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Posts Tagged ‘folk’

Recensione di Andrea Marigo

ETICHETTA: Fat Possum Records
GENERE: Folk, songwriter, rock

TRACKLIST:
1. The Heart Is Willing
2. Down in the Fire (Lost Sea)
3. Skull & Bones
4. 123 Dupuy Street
5. Surfer King
6. Hiway / Fevers
7. DRMZ
8. The Twist
9. Rte. 28 / Believers
10. Scenes form a Circus

Voto 4/5

A.A. Bondy (Auguste Arthur Bondy), è il frontman dei Verbena, band grunge americana (che vanta tra l’altro un gran disco prodotto da Dave Grohl, Into The Pink) scioltasi nel 2003.
Dal 2007, il suddetto artista, decide di passare dalle chitarre à la Cobain alle chitarre acustiche ed inizia il suo percorso (scontato) da songwriter, sfornando dischi solisti, che in realtà non sono per niente malaccio, dalle tonalità folk.

Chiaro che fin qui non c’è niente di male, considerando anche il fatto che il “giovane” detiene una delle migliori voci mai sentite (gusto personale per carità per quanto riguarda il panorama di cui si sta parlando), ma si sa: di dischi folk-solisti-acustici ne è pieno il mondo e differenziarsi da quel che c’è non è la cosa più facile da ottenere. Cosi infatti è per i primi due album che Bondy, in versione solista, da alla luce. Poi questo Believers del 2011 segna invece un cambio di marcia più personale e ci regala un disco molto interessante.
Sempre folk rimane ma stavolta, chitarre semi acustiche, slide e leggere batterie sono coinvolte in un amalgama insolito per il genere.

Un disco che dipinge magistralmente la propria copertina di quando ognuno cerca la propria fuga dall’intorno e si vuol rimaner da soli, senza tante lagne di cornice.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Artists Record
GENERE: Celtica, elettronica, world music

La stagnazione in termini di novità discografiche ha prodotto negli ultimi anni almeno due macrocategorie di artisti che, prendendo in prestito due termini del linguaggio politico, potremmo chiamare “progressisti” e “conservatori”: i primi tentano di andare avanti, superare le etichette ormai “classiche” – e bisognerebbe aprire un dibattito riguardo l’opportunità di alcune di queste – spesso contaminando, mescolando, fondendo materiale proveniente da diversi orizzonti. I conservatori, lo dice il termine stesso, rimangono attaccati a stilemi e motivi del passato, ripetendosi e contribuendo alla ciclicità del ritorno delle mode. La domanda da fare è dunque: dove si collocano i The Sidh? Intanto, chi sono? Marr, Melato, Subet e Pagliaro sono quattro musicisti già attivi in altre formazioni che si sono uniti con lo scopo dichiarato di dare una patina moderna alla musica celtica di matrice irlandese, un genere di per sé chiuso, complice l’isolazionismo di questa zona d’Europa. Per riadattare e rivedere brani tradizionali appartenenti ad un’altra cultura bisogna innanzitutto conoscerla a fondo e il quartetto lo dimostra, quantomeno sul piano musicale. Gli elementi “nuovi” si identificano qui nell’elettronica, quindi drum machine, sintetizzatori, tastiere, con strutture e accentazioni ritmiche provenienti da alcuni dei generi che più hanno aggredito massivamente l’industria musicale nell’ultimo lustro (dubstep, r’n’b, hip hop americano, drum’n’bass, glitch), senza tralasciare le tracce di folk, di prog, di punk a cui la band aveva abituato gli ascoltatori. Il risultato è un intelligente mosaico di musica vecchia e nuova, dove l’obiettivo di attualizzare ogni singolo brano può fare a volte dimenticare la presenza dell’elemento irish, anche se il contributo di strumenti come la cornamusa è determinante per mantenere il collante ideologico che regge questo lavoro. Immaginatevi i Flogging Molly che incontrano Alva Noto e gli Autechre, Shane MacGowan che canta su una produzione brostep di Nero, l’hip hop di Diplo con le uilleann pipes. L’operazione riesce sicuramente dal punto di vista della fusione dei linguaggi, grazie ad una registrazione e ad un mastering di grande classe. L’impressione che i musicisti abbiano spinto più sui suoni che sull’intensità emotiva o la naturalezza dei brani tende a minare la bellezza di alcuni momenti, ma anche questo aspetto è perfettamente controbilanciato dall’ottima capacità strumentale udibile in tutte le sezioni. E’ grazie a questo che la definizione “prog” non risulta più così fuori luogo.

Se vi piace il folk irlandese/celtico e siete curiosi di sentirlo in una maniera “diversa”, vi consigliamo questo viaggio. Se vi farà storcere il naso, vi si chiede comunque di comprendere quante capacità servano per comporre un disco del genere, frutto di un innegabile labor limae. Piacevole scoperta degna di brillare in un periodo di ombre.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Popolare

Naufragati nel Deserto è il titolo perfetto per questo disco, i cui richiami principali anche dal punto di vista musicale si rifanno all’elemento acquatico del Mediterraneo, un mare certamente vicino al concetto di naufragio, ma anche alle aride lande sahariane dell’Africa centro-settentrionale, fino al suo affacciarsi, di nuovo, sul Mare Nostrum. Folk, pop, jazz, echi spagnoli di musica gitana ma anche flamenco, un fiume infinito di idiomi diversi dal francese all’arabo passando per il sicilianu, tutto condensato in quella che risulta infine un’eccelsa padronanza culturale in primis plurilinguistica, ma variopinta anche nella sua essenza identitaria, perché questo duo in realtà risiede a Genova, aggiungendo un altro punto di riferimento anche geografico alle diverse chiavi di lettura che si possono applicare a questo loro nuovo album.

Un duo, dicevamo, produzione Primigenia che Alessandra Ravizza e Andrea Megliola hanno saputo sfruttare al meglio, dandosi visibilità anche con partecipazioni più che meritate a rassegne come Mediterrarte Festival, il Festival Italiano di Suzhou in Cina e Sanremo Off, tra gli altri. L’ultima edizione di Mediterrarte, inoltre, ha visto la partecipazione della cantante Antonella Serà, rappresentante di un orizzonte canoro non troppo distante da quello della Ravizza. Di Naufragati nel Deserto, tuttavia, non vengono ricordate solamente le voci, ma più che altro gli arrangiamenti più complessi, quelli che mettono in piena evidenza la qualità dei musicisti coinvolti. I momenti più vivaci sono scanditi da violini e intrecci di chitarre classiche ed acustiche, mentre i clarinetti fanno pensare alla tradizione ebraica, come il klezmer di Norman Nawrocki (che in realtà e’ canadese). Se dobbiamo muovere una critica a questo lavoro è forse la mancanza d’incisività dei brani o l’assenza di una direzione che renda comprensibile l’obiettivo di questo prodotto. Piacere a tutti o piacere a pochi? Alcuni pezzi più catchy farebbero pensare alla prima strada, ma la risposta è forse più nella seconda, perché alcuni assoli e fraseggi non ci faranno mai sentire estratti da questo disco nelle radio più popolari. Di conseguenza, se potessimo identificare questo disco come un’esercizio di stile e una naturale composizione proveniente da un multiculturalismo di ispirazione mediterranea, come si diceva all’inizio, l’apprezzamento sarebbe d’obbligo. In definitiva, bella prova da parte di questi genovesi che dimostrano ancora una volta come la Liguria sia patria di artisti di qualità, dentro e fuori il mondo della musica popolare.

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Recensione scritta per Music Opinion Network

Nowhere But Here è il primo lavoro di Elle, cantautrice romana i cui esordi sono stati accompagnati da un’evidente approvazione della critica e del pubblico, apprezzamenti rivolti principalmente alla sua voce e al disco di cui stiamo parlando. Tracciamo alcuni confini geografici e di genere per capire di cosa si tratta: niente di vicino al sound tipico del pop romano, derivazioni principalmente d’oltreoceano provenienti dai territori del folk, del rock leggero, della musica d’autore, del pop. Potremo considerarla quasi un Bob Dylan al femminile, ma il range vocale è quello di Céline Dion, gli ammiccamenti al blues ricordano la Shania Twain meno commerciale ma anche Tamia e i momenti più soul di KeKe Wyatt. Se poi vogliamo tuffarci nel passato, da dove molte tracce di questo disco prendono spunto, rimaniamo all’estero con Joan Baez, Buffy Sainte-Marie e Mary Travers dello storico trio folk newyorkese Peter, Paul and Mary.

Spingendoci all’interno dell’analisi del disco, molte delle tracce risultano orecchiabili e arrangiate in maniera easy, se pur con qualche colorazione blues e soul che le rende appetibili anche ad un pubblico leggermente più colto. Lo vediamo in “Lover”, “Killing My Love” (per altro il brano in cui la voce di Elle è più in risalto) e “She’s Alone”. “Enlightens” si libera dei linguaggi più rock e finisce a sguazzare in territori quasi liturgici, dove la voce può librarsi in alto libera da vincoli, dimostrando tutte le capacità tecniche dell’artista. C’è anche un po’ di Sheryl Crow e Melissa Etheridge in “Berlin”, forse il pezzo più studiato, forte di un arpeggio martellante che già dall’inizio rimane in testa, nonostante la struttura sia retta principalmente dalla vocalità eccezionale di Elle.

Se dobbiamo trovare un punto a sfavore in questo Nowhere But Here ci dobbiamo rivolgere perlopiù agli arrangiamenti, ottimi per ottenere i risultati sopracitati (orecchiabilità, piglio soul, sonorità americaneggianti) ma mancanti di incisività in più di un istante , come in “Let Me Be Your Eyes”, dove però la voce risulta semplicemente eccezionale. In generale, non è banale né scarsamente professionale lasciar perdere per una volta la ricerca assoluta di originalità, caratteristica che non è il pezzo forte di quasi nessuno negli ultimi anni di musica italiana, ma che in questo caso non ferisce in alcun modo la presenza quasi eterea della voce di Elle, vera protagonista di un disco che si spera verrà ricordato anche dalla critica più feroce. Esordio pienamente meritevole.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Tuamadre Production
GENERE: Pop rock, ska, folk

L’Invasione dei Tordoputti è l’esordio sulle scene nazionali del progetto ligure Tuamadre. Se dopo “How I Met Your Mother” e la mamma di Stifler in American Pie le mamme sono tornate alla ribalta anche come oggetto di attenzioni sessuali e battute di vario genere, il nome della band evidentemente (e per fortuna) non intende andare a parare nuovamente lì. Comunque, il disco è volutamente ironico, pieno di pungente sarcasmo e siparietti comici, utili anche a spezzare il flusso delle dieci tracce (numerato in maniera molto particolare, tra l’altro) tramite segmenti recitati che intervengono a far sorridere l’ascoltatore. Siamo di fronte ad un pot-pourri ben studiato di molteplici registri stilistici, mescolati ed agglomerati con una discreta dose di genuina follia ed una capacità tecnica che si rivela indispensabile ai fini di mantenere un’eterogeneità che non alteri il succo di ogni brandello messo in campo: reggae, ska, folk, riflessi di rock anni ottanta e novanta, cangianti sfumature tropicali di matrice latina, disco dance e prog, tutto shakerato assieme ad un’elevatissima verve pop dalle tonalità calde, romantiche e di certo radiofoniche. La partecipazione di Mr. T. Bone (The Bluebeaters, Africa Unite) è la tipica aggiunta necessaria a dare dinamismo e densità ai comunicati stampa, più che altro perché stiamo parlando di artisti che non necessitano di nomi celebri per apparire, vista l’eccezionale qualità compositiva ed esecutiva di nomi come Pietro Martinelli al contrabasso e i tre fiati (sax, tromba e trombone).

