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Posts Tagged ‘folk’

Recensione di Andrea Marigo

ETICHETTA: Fat Possum Records
GENERE: Folk, songwriter, rock

TRACKLIST:
1. The Heart Is Willing
2. Down in the Fire (Lost Sea)
3. Skull & Bones
4. 123 Dupuy Street
5. Surfer King
6. Hiway / Fevers
7. DRMZ
8. The Twist
9. Rte. 28 / Believers
10. Scenes form a Circus

Voto 4/5

A.A. Bondy (Auguste Arthur Bondy), è il frontman dei Verbena, band grunge americana (che vanta tra l’altro un gran disco prodotto da Dave Grohl, Into The Pink) scioltasi nel 2003.
Dal 2007, il suddetto artista, decide di passare dalle chitarre à la Cobain alle chitarre acustiche ed inizia il suo percorso (scontato) da songwriter, sfornando dischi solisti, che in realtà non sono per niente malaccio, dalle tonalità folk.

Chiaro che fin qui non c’è niente di male, considerando anche il fatto che il “giovane” detiene una delle migliori voci mai sentite (gusto personale per carità per quanto riguarda il panorama di cui si sta parlando), ma si sa: di dischi folk-solisti-acustici ne è pieno il mondo e differenziarsi da quel che c’è non è la cosa più facile da ottenere. Cosi infatti è per i primi due album che Bondy, in versione solista, da alla luce. Poi questo Believers del 2011 segna invece un cambio di marcia più personale e ci regala un disco molto interessante.
Sempre folk rimane ma stavolta, chitarre semi acustiche, slide e leggere batterie sono coinvolte in un amalgama insolito per il genere.

Un disco che dipinge magistralmente la propria copertina di quando ognuno cerca la propria fuga dall’intorno e si vuol rimaner da soli, senza tante lagne di cornice.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Artists Record
GENERE: Celtica, elettronica, world music

La stagnazione in termini di novità discografiche ha prodotto negli ultimi anni almeno due macrocategorie di artisti che, prendendo in prestito due termini del linguaggio politico, potremmo chiamare “progressisti” e “conservatori”: i primi tentano di andare avanti, superare le etichette ormai “classiche” – e bisognerebbe aprire un dibattito riguardo l’opportunità di alcune di queste – spesso contaminando, mescolando, fondendo materiale proveniente da diversi orizzonti. I conservatori, lo dice il termine stesso, rimangono attaccati a stilemi e motivi del passato, ripetendosi e contribuendo alla ciclicità del ritorno delle mode. La domanda da fare è dunque: dove si collocano i The Sidh? Intanto, chi sono? Marr, Melato, Subet e Pagliaro sono quattro musicisti già attivi in altre formazioni che si sono uniti con lo scopo dichiarato di dare una patina moderna alla musica celtica di matrice irlandese, un genere di per sé chiuso, complice l’isolazionismo di questa zona d’Europa. Per riadattare e rivedere brani tradizionali appartenenti ad un’altra cultura bisogna innanzitutto conoscerla a fondo e il quartetto lo dimostra, quantomeno sul piano musicale. Gli elementi “nuovi” si identificano qui nell’elettronica, quindi drum machine, sintetizzatori, tastiere, con strutture e accentazioni ritmiche provenienti da alcuni dei generi che più hanno aggredito massivamente l’industria musicale nell’ultimo lustro (dubstep, r’n’b, hip hop americano, drum’n’bass, glitch), senza tralasciare le tracce di folk, di prog, di punk a cui la band aveva abituato gli ascoltatori. Il risultato è un intelligente mosaico di musica vecchia e nuova, dove l’obiettivo di attualizzare ogni singolo brano può fare a volte dimenticare la presenza dell’elemento irish, anche se il contributo di strumenti come la cornamusa è determinante per mantenere il collante ideologico che regge questo lavoro. Immaginatevi i Flogging Molly che incontrano Alva Noto e gli Autechre, Shane MacGowan che canta su una produzione brostep di Nero, l’hip hop di Diplo con le uilleann pipes. L’operazione riesce sicuramente dal punto di vista della fusione dei linguaggi, grazie ad una registrazione e ad un mastering di grande classe. L’impressione che i musicisti abbiano spinto più sui suoni che sull’intensità emotiva o la naturalezza dei brani tende a minare la bellezza di alcuni momenti, ma anche questo aspetto è perfettamente controbilanciato dall’ottima capacità strumentale udibile in tutte le sezioni. E’ grazie a questo che la definizione “prog” non risulta più così fuori luogo.

