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Archive for the ‘GENERE: Alternative Metal’ Category

ETICHETTA: Warner Bros./Reprise
GENERE: Alternative Metal

TRACKLIST:
1. Swerve City
2. Romantic Dreams
3. Leathers
4. Poltergeist
5. Entombed
6. Graphic Nature
7. Tempest
8. Gauze
9. Rosemary
10. Goon Squad
11. What Happened to You

La parabola evolutiva dei Deftones sembra davvero inarrestabile. Iniziata la loro carriera all’interno del ciclone nu metal, del quale hanno sempre potuto incorporare solo i fans ma non i cliché tipici di band come Korn e Linkin Park, hanno saputo distinguersi disco per disco per una ricerca che è ormai diventata parte integrante della loro vita musicale. L’alternative metal graffiante e distruttivo, influenzato da crossover, rap, hardcore e punk, è ormai diventato un amalgama intaccabile di raffinatissimo metal moderno, in bilico tra il primo periodo e un interesse per la shoegaze e il post-rock che da Saturday Night Wrist in poi, ma con accenni già in White Pony, non è mai mancato.
L’anima violenta dei Deftones, in questo disco, è presente in “Leathers” e il primo singolo “Tempest”, mentre si tentano scelte e costruzioni più rilassate (“Poltergeist”, “Goon Squad”) e progressive (“Rosemary”, di quasi sette minuti). La costruzione dei brani è il fiore all’occhiello di Koi No Yokan, album costruito con una qualità compositiva veramente incredibile, distillando il meglio della grandezza vocale di Chino Moreno e della classe del chitarrista Stephen Carpenter in una sorta di compendio della loro carriera, che si potrà senz’altro annoverare tra le migliori opere di questi anni e una delle tre migliori della band californiana.

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Recensione a cura di MARCO BERGAMI pubblicata anche su Metallized
ETICHETTA: Roadrunner Records
GENERE: Post-grunge, alternative metal

TRACKLIST:
01. Slip To The Void
02. Isolation
03. Ghost Of Days Gone By
04. All Hope Is Gone
05. Still Remains
06. Make It Right
07. Wonderful Life
08. I Know It Hurts
09. Show Me A Sign
10. Fallout
11. Breathe Again
12. Coeur D’Alene
13. Life Must Go On
14. Words Darker Than Their Wings

Esiste una profonda ma travisabile differenza tra un’entità dotata di talentuosità ed un’altra provvista di genialità, una diversità che razionalmente riusciamo ad individuare in quanto materialmente identificabile, ma che istintivamente potrebbe portarci ad equipararle, confondendo il nostro metro di giudizio.
Il talento ha la capacità di sopravvivere autonomamente: chi ha talento ha spiccate qualità, ottime doti ed una rilevante propensione nei riguardi di uno stile espressivo adattabile in molti frangenti ed ambienti; il talentuoso riesce a comprendere e conformarsi con il genio in quanto la sua caratteristica principale non è quella di parlare una lingua propria ma è quella di riuscire ad eseguire, con delle capacità fuori natura, l’arte e l’idea di soggetto esterno.
Al contrario, il genio è dotato di un’incontenibile quantità di estro e creatività, le quali possono costituire un esempio di linguaggio rendendolo capostipite di una corrente artistica, rendendo le proprie opere il modello a cui ispirarsi per altri artisti latenti in originalità. Ma il genio non potrà mai sopravvivere senza la giusta levatura talentuosa, l’idea geniale, se mal eseguita o mal comunicata, potrebbe prendere più la forma di un esperimento mal riuscito piuttosto che di una linea guida per le generazioni a venire, quindi nel genio deve esistere una capacità talentuosa intrinseca.

Gli Alter Bridge nascono come band talentuosa, successivamente allo scioglimento degli acclamatissimi Creed e nel 2004 debuttano con One Day Remains, ottimo album dall’esplosività ricercata ma ancora troppo ingabbiato nelle idee di quello che era stato il loro recente passato, un platter che non li fece decollare come artisti ma che riuscì a ravvivare un fuoco interiore quasi spento, grazie al disco d’oro conquistato negli USA.
Nel 2008 l’uscita di Black Bird mutò i punti di vista nei confronti della band, che rivolse lo sguardo verso sonorità più personali dando vita ad uno degli album post-grunge dalle proprietà indelebili, una concezione di stile quasi completamente rinnovata nata dalle quattro mani di Myles Kennedy e Mark Tremonti che portano la band al limite della genialità di cui parlavo prima e ad una maturità degna delle band simbolo che immortalarono il loro passaggio nella storia.
Con la sincerità più spassionata, ritengo che Black Bird sia veramente un album dal quale prendere esempio, sia per il livello tecnico-strumentale che tecnico-vocale dimostrato, per l’estro compositivo d’altissimo livello, per la passionalità ritrovata e per la durabilità del piacere d’ascolto anche a distanza di anni.
Riuscire a raggiungere e superare questi standard di produzione, arrivati già ad una taratura elevatissima, è una condizione che appartiene ad una categoria di personaggi che nelle prime righe ho definito geni e detto questo potete immaginare da soli quali e quante aspettative possa aver scatenato la mia mente quando è venuta a conoscenza dell’uscita del terzo album degli Alter Bridge.