Una bella sorpresa, piacevole, simpatica, martellante, solare. In definitiva, un lavoro di tutto rispetto.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Funk Lab
GENERE: Folk

Image

I Sine Frontera, giunti nel duemilatredici alla loro quinta pubblicazione, vengono da Mantova, sono in otto e hanno alle spalle una miriade di situazioni più o meno importanti a livello curricolare. Per capire dove va tendenzialmente a parare la loro musica, si pensi che in questi giorni sono stati impegnati nell’iniziativa Irlanda in Festa, ottimo punto di riferimento del folk irlandese e non solo. Sempre folk fanno i Sine Frontera, ma le influenze celtiche sono solo una componente marginale del pacchetto che rinveniamo nel disco I Taliani, ben accolto dalla critica e a ragione. La fusione di folk e rock, con tinte blues e patchanka, ma anche ska e reggae, tipica di molte band di questo genere (Bandabardò e Modena City Ramblers in primis in Italia), regala ai fans del genere più di qualche perla, una serie di ameni schizzetti di quotidianità anche nei testi, e la possibilità certa di andare a riscoprire questi brani in un contesto, quello dei live, dove ballare (e talvolta pogare) è d’obbligo. A livello strumentale sono la chitarra acustica e la fisarmonica ad intestarsi la paternità dei momenti più salterini e festaioli, mentre il settore ritmico accompagna a dovere canzoni che, come HombresNo Soy Borracho, non possiamo analizzare in quanto ad originalità, ma che sicuramente risuonano come allegro sinonimo di spensieratezza e divertimento. C’è anche spazio per la critica sociale, come lasciava presagire il titolo del disco, ed anche in questa particolarità brillano i testi di Resta, istrione (privo dell’accezione esibizionistica un po’ negativa di questo termine) che potremo anche definire come un incrocio tra Cisco e i fratelli Reid (ovvero i The Proclaimers). 

Scanzonati, smaliziati e goliardici, fanno ballare con stile e chiunque acquisti questo disco potrà solamente dare ragione a queste parole. Interessante realtà lombarda che da più di un decennio si impegna molto nel portare avanti la tradizione folk che non è solo americana e irlandese, ma anche mediterranea. 

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Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Nonesuch
GENERE: Pop, jazz, folk

TRACKLIST:
Caught in the Briars
The Desert Babbier
Joy
Low Light Buddy of Mine
Graces for Saints and Ramblers
Grass Windows
Singers and the Endless Song
Sundown (Back in the Briars)
Winter Prayers
New Mexico’s No Breeze
Lovers’ Revolution
Baby Center Stage

Voto: 3.5/5

Non so.
Samuel Beam era un grande, se nʼera uscito 11 anni fa con il suo folk lo-fi dove conquistò una notevole fama, più che meritatamente.
Poi dal 2004, il cambio verso un pop studiato bene, raffinato, dal tocco jazz, e la sua voce fina che non si presta più ad una singola chitarra sgangherata che sapeva di whisky e casolari dispersi nel South Carolina.
E qui è nuovamente tutto uguale, sonorità educate, raffinate, dal colore che sta tra il pop, il jazz e il cantautorato. Per carità tutto molto ben fatto, tutto molto ben calibrato e composto ma la fedeltà che riuscivano a trasmettere i primi lavori è andata perduta.
E forse sarà pure giusto così, chiaro che un artista in 11 anni deve evolvere i propri orizzonti, Bon Iver ad esempio in 2 album ha stravolto tutto e forse anche migliorandosi.
Ecco Beam non è riuscito in questo, arrivare in luoghi nuovi senza smarrire i passi che lʼhanno portato dove sta adesso, che tradotto significa non perdere gli ascoltatori di vecchia data.
In conclusione, dimenticandosi per un attimo delle radici del cantautore statunitense, Ghost On Ghost è un disco molto ben fatto, consigliato a chi ama la seconda vita artistica di Beam, che resta ancora un grande artista e di un certo calibro, i fan di vecchia invece se ne faranno una ragione.

Ma poi sta copertina a la Babyshambles cosa cʼentra?
Non so.

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Recensione inclusa nel circuito Music Opinion Network


La prima cosa da chiarire riguardo L’Amore E’ Un Precario, secondo lavoro del pugliese Uross, è che con l’amore inteso come sentimento provato e vissuto con la banalità di una canzone pop qualunque non ha nulla a che spartire. Condivide con esso, soltanto, la voglia di parlarne, come un’urgenza che viene da brandelli d’esperienza forse diventati anche cicatrici. E’ strano, nel nostro paese che tanto ama l’indagine sull’amore fin dalle origini della letteratura, sentire qualcuno che parli dei rapporti o degli stati d’animo con meno leggerezza della media. L’appiattimento cui siamo abituati finisce dunque per rendere il disco meno appetitoso per le radio e gli ascoltatori più superficiali, liricamente più adeguato e compatibile con un uditorio con un background culturale medio-alto. Bisogna capirle queste metafore, queste canzoni, i riferimenti alla ricerca di sé stesso, alla polvere che sembra la cenere simbolo dell’aridità, anche di spirito, nel Grande Gatsby di Fitzgerald, al cielo (citato non solo nella strana ma splendida cover di Gaetano). Il sound effonde in ambienti diversi, con una base che riecheggia di sonorità mediterranee ma propaggini che si allontanano fino all’America nera. Non solo folk, ma anche psichedelia, viaggi spazio-temporali nei linguaggi blues e jazz, soul e musica d’autore tipica delle nostre decadi passate. Non c’è il solito De Andrè, ma ci si accontenta anche di assomigliare a qualcun altro oggi, no?

Il senso di non appartenenza a nessuna categoria musicale o letteraria ben precisa è evidente in tutte le canzoni, nel loro impianto testuale mai banale, nel loro esoscheletro che non è mai retto da un’ossatura fragile e semplicistica, ma sempre da solide architetture sonore che trovano la loro stabilità in impalcature geniali e originali. Soluzioni più popolareggianti servono solo a sostenere che questo album comunque potrebbe essere diretto a tutti, se solo la cultura media dell’ascoltatore italiano fosse quella che ha Uross. Ottimo modo di parlare, con una lingua diversa, di cose di cui tutti parlano da sempre. Farlo adesso che siamo tutti più vuoti è la vera novità.

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ETICHETTA: Time Travel Opp, Triste
GENERE: Folk

TRACKLIST:
After Catalunya
Four Million Silhouettes
A Lullaby Hum
Francis Thompson
Every Other Second Day
Five Fields
So Long Magic Helper
Houses, Empty as Holes
Emilelodie
Isaac’s Dream of Tired Streets

Mi da fastidio fare la prima recensione del 2013 con un disco del 2011, ma questo Emphemetry lʼ ho scoperto da poco e, a mio avviso, questo suo lavoro non è malvagio. Per chi non lo conoscesse, e suppongo non lo conosca quasi nessuno, Emphemetry è la firma di Richard Birkin, chitarrista dei Crash Of Rhinos, band hardcore inglese. In questa opera propria, lʼ inglese suona tuttʼaltro: presenta un disco di stampo acustico, con arpeggi di chitarre e quinte di archi, After Catalunya, Five Fields; con voce qua e là in stile folk-singer, So Long Magic Helper e nella conclusiva Isaac’s Dream Of Tired Streets; percussioni che trascinano cavalcate quasi post-rock con ianoforti che segnano la cadenza delle melodie come in Francis Thompson.
Belli gli episodi in cui vuole emulare le atmosfere nordiche dei Sigur Ros, A Lullaby Hum e Houses, Empty As Holes dove butta lʼ orecchio alle prime suonate di Bon Iver. Discreta anche Emilelodie, brano interamente composto si di corde arpeggiate, ma che in
questo caso sono corde di un pianoforte.
Nel suo insieme quindi, A Lulluby Hum For Tired Streets, non è un lavoro che presenta qualcosa di nuovo nel panorama musicale, ne tantomeno contiene brani memorabili, ad ogni modo risulta un disco consigliato agli amanti del genere e a chi cerca una sorta di colonna sonora per gennaio.

Voto: 2.5/5

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Pop, folk, reggae

TRACKLIST:
Come Mi Guardi Tu
I Cacciatori
Bugiardo
La Mia Vita Senza Te
Alle Anime Perse
La Fine del Giorno (Canto n° 3)
La Via di Casa
Bene Che Sia
E Poi Si Canta
Il Nuovo Ordine
Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone

I Tre Allegri Ragazzi Morti sono ormai un pezzo imprescindibile della storia della musica italiana. Connessi in maniera inscindibile alla realtà discografica più importante della scena indipendente, ovvero La Tempesta Dischi, sono portavoce di un linguaggio e di un modo di fare musica che riesce a collegare pop, rock e linguaggi radicalmente rivoluzionari in maniera comunque radiofonica ed immediata. Lo stile dei testi di Toffolo, noto anche come fumettista, si ripercuote da sempre sull’immaginario della band, portando le sue liriche ad un livello superiore, quasi come fossero disegni, schizzi di colore, dipinti. E’ stato cantato molte volte con essi l’amore, in termini a volte bambineschi a volte tragici, palesando comunque uno spirito adolescenziale che, nonostante gli anni dei componenti, non si è mai sopito, e facendo leva anche sulla vocazione comunicativa di un progetto che comunque trova nelle sue origini punk una sorta di senso sotterraneo di rivoluzione e di ribellione. Nel Giardino dei Fantasmi è il gradino ultimo di una scala che li porta ad aver raggiunto il modo perfetto di parlare di questo sentimento interno di sollevazione, appropriatisi concretamente di un linguaggio semplice ma che può trasmettere, sia ai giovani che ai meno giovani, l’idea che la musica possa anche avere un messaggio esortativo in grado di sobillare ed innalzare l’animo di una persona, spingendola a fare qualcosa per cambiare la situazione. I “fantasmi” contenuti in questo disco prendono la forma di persone defunte, di persone che non sono riuscite a realizzare il proprio sogno, che si sono smarrite. Un tragitto di evocazione, preghiera ed invocazione permea le undici tracce. Il tutto, dal punto di vista musicale, è realizzato strizzando l’occhio alle nuove contaminazioni che nella scena italiana stanno penetrando in maniera solida nell’impianto strutturale di molte delle storiche band nostrane, TARM inclusi: ecco quindi stabilizzate le influenze reggae, introiettate a dovere dopo lo shock dato dal repentino cambio di linguaggio avuto in Primitivi del Futuro, onnipresenti anche qui, fuse con una sorta di collezione di incursioni etniche, funk, blues, soul, guardando quindi più fuori che dentro il nostro panorama. E’ uno solo, difatti, il brano che ci può ricordare da dove derivano i Tre Allegri Ragazzi Morti più aggressivi e diretti, ovvero “La Via di Casa”, mentre si sfocia nella ballad melodica nella conclusiva “Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone”. Sono invece instant classic della loro discografia gli estratti che per primi sono stati dati in pasto al pubblico, ovvero “La Mia Vita Senza Te” e “La Fine del Giorno (Canto n° 3)”, fondamentali passaggi di un disco che riesce a raccontare con la semplicità di poche frasi, a mo’ di filastrocca, molto più di quanto le tonalità epiche e letterariamente dense di molti testi italiani degli ultimi anni riescano a fare. Necessario l’ascolto attento anche della cupa “Alle Anime Perse”, felicemente inscritta in un circolo di canzoni più tetre che da sempre fa capolino nelle tracklist dei dischi dei TARM, a tratteggiare un filo comune con l’estetica post-gotica e tetra dei disegni di Davide Toffolo.

