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Posts Tagged ‘Roadrunner Records’

Recensione a cura di MARCO BERGAMI pubblicata anche su METALLIZED

ETICHETTA: Roadrunner Records
GENERE: Heavy metal

TRACKLIST:
1. Crazy Horse
2. Overlord
3. Parade of the Dead
4. Darkest Days
5. Black Sunday
6. Southern Dissolution
7. Time Waits for No One
8. Godspeed Hell Bound
9. War of Heaven
10. Shallow Grave
11. Chupacabra
12. Riders of the Damned
13. January

Istintivo, anticonformista, carismatico e dalla timbrica vocale unica e distinguibilissima.
Zakk Wylde, ideatore dei Black Label Society e celebre spalla della band di Ozzy Osbourne – dalla tenera età di 19 anni – ha sempre cercato di affiancare il calore della sua voce alla potenza esplosiva di un suond tipicamente heavy metal dall’onda d’urto depredante.
Queste caratteristiche sono sempre state presenti nei lavori di questo chiatarrista, pianista e cantante statunitense ma la grande capacità che ho sempre invidiato all’enfant prodige Zakk è quella di essere riuscito a formare una band che mentalmente non vivesse di luce propria -enorme errore commesso da migliaia di bands- ma che godesse dei propri successi, condividendoli passionalmente con i propri fan, creando una grande comunità al proprio seguito.

Il 28 ottobre 1998 i Black Label Society pubblicano, prima in Giappone e successivamente negli USA, l’album d’esordio Sonic Brew, aprendo con Bored To Tears, una traccia che la lasciato un’impronta indelebile nella memoria di chiunque l’avesse ascoltata, che io vi ripropongo:

Negl’anni a seguire la potenza acustica andò scemando gradualmente, mettendo da parte la cupezza e la voglia di rendersi visibili plaudendo la propria presenza, aprendo la porta a sonorità più chiare e luminose, introducendo maggiori dosi di acusticità strumentale.
A quattro anni dall’ultima pubblicazione Shot to Hell e libero da impegni collaborativi con Ozzy,Zakk ha voglia di riscatto, il bisogno di recuperare amor proprio accantonato per seguire produttive logiche di mercato dettate dal conformismo, è tornato a galla spingendolo ad eclissarsi nel proprio studio di registrazione, soprannominato “The Bunker”, producendo il nuovo lavoro Order of the Black.
La produzione è straordinaria, un amalgama calibrato perfettamente che alterna raffinata melodia ad onde anomale sature di heavy metal e carica emotiva.

Per i conoscitori dei Black Label Society la traccia d’apertura Crazy Horse avrà il potere di proiettarvi direttamente alla traccia d’esordio, trasmettendovi le stesse emozioni e motivazioni che spinsero Zakk Wylde verso la personalizzazione del proprio stile e sound.

Provate emozione vero? Sentite anche voi l’incontrastabile voglia di scaricarvi in un urlo di soddisfazione che contenga le parole “era ora … finalmente sono riemersi i vecchi BLS”?
Se fosse così, Order of the Black non potrà far altro che provocarvi forti emozioni e soddisfazione, perchè Zakk c’è, Zakk è tornato.

La carica emozionale d’apertura la ritroveremo nella terza traccia, Parade of the Dead, uno dei brani più rocciosi e granitici dell’intero full-lenght, caratterizzato da una voce graffiante e solidissima capace di scaldare le anime più glaciali ed accompagnato da un massiccio tappeto di chitarre ritmiche lineari ed essenziali, che reggono l’intero brano tra le braccia e che si slegano in soli di grande impatto acustico e tecnico.
Ma il talentuoso musicista statunitense non intende far tramontare le sue doti polistumentistiche: Darkest Days, Time Waits for No One e Shallow Grave hanno proprio questa funzione, tre straordinarie ballads dove la profondità della voce si fonde alla morbidezza di un pianoforte suonato dallo stesso Zakk, capace di produrre intense ed emozionanti melodie che evitano l’uniderezionalità espressiva e la stagnante classificazione stylistica.
Ma l’anima metal non molla la presa e continua a fondersi con generi e stili cugini che donano alle tracce unicità ed ispirazione artistica, come nel caso di Southern Dissolution che colora la cadenzata apertura metal con spruzzate di stoner, donando freschezza e singolarità alla composizione.