AB III stupisce, proprio quando si pensa che non esistano strumenti per riuscire ad equivalere o addirittura superare se stessi, ecco che la mancanza di positive aspettative viene surclassata dallo stupore che lascia scattare la molla dell’entusiasmo.
AB III forgia a fuoco il cambio di direzione della band che abbandona totalmente la naturale scia Creediana, allontanandosi da un sound ai limiti del sintetico ed inserendo suoni più scuri e pesanti grazie ad un Mark Tremonti roccioso, dalle sonorità più grezze e sanguigne, mantenendo in prima linea la straordinaria magia dell’ugola Kennedyana e lasciando invariato l’assetto acustico del resto della band.

L’apertura con Slip To The Void fa subito stilare una lista delle tante differenze che potrebbero riscontrare durante tutto l’ascolto; la morbida ambientazione creata dalla fusione di Brian Marshall con la quasi irriconoscibile tonalità adottata da Myles Kennedy fanno subito salire l’attenzione che aumenta progressivamente e parallelamente ai cambi ritmici di base e le impennate epiche di un insuperabile Kennedy, al massimo della forma.
Con Isolation e Show Me A Sign l’incrudimento dei toni si fa vero: seppur abbastanza melodiose ed orecchiabili, le tracce contengono degli stacchi profondamente accattivanti, che spezzano l’onda melodica con urti estremamente catchy e soli qualitativamente ed espressivamente meravigliosi.
Esistono poi tre tracce nel platter dalle quali non riesco ad allontanare la mia attenzione, tre tracce che si rincorrono continuamente nella mia mente, tre capolavori del post-grunge dall’espressività unica. La prima è All Hope Is Gone, che apre con un arpeggio di chitarra semi-folkeggiante, ritmicamente lento ma in continua e progressiva ascesa, dalle ambientazioni meditabonde e pesanti che ricoprono la traccia con un ritmo di superficie affascinante e magnetico. Il brano entra nella sezione dei riff pesanti solo nella seconda parte, inserendo un sound più fresco e duttile, prima di un altro grande assolo di Tremonti, che esprime il meglio di se stesso.
Poi Still Remains, apertura con riff pesanti molto Seattle-ani, suoni massicci, granitici, presenti ed adattissimi per essere fusi con le impressionanti melodie espresse da un orgasmico Kennedy.
Infine I Know It Hurts, apertura martellante con riff semplici ma efficacissimi, carichi di grinta e voglia, alleggeriti dall’ingresso del sostegno dei vari cori presenti, capitanata ancora una volta da una performance vocale senza difetto, ma la melodia viene arpionata nella parte centrale da un riff mostruoso e pesantissimo che trita la voce di Kennedy per poi ricomporla e farla volare via con il glorioso carattere che la contraddistingue.
Ma all’interno dell’album non potevano mancare le classiche “ballads” in perfetto stile Alter Bridge, quali Ghost Of Days Gone By, Make It Right, Wonderful Life, Breathe Again e Life Must Go On, aperture lente ed acustiche prima di aprirsi alla pesantezza delle chitarre che si uniscono ad un coro ampio e voluminoso, con un Kennedy sempre in prima fila, che fortifica la sua consapevolezza di bravura ed unicità. Forse uno stereotipo di se stessi che non va ad arricchire un giudizio, ma che lo lascia statico ed invariato, perchè già ripetutamente ascoltato, sempre ottime esecuzioni, ma stilisticamente un po’ sterili.

AB III è sicuramente uno dei migliori album del 2010, un concentrato di carattere e singolarità attribuibili a pochi, ma restano sempre e comunque presenti piccoli e quasi impercettibili richiami stilistici già passati nelle mie orecchie, alcune inflessioni della voce in Breathe Again e Words Darker Than Their Wings richiamano palesamente Jeff Buckley, o in Slip To The Void dove alcuni riff si riagganciano a dei passaggi tipicamente Slipknot. Piccoli passaggi inconsistenti che, raffrontati ai miei metri di giudizio, mi spingono a definire AB III un album geniale ma non perfetto in ogni sua parte.

Ad una band come gli Alter Bridge manca ancora un ulteriore passo in avanti, le manca la forza di allontanarsi dai “necessari” concetti di vendibilità del prodotto, scrollarsi di dosso la necessaria glassatura stilistica che gli ha sempre permesso di vendere milioni di copie: se solo riuscissero a spezzare completamente le catene che li tengono legati ai diktat delle major, potremmo veramente assistere alla nascita di un capolavoro storico da poter vivere in prima persona, riscattando la fortuna che hanno avuto i nostri vecchi per essere cresciuti nel periodo storico più rivoluzionario di tutta la storia umana.
Continuate a seguire questa band e comprate i loro album, perché un 3 su 3 di queste proporzioni risulta raro e tutto questo fa decisamente ben sperare.