Concludendo, i Tre Allegri Ragazzi Morti non hanno deluso le aspettative con un disco che ne attesta una maturità ormai raggiunta da tempo, che li costringe ad esplorare nuovi terreni per non ritrovarsi a ripetere cose già dette e già fatte. Che il risultato riesca ad emozionare non è cosa da poco, in un duemiladodici musicalmente vuoto dove i tentativi di dare allo snobismo della comunicazione hipster la palma di vera rappresentazione della musica italiana ha prodotto solo band passeggere infelicemente entrate e uscite nel cuore degli ascoltatori in una mezza stagione di intensi passaggi radio. La decennale carriera dei TARM ci ricorda che loro sono tra i pochi a non essere mai usciti dal cuore della gente, nonostante le evoluzioni, nonostante la semplicità della loro musica. Qualcosa vorrà dire.

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Primo numero di microreviews. Per qualche giorno pubblicheremo corte recensioni di nuovi dischi, tutte scritte da Emanuele Brizzante.
Buona lettura.

TONY LA MUERTE – DIMONIOCOLOMBO
Black Nutria Label
Folk

Tony La Muerte è un progetto singolare, anche in senso letterale (è una one-man band). Dimoniocolombo è pregno di quel folk rock dalla carica rivoluzionaria tipicamente punk di band come i Gogol Bordello o gli Ska-P; è un allucinante viaggio nella musica fatta per divertire e divertirsi, completo e sgraziato a causa di tutte quelle pazze ballad schitarrate e piene di incazzatura molesta che hanno reso grandi altri, e che renderanno grande anche lui. “Tramontana” e “John”, brevi e schizofreniche, disegnano il ritmo del disco. L’atmosfera la dà invece “Ho Finito il Sudoku”, sulla quale spicca anche la qualità tecnica del musicista.
Fari puntati su questo progetto.

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ETICHETTA: Red Birds
GENERE: Cantautorato

Nella mente di chi ha pensato il progetto Il Sogno Il Veleno deve esserci stati tanta cultura musicale. Il risultato è un temibile ma azzeccatissimo incrocio tra Celentano e Capossela, tra gli anni ’60 e gli anni ’90, tra la cautela della forma canzone popolare e il cantautorato leggermente più lavoricchiato di Guccini, Jannacci e Buscaglione. Cinque decenni fa succedeva molto, e non ci si stanca mai di ricordarli: Piccole Catastrofi è un manifesto di questo sentore di passato migliore, tra riferimenti storici e politici e semplici racconti che da quegli anni traggono i loro colori e le loro ombre.

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ETICHETTA: Infecta Suoni&Affini, Venus Dischi, Face Like a Frog Records
GENERE: Indie rock, new wave, alternative rock

TRACKLIST:
1. Helsinki
2. Non Preoccuparti Bambina
3. Vendere i Soldi
4. La Provincia (con Andrea Appino)
5. Dettagli
6. L’Individualismo vi Farà Morire Soli (con Matteo Dainese e Ceskova Midori)
7. Il Figlio Gaio!
8. Padre la Smetta
9. Una Lega di Matti
10. I Pezzi di Merda Non Muoiono Mai
11. Mente Animale

Si potrebbe recensire questo disco citando qualche frase a caso, per comunicare il mood generale. Lo faremo:
E’ lui (il tuo vecchio, ndr) che ti ha detto che tutto sommato è solo una questione di testa. 
Sento di avere qualcosa di rotto in me, mi si son rotte le palle. 
Ed è il più furbo è chi ne sa approfittare e ti consiglia pure di fare uguale.
Tu guardi Helsinki con gli occhi di chi ha gli occhi stanchi di stare qui


L’individualismo-o-o vi farà morire soli
, che è anche il titolo di una delle canzoni più catchy del disco, introduce uno degli argomenti portanti del disco: la stanchezza disillusa di questi giovani ragazzi, i Nu Bohemien, verso l’italiano medio, verso quell’ipocrita egoista che non conosce sentimenti di morale comune, di vero patriottismo equo e altruista, di legalità o perlomeno di coerenza personale. Solidi e chiari i messaggi convogliati, la disgrazia delle nuove generazioni con solo un pezzo di carta igienica come laurea, metafora abusatissima ma in momenti di lucidità come quelli dell’intero spettacolare La Consuetudine del Sentito Dire sempre buona a far capire il pensiero di fondo. Ce n’è per tutti, dal Vaticano ai luoghi comuni di una società sempre più in affanno per il senso di perdita dell’identità nazionale o semplicemente di una società troppo tradizionalista (impeccabile in questo senso la logorrea velatamente politicizzata di “Una Lega di Matti”). La qualità dei testi è mediocre, con espressioni talvolta ridondanti seppur dolcemente macabre, ma l’acerbità è presto ricambiata da un sentimento post-cantautorale tipicamente folk che ricorda molto gli artisti di strada oppure i trovatori, vogliosi di raccontare storie al popolo come veri menestrelli dell’ogni giorno. Una tenuta da buskers, gonfia di chitarre acustiche e ritmi danzerecci, che gli fa certo onore.

Chi se la prende sempre in culo sono gli operai, dicono qui, loro che forse, come tanti giovani italiani, in fabbrica non ci sono andati e non ci andranno mai, ma è facile capire perché questo disco può trovare successo: si infila in una sequenza di dischi socialmente impegnati che dopo aver iniziato a stufare tempo fa sono tornati in voga tra folk rock e cantautorato, dapprima con una nuova linfa, poi con cliché che si sono riverberati fino a qui, fino a questi Nu Bohemién che pur ripetendo gli stessi schemi riescono a rompere la banalità quasi triviale di una scena stagnante. La stessa scena che dopo gli Zen Circus (anch’essi peggiorati ultimamente), il cui Andrea Appino è presente in questo disco alla sei corde, aveva perso la sua carica narrativa di una quotidianità che era stata ormai troppo sviscerata da quell’ironica opacità che li contraddistingueva per permettere nuove imitazioni.
Razionalmente non diremo che è un capolavoro, ma la musica è anche cuore ed energia. Istintivamente è emerso un vero impulso ferino, animale, selvaggio, nell’ascoltare questo disco, quasi un sentimento riottoso di prepotenza ribelle, come a dire “hanno ragione, scendiamo in piazza e spacchiamo la faccia a tutti”. Ma la terribile realtà è che l’errore nostro di italiani sta proprio lì, nel lamentarci sempre, in maniera poco costruttiva, talvolta abbassando troppo i toni fino ai livelli infimi di certa volgare musica di protesta. I Nu Bohemién, fortunatamente, non appartengono a questa categoria, ed è per questo che li apprezziamo.

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La rubrica Multireview torna con un triplo appuntamento tutto italiano. 

MARIA ANTONIETTA – MARIA ANTONIETTA (Picicca Dischi, 2012)
GENERE: Cantautorale, punk, alt-rock

Maria Antonietta, nome d’arte di Letizia Cesarini, è entrata di diritto nella lista degli artisti più importanti di questo periodo, insieme ai Cani, allo Stato Sociale e al suo produttore Brunori SAS. L’attenzione un po’ smodata era facilmente prevedibile, così come lo è lo stile dei testi, mirati ad un realismo e ad una quotidianità di facile presa, con un lessico semplice che non disdegna i semplici riferimenti al “tutto un po’” che piace ai nuovi hipsters. Zen Circus, Vasco Brondi e Dario Brunori tra i più simili, in questo senso (ma anche DiMartino). “Quanto Eri Bello” è una di quelle perle indie che piacciono molto agli italiani, forse perché strappa facili consensi con il suo piglio radiofonico, di nuovo presente in “Tu Sei La Verità Non Io”, con influenze più garage sporcate da una tagliente verve punk. Rapporti di coppia in primo piano negli argomenti delle liriche, che presto o tardi vestiranno questo lavoro di un riconoscimento di “album generazionale” che molti già gli affibbiavano a scatola chiusa. Il miglior brano rimane “Santa Caterina”, perfetto per i concerti, grazie ad una grinta assolutamente alt-rock che qui da noi non può che andare bene. Forse la voce a volte risulta un pochino noiosa, ma è alto il grado di personalizzazione che si avverte lungo tutto il disco, ricercando un’originalità talvolta esagerata ma che funziona nel risultare innovativa.
Della serie “può non piacere, ma è un’uscita importante e ve la beccate lo stesso”.

GIOVANNI PELI – TUTTO CIO’ CHE SI POTEVA CANTARE (Kandinsky Records, 2012)
GENERE: Cantautorale, rock italiano

Kandinsky Records e un’altra bella uscita: Giovanni Peli sa lavorare bene con il cantautorato, manipolandolo con grande abilità in una lunghissima serie di altri linguaggi, dal blues al folk, il tutto ricoperto da un’impalpabile e nitidissima patina pop. “Viene La Notte” ha la sua anima Tenco, così come il rock di “Tutto Quello Che Fai” sembra un misto di Benvegnù, Casale, Edda e Battisti. “Tu Amore Perduto” è molto più malinconica, si ripulisce in una sorta di mellifluo Manuel Agnelli che sposa la causa dei primi La Crus e il lirismo di Dalla. “Corallo” è un brano più pensato, impegnando le parole in qualche gioco superiore alla media del resto del disco, ma senza strafare. I testi di altre perle come “Incrocio” non esagerano mai nel barocco e le levigatissime rifiniture di certe evoluzioni lessicali non fanno altro che confermare un songwriting preciso, completo e mai acerbo, anche dal punto di vista letterario.
Un disco di cantautorale classica ma dall’irresistibile facciata modernista.

VIOLASSENZIO – NEL DOMINIO (Alka Records/New Model Label, 2012)
GENERE:  Rock

A Ferrara gli artisti di un certo livello esistono, e i Violassenzio lo confermano. Efficaci musicisti di grande bravura, qualitativamente in grado di superare di gran lunga la media della loro zona, pur esibendo in questo disco tutte le loro influenze in maniera fin troppo scintillante. Anni settanta e ottanta sono miscelati con tutta la new wave che da loro è scaturata, e l’ombra è quella dei Tuesday’s Bad Weather, band pugliese completamente identica a questi emiliani. Il disco è comunque interessante, e a parte alcune oscure somiglianze fila liscio in tutti i suoi tre quarti d’ora. “Amo Chi Sogna”, “Nelle Fabbriche”, “Per Un Re” e “Il Falso E’ Andato Oltre” contestualizzano l’orecchiabilità che fa da sfondo al tutto, un prodotto senz’altro radiofonico e catchy (“Rinchiusi In Una Scatola” e “La Storia Quando E’ Numeri”) che prende il volo quando si giunge di fronte agli ottimi testi, ritratti di una disillusione che non può che accompagnarci tutti quanti fino alla tomba in questi anni di crisi nera, non solo economica. Poca politica diretta, tanti riferimenti alla contemporaneità che tracciano una linea netta tra ciò che vogliamo e ciò non possiamo ottenere. E’ questo espressionismo moderno e dark che salva un album molto derivativo ma suonato ottimamente e con una qualità strumentale che senz’altro molto gli invidieranno. Consigliato, in ogni caso.

