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Archive for ottobre 2014

Recensione scritta per Music Opinion Network

ETICHETTA: Gutenberg Music

Il dremong è un orso tibetano poco noto dalle nostre parti. Non essendo questo il luogo ideale per approfondimenti zoologici, vi risparmieremo anche inutili sermoni sul povero animale e le sofferenze che la medicina e la cosmesi cinese gli causano per ricavare la sua bile. Max Manfredi, attivo da tempo, giunge a realizzare questo album grazie al crowdfunding e, libero di conseguenza da qualsiasi richiesta di produttori o label, sfoggia un album senza tempo, lontano da ogni parvenza di immediatezza o di adeguamento al mercato, caleidoscopico e multiculturale. Gli strumenti utilizzati ne disegnano già gli orizzonti geografici e culturali: glockenspiel, violino, flauti, ma anche ingegnosi ammennicoli orientali come il guqin, affiancati logicamente alle sezioni ritmiche e melodiche degli standard a cui siamo abituati. Paragonarlo ad altri artisti non è facile e sforzandosi si produrrebbero solo accostamenti impalpabili ed imprecisioni citazioniste di bassa tacca, ma tracciamo volentieri un identikit avvalendoci di una manciata di etichette: classic rock, world music, progressive. Non è un disco per mercanteggiare con la propria arte, ma per comunicare CON la musica qualcosa. Nessun brano annoia, nessuna facile trivialità, né dozzinalità. L”evoluzione strutturale dei brani racconta di una gestazione molto ponderata, soppesata, narra di una composizione dove i riferimenti culturali – si legga qualsiasi intervista