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ETICHETTA: Reprise Records
GENERE: Sludge metal, prog metal, alternative metal

TRACKLIST:
1. Black Tongue
2. Curl Of The Burl
3. Blasteroid
4. Stargasm
5. Octopus Has No Friends
6. All The Heavy Lifting
7. The Hunter
8. Dry Bone Valley
9. Thickening
10. Creature Lives
11. Spectrelight
12. Bedazzled Fingernails
13. The Sparrow

The Hunter è l’opera della svolta per i Mastodon, dopo una carriera di alti e bassi che li ha comunque sempre mantenuti sulla giusta rotta di un prog metal originale e suonato veramente “con le palle”. Al di là di una straordinaria capacità tecnica e della loro specializzazione in un songwriting allucinato che coniuga sludge e alternative metal d’alta scuola, da Blood Mountain la band ha comunque messo in campo una certa vena melodica, mai più esentandosi da singoli che potessero calamitare l’attenzione anche dei metallarini più inetti. I quindicenni fan dei Metallica del post-Black album, per capirci. In questo nuovo lavoro le derive più prog di Crack The Skye sfuggono verso una composizione più raffinata ma delle parti di Remission e Leviathan, con un sound quindi più potente e levigato; “Spectrelight”, con Scott Kelly guest star alla voce, è sostanzialmente il tuffo nel passato più evidente ed elegante, ma anche “All The Heavy Lifting” è molto interessante in questo senso. Il singolo “Curl Of The Burl” invece è più “attuale”, nel senso che si gonfia di quei ghirigori più complessi che hanno fatto dei Mastodon una band veramente barocca in certi passaggi: di nuovo lo vediamo in “Stargasm” e “Black Tongue”, più epiche e trionfali della media del disco, connesse magari a certi momenti radio friendly contenuti nei due dischi immediatamente precedenti.
A dare coesione al tutto sono come sempre i fantastici intrecci delle chitarre, il drumming sfrenato di Brann Dailor (uno dei migliori sulla piazza nell’ultimo decennio) e l’utilizzo di più voci giusto per trovare la maniera migliore di cantare ogni singolo passaggio. Una pecca del disco? Non tanto la radiofonicità, ma l’esagerazione troppo poco impulsiva di certi brani, dove fill, cambi di tempo e riffing sono lasciati ad uno studio veramente eccessivo che li porta fuori dallo sludge metal che tanto si vantano da fare. Ecco dove la coerenza viene a mancare. “Bedazzled Fingernails” e “The Sparrow” sono pezzi più tranquilli, forse la previsione di quello che ci proporranno in futuro, e forse anche questo può contribuire ad innalzare la buona percezione di un disco caotico e poco sensato, anche se lascia filtrare come sempre le grandissime abilità compositive dei ragazzotti di Atlanta. Sempre schizzati, fortunatamente ancora lontani dal prepensionamento.

DATE ITALIANE:
26 GENNAIO 2011, XTRA Milano

FAN CLUB ITALIANO
SITO UFFICIALE 

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ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Metal

TRACKLIST:
1. Terror Manifesto Atto I
2. Fuori Produzione
3. Terror Manifesto Atto II
4. Gravità Zero

OK definirli metal, va bene, perché gli orizzonti sono quelli, però non ne sono poi così certo. Potrebbe essere una ritorsione, questa che molte band mettono in campo, di voltarsi dall’altra parte ed ignorare le etichette. Una rivolta nel pieno del successo delle “tag” virtuali diventate anche fisiche tentazioni di tutti. Però i Barnum Freakshow se ne fregano, e suonano, eccome se suonano. Escono dalla sala prove con un EP lacerante, molto distorto, dove i tentativi di ibridare metal e alternative commerciale sfuggono all’udito per quelle deviazioni molto personali che contraddistinguono soprattutto l’impianto chitarristico della combo “Terror Manifesto”, rispettivamente Atto I e II, due tracce non consecutive, che formano una sorta di suite esemplificativa dello stile meccanico, metallico e tagliente, ma in ghingheri, di questa sontuosissima formazione. “Gravità Zero” è invece il compiacimento definitivo, la dimostrazione che il comparto ritmico vale quanto quello melodico della perla “Fuori Produzione”.
Alcune forzature industrial si individuano nelle frequenze meno evidenti di alcuni brani, forse perché l’universo da cui provengono è anche quello. La scelta personale nel sound è quella più sporca e garage, che poi segnala anche la presenza di infiltrazioni thrash e neomelodiche: sbizzarrirsi con l’ibridismo non serve a niente, i brani sono fighi lo stesso. Peccato per la produzione a volte scadente, ma i pezzi sono tutti e quattro molto godibili anche se difficilmente individuabili come (veramente) originali.

Se cercate un prodotto fresco, che non sia troppo innovativo da diventare ingestibile (e che sia quindi digeribile dai più), ascoltate Circuiti|Carne|Metallo, sorprendente e scientifico bivio tra il metal d’ogni giorno e la melodia nera, cupa e pesante del vecchio defunto rock italiano anni novanta.

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