Gli artisti di questo articolo in tour:
MARIA ANTONIETTA
28.04 NEVERLAND FESTIVAL @ BLOOM, Mezzago (MB)
29.04 SECRET CONCERT, Vicenza
30.04 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
01.05 PARCO MIRALFIORE, Pesaro
03.05 KONTIKI, San Benedetto del Tronto (AP)
04.05 LIO BAR, Brescia
11.05 CIRCOLO AGORA’, Cusano Milanino (MI)
14.05 SALONE DEL LIBRO, Torino
18.05 LOCOMOTIV CLUB, Bologna
19.05 ARCI DALLO’, Castiglione delle Stiviere (MN)
31.05 MORGANA, Benevento
01.06 YEO YEO, Albano Laziale (RM)
02.06 FESTINALENTE, Aversa (CE)
15.06 INDIETIAMO, Sassocorvaro (PU)
16.06 LA DARSENA, Castiglione del Lago (PG)
21.06 NUVOLARI LIBERA TRIBU’, Cuneo
22.06 STADIO DEL RUGBY, Monza
14.07 BAR DELLA SERRA, Ivrea (TO)
15.07 POPSOPHIA 2012, Civitanova Marche (MC)
28.07 FESTA DELLA MUSICA, Chianciano Terme (SI)
06.08 SAMMAUROCK, San Mauro Pascoli (RN)
12.08 ANGURIARA FARA, Fara Vicentino (VI)

VIOLASSENZIO
28.04 IL MOLO, Ferrara 

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ETICHETTA: Outside Inside Records, Wild Honey Records
GENERE: Garage, folk

TRACKLIST:
1. Behind the Trees
2. You Are The Reason for My Troubles
3. In The Meanwhile
4. Rain Is Digging My Grave
5. Don’t Talk To Me
6. You Don’t Give a Shit About Me
7. Yesterday is Dead and Gone
8. Feet in the Hole
9. Long and Lonesome Day
10. Ghost Story

Dove la melodia dello storico folk e rock americano (Bob Dylan, Bob Seger e la sua Silver Bullet Band) incontra i the Kinks e trasforma questo miscuglio in un country dal sapore garage e con forti inserimenti blues, nascono i Mojomatics, duo veneziano attivo da anni con numerosissime uscite discografiche qualitativamente molto buone (svariati EP e tre full length). Dentro You Are The Reason of My Troubles c’è tutta la cultura del jingle da cantare, del coro da stadio e del fraseggio facile da ricordare, esportata in questo mondo fatto di linee vocali e di chitarra pesantemente orecchiabili, non disdegnando neppure qualche stomp blues da saltare con tutta la forza che si ha in corpo, come la splendida “Feet in the Hole”. Sixties e seventies tornano alla ribalta con questa band dal sapore vintage, che si ripopola brano dopo brano di elementi dell’immaginario collettivo di quegli anni, dai Beach Boys ai Beatles, dai Byrds agli America. Il gusto per la semplicità dà corpo a brani veramente molto coinvolgenti, da subire in maniera piuttosto fisica sul piano live (“Her Song”), ma anche a ballad più sdolcinate e dotate di una vena malinconica à-la Crosby & Nash (“You Don’t Give A Shit About Me”).
La tendenza generale dell’album è quella di suscitare allegria, di creare l’atmosfera più adatta a divertirsi sotto il palco. Si danza, si canta e si riflette poco, l’importanza dei testi è marginale mentre sono chitarre e ritmiche a farla da padrona.
I Mojomatics non sono e non saranno mai la next big thing  ma con questa quarta uscita si confermano alfieri di questa scena garage rock che se non ha conosciuto un vero revival nei decenni scorsi lo sta senz’altro conoscendo negli ultimi tre. Le band di qualità, però, scarseggiano e a fare da contraltare a questa carenza c’è la sincerità e la genuinità di questi due veneti, che in giro per l’Italia stanno confermando quanto delle buone radici salde nel mondo del folk e del blues d’oltreoceano possano servire anche a creare dischi dove l’anima conta molto più della tecnica e dell’originalità. Ottimo lavoro.

TOUR 2012:
30.03 – AMIGDALA THEATRE, Trezzo sull’Adda (MI)
31.03 – INTERZONA, Verona
05.04 – BACK TO BEAT WEEKENDER AT JACOBS, Bergen (NORVEGIA)
06.04 – SPAZIO 211, Torino
07.04 – SONAR, Siena
12.04 – SURFER JOE’S DINER, Livorno
13.04 – CSO RIVOLTA, Marghera (VE)
20.04 – TIPOGRAFIA, Pescara
21.04 – KAREMASKI, Arezzo
27.04 – LOCOMOTIV, Bologna
28.04 – MAGNOLIA, Segrate (MI)
01.05 – HANDMADE FESTIVAL, Guastalla (RE)
05.05 – LOCANDA ATLANTIDE, Roma
18.05 – HONKY TONKY, Seregno (MB)
19.05 – APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
24.05 – HANCOCK INTERNO 24, Cagliari
08.06 – SOUND VITO, Legnago (VR)
09.06  – VINILE 45, Brescia
21.06 – BACKGROUND NOISE FESTIVAL, Mestre (VE)
22.06 – WHITE TRASH, Berlino (Germania)

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Buongiorno a tutti.
In questa edizione di IN BREVE ci siamo dedicati a ben quattro dischi che abbiamo avuto modo di sentire ultimamente. Con diverso livello di gradimento abbiamo comunque deciso che era il caso di parlarne, e questo è il risultato. Vi consigliamo comunque di procurarveli perché, a loro modo, Tunatones, Digit, Fadà e Roberto Scippa fanno tutti della musica di qualità. Che poi ci siano delle riserve, questo è un altro discorso e lo scopriremo insieme.
Sulla buona musica non si sputa, quindi buona lettura.
Una noticina prima di lasciarvi leggere: tutti e quattro i dischi sono spinti nei media da Synpress, che ringraziamo per averci concesso di parlare di questo ottimo materiale.

TUNATONES – iTUNAS! (Prosdocimi Records, 2012)
E’ quasi impossibile anche solo pensare che il surf rock sia ancora di moda. Eppure lo è: i Tunatones, dopo una super surf hit come “Spicy Barbara” tornano con un full-length di undici brani, iTunas!, autoprodotto ma con il master affidato all’imprescindibile Ronan Chris Murphy, che lavorò con King Crimson e Tony Levin, tra gli altri (da tempo alla scoperta di band italiane da produrre o registrare). Dentro iTunas! tutta la verve dei veneti, tra rockabilly, surf e blues rock (“Party By The Pool”, “Letter of Love”, “Mafia e Sti Cazzi”), il tutto confezionato in canzoni orecchiabili che non mancheranno di far ballare la folla scatenata degli ambienti più garage. Gli arrangiamenti sono tutti molto puliti e così anche la registrazione, che non manca di mostrare un sound molto più definito che in passato e di portare compattezza dentro un genere che nonostante alcune venature ruvide beneficia anche di una certa levigatezza dei suoni (di sezione ritmica e chitarra, in particolar modo). Non si griderà certo al miracolo-originalità, ma siamo di fronte ad un album molto interessante per i cultori di un genere mai defunto e che continua a ripresentarsi puntuale nelle balere surfabilly. Una chance è obbligatorio dargliela: non si discute.

DIGIT – DIGIT (Skipping Musez, 2011)
Al panorama emiliano non mancano certo le grandi band. Se questo da un lato non facilita l’esplosione di nuovi nomi in una scena dominata dal mucchio di artisti nuovi e (soprattutto) vecchi, rimane comunque spazio per una critica più oculata che si occupi di scavare a fondo. E’ lì che si trovano i Digit, interessante formazione ferrarese che con le sei tracce di questo ben confezionato self-titled fatto di palesi ispirazioni rock che però si fondono con l’elettronica commerciale all’italiana, quella dei Subsonica (ma anche del loro progetto collaterale Motel Connection), si presentano in maniera chiara e pulita, personale, mentre anche uno sguardo a un certo synth-pop non manca (“Re di Picche”), per celebrare atmosfere che attingono più sensibilmente agli eighties che ai novanta, come invece fa gran parte del lavoro. I brani, tutti molto corti (il range è da 02.53 a 03.55), aiutano la digestione dei medesimi, cuciti in maniera da risultare non solo orecchiabili ma anche radio-friendly, facili da introiettare e comprendere: “Farfalle su Budapest” e “Camaleontica”, i due pezzi meglio riusciti (e quelli che ricordano di più i torinesi di Samuel e soci), spiegano benissimo cosa questo disco voglia comunicare e si classificano come riuscitissime ballad electro-pop dal sapore intenso, non mancando neppure di risultare introspettive e profonde. Qualche derivazione di meno e un pizzico di originalità extra e il loro prossimo full-length sarà veramente degno di nota, ma anche questo le “bestie” (titolo del discreto brano in chiusura) non scherzano. Attesi al varco.

ROBERTO SCIPPA – VAGANDO DENTRO (Autoproduzione, 2011)
Cantautorato di grande classe, abile sia nelle parti più malinconiche che in quelle più tese a raccontare una facile storia, per tredici brani che nella loro semplicità non risultano mai banali, andando in profondità nel trascinare l’ascoltatore nell’emozione che ogni singola nota è incaricata di suscitare. Si nota, dall’altra parte, una certa debolezza dell’impianto strumentale, che tende a inabissare certe buone canzoni dalle splendide liriche (“Il Mio Corpo di Cristallo”, “Un Re”) ma in generale il disco è più che sufficiente, grazie ai riferimenti alla quotidianità che tanto piacciono in questo periodo e che, effettivamente, se fatti bene come in questo caso, sono in grado di penetrare a fondo nella coscienza del musicofilo attento (“Canzone al Lavoro”, su tutte, tra l’altro uno dei migliori brani del lotto). Le tematiche, peraltro spesso trattate da moltissimi cantautori nell’ultimo decennio, non hanno una visione molto aperta e personale, ma sta all’ascoltatore intravedere qualcosa di proprio in questi testi, senz’altro lontani dall’essere banali, mentre un giudizio severo s’ha da esprimere sulla povertà di alcune scelte lessicali. Il fatto che certe mancanze non pregiudichino comunque l’arrivo del messaggio facilita la comprensione dei testi e aiuta nel valorizzare quanto di buono c’è in questo disco: dei pezzi facili da digerire alla cui orecchiabilità, talvolta, non si scampa (“In Un Giorno del Duemila”, “Una Stella Danzante”), aggiungendo quel tocco folk ad un’ambientazione che anche nell’artwork assume un colorito autunnale e bucolico.
Realista e mai troppo pessimista, Vagando Dentro è un disco complesso, non ingombrante e proprio per questo di ampio respiro, che nei suoi alti e bassi trova anche tantissimi motivi per essere ben ascoltato, per poterlo capire e andare a cogliere la capacità di sintesi di un ottimo songwriter che sulle lunghe distanze può ancora crescere e produrre un vero capolavoro. Notevole sforzo. 

