Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘GENERE: Art rock’ Category

RECENSIONE a cura di CLAUDIO MILANO

ETICHETTA: Fie!
GENERE: Art-rock

TRACKLIST:
CD 1: What If I Forgot My Guitar?
1. Easy to Slip Away
2. Time Heals
3. Don’t Tell Me
4. Shell
5. Faculty X
6. Nothing Comes
7. Gone Ahead
8. Friday Afternoon
9. Traintime
10. Undone
11. The Mercy
12. Stranger Still
13. Vision

CD 2:  What If There Were No Piano?
1. Comfortable?
2. I Will Find You
3. Driven
4. The Comet, the Course, the Tail
5. Shingle Song
6. Amnesiac
7. What’s it Worth?
8. Ship of Fools
9. Slender Threads
10. Happy Hour
11. Stumbled
12. Central Hotel
13. Modern
14. Ophelia

Confesso che fa uno strano effetto ascoltare un disco live di Hammill che si apre con degli applausi, non era mai accaduto prima d’ora e il timore che con con loro fosse subentrata una certa autoindulgenza, mi era arrivato come un segnale, l’ascolto ha immediatamente fugato ogni preoccupazione.
La sorpresa maggiore però diventa presto un’altra, l’intensità drammatica, profondamente espressionista e la lucidità vocale con la quale l’autore scorre uno dietro l’altro classici del suo interminabile repertorio, in questo album monumentale registrato nel 2010 tra il Giappone e la Gran Bretagna.
E’ subito da chiarire come i due dischetti si differenziano notevolmente l’uno dall’altro in quanto a precisione esecutiva. Quello alla chitarra, è attualmente il testamento dell’autore allo strumento, per quanto tutto sia possibile dire di Hammill tranne che si tratti di un virtuoso della 6 corde, l’altro è significativamente inferiore alla prova precedente di Typical e del semi official bootleg Tides, sullo stesso livello di Veracious, con Stuart Gordon.
Pur con i consueti acciacchi strumentali dunque, aumentati con gli anni, principalmente al torturatissimo pianoforte, al quale Hammill ha sempre tentato un approccio “creativo” e legato all’improvvisazione tout court e con più di qualche imperfezione vocale prima mai apparsa su disco anche live (se non su Vital dei Van Der Graaf Generator), la foga con cui i brani vengono “attraversati sotto pelle” si rivela ancora una volta capace di coinvolgere e a tratti realmente commuovere. Semplicemente straordinarie Time Heals, Friday afternoon, Central Hotel, ma soprattutto Driven, Gone ahead, Shingle Song, Amnesiac, Stumbled di cui ci vengono consegnate versioni che si potrebbe facilmente definire “definitive”. Belle “Faculty X” e “Happy Hour”, tutto sommato inutili “Shell”, “Nothing Comes”, “Vision”, “Ship of Fools”. E’ piacevole notare come, dove la voce non è più in grado di fare gli autentici miracoli di pochi anni fa , sia subentrata una violenza interpretativa livida di una rabbia mai sentita, come nella sempre emozionante “Traintime” o nel finale di “Stranger Still” (anche se i segni del tempo su questa si fanno sentire eccome). Ci si poteva tutto sommato aspettare un’interpretazione più pulita al piano di uno dei classici per eccellenza dell’autore negli ultimi anni, “The Mercy”, che comunque si distingue per furore interpretativo. Intense “Don’t Tell Me” e “Undone”; superlativa come sempre e forse di più, “Modern” con il suo finale mozzafiato. Come sempre brani non particolarmente significativi nelle incisioni in studio acquistano nelle versioni live una forza comunicativa ben altra, come nel caso di “Comfortable” e “I Will Find You”, che vocalmente ci riportano indietro di qualche anno, facendoci ascoltare un autore che ha saputo sempre modellare la sua voce a piacimento, come creta, nelle interpretazioni dal vivo, dagli abissi più profondi ad acuti estremi e carichi di isteria autentica, facendo di ogni live un’occasione diversa e molto, molto speciale. Non è un caso che la quantità di bootleg che esistono di Hammill abbia ben pochi eguali e che ognuno racconti una storia a sè. Due dischi pieni, dei quali, come già era accaduto per Typical e lo sperimentalissimo Roomtemperature live, ne sarebbe bastato uno e basta, ma “perfetto” si sa, è una parola che non fa parte del vocabolario di Mr. Hammill. Che dire? Se non più uno dei più grandi virtuosi dello strumento voce, senza dubbio uno dei più grandi interpreti viventi e una voce ancora capace di emozionare e sorprendere per duttilità, potenza e timbro. Questo è Peter Hammill, senza alcun compromesso, neanche con sé stesso: intenso, eclettico, vitale e fragilissimo, uno che ha costruito sull’ ostentazione della propria intimità una carriera senza eguali. Un disco che ogni fan e chiunque voglia capire cosa sia la differenza tra un semplice cantante e un interprete vero, deve avere. Per chi invece di Hammill non ha mai sentito parlare, meglio rivolgersi prima ai due live citati poco sopra, allo splendido The Margin e alle Peel sessions, per poi passare comunque a questo ascolto, che rimane caldamente consigliato.

