Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘ETICHETTA: Bella Union’ Category

Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Sub Pop/Bella Union
GENERE: Folk

TRACKLIST:
1. Montezuma
2. Bedouin Dress
3. Sim Sala Bim
4. Battery Kinzie
5. The Plains/Bitter Dancer
6. Helplessness Blues
7. The Cascades
8. Lorelai
9. Someone You’d Admire
10. The Shrine/An Argument
11. Blue Spotted Tail
12. Grown Ocean

VOTO: 3/5

Parliamo di un album che doveva uscire nel 2010.
Partiamo quindi dal presupposto che la band di Seattle, dopo lʼesordio omonimo del 2008, ha sofferto di ansia da prestazione, che ha costretto Robin Pecknold e soci a lavorare intensamente sui pezzi di questʼalbum, nel senso di fare-rifare-ripartiredazerorivalutarepreoccuparsi e partorire il disco per il pubblico lʼanno successivo. Ebbene, ascoltando questi dodici brani, bisogna dire che la paura di sbagliare non ha portato allʼerrore, ma ha contribuito a perfezionare le idee che evidentemente stavano alla base.
Tutte le tracce si muovono attorno al classico folk americano degli anni 2000, ma con rimandi agli anni ʼ60 e ʼ70: chitarre acustiche, batterie leggere, archi, mellotron, violini, atmosfere lisergiche, voci corali, questʼultime che rimandano al genio di Brian Wilson, soprattutto quello di “Smile”.
E questo non è un indizio da poco.
Il folk dei Fleet Foxes fa parte di quel ramo del folk solare, che sfiora il pop dei Sessanta.
Non cʼè nulla a che vedere con lʼ intimità malinconica di Bon Iver o del primo Iron and Wine, tranne qualche esempio come “Blue Spotted Tail”; lʼunico elemento in comune con i due songwriters, sono le camicie a quadri e le barbe lunghe.
In generale “Helplessness Blues” è un album che gode di unʼottima visione dʼinsieme, i brani sono ben amalgamati tra loro e rendono coerente lʼintera opera, dove emerge una distinta genuinità della band di Seattle.
A primo impatto manca un brano che spicca tra tutti, ma forse ciò è dovuto alla buona composizione di tutte le tracce.
Quindi a somme fatte, tranquilli Fleet Foxes, non avete bisogno della pillola blu.

Annunci

Read Full Post »

ETICHETTA: Bella Union
GENERE: Folk Rock

TRACKLIST:
1. Cobbled From Dust
2. Restoration
3. Misplaced
4. I Made The Law
5. Crossed Wires
6. On The Line
7. Bobcat Goldwraith
8. No Ghost
9. Slippery When Wet
10. Almanac
11. Kindling To Cremation

RECENSIONE:
Il folk rock e i suoi sodalizi scintillanti con l’indie sono qualcosa che ormai è diventato pane per i denti di tutti, un linguaggio assodato e diffuso, commestibile, giustamente elevato a stendardo di un filone che comunque ha i suoi tentacoli un po’ ovunque nella scena americana e britannica (ma anche in qualcosa di europeo-continentale).
I The Acorn vengono da anni di esperienza in un clima che pur non essendo quello statunitense pone lì i suoi campi d’azione più importanti (per la cronaca, sono canadesi), e nel sound queste cose rimangono. Lo si sente in quei pochi echi di Grizzly Bear e Deerhunter, ma soprattutto i conterranei Metric e i sempre presenti Elbow.
Questo prodotto, No Ghost, brilla anche per una produzione notevole, che aprirà alcune porte inedite alla band, probabilmente qualche interesse in più all’interno delle radio e dell’industria “pesante”. Ponendo la giusta attenzione sui contenuti, l’accento è immediatamente da marcare sopra l’apparato folk, con quelle ballad che comunque hanno un risvolto tragico nell’indole (la title track), qualche distorto, ma soprattutto qualche overdrive, ben piazzato, l’apporto melodrammatico del tipico inserto unplugged immancabile in ogni main act del panorama indiefolk (“Slippery When Wet” e “Cobbled From Dust”, la opener, struggente ma comunque azzeccata).  Su tutti il singolo “Restoration”, melodico ed orecchiabile al punto giusto, sicuramente perfetto per questa sua veste, ricorda certi Kings of Convenience più sostenuti, ma anche i sempreverdi (scusate il gioco di parole) Forest City Lovers e Plants and Animals. La voce di Klausener fa il resto, supportata da un accompagnamento sempre molto semplice, forse troppo, ma che utilizza dei pattern che sicuramente sanno ricreare un’ambientazione confacente al disco, che a tratti fa capire benissimo la loro provenienza geografica.
I linguaggi del disco sono quelli più tipici del folk. Le chitarre evocative, sopratutto negli arpeggi, i testi che vagheggiano tra una profondità intimista e una vaga gaiezza superficiale, la batteria minimale che conferisce un ottimo groove a quei brani più spensierati che comunque fanno del disco il giusto incontro tra le scorrazzate più uptempo del folk classico e la nuova, ipermalinconica, ondata new wave che si è infranta malamente contro il panorama indie portandosene via un pezzo, ma lasciandoci comunque la soddisfazione di ascoltare band come gli Acorn, nonostante il precedente, splendido, Glory Hope Mountain, rimanga insuperato.

Read Full Post »