FADA’ – POLVERE DI MUSICA (Autoproduzione, 2012)
Polvere di Musica è l’ennesimo sforzo italiano di calarsi nel mood synth-pop più tipicamente straniero. E non è un difetto. William Fusco, ovvero Fadà, esplora mondi che tutti conosciamo con duttile ironia, un labile e tagliente umorismo e una certa dose di fantasia. Eclettiche sono le liriche (“La Donna Cervello” è di per sé un vero gioiellino), ma anche gli arrangiamenti, saltando qua e là in generi completamente diversi (l’hip-hop della già citata La Donna Cervello, la danzabilissima disco-ballad “Like a Danz”, il folk-cantautorato di “Perfect Face”, ecc.), ma mai distaccandosi da una sede elettronica che sembra fare da sfondo anche laddove è assente. La scelta dei suoni cauterizza la ferita lasciata dall’impatto troppo brusco di alcuni cambi repentini di registro, variazioni un pochino forzate che però non guastano nel dare al risultato finale una consona valorizzazione: Fadà ha prodotto un bel disco, intelligente, sardonico, stiloso e nel duemiladodici, di queste cose, c’è ancora bisogno. E del resto i viaggi siderali di “Cinemà e le Pazze Stelle”, il balletto modaiolo che ispira “L’Antidoto” e la storiella per tutti “Il Cappellaio Matto” sono tutti ingredienti segreti di una pozione magica che rende questo disco veramente interessantissimo al di là di un’assenza di particolarità che lo classifichino come qualcosa di originale e nuovo. Non lo sarà, certo, ma a noi la sua varietà e la sua spontaneità sono piaciute.

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LA MUSICA DELLE BAND



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Garrincha Dischi è una delle migliori etichette attive in questo periodo in Italia. Lo dimostrano uscite veramente molto interessanti che stanno innalzando di molto il livello della nostra musica. In questo articolo parleremo di 33 Ore, manzOni e L’Orso, ma non ci sono solo loro: i The Walrus hanno fatto uno dei migliori dischi sentiti ultimamente (e ne abbiamo parlato qui), il Black Album di Le-Li è spettacolare e non è da meno neppure il nuovo Turisti della Democrazia dello Stato Sociale, nuovo fenomeno del momento con quel gran pezzo che è “Mi Sono Rotto Il Cazzo“.

33 ORE – ULTIMI ERRORI DEL NOVECENTO (2011)
Gli ultimi errori del novecento sono il tema di questo disco, firmato Marcello Petruzzi, ovvero 33 ore. Blues dall’inizio alla fine, in questa sorta di aria satura di echi di Tom Waits, Nick Cave e Captain Beefheart (e quindi l’unica band moderna che attinge da qui senza essere banale: i White Stripes). Storie di vita quotidiana come se piovesse in “Il Vecchio Mario” (che ricorda un po’ Il Giovane Mario di Brunori SAS, ma forse non c’entra niente), Adriano Sofri e le sue lettere dal carcere in “Le Donne Belle”, la capacità di dipingere un immaginario naturalistico con un linguaggio poetico non scontato in “Primo Polline”. Gli arrangiamenti e il sound tendono piuttosto spesso agli USA, ma sono le ballad a riportarci verso un folk blues come adesso si fa anche in Europa, come insegna l’onesta e buona “Re di Piume”.
Il disco è ottimo, non perde mai colpi durante i suoi undici brani e riporta l’attenzione su questo garage blues vecchio stile che in troppi dimenticano essere stato principale elemento fondante di molta musica moderna. Non risparmiando neppure il grunge e il punk, quando si facevano ancora bene. Ed ecco i vostri ultimi errori del novecento.

manzOni – L’ASTRONAVE EP (2011)
Ad esempio questo è un bel disco che tutti definiscono post-rock, un’etichetta che, se permettete, è la più sbagliata possibile. L’Astronave EP è un album complesso, un pochino pesante se vogliamo, ma nella sua aria irrespirabile per i meno abituati ad una musica leggermente più colta della media, trova anche il modo di essere orecchiabile. I cinque veneziani ondeggiano tra momenti tranquilli e quasi cantautorali, a rumorismi noise/post-punk che derivano tanto dagli Slint quanto dai Sonic Youth. “A Lei, Di Lei” è perfetta nel racchiudere le due anime, ma il brano che colpisce di più per un effetto certamente caleidoscopico nella variegatezza dei suoi toni è “Anna”. “Ray Moon” si dimena in un campo più radio-friendly in maniera personale, essendo una ballad profondamente fuori dagli standard, senza la forma strofa-ritornello-strofa-ritornello che i manzOni sembrano non conoscere. Fortunatamente. Senza cliché. Un EP interessante che merita più spazio per esplorare meglio le grandi capacità compositive di questi ragazzi veneti.

L’ORSO – LA PROVINCIA EP (2011)
Ascoltare l’EP La Provincia è come fondere insieme qualsiasi indie folk act, Band of Horses/Bon Iver/Grizzly Bear/quellochevolete, con un cantautore di quelli giovani e spensierati, ma non Brondi, quanto più un Max Pezzali, come alcuni critici hanno sottolineato. I testi sono semplici, d’impatto e chiunque ci si può identificare, sono realisti, parlano di quotidianità, di presente. I toni, anche per quel che riguarda il lessico, sono sempre molto coloriti, l’aria è frizzante e sotto un certo punto di vista si respira anche del buonumore (“Quanto Lontano Abiti” e “Invitami Per un Tè” nascondono un’atmosfera anti-malinconica nonostante le tematiche). A fare da contraltare alcune scintillanti ballad dal sapore fortemente autunnale come “Baci dalla Provincia”, che apre l’EP e per certi versi lo chiude, dipingendo in pochi minuti tutto ciò che si ascolterà anche nelle altre quattro tracce.
L’Orso ha tempo per crescere, ma questo EP senz’altro mette in campo tutte le potenzialità, che si potranno esplorare meglio in un full-length che si aspetta senza porsi troppe domande.

 

IN TOUR:
29 febbraio – LO STATO SOCIALE @ TEATRO HOP ALTROVE, Genova
02 marzo – LO STATO SOCIALE @ GROOVE, Potenza Picena (MC)
02 marzo – L’ORSO @  TAMBOURINE, Seregno (MB)
03 marzo – LO STATO SOCIALE @ LA LIMONAIA, Fucecchio (FI)
07 marzo – LO STATO SOCIALE @ DALLA CIRA, Pesaro
08 marzo – L’ORSO @ ALL’UNA E TRENTACINQUE CIRCA, Cantù (CO)
09 marzo – LO STATO SOCIALE @ LOCANDA ATLANTIDE, Roma
10 marzo – LO STATO SOCIALE @ OFFICINE INDIPENDENTI, Teramo
16 marzo – LO STATO SOCIALE @ CLUB ZENA, Campagna (SA)
17 marzo – LO STATO SOCIALE @ ZONA FRANKA, Bari
23 marzo – LO STATO SOCIALE @ CSO PEDRO, Padova
24 marzo – LO STATO SOCIALE @ VOODOO ARCI CLUB, San Giuseppe di Comacchio (FE)
30 marzo – LO STATO SOCIALE @ OFFICINE CORSARE, Torino
31 marzo – LO STATO SOCIALE @ UNIVERSITA’ POLO PORTA NUOVA, Pisa
06 aprile – LO STATO SOCIALE @ KALINKA, Carpi (MO)
07 aprile – LO STATO SOCIALE @ INDIEHOME, San Benedetto del Tronto (AP)
13 aprile – LO STATO SOCIALE @ CASA AUPA, Udine
14 aprile – LO STATO SOCIALE @ GLUE, Firenze
15 aprile – manzOni @ ZUNI, Ferrara
20 aprile – manzOni @ DISCANTO LAB, Chioggia (VE)
21 aprile – LO STATO SOCAILE @ CUBO ROCK, Catanzaro
24 aprile – LO STATO SOCIALE @ LA STAZIONE, San Miniato (PI)
28 aprile – LO STATO SOCIALE @ VINILE 45, Brescia
30 aprile – LO STATO SOCIALE @ OFFICINA 99, Napoli
04 maggio – LO STATO SOCIALE @ RATATOJ, Saluzzo (CN)
18 maggio – LO STATO SOCIALE @ APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
09 giugno – LO STATO SOCIALE @ ETNOBLOG, Trieste

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ETICHETTA: 42
GENERE: Folk pop

TRACKLIST:
1. Restiamo in Casa
2. Satellite
3. La Zona Rossa
4. Un Giorno di Festa
5. Oasi
6. Le Foglie Appese
7. Quando Tutto Diventò Blu
8. I Barbari
9. La Distruzione di un Amore
10. Sottotitoli
11. S’Illumina
12. Il Mattino dei Morti Viventi
13. Bogotà

Quando nel 2010 Lorenzo Urciullo, esponente non certo di scarsa importanza degli ottimi Albanopower, decise di formare i Colapesce, probabilmente non si aspettava l’attenzione mediatica poi raggiunta. Con una vaga tensione ad un folk trapiantato a forza nei territori più agibili dell’indie pop, e testi in italiano che, nonostante la lieve ridondanza di alcune scelte lessicali, non sfigurano affatto nel loro insieme, questo lavoro si presenta come uno straordinaria prova di coraggio e di maturità musicale, frutto di una crescita artistica raggiunta dentro e fuori il progetto Colapesce, in anni spesi a comporre musica ispirandosi anche al contesto sociale siracusano, per questo tiepido e pieno di colori.
“Il Mattino dei Morti Viventi” e “I Barbari” nascondono venature storico-culturali che attingono alla quotidianità, malcelando una tipologia descrittiva, nella scelta delle parole, che ammicca a De André o, guardando altrove, a Dickens. E’ realismo che non prescinde dai sentimenti (“Bogotà”, “Restiamo in Casa”), comprendente anche una capatina veloce nel mondo della critica politica in “La Zona Rossa”. Musicalmente regna sempre quell’atmosfera folkeggiante che nei momenti più quieti si avvicina a Yo La Tengo e Grizzly Bear, in quelli più tesi ai Band of Horses (“Quando Tutto Diventò Blu”). I testi, dicevamo, scadono a volte in una sorta di atrofia espressiva, ma a controbilanciarne la debolezza c’è il comparto suonato, l’anima pulsante di questo “meraviglioso declino” che, nonostante nessun episodio in grado di farlo decollare e brillare come un pezzo memorabile della discografia nostrana, è di per sé un imprescindibile viaggio all’interno del racconto in puro stile pop italiano (e non è un caso se molti lo accostano a Battisti), che difficilmente si potrà ignorare nei mesi a venire. Emotivamente, la sua tranquillità solare e immaginifica ci può sicuramente far sentire tutti un poco meglio.
Infine, è lodevole in particolare notare che questo disco manca di una delle manie dei nuovi artisti italiani: volersi inserire forzatamente dentro i binari dell’alternative italiano, in quel settore che fa prosperare le grosse webzine abili a “creare scene”, inseguendo i soliti grossi nomi (Verdena, Marlene Kuntz, CCCP, ecc.) che da vent’anni ormai influenzano la maggior parte del nuovo rock. Colapesce è infatti un progetto a sé stante, latentemente influenzato dai grossi nomi del folk statunitense (ci sono almeno tre brani dei Fleet Foxes che possono spiegare benissimo questa interpretazione: “Mykonos”, “Meadowlarks” e “Grown Ocean”), ma che vive di luce propria, senza la terribile necessità di somigliare a qualcuno che localmente faccia tendenza; insanità tipica, quest’ultima, dei cantautori della “nuova leva”.

