, tutta italiana, ma dal respiro assai vasto. “Il Mare è Scomparso”, trova un’orchestrazione da urlo che rievoca il Zappa esotico di “Hot Rats” e incontra nella teatralità del vocalese di Tilli una cifra stilistica tutta sua. Qui Gabrielli ai fiati è sensazionale, entusiasmano theremin e synth, ma tutto nel complesso non è meno che per-fet-to. Capolavoro assoluto dell’album e migliore brano italiano del 2013 per chi scrive, con una coda non meno che agghiacciante dopo tanta grazia. “Deposito 423” è diretta e ficcante quanto “Bruciando…” ma trova una poetica tutta sua, che solo nella vocalità e nelle ritmiche trova similitudine quasi impressionante (talvolta davvero le idee sono nell’aria) con un altro capolavoro assoluto degli ultimi anni, “Assurdo” dei Garden Wall dei fratelli Seravalle e William Toson. Davvero impagabili qui Nistri, Irene Orrigo al flauto traverso e Alessandro Casini alla chitarra acustica. Tantissima grazia ancora in “C’è ancora Vita su Marte”, melodia bellissima, bell’intreccio di voci tra Benvegnù, Giulia Sarno, Tilli (a kanzat kargyraajodel e screaming di tutto rispetto), bellissimi interventi di fiati di Gabrielli a rievocare i primissimi King Crimson, theremin in gran spolvero… ma… la chiusura con canto in inglese e immediata sospensione/cesoia, suonano come una piccola forzatura. Solo uno, tra i pochissimi peccati veniali dell’opera… perché di questo si tratta: un’Opera contemporanea. Poesia che evoca teatro, teatro che evoca musica, musica che evoca spazi, scenari….

E se vi dicessi di ascoltarlo tutto d’un fiato? Non sono mai stato a teatro per fruire di un’Opera in chissà quanti momenti diversi. Un’ Opera Contemporanea dicevo, in milioni di atti/“quanti”, che a livello mondiale in termini di schizofonia può avere (sulla base delle affinità che la mia mente, per entusiasmo e non per necessità effettiva, cerca, a pescare tra le proprie conoscenze) come referente un solo disco, quell’assurdo oggetto non identificabile che è “Kaddish” dei Towering Inferno. In un anno straordinariamente fortunato per la musica indipendente italiana come è stato il 2013, chissà che questo disco, che per il sottoscritto rimane e rimarrà una delle PIETRE MILIARI del nostro underground, non riceva il giusto e DOVUTO riconoscimento. Si, “Si muore un pò per poter vivere”, affermava Paolo Conte nel 1968. Che la rinascita sia rapida, perché la fame per il “nuovo vero” della Factory è già grande.

Da vedere: http://www.youtube.com/watch?v=GiOSHIjlygA

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