Annunci

Read Full Post »

ETICHETTA: Acid Cobra Records
GENERE: Indie rock, post-rock, sperimentale

TRACKLIST:
1. La Condanna
2. Transoceanica
3. De Rosario
4. Un Fiore per il Capitano
5. La Lettera
6. A.M.A.N.O.
7. Da Quando Mi Hai Abbandonato…
8. Ago e Filo
9. Scena Muta
10. L’ospedale Vecchio/I Sette Giri del Corrente

Elegante e ricco d’immagini e colori: Addio! Amore Mio è un disco completo che noi definiremo quasi l’evoluzione post-rock di una contaminazione virale tra Baustelle, Offlaga Disco Pax e Giardini di Mirò, con sonorità internazionali. La voce, incandescente e soffuso meccanismo di propaganda sperimentale, riempie solo i momenti più delicati e lascia agli strumenti il protagonismo che solitamente compete a dischi noise o post-qualcosa.
I TV Lumière sono, anche per questo, una formazione interessante, i cui brani raccontano storie che le parole difficilmente riescono a descrivere senza l’ausilio della musica. La malinconia quasi esistenzialista disegna variopinte tele d’avanguardia, alla faccia di tutti i proclami alternative della nostra nuova tradizione nazionale.
Rapiscono, quasi sequestrano, l’ascoltatore con i tortuosi voli di pianoforte in “A.m.a.n.o.” e le scintille post-rock ultraritmate di “De Rosario”. I titoli, un po’ fuori luogo a volte, sembrano voler significare sempre il contrario della canzone stessa (“La Condanna”, “Ago e Filo”). La comunicazione pare sempre interrompersi, ma l’opera trova una sua concentrazione solo dopo un doveroso assorbimento nel tempo. Il rischio della troppa diluizione c’è, ma lo si smembra pian piano, carpendo i segreti di questo sound che si frappone certamente tra la nostra tradizione strumentale troppo saldamente ancorata ai GDM sopracitati (e, quando c’è di mezzo il piano, un po’ ai momenti meno suonati degli …A Toys Orchestra) e quella ultimamente così declinata dai Mogwai. Le scelte un po’ garage nel sound gli danno un’aura da band emergente che ne nobilita lo stile.

E’ trascinante, a suo modo sfacciato, e non si lascia schiacciare dal peso delle influenze troppo evidenti. TV Lumière è un progetto a sé stante, lontano dal perdere il dono dell’originalità, infuso dal tocco classico ma contemporaneamente sperimentale di una band che dimostra abilità e maturità compositiva in ogni nota. Senza gridare al miracolo, parleremo di questo disco per qualche mese come un delicato diversivo alla musica di tutti i giorni, o un palliativo per le delusioni che accompagnano sia la nostra scena mainstream che quella underground. Ci si sta risvegliando? Ce lo dirà il loro prossimo full-length.

Read Full Post »

ETICHETTA: Rock Action Records, Sub Pop
GENERE: Art rock

TRACKLIST:
1.  White Noise
2. Mexican Grand Prix
3. Rano Pano
4. Death Rays
5. San Pedro
6. Letters To The Metro
7. George Square Thatcher Death Party
8. How To Be A Werewolf
9. Too Raging To Cheers
10. You’re Lionel Richie

Il disco è appena finito. Prima impressione: non sono i Mogwai.
Il disco è stato riascoltato, una, due, tre volte. La nuova impressione è: l’originalità dei Mogwai non ha fine. Così come non ha fine la loro parabola evolutiva, che li porta sempre più in alto anche se, come ogni artista, con qualsiasi cambio di rotta si trovano di fronte allo spaccamento della critica e dei fans. Questa volta la formazione scozzese, elementare per tutti gli aficionados del post-rock più puro, iniziato dalle trasformazioni occorse naturalmente dopo la lezione degli Slint che (e questo va detto a tutti quelli che hanno preso il genere come un fenomeno di moda da ascoltare solo per i video con le immagini da emo depressi che girano su YouTube), comunque, non facevano post-rock. E infatti neppure i Mogwai, negli ultimi tempi, lo fanno più. Lasciato sbiadire nel passato il mondo di Young Team che dopo Mr. Beast si è ripresentato solo in qualche pezzo di The Hawk Is Howling, album acido e violento ma che lasciava intravedere gli spiragli di un’evoluzione in senso anti-tradizionale, tornano con la voglia di dimostrare che si può fare musica senza imitarsi come il novanta percento degli artisti dell’universo a cui appartengono tende a fare. Almeno nell’universo a cui appartengono.