Niente di miracoloso, ma almeno ascoltiamo qualcosa di diverso, di non particolarmente derivativo, con una strizzata d’occhio al focus psicologico e all’empatia di molti testi di Amor Fou e La Crus. Più che un meraviglioso declino, un sorprendente debutto.

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ETICHETTA: Autonomix, Venus
GENERE: Folk rock, indie rock

TRACKLIST:
1. Ritratto Deforme
2. Pick Up
3. Frutti Tropicali
4. L’Attesa
5. Terra dei Pomodori
6. La Danza di Dioniso
7. Obiettivo Sensibile
8. Madri de Placa de Majo
9. Al Conero
10. Tina
11. Tornerai
12. Serenata Alla Notte
13. Melodia
14. Dietro la Tenda

Obiettivo Sensibile è senz’altro la “boccata di energia” che i Gasparazzo indicavano nella descrizione per la stampa. Iconograficamente pieno di riferimenti (dalla plaça de Mayo di Buenos Aires a Tina Modotti, attrice e fotografa socialista italiana morta in Messico in circostanze sospette), è un ensemble naturalmente denso di concetti e forze fisiche che interagiscono per formare una rete complessa di significanti e significati. Il folk rock rappreso in inquantificabili riferimenti pop, che sono la giusta mazzata al prevedibile, caratteristica sicuramente lontana dall’essere connaturata in questo disco.
Si aprono gli sportelli e si scorgono subito, dal primo colpo che raggiunge vista e udito, “Serenata” e “Pick Up” , i due episodi più veementi e rumorosi, dove la grinta che veleggia fiera dalle parti del rock più spinto serpeggia con delle chitarre iperdistorte e un messaggio di rabbia che sarà controbilanciato lungo tutto il disco dalla più completa promiscuità di elementi malinconici, dolci e sofferti (la title-track, “Dietro La Tenda”), mentre dall’altro lato è la collera sterile e cupa di “Serenata Alla Notte” a evidenziare l’ambiguità dell’anima di una band matura e versatile, per questo anche capace di stupire con del materiale fresco, fuori dalla forsennata banalità che molti lavori di scarso valore obbligano ad accostare ai termini “indie” e “folk” (qui invece esaltati e perfezionati all’ennesima potenza). Dino Olivieri, nel 1937, scrisse “Tornerai”, tenebrosamente rivisitata in un’intensa ballad elettronica dal gusto noir e vintage.

Obiettivo Sensibile è un cerchio chiuso, una figura perfetta. Lo ricorderemo per una compattezza sicuramente degna di nota, mentre tanto folk va alla deriva in insensibili contenitori da classifica. L’orecchiabilità di questo disco, ridotta al minimo indispensabile, fa da base per visualizzare più luminosamente il background della band, riempito dalle più diverse influenze che, però, non compaiono in maniera troppo palese. Omogeneo, ecco la parola giusta. Molti, si spera, lo ameranno. Per gli altri, un’esortazione a digerirlo (e comprenderlo) meglio.

DATE DEL TOUR:
11.02 LAB AQ16, Reggio Emilia
12.02 CHINASKI, Sermide (MN)
30.03 DEJA VU, Teramo
31.03 ROYAL GREEN, Campobasso

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ETICHETTA: The Stream Records, Sounday Music
GENERE: Folk, world music, pop rock

TRACKLIST:
1. Have No Fear
2. Cosmic Scenery
3. Memories
4. Close My Eyes
5. Perfect Day
6. Taylor Rain
7. Sleep With Me
8. Mr. Lomax
9. Time To Move On
10. Africa
11. The Melody
12. Shine
13. Lucky Number 13
14. Yellow Tree
15. Iowa

Un collettivo artistico, come tanti, ma sostenuto da una formazione ufficiale attorno alla quale sono imperniati tantissimi featuring, collaborazioni e comparsate. Per non iniziare ad ascoltare un disco così con i soliti clichè da collettivo world music, bisogna subito chiarire che non si tratta delle solite menate etniche che vanno tanto di moda in Francia, ma che l’album contiene più di qualche influenza di assoluto interesse, che ci sono brani molto importanti e spessi dal punto di vista compositivo e che questa gente, tutto sommato, ci sa fare davvero.
Vengono da diverse nazioni le ventuno persone che hanno dato il loro contributo a Have No Fear, e la prima cosa che si percepisce è proprio la diversità di toni che produce un’eterogeneità certamente favorevole alla buona riuscita di questa sorta di concept sul quotidiano, sulla politica, sulla cultura e sulle guerre (“Africa”), abbandonando ove possibile i luoghi comuni per provare a tessere un intreccio più originale possibile, anche dal punto di vista del writing. Buone le presenze di Shane Christiansen e Hollydish, due rapper rispettivamente dalla California e dal Quebec, che colorano con sfumature palpabilmente americaneggianti alcuni dei brani meno movimentati. “Perfect Day” e “Have No Fear” sono i due episodi più intensi, mentre “Taylor Rain”, ballad dal gusto vagamente retrò, le atmosfere si placano e rifulgono di una luce più gelida. Il calore è comunque l’elemento essenziale di questo disco, sicuramente lontano dal voler essere una novità, però rientrante in un’orbita di musica folk studiata ed impegnata ascoltata da persone senza troppe pretese. Peccato, dovrebbe essere il contrario.

I brani sono tutti molto buoni, ben concepiti e prodotti. Lo spettro è molto ampio, toccando anche alcune nuances di stampo trip hop che in Italia abbiamo sentito negli ultimi anni da artisti come i LetHerDive. Strumentalmente niente di particolarmente degno di nota, ma si sottolineano senz’altro la presenza, essenziale per riempire, di archi e chitarre acustiche.
La necessità di certi dischi è finita da tempo. Ma li accogliamo sempre a braccia aperte, soprattutto per dei contenuti dai quali è ideologicamente impossibile prendere le distanze, se si ha una coscienza.

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ETICHETTA: Quasi Mono Records
GENERE: Folk

TRACKLIST:
1. All I Do Is Sing the Blues
2. Disappeared
3. Paso Doble (Flowers and Jails)
4. Oh, What You’ve Done to Me!
5. Jane’s Choice
6. A Rabbit’s Tale
7. Loving U Ku
8. Gentle Way
9. Moonshine Once Betrayed Me
10. Ballad in Plan D

Moonshine Once Betrayed Me è un bel disco. Trotterella galante lungo tutte le sue dieci tracce rimasticando linguaggi triti e ritriti come quelli del folk e del blues, ormai ripasticciati in ogni modo anche dai nostri connazionali, con un’impronta tipicamente italiana e che si fregia di quell’atmosfera festosa che spesso accende jam session del circuito blues rock. Riferimenti si incontrano anche nel country e nel folk più cantautorale, andando dietro a Tom Waits, il Bruce Springsteen di quando non è necessario parlare solo di sogno americano, e l’immancabile Bob Dylan. L’ospitata (comprendente anche componenti degli Scisma, degli Annie Hall, dei Guru Banana e di altre band di spessore come i The Record’s) impreziosisce gradevolmente il già scintillante pacchetto, seppur il contenuto non venga in nessun modo nobilitato dai contributi forniti. Ombretta Ghidini e Laura Mantovi compongono così un disco molto attrattivo, in linea con il nome della band, che con la sua solidità ritmica dona sicurezza e pregio anche ai momenti più nervosi ed elettrici, quelli più party-oriented (“Loving U Ku”, “All I do Is Sing The Blues”, quest’ultimo il loro vero manifesto), mentre ascoltando con attenzione tutto il resto scopriamo che gli elementi più interessanti sono quelli che affondano le radici nel terreno sentimentale-neoromantico in puro stile Waits. Ma c’è anche Cash. “Jane’s Choice”, “Ballad in Plan D” e “Gentle Way” tra le migliori, ricordando anche che l’indie folk americano degli ultimi anni ha partorito tantissimi imitatori ma noi in Italia abbiamo anche saputo dare di più (anche perché gli …A Toys Orchestra, seppur rivolti verso tensioni più mainstream, sono veramente dei fighi).

Le novità non esistono più. Per questo si può essere propositivi, lucidi e solari anche quando si rivanga un territorio impervio ma già interamente scoperto ed esplorato come il folk blues. Le sirene, solitamente, tendono ad ammaliare: a queste basta fare buona musica. Quello di cui abbiamo bisogno.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Sub Pop/Bella Union
GENERE: Folk

TRACKLIST:
1. Montezuma
2. Bedouin Dress
3. Sim Sala Bim
4. Battery Kinzie
5. The Plains/Bitter Dancer
6. Helplessness Blues
7. The Cascades
8. Lorelai
9. Someone You’d Admire
10. The Shrine/An Argument
11. Blue Spotted Tail
12. Grown Ocean

VOTO: 3/5

Parliamo di un album che doveva uscire nel 2010.
Partiamo quindi dal presupposto che la band di Seattle, dopo lʼesordio omonimo del 2008, ha sofferto di ansia da prestazione, che ha costretto Robin Pecknold e soci a lavorare intensamente sui pezzi di questʼalbum, nel senso di fare-rifare-ripartiredazerorivalutarepreoccuparsi e partorire il disco per il pubblico lʼanno successivo. Ebbene, ascoltando questi dodici brani, bisogna dire che la paura di sbagliare non ha portato allʼerrore, ma ha contribuito a perfezionare le idee che evidentemente stavano alla base.
Tutte le tracce si muovono attorno al classico folk americano degli anni 2000, ma con rimandi agli anni ʼ60 e ʼ70: chitarre acustiche, batterie leggere, archi, mellotron, violini, atmosfere lisergiche, voci corali, questʼultime che rimandano al genio di Brian Wilson, soprattutto quello di “Smile”.
E questo non è un indizio da poco.
Il folk dei Fleet Foxes fa parte di quel ramo del folk solare, che sfiora il pop dei Sessanta.
Non cʼè nulla a che vedere con lʼ intimità malinconica di Bon Iver o del primo Iron and Wine, tranne qualche esempio come “Blue Spotted Tail”; lʼunico elemento in comune con i due songwriters, sono le camicie a quadri e le barbe lunghe.
In generale “Helplessness Blues” è un album che gode di unʼottima visione dʼinsieme, i brani sono ben amalgamati tra loro e rendono coerente lʼintera opera, dove emerge una distinta genuinità della band di Seattle.
A primo impatto manca un brano che spicca tra tutti, ma forse ciò è dovuto alla buona composizione di tutte le tracce.
Quindi a somme fatte, tranquilli Fleet Foxes, non avete bisogno della pillola blu.