Order of the Black è di certo la miglior produzione realizzata dal pugno di Zakk Wylde, l’emozione adrenalinica sarà onnipresente e la spinta acustica vi provocherà la stessa sensazione di un pugno nello stomaco, ma Order of the Black non introduce nulla di nuovo rispetto alle precedenti produzioni targate Black Label Society; la trasudante voglia di cambiare passo rispetto al passato si percepisce fin dalle prime note, la voglia di scrollarsi di dosso l’etichettatura “chitarrista di Ozzy Osbourne” è palese e comprensibile, ma artisticamente non aggiungono nulla di alternativo al panorama heavy metal, ma moltiplicano piaceri ai piaceri già provati.
A prescindere da questa mia ultima considerazione non potete comunque perdervi l’occasione di ascoltare un platter qualitativamente sconvolgente e raro in questo periodo storico.

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Recensione a cura di MARCO BERGAMI pubblicata anche su Metallized
ETICHETTA: Roadrunner Records
GENERE: Post-grunge, alternative metal

TRACKLIST:
01. Slip To The Void
02. Isolation
03. Ghost Of Days Gone By
04. All Hope Is Gone
05. Still Remains
06. Make It Right
07. Wonderful Life
08. I Know It Hurts
09. Show Me A Sign
10. Fallout
11. Breathe Again
12. Coeur D’Alene
13. Life Must Go On
14. Words Darker Than Their Wings

Esiste una profonda ma travisabile differenza tra un’entità dotata di talentuosità ed un’altra provvista di genialità, una diversità che razionalmente riusciamo ad individuare in quanto materialmente identificabile, ma che istintivamente potrebbe portarci ad equipararle, confondendo il nostro metro di giudizio.
Il talento ha la capacità di sopravvivere autonomamente: chi ha talento ha spiccate qualità, ottime doti ed una rilevante propensione nei riguardi di uno stile espressivo adattabile in molti frangenti ed ambienti; il talentuoso riesce a comprendere e conformarsi con il genio in quanto la sua caratteristica principale non è quella di parlare una lingua propria ma è quella di riuscire ad eseguire, con delle capacità fuori natura, l’arte e l’idea di soggetto esterno.
Al contrario, il genio è dotato di un’incontenibile quantità di estro e creatività, le quali possono costituire un esempio di linguaggio rendendolo capostipite di una corrente artistica, rendendo le proprie opere il modello a cui ispirarsi per altri artisti latenti in originalità. Ma il genio non potrà mai sopravvivere senza la giusta levatura talentuosa, l’idea geniale, se mal eseguita o mal comunicata, potrebbe prendere più la forma di un esperimento mal riuscito piuttosto che di una linea guida per le generazioni a venire, quindi nel genio deve esistere una capacità talentuosa intrinseca.

Gli Alter Bridge nascono come band talentuosa, successivamente allo scioglimento degli acclamatissimi Creed e nel 2004 debuttano con One Day Remains, ottimo album dall’esplosività ricercata ma ancora troppo ingabbiato nelle idee di quello che era stato il loro recente passato, un platter che non li fece decollare come artisti ma che riuscì a ravvivare un fuoco interiore quasi spento, grazie al disco d’oro conquistato negli USA.
Nel 2008 l’uscita di Black Bird mutò i punti di vista nei confronti della band, che rivolse lo sguardo verso sonorità più personali dando vita ad uno degli album post-grunge dalle proprietà indelebili, una concezione di stile quasi completamente rinnovata nata dalle quattro mani di Myles Kennedy e Mark Tremonti che portano la band al limite della genialità di cui parlavo prima e ad una maturità degna delle band simbolo che immortalarono il loro passaggio nella storia.
Con la sincerità più spassionata, ritengo che Black Bird sia veramente un album dal quale prendere esempio, sia per il livello tecnico-strumentale che tecnico-vocale dimostrato, per l’estro compositivo d’altissimo livello, per la passionalità ritrovata e per la durabilità del piacere d’ascolto anche a distanza di anni.
Riuscire a raggiungere e superare questi standard di produzione, arrivati già ad una taratura elevatissima, è una condizione che appartiene ad una categoria di personaggi che nelle prime righe ho definito geni e detto questo potete immaginare da soli quali e quante aspettative possa aver scatenato la mia mente quando è venuta a conoscenza dell’uscita del terzo album degli Alter Bridge.