Se vi piace il folk irlandese/celtico e siete curiosi di sentirlo in una maniera “diversa”, vi consigliamo questo viaggio. Se vi farà storcere il naso, vi si chiede comunque di comprendere quante capacità servano per comporre un disco del genere, frutto di un innegabile labor limae. Piacevole scoperta degna di brillare in un periodo di ombre.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Popolare

Naufragati nel Deserto è il titolo perfetto per questo disco, i cui richiami principali anche dal punto di vista musicale si rifanno all’elemento acquatico del Mediterraneo, un mare certamente vicino al concetto di naufragio, ma anche alle aride lande sahariane dell’Africa centro-settentrionale, fino al suo affacciarsi, di nuovo, sul Mare Nostrum. Folk, pop, jazz, echi spagnoli di musica gitana ma anche flamenco, un fiume infinito di idiomi diversi dal francese all’arabo passando per il sicilianu, tutto condensato in quella che risulta infine un’eccelsa padronanza culturale in primis plurilinguistica, ma variopinta anche nella sua essenza identitaria, perché questo duo in realtà risiede a Genova, aggiungendo un altro punto di riferimento anche geografico alle diverse chiavi di lettura che si possono applicare a questo loro nuovo album.

Un duo, dicevamo, produzione Primigenia che Alessandra Ravizza e Andrea Megliola hanno saputo sfruttare al meglio, dandosi visibilità anche con partecipazioni più che meritate a rassegne come Mediterrarte Festival, il Festival Italiano di Suzhou in Cina e Sanremo Off, tra gli altri. L’ultima edizione di Mediterrarte, inoltre, ha visto la partecipazione della cantante Antonella Serà, rappresentante di un orizzonte canoro non troppo distante da quello della Ravizza. Di Naufragati nel Deserto, tuttavia, non vengono ricordate solamente le voci, ma più che altro gli arrangiamenti più complessi, quelli che mettono in piena evidenza la qualità dei musicisti coinvolti. I momenti più vivaci sono scanditi da violini e intrecci di chitarre classiche ed acustiche, mentre i clarinetti fanno pensare alla tradizione ebraica, come il klezmer di Norman Nawrocki (che in realtà e’ canadese). Se dobbiamo muovere una critica a questo lavoro è forse la mancanza d’incisività dei brani o l’assenza di una direzione che renda comprensibile l’obiettivo di questo prodotto. Piacere a tutti o piacere a pochi? Alcuni pezzi più catchy farebbero pensare alla prima strada, ma la risposta è forse più nella seconda, perché alcuni assoli e fraseggi non ci faranno mai sentire estratti da questo disco nelle radio più popolari. Di conseguenza, se potessimo identificare questo disco come un’esercizio di stile e una naturale composizione proveniente da un multiculturalismo di ispirazione mediterranea, come si diceva all’inizio, l’apprezzamento sarebbe d’obbligo. In definitiva, bella prova da parte di questi genovesi che dimostrano ancora una volta come la Liguria sia patria di artisti di qualità, dentro e fuori il mondo della musica popolare.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

Nowhere But Here è il primo lavoro di Elle, cantautrice romana i cui esordi sono stati accompagnati da un’evidente approvazione della critica e del pubblico, apprezzamenti rivolti principalmente alla sua voce e al disco di cui stiamo parlando. Tracciamo alcuni confini geografici e di genere per capire di cosa si tratta: niente di vicino al sound tipico del pop romano, derivazioni principalmente d’oltreoceano provenienti dai territori del folk, del rock leggero, della musica d’autore, del pop. Potremo considerarla quasi un Bob Dylan al femminile, ma il range vocale è quello di Céline Dion, gli ammiccamenti al blues ricordano la Shania Twain meno commerciale ma anche Tamia e i momenti più soul di KeKe Wyatt. Se poi vogliamo tuffarci nel passato, da dove molte tracce di questo disco prendono spunto, rimaniamo all’estero con Joan Baez, Buffy Sainte-Marie e Mary Travers dello storico trio folk newyorkese Peter, Paul and Mary.