E così una band brillante e in costante crescita si trova ad un punto della carriera in cui si può permettere di fare qualsiasi cosa, anche di ripristinare le poche incursioni della voce che a certi fans non sono mai andate giù, o di sporcare di elettronica il sound di un pezzo fantastico come “Mexican Grand Prix”, utilizzando pattern e tasselli abbastanza semplici (e a dire il vero, già sentiti) per costruire brani che fanno dell’originalità e dell’imprevedibilità il loro punto forte. Si perché nonostante alcune canzoni come “White Noise” e “San Pedro” non costituiscano quella grande novità che si poteva immaginare leggendo l’inizio della recensione, arrivati a brani come “Rano Pano” e “How To Be A Werewolf” ci si scontra impetuosamente con qualcosa di completamente differente, nuovo e inedito. Il loro classico muro di suono innalzato solo per lasciarlo sciogliere al sole, bruciandolo a tal punto da eliminare quell’aspetto freddo nei suoni che li ha resi celebri e lasciandolo sobbalzare con melodie molto più intuitive e semplici, sicuramente d’impatto e che si vantano di un’immediatezza che in un disco dei Mogwai non si era mai sentita se non in un brano, “Friend Of The Night”. E il risultato è fantastico: il songwriting è ineccepibile, così com’è lusinghiero per l’ascoltatore rendersi conto che anche il sound è cambiato a tal punto da rendere l’esperienza inverosimilmente diversa, forse anche questo uno degli aspetti che trasformano l’album in una perla inattesa e stupefacente.
Con un titolo presuntuoso e che alcuni chiamerebbero “sborone”, rivelano l’essenza del disco, che è veramente hardcore, hardcore perché ti spara in faccia la verità di una band che, caso raro nel mondo della musica strumentale, non deve rendere conto a nessuno, arrivando a conquistare anche chi detesta questo tipo di musica, per la loro attitudine a trasferire in ogni singola canzone un’anima e una personalità che pochi altri possiedono. Basta ascoltare “Letters To The Metro” per rendersene conto, un brano che ricorda quasi le ballate folk-pop dei cantautori indie americani, ma senza voce. Un pregio non da poco, anche se la sua costruzione breve e priva di alterazioni di sorta lo rendono più adatto ad una colonna sonora che ad un disco o ad una performance live. Un brano leggero e che poteva essere collocato come bonus track, ottimo però per dimostrare il cambiamento positivo del loro estro creativo-compositivo. La progressione tipica del pezzo standard dei Mogwai, con l’inizio arpeggiato e lento e il finale acidulo e violento che ti spacca le orecchie senza preavviso (aspetto che non si fa certo apprezzare in quanto ad “innovazione”), è presente solo in un episodio di questo settimo lavoro (“You’re Lionel Richie”), brano che effettivamente non regala niente ad un disco che comunque si completa solo considerando ogni suo singolo componente. Ignorarne solo uno dei tanti secondi che compongono l’album potrebbe risultare fatale per la comprensione dello stesso.

Un altro punto forte è la diminuzione della durata media delle canzoni, che si incastonano in una struttura molto più fragile ma funzionale, che difficilmente supera i sei minuti. E, per una volta, penso non mi sarà contestata la violenza verbale nel dire che non si poteva vivere senza questo tipo di svolta, che li avrebbe altrimenti fatti deperire velocemente. Una necessità a cui hanno saputo rispondere prontamente.
In ogni caso, i Mogwai, con il loro flusso continuo di distorsioni, crescendo e irruenza chitarristica mai lasciata decadere sotto le banalità di power chords o formalità/tecnicismi che non gli sono mai appartenuti e mai gli apparteranno, stupiscono di nuovo e tracciano una traiettoria che si spera seguiranno anche con i lavori futuri. Nel frattempo, spegnete la televisione e ascoltatevi Hardcore Will Never Die, But You Will, rimarrete ipnotizzati. Per davvero.

Read Full Post »