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Archive for the ‘ETICHETTA: My Place’ Category

ETICHETTA: MyPlace
GENERE: Rock italiano

TRACKLIST:
1. Chiara Lavora in Politica
2. Le Macchine da Scrivere
3. Il Giorno Più Bello
4. Il Futuro che ho Dimenticato
5. Soffiaci Sopra
6. Tutto il Freddo
7. Oltre Tutto Questo
8. Colore
9. Come Esther Greenwood
10. Gli Anni del Piombo

I Karenina sono una di quelle band che nonostante sia una sbiadita copia di tutti i mostri sacri del periodo migliore del rock italiano (gli anni novanta di Litfiba, Afterhours, Marlene Kuntz, CCCP, ecc.) riesce comunque a farsi ascoltare bene. Lo fa perché offre un prodotto molto interessante, rielaborato secondo linguaggi pop di respiro internazionale, tra Muse e Placebo nei momenti più elettronici dei loro lavori recenti, e una certa vena melodica à-la Coldplay. “Il Futuro Che Ho Dimenticato”  è quella più pop in questo senso, con inserimenti elettronici interessanti per i sintetizzatori che riportano il tutto in un’atmosfera più tranquilla, come in “Il Giorno Più Bello”, che apre la strada alla parte più tranquilla di un disco neanche troppo vario nei toni, ma che abbraccia comunque diversi modi di analizzare quella scena italiana che partì negli anni ottanta del primo Ferretti e si consuma oggi in tantissime imitazioni, mentre sorge un nuovo modo di intendere l’italianità: quello dei Marta Sui Tubi, presenti sia come ispirazione (“Colore”, “Gli Anni del Piombo”) che direttamente in regia, tant’è che il disco da Paolo Pischedda.
La band promette bene, esplora tutto l’esplorabile della nostra scena, e lo fa con un certo stile. Originalità a parte, un disco che ci si può godere in diverse maniere perché adatto ad ogni situazione. Nuovi sviluppi calorosamente attesi.

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ETICHETTA: My Place, Venus Dischi
GENERE: Rock elettronico, rock italiano

TRACKLIST:
1. Livido
2. Da Dietro il Vetro
3. Semplicemente Attenta
4. Come Cera
5. La Canzone dell’Amore Perduto
6. Quindici Agosto
7. Electrowest
8. L’Impossibilità
9. Vestirti di Me
10. Tramonto Petrolchimico

Gli Alchera non sono gli ultimi arrivati. Il terzo disco, Discarica di Sogni, giunge con il pubblico preparato alle loro tematiche sempre molto “poetiche” nel modo di porsi, che ricordano le malinconiche empatie narrative di De André (di cui coverizzano “La Canzone dell’Amore Perduto”), e che in questo nuovo lavoro raggiungono, se vogliamo, l’apice dell’evoluzione stilistica dal punto di vista letterario. I sogni infranti, i desideri che non vengono mai tradotti in realtà, la nostra vita che è “una discarica di sogni”, come diceva Samuel dei Subsonica, che tra l’altro sono una delle più evidenti influenze di questi Alchera. C’è del rock con frangenti elettronici, soprattutto grazie ai sintetizzatori, ma in generale l’attitudine del disco è pop, quasi come fosse ripreso dalle eventualità cantautorali che gli si possono ancora riconoscere dentro (“Livido”). I momenti strumentali, pochi ma eccellenti, come “Electrowest”, sono delle vere e proprie deflagrazioni introspettive, affidate in toto alla capacità espressiva del loro solare songwriting, maturo e deciso, con un sound che non manca mai di sentirsi figlio dei già citati Subsonica, dei Bluvertigo o dei Depeche Mode (“L’Impossibilità”) . La pesantezza di alcuni arrangiamenti rischia di rendere l’album meno fruibile sul lungo periodo, minandone la sua caratteristica fondante: l’essere radiofonico. Non è facile uscire dai momenti in cui la voce ricorda Renga o Casale (entrambi nel loro periodo migliore, dal punto di vista tecnico e compositivo), perché in questo genere si apprezzano più facilmente le sferzate più velate à-la Morgan.

Gli Alchera sono ottimi musicisti e compositori, vicini ad un sentire pop che è tipico della tradizione italiana. Il loro punto forte è la parola, che utilizzano per descrivere sentimenti che evidentemente al nostro popolo piace sia ascoltare che esprimere in versi o in musica. La parte suonata ricorda troppo da vicino i già citati nomi del nostro panorama, e per questo si può parlare di assenza d’innovazione e originalità, però c’è anche da dire che in Italia l’imitazione sa anche trasformarsi in vera e propria sintesi, fotografando, come in questo caso, uno stato d’essere più personale che si può solo definire come Alchera. Discreto, ma particolare. Pertanto, consigliato.

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