Spingendoci all’interno dell’analisi del disco, molte delle tracce risultano orecchiabili e arrangiate in maniera easy, se pur con qualche colorazione blues e soul che le rende appetibili anche ad un pubblico leggermente più colto. Lo vediamo in “Lover”, “Killing My Love” (per altro il brano in cui la voce di Elle è più in risalto) e “She’s Alone”. “Enlightens” si libera dei linguaggi più rock e finisce a sguazzare in territori quasi liturgici, dove la voce può librarsi in alto libera da vincoli, dimostrando tutte le capacità tecniche dell’artista. C’è anche un po’ di Sheryl Crow e Melissa Etheridge in “Berlin”, forse il pezzo più studiato, forte di un arpeggio martellante che già dall’inizio rimane in testa, nonostante la struttura sia retta principalmente dalla vocalità eccezionale di Elle.

Se dobbiamo trovare un punto a sfavore in questo Nowhere But Here ci dobbiamo rivolgere perlopiù agli arrangiamenti, ottimi per ottenere i risultati sopracitati (orecchiabilità, piglio soul, sonorità americaneggianti) ma mancanti di incisività in più di un istante , come in “Let Me Be Your Eyes”, dove però la voce risulta semplicemente eccezionale. In generale, non è banale né scarsamente professionale lasciar perdere per una volta la ricerca assoluta di originalità, caratteristica che non è il pezzo forte di quasi nessuno negli ultimi anni di musica italiana, ma che in questo caso non ferisce in alcun modo la presenza quasi eterea della voce di Elle, vera protagonista di un disco che si spera verrà ricordato anche dalla critica più feroce. Esordio pienamente meritevole.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Tuamadre Production
GENERE: Pop rock, ska, folk

L’Invasione dei Tordoputti è l’esordio sulle scene nazionali del progetto ligure Tuamadre. Se dopo “How I Met Your Mother” e la mamma di Stifler in American Pie le mamme sono tornate alla ribalta anche come oggetto di attenzioni sessuali e battute di vario genere, il nome della band evidentemente (e per fortuna) non intende andare a parare nuovamente lì. Comunque, il disco è volutamente ironico, pieno di pungente sarcasmo e siparietti comici, utili anche a spezzare il flusso delle dieci tracce (numerato in maniera molto particolare, tra l’altro) tramite segmenti recitati che intervengono a far sorridere l’ascoltatore. Siamo di fronte ad un pot-pourri ben studiato di molteplici registri stilistici, mescolati ed agglomerati con una discreta dose di genuina follia ed una capacità tecnica che si rivela indispensabile ai fini di mantenere un’eterogeneità che non alteri il succo di ogni brandello messo in campo: reggae, ska, folk, riflessi di rock anni ottanta e novanta, cangianti sfumature tropicali di matrice latina, disco dance e prog, tutto shakerato assieme ad un’elevatissima verve pop dalle tonalità calde, romantiche e di certo radiofoniche. La partecipazione di Mr. T. Bone (The Bluebeaters, Africa Unite) è la tipica aggiunta necessaria a dare dinamismo e densità ai comunicati stampa, più che altro perché stiamo parlando di artisti che non necessitano di nomi celebri per apparire, vista l’eccezionale qualità compositiva ed esecutiva di nomi come Pietro Martinelli al contrabasso e i tre fiati (sax, tromba e trombone).