AB III stupisce, proprio quando si pensa che non esistano strumenti per riuscire ad equivalere o addirittura superare se stessi, ecco che la mancanza di positive aspettative viene surclassata dallo stupore che lascia scattare la molla dell’entusiasmo.
AB III forgia a fuoco il cambio di direzione della band che abbandona totalmente la naturale scia Creediana, allontanandosi da un sound ai limiti del sintetico ed inserendo suoni più scuri e pesanti grazie ad un Mark Tremonti roccioso, dalle sonorità più grezze e sanguigne, mantenendo in prima linea la straordinaria magia dell’ugola Kennedyana e lasciando invariato l’assetto acustico del resto della band.

L’apertura con Slip To The Void fa subito stilare una lista delle tante differenze che potrebbero riscontrare durante tutto l’ascolto; la morbida ambientazione creata dalla fusione di Brian Marshall con la quasi irriconoscibile tonalità adottata da Myles Kennedy fanno subito salire l’attenzione che aumenta progressivamente e parallelamente ai cambi ritmici di base e le impennate epiche di un insuperabile Kennedy, al massimo della forma.
Con Isolation e Show Me A Sign l’incrudimento dei toni si fa vero: seppur abbastanza melodiose ed orecchiabili, le tracce contengono degli stacchi profondamente accattivanti, che spezzano l’onda melodica con urti estremamente catchy e soli qualitativamente ed espressivamente meravigliosi.
Esistono poi tre tracce nel platter dalle quali non riesco ad allontanare la mia attenzione, tre tracce che si rincorrono continuamente nella mia mente, tre capolavori del post-grunge dall’espressività unica. La prima è All Hope Is Gone, che apre con un arpeggio di chitarra semi-folkeggiante, ritmicamente lento ma in continua e progressiva ascesa, dalle ambientazioni meditabonde e pesanti che ricoprono la traccia con un ritmo di superficie affascinante e magnetico. Il brano entra nella sezione dei riff pesanti solo nella seconda parte, inserendo un sound più fresco e duttile, prima di un altro grande assolo di Tremonti, che esprime il meglio di se stesso.
Poi Still Remains, apertura con riff pesanti molto Seattle-ani, suoni massicci, granitici, presenti ed adattissimi per essere fusi con le impressionanti melodie espresse da un orgasmico Kennedy.
Infine I Know It Hurts, apertura martellante con riff semplici ma efficacissimi, carichi di grinta e voglia, alleggeriti dall’ingresso del sostegno dei vari cori presenti, capitanata ancora una volta da una performance vocale senza difetto, ma la melodia viene arpionata nella parte centrale da un riff mostruoso e pesantissimo che trita la voce di Kennedy per poi ricomporla e farla volare via con il glorioso carattere che la contraddistingue.
Ma all’interno dell’album non potevano mancare le classiche “ballads” in perfetto stile Alter Bridge, quali Ghost Of Days Gone By, Make It Right, Wonderful Life, Breathe Again e Life Must Go On, aperture lente ed acustiche prima di aprirsi alla pesantezza delle chitarre che si uniscono ad un coro ampio e voluminoso, con un Kennedy sempre in prima fila, che fortifica la sua consapevolezza di bravura ed unicità. Forse uno stereotipo di se stessi che non va ad arricchire un giudizio, ma che lo lascia statico ed invariato, perchè già ripetutamente ascoltato, sempre ottime esecuzioni, ma stilisticamente un po’ sterili.

AB III è sicuramente uno dei migliori album del 2010, un concentrato di carattere e singolarità attribuibili a pochi, ma restano sempre e comunque presenti piccoli e quasi impercettibili richiami stilistici già passati nelle mie orecchie, alcune inflessioni della voce in Breathe Again e Words Darker Than Their Wings richiamano palesamente Jeff Buckley, o in Slip To The Void dove alcuni riff si riagganciano a dei passaggi tipicamente Slipknot. Piccoli passaggi inconsistenti che, raffrontati ai miei metri di giudizio, mi spingono a definire AB III un album geniale ma non perfetto in ogni sua parte.

Ad una band come gli Alter Bridge manca ancora un ulteriore passo in avanti, le manca la forza di allontanarsi dai “necessari” concetti di vendibilità del prodotto, scrollarsi di dosso la necessaria glassatura stilistica che gli ha sempre permesso di vendere milioni di copie: se solo riuscissero a spezzare completamente le catene che li tengono legati ai diktat delle major, potremmo veramente assistere alla nascita di un capolavoro storico da poter vivere in prima persona, riscattando la fortuna che hanno avuto i nostri vecchi per essere cresciuti nel periodo storico più rivoluzionario di tutta la storia umana.
Continuate a seguire questa band e comprate i loro album, perché un 3 su 3 di queste proporzioni risulta raro e tutto questo fa decisamente ben sperare.

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