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ETICHETTA: Ululati dall’Underground, New Model Label
GENERE: Folk

TRACKLIST:
1. Il Gallo Ha Fatto l’Uovo
2. La Poltrona
3. La Mia Rivoluzione
4. Portami Via
5. Ricomincia a Sognare
6. Se il Petrolio Fosse Olio
7. In Mezzo al Mare
8. Abramo/la Verità
9. Il Mutuo
10. Il Tuo Senso Critico
11. Pigro
12. L’Uomo Magnifico/Rideau Pour L’Homme Magnifique
13. Margherita, 1902

Il rigoglioso folk casereccio e ballerino dei Puntinespansione arriva come un fulmine a ciel sereno nel periodo d’oro dell’alternative rock aggressivo e iperdistorto. Dentro Trentenni Sofisticati, tutto sommato, ci sono quasi solo ballad, molto cariche ed energiche, potenzialmente molto valide, ma atterrate in maniera piuttosto grave da pesanti ostacoli come una produzione scarsa e una certa assenza di originalità. Di là della barricata, però, troviamo anche il divertimento cieco di momenti meno sterili e più dediti alla danza spensierata, non accecata dalla foga, molto diffusa anche tra gli inesperti della composizione e della scrittura, di “dire qualcosa”, di “essere impegnati”. Un modo diverso di approcciarsi a questo mondo meno malinconico che, essendo onesti, piace poco. Ciò che inchioda saldamente questo disco ad una concezione puramente italiana, nel senso attuale del termine, è comunque proprio questa semi-politicizzazione, una serietà nei testi che però si abbina male alla frenesia giocosa di una musica che tra Renzo Arbore e divertissement ancora più folkeggianti, si vedrebbe meglio accoppiata ad una qualche band demenziale. Come dire che Elio lo farebbe con più stile, anche se musicalmente non ci azzeccano niente con il loro prog fuori dai canoni. “Se il Petrolio Fosse Olio” è un esempio abbastanza alto, negli standard del disco, ma delude, come tanti altri pezzi (in particolare “La Poltrona”, “La Mia Rivoluzione” e “Il Mutuo”), nel tentativo di darsi un senso, inseguendo il cambiamento inaspettato e la virulenza più atipica, che però mai si concretizzano in qualcosa di veramente innovativo.

Lo sforzo è notevole, l’elaborazione c’è, manca una certa adattabilità al contesto, così come la complessità e la solennità che questa sorta di agrodolce richiederebbe. Come ogni progetto di questo calibro, però, ci sentiamo in dovere di attendere ulteriori sviluppi per capire se l’evoluzione può portare verso lidi più rosei e novità più aggraziate e geniali. Perché la carne al fuoco, ad essere sinceri, c’è.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Jagjaguwar
GENERE: Folk

TRACKLIST:
1. Flume
2. Lump Sum
3. Skinny Love
4. The Wolves (Act I and II)
5. Blindsided
6. Creature Fear
7. Team
8. For Emma
9. re: Stacks

VOTO: 4/5

 

Qualche anno fa ho visto unʼintervista di una band, di cui non ricordo il nome, dove un componente affermava, con un sorriso beffardo ma rassegnato, che se una persona suona e scrive canzoni lo fa perchè “sta male”.
Eʼ unʼaffermazione che può forse spaventare, ma non cʼè nulla di più vero.
La chicca del discorso sta nel fatto che affrontare il malessere, il dolore (verso la società, lʼamore, te stesso, quello che vuoi) è la chiave per ucciderlo. E non è altrettanto vero che le canzoni malinconiche sono quelle che poi alla fine ti piacciono di più? Quelle che porti sempre con te, perchè non lo sai neanche tu, ma sono quelle che ti muovono i sentimenti, e i sentimenti sono quelli che ti fanno sentire vivo.
Bon Iver, ovvero Justin Vernon, nel 2007 si ritira in solitudine, causa sofferenza dʼamore, scioglimento della band che aveva, conseguente smarrimento di se stesso, in una baita dispersa nei boschi. Dʼ inverno. Con la neve.
Le giornate corte, le notti lunghe, silenziose, ma forse più rumorose di qualsiasi megalopoli.
Allora quando sei da solo con te stesso e ti manca lʼamore, quello che ricevi dagli altri, fai ricorso a chi non ti tradirà mai: gli animali, la natura, la luna e la chitarra che, stai sicuro, aspetta sempre e solo te.
E il rumore del silenzio che sentivi, pian piano svanisce e ti accorgi della straordinaria e perfetta fragilità melodiosa del resto che ti circonda: la neve, il vento, le montagne, la legna, il bosco.
Nasce così “For Emma, Forever Ago”, in quattro mesi di luna che si riflette sulla neve, dove guardandola pian piano, ci si accorge che illumina quello che hai intorno come non avresti mai pensato.
Vernon adopera voce in falsetto, straordinaria.
Le voci, meravigliose, diventano spesso e volentieri corali, una chitarra acustica, dei suoni in lontananza, riverberati, giusto quel che serve per fare atmosfera.
Qualche batteria leggera perchè di più avrebbe rovinato lʼ intimità dei 9 brani, uno più straordinario dellʼ altro.
Allora qui ci senti lʼamore, la disperazione, la solitudine, lʼangoscia, la speranza, la voglia di reagire in un percorso naturale, che si evolve come la natura reale.
Sentimenti che emergono in tutte le tracce del disco.
Bisogna ricordare che, acquistabile su Itunes, vi è anche una bonus track “Wisconsin”, unʼaltra gemma, un altro cristallo di neve.
Bon Iver è una traduzione sporcata dal francese (Bon Hiver) che significa Buon Inverno, la stagione più dura delle quattro, la più introspettiva, ma forse la più magica.
Allora, visto che adesso che scrivo è dicembre e fuori fa freddo, questo disco è perfetto per dire a tutti Buon Inverno.
Godetevelo, fatevi cullare, che Vernon vi fa la migliore colonna sonora che potete trovare, per portarvi a primavera

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Jagjaguwar, 4ad
GENERE: Folk, alternative

TRACKLIST:
1. Perth
2. Minnesota
3. Holocene
4. Towers
5. Michicant
6. Hinnom, TX
7. Wash
8. Calgary
9. Lisbon, OH
10. Beth/Rest

VOTO: 3.5/5

Justin Vernon aveva sorpreso tutti nel 2008 con il bellʼesordio “For Emma, Forever Ago”,  album composto in solitudine, in una baita, disperso nei boschi e nella neve.
Lʼ attesa per questo secondo album era grande.
Justin Vernon, in arte Bon Iver, non è più quello del primo album, almeno musicalmente
parlando.
Ma, ma, ma, ma attenzione: il cambiamento, come a volte accade, non è sinonimo di passi indietro, ma di crescita, artistica sʼ intende. Nel suo nuovo lavoro il buon Justin cambia lʼapproccio e gli ingredienti ai brani, lascia invariato il suo modo di porre la voce, in quello strano falsetto, tanto particolare quanto piacevole, ma riempie i pezzi colorandoli in maniera differente e più ampia rispetto al
passato.
La chitarra acustica lascia spazio più volentieri alla chitarra elettrica, come in “Perth”, canzone bellissima e “Holocene”, altra perla, e così fa pure in “Towers” e “Michicant”.
Atmosfere che dipingono paesaggi emozionanti nel loro piccolo, nella loro intima  semplicità (la copertina parla chiaro), questi sono i pezzi migliori dellʼ album.
In “Wash” appare un pianoforte, leggero, fantastico e degli archi che danno morbidezza e  fanno da quinta teatrale al brano.
Altra misura che adotta, per cercar di dar vita a quel velo di intima ma benefica solitudine notturna che da sempre caratterizza i suoi brani, è lʼ uso di batterie mai invadenti in molti brani, come in “Minnesota, WI”.
Riaffiora poi qualche chitarra acustica “Calgary” arrivando ad usare atmosfere e tastiere pop anni 80 con percussioni sintetizzate “Hinnom, TX” e “Beth/Rest” esperimento bruttino a mio avviso, soprattutto nella traccia di chiusura dellʼ album.
In “Lisbon, OH” sfiora le intro dei Sigur Ros, a modo suo, ma qui è davvero bravo.
Bon Iver, Bon Iver ci mostra quindi un nuovo lato del cantautore americano, quel poco meno romantico rispetto allʼesordio, ma più vario.
La critica è sulla discontinuità che lʼ album presenta, causa i brani in cui vuole esagerare staccandosi da quello che sa fare meglio: il folk, anche con la chitarra elettrica.
Infine comunque pollice in su per Vernon, che ha dato conferma di essere un bravo artista, sincero, che sa fare buoni dischi.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Folk, indie

TRACKLIST:
1. An Anarchist in Parliament
2. On The Bank
3. Nightdrifting
4. Ribbon Instead
5. Through a Spyglass
6. To Love Somebody
7. Whistle on the Washing Line
8. Crockery in the Cupboard
9. Off the Banks
10. Something More to Say
11. Lucio Goes to Sydney
12. Anorak

Il cantautorato italiano moderno, quello che le sue radici folk le prende più dagli Stati Uniti di Bob Dylan che dal nostro passato deandreiano o gucciniano, è rappresentato pienamente da questo Anorak, opera prima di Angus Mc Og, artista modenese che nel duemilaundici è riuscito a ricavarsi una nicchia piuttosto consistente di seguaci, grazie a questi dodici splendidi brani.
La raffinatezza del suo songwriting si sposa molto bene con le atmosfere molto soft, delicate nell’intensità e in quel tocco nostalgico che ricorda il già citato Dylan, ma anche Neil Young e i momenti meno rock di certe perle degli Wilco. Non mancano neppure tocchi à-la Buckley, mentre anche Nick Drake, Elliott Smith e, nel panorama recente, Bright Eyes serpeggiano all’orizzonte nella sfera siderale delle influenze. I pezzi sono tutti molto maturi, i testi smaccatamente rivolti verso occidente. Predominano le atmosfere più scure, l’idea del viaggio, dello sguardo rivolto ad una scena naturalistica da contemplare ed ammirare, della poesia nostalgica quasi leopardiana. Non c’è niente di pretenzioso, tant’è che si può definire cantautorato minimale, ma in questa semioscurità fatta di chiaroscuri, di alternanza di luci ed ombre, ci si innamora di canzoni come “To Love Somebody”, “Nightdrifting” e la title-track, di momenti come “Lucio Goes to Sydney” e “Off the Banks”, gli episodi più significativi perché contengono tutta la vena folk che dietro il lamento malinconico più tipicamente dylaniano nasconde una voglia di raccontarsi che malcela l’autobiografismo, mentre in penombra avvertiamo la possibilità che questo artista superi i confini emiliani per diventare un vero e proprio punto di riferimento in questa scena che sempre più pullula di grandi artisti.

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Acustica, folk chitarristico
TRACKLIST: Nessuna (unica traccia)

Avete mai ascoltato John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho o Sandy Bull? Tra folk, blues e cantautorale con una particolare attenzione al solo chitarristico, sono tutti nomi storici nel genere, ma lontani dal nostro paese (non solo geograficamente). Difficile trovare un Basho italiano e difficile anche prevedere che un accostamento così evidente potesse giungere da Gionata Mirai, già in Teatro degli Orrori e Super Elastic Bubble Plastic, bands sulla cresta dell’onda che sicuramente hanno un curriculum tale da portare ulteriore attenzione anche verso questo Allusioni e il tour che ne segue.
In poco meno di mezzora, un disco con un’unica traccia che non lascia percepire altro che una chitarra, che rincorre continui arpeggi e assoli che oltre a denotare una grandissima tecnica nel fingerpicking del buon Mirai, sicuramente più illuminato qui che nelle altre sue formazioni, sottolineano un songwriting molto maturo che riesce anche a veicolare “qualcosa”. Il disco scorre veloce, certo, ma riesce comunque a lasciare un segno, grazie a quelle sensazioni che si avvertono da ogni piccolo cambio, in volume, in tonalità, nel passeggiare veloce ma molto sentito di una dodici corde suonata veramente con il cuore. L’animo blues che emerge è sicuramente una novità se consideriamo il personaggio e il suo background e stupisce la maniera con cui un grande senso di malinconia si scioglie amaramente insieme a momenti molto più allegri che si (con)fondono senza quasi linea di demarcazione, tanto splendide sono la scrittura e l’esecuzione di questi “pezzi”.

Un disco a suo modo inutile, ma che lascia un profondo solco nella memoria di questo vuoto duemilaundici. Che se ci sono dischi così, tanto scadente non è.

“ALLUSIONI” TOUR by Virus Concerti
18.11.11 Rockerill, Charleroi (BELGIO)
19.11.11 Water Moulin, Tournai (BELGIO)
22.11.11 DNA, Bruxelles (BELGIO)
23.11.11 Bateau Ivre, Mons (BELGIO)
26.11.11 Conchetta, Milano
02.12.11 Cooperativa Portalupi, Vigevano (PV)
03.12.11 La Tempesta al CSO Rivolta, Marghera (VE)
04.12.11 Round Midnight, Trieste
05.12.11 Radio Capodistria, Trieste
06.12.11 Teatro della Concordia, Venaria Reale (TO)
07.12.11 Blackat, Piacenza
08.12.11 Keydrum, Sarno (SA)
09.12.11 Istanbul Cafe, Squinzano (LE)
10.12.11 I Sotterranei, Copertino (LE)
15.12.11 Supernova, Bologna
16.12.11 Circolo delle Arti, Mariano Comense (CO)
18.12.11 Magnolia, Segrate (MI)
22.12.11 Al Vapore, Marghera (VE)
04.01.12 Apartamento Hoffman, Conegliano Veneto (TV)
05.01.12 Morgana Music Club, Benevento
06.01.12 Festinalente, Aversa (CE)
07.01.12 Chromazone, Atripalda (AV)
08.01.12 Mermaid’s Tavern, Pontecagnano Faiano (SA)
14.01.12 Arcipelago, Cremona
21.01.12 Blah Blah, Torino
11.02.12 Cinema Vekkio, Corneliano d’Alba (CN)

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ETICHETTA: Dischi dell’Orsa, New Model Label
GENERE: Folk, prog

TRACKLIST:
1. L’Umore
2. Gocce
3. Orsa Maggiore
4. La Pazzia
5. Samaria
6. Tutto L’Amore del Mondo
7. Fiore di Pesco
8. Cavallo
9. Alla Luna

Difficile definire rock un disco acustico, ma con Orsa Maggiore del progetto Pane tutto è possibile. E’ stato fattibile, per loro, concepire un’opera vibrante di una virulenza nineties, pur senza utilizzare distorsioni killer o costruire impianti punk o grunge nei brani. E’ stato concepibile, per loro, sfoderare un’opera emotiva di grande impatto, senza grilli per la testa, semplice ma contemporaneamente penetrante, dai lembi soffici perché si può impugnare e tirare a sé per comprenderla meglio, tramite l’accostamento ad un mondo veramente “diverso”, fatto di folk, prog e jazz. Miscela che negli Stati Uniti chiamerebbero “roots music”.
Ci sono sia testi scritti nella band che riadattamenti dall’esterno (non manca neppure Majakovskij, tornato di moda grazie al Teatro degli Orrori e ora sballottato un po’ dovunque nella musica sedicente colta), stesi con seducente inquietudine su di una tavolozza magnetica, colorata e attraente, che produce interesse man mano che la si ascolta. Scorrono rapidi i brani più impulsivi e d’impatto (“Gocce”, la pinkfloydiana “La Pazzia”, “Fiore di Pesco”), mentre una certa dose di psichedelia progressiva statuaria si inerpica su sentieri sydbarrettiani, con qualche rarefatta traccia di swing jazzato e blues, come in “Tutto L’Amore del Mondo” e “Orsa Maggiore”, momenti topici di coscienzioso romanticismo. Nessuna traccia debole, ma nove momenti di singolare utilità all’interno di un disco, dove è risaputo che nel duemilaundici un’uscita discografica difficilmente manca di qualche filler infilato per problemi di tempistiche. Tasselli che combaciano perfettamente l’uno con l’altro, incastri unici di un’opera che si spera i posteri possano riscoprire e apprezzare.

In valore assoluto il progetto è tra i più interessanti degli ultimi tempi e il disco uno dei migliori di quest’anno. Leggermente cerebrale, forse troppo tiepido, in certi momenti, ma a tempesta passata ritorna visibile un vero e proprio piano di battaglia per dipingere il manifesto del nuovo folk prog italiano. E si chiama Orsa Maggiore.

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ETICHETTA: Controrecords, New Model Label
GENERE: Alt-funk, folk

TRACKLIST:
1. Buongiorno, Disse il Metronotte
2. E’ Grave
3. In Un Comò
4. Rosso
5. Salsa e Meringhe
6. Un Fratello Come Me
7. Solo Un Gioco
8. Non So Dir di No
9. Il Pirata in Frac (feat. Federico Bianco)
10. Trippa per Gatti
11. Le Cose da Salvare

La Banda Fratelli è un trio torinese che si staglia alto all’orizzonte, per qualità e originalità, in una scena sommersa e sottovalutata fatta di jazz, toccate con fuga in salsa cabarettistica e avanguardia del folk. Le orchestrine televisive, il vecchio Arbore, un funk folkeggiato che ricorda certe colonne sonore, non solo di western movies (ma soprattutto di quelli). Elementi veramente difficili da scovare nella scena alternativa d’oggigiorno, che i piemontesi invece conoscono molto bene e riescono a miscelare con grande conoscenza dei generi in un disco veramente ben fatto, dai toni caldi, con il quale si può ballare ma anche riflettere, muovendosi tra variopinti festoni svolazzanti e storielle da cartone animato. Gatti, storie d’amore, momenti comici, code tragiche e danze scanzonate. Un melodramma continuo che si fregia anche di alcune percussioni latineggianti, trovando anche un modo moderno di riproporle al grande pubblico, dentro episodi ripresi da una nobile tradizione di folk da sala da ballo. Bertolotti, Banchio e Bonavia dimostrano secondo per secondo e brano per brano una grandissima capacità compositiva, nonché una maturità quasi anomala rispetto ad altre band moderne del settore: interpretarne i metodi di lavoro potrebbe svelare un nuovo modo di comporre della musica avanguardistica senza sconfinare nel prog troppo cervellotico.

Difficile individuare quale svolta il loro percorso artistico possa prendere. Per questo, non ci resta che aspettare (ma solo dopo essersi complimentati per questo grandissimo disco).

PROSSIME DATE:
11.11.11 ALTI I TONI, Borgo San Dalmazzo (CN)
12.11.11 CONTESTACCIO, Roma
25.11.11 CIRCOLO MARGOT, Carmagnola (TO)
03.12.11 CIRCOLO RATATOJ, Saluzzo (CN)
17.12.11 ASYLUM, Collegno (TO)

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ETICHETTA: La Tempesta
GENERE: Folk rock, alternative rock

TRACKLIST:
1. Nel Paese che Sembra una Scarpa
2. L’Amorale
3. Nati per Subire
4. Atto Secondo
5. I Qualunquisti
6. La Democrazia Semplicemente Non Funziona
7. Il Mattino Ha L’Oro In Bocca
8. Franco
9. Milanesi al Mare
10. Ragazzo Eroe
11. Cattivo Pagatore

Quando si ascoltano gli ultimi due dischi, gli unici interamente in italiano, degli Zen Circus, quasi sembra di essere davanti alla concretizzazione di un piano concepito anzitempo e lungamente studiato, coltivato e realizzato con la lentezza e la precisione di un allevatore. Raggiungere sempre più pubblico per poi sfoggiare tutta l’amarezza di un linguaggio popolaresco e tagliente, meno volgare di prima ma non per questo meno affilato, riuscendo a scendere nel territorio sconfinato della politica, con un pizzico di qualunquismo ma la personalità forte di band che sa comunicare. Le metriche e le linee vocali, le ritmiche incalzanti e sempre molto dritte, i soliti accordi di acustica e alcuni inserimenti extra con melodie paurosamente catchy, sposano benissimo questa nuova caratteristica di band che sa colpire anche con le parole, realizzando sostanzialmente accompagnamenti musicali mai invadenti e che lasciano in primo piano il cantato, abbozzando schizzi di riff orecchiabili solo in parti strumentali tra una strofa e l’altra. Nessun ghiribizzo tecnico fa gridare al miracolo, così come nel disco non troviamo nessuna evoluzione da Andate Tutti Affanculo.
Sopraggiunge sicuramente un pizzico di maturità in più nell’affrontare il tema, un po’ ridondante dopo tante altre canzoni, sempre loro, che lo trattavano, dell’uomo “morto che cammina”, ma anche nelle virate polemiche verso la società in generale (“I Qualunquisti” e “Ragazzo Eroe”, momenti di spiazzante e macabra ironia), verso le forme politiche che reggono in piedi l’Italia (“La Democrazia Semplicemente Non Funziona”, che per altro inizia con un fischiettìo identico alla melodia fondamentale della vecchia “Ciao Mamma” di Jovanotti, rallentata) e verso l’Italia stessa, in “Nel Paese che Sembra una Scarpa”. Quest’ultimo forma forse, insieme a “Il Mattino ha L’Oro In Bocca” e il primo singolo “L’Amorale”, il trittico vincente che si occupa di particolareggiare Nati per Subire, sia dal punto di vista testuale che musicale, con una decisa scelta di protendersi verso una cantabilità quasi da “live anthem”. Alcuni pezzi, come la conclusiva “Cattivo Pagatore” o “Milanesi al Mare” svolgono quasi la funzione della zavorra, appesantendo il disco ma equilibrandolo verso sonorità leggermente diverse. Più tranquilla la prima, alla stregua di “Canzone di Natale” dal disco precedente (sempre in chiusura) e più allegra e serena la seconda, unico momento di gaiezza dell’intero disco.
Presenti peraltro molti ospiti, dai Ministri al Pan del Diavolo, a Enrico Gabrielli, Dente e altri, che, anche qui con una scelta intelligente, sono presenti solamente a “fare nome”, senza eccedere nell’utilizzo dei loro contributi.

L’appeal più commerciale di questo lavoro non toglie smalto ad una band che ha dimostrato di saper crescere attentamente, creando hype attorno al progetto, coltivando il proprio vivaio di fans e la loro ricettività. Ora che possono permettersi (quasi) tutto è evidente che è arrivato il momento di pretendere tanto da loro. Ma sarà per il prossimo disco, perché Nati per Subire è, al pari di Andate Tutti Affanculo e le poche canzoni in italiano di Villa Inferno, il vero manifesto del Circo Zen.

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