Una bella sorpresa, piacevole, simpatica, martellante, solare. In definitiva, un lavoro di tutto rispetto.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Funk Lab
GENERE: Folk

Image

I Sine Frontera, giunti nel duemilatredici alla loro quinta pubblicazione, vengono da Mantova, sono in otto e hanno alle spalle una miriade di situazioni più o meno importanti a livello curricolare. Per capire dove va tendenzialmente a parare la loro musica, si pensi che in questi giorni sono stati impegnati nell’iniziativa Irlanda in Festa, ottimo punto di riferimento del folk irlandese e non solo. Sempre folk fanno i Sine Frontera, ma le influenze celtiche sono solo una componente marginale del pacchetto che rinveniamo nel disco I Taliani, ben accolto dalla critica e a ragione. La fusione di folk e rock, con tinte blues e patchanka, ma anche ska e reggae, tipica di molte band di questo genere (Bandabardò e Modena City Ramblers in primis in Italia), regala ai fans del genere più di qualche perla, una serie di ameni schizzetti di quotidianità anche nei testi, e la possibilità certa di andare a riscoprire questi brani in un contesto, quello dei live, dove ballare (e talvolta pogare) è d’obbligo. A livello strumentale sono la chitarra acustica e la fisarmonica ad intestarsi la paternità dei momenti più salterini e festaioli, mentre il settore ritmico accompagna a dovere canzoni che, come HombresNo Soy Borracho, non possiamo analizzare in quanto ad originalità, ma che sicuramente risuonano come allegro sinonimo di spensieratezza e divertimento. C’è anche spazio per la critica sociale, come lasciava presagire il titolo del disco, ed anche in questa particolarità brillano i testi di Resta, istrione (privo dell’accezione esibizionistica un po’ negativa di questo termine) che potremo anche definire come un incrocio tra Cisco e i fratelli Reid (ovvero i The Proclaimers). 

Scanzonati, smaliziati e goliardici, fanno ballare con stile e chiunque acquisti questo disco potrà solamente dare ragione a queste parole. Interessante realtà lombarda che da più di un decennio si impegna molto nel portare avanti la tradizione folk che non è solo americana e irlandese, ma anche mediterranea. 

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Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Nonesuch
GENERE: Pop, jazz, folk

TRACKLIST:
Caught in the Briars
The Desert Babbier
Joy
Low Light Buddy of Mine
Graces for Saints and Ramblers
Grass Windows
Singers and the Endless Song
Sundown (Back in the Briars)
Winter Prayers
New Mexico’s No Breeze
Lovers’ Revolution
Baby Center Stage

Voto: 3.5/5

Non so.
Samuel Beam era un grande, se nʼera uscito 11 anni fa con il suo folk lo-fi dove conquistò una notevole fama, più che meritatamente.
Poi dal 2004, il cambio verso un pop studiato bene, raffinato, dal tocco jazz, e la sua voce fina che non si presta più ad una singola chitarra sgangherata che sapeva di whisky e casolari dispersi nel South Carolina.
E qui è nuovamente tutto uguale, sonorità educate, raffinate, dal colore che sta tra il pop, il jazz e il cantautorato. Per carità tutto molto ben fatto, tutto molto ben calibrato e composto ma la fedeltà che riuscivano a trasmettere i primi lavori è andata perduta.
E forse sarà pure giusto così, chiaro che un artista in 11 anni deve evolvere i propri orizzonti, Bon Iver ad esempio in 2 album ha stravolto tutto e forse anche migliorandosi.
Ecco Beam non è riuscito in questo, arrivare in luoghi nuovi senza smarrire i passi che lʼhanno portato dove sta adesso, che tradotto significa non perdere gli ascoltatori di vecchia data.
In conclusione, dimenticandosi per un attimo delle radici del cantautore statunitense, Ghost On Ghost è un disco molto ben fatto, consigliato a chi ama la seconda vita artistica di Beam, che resta ancora un grande artista e di un certo calibro, i fan di vecchia invece se ne faranno una ragione.

Ma poi sta copertina a la Babyshambles cosa cʼentra?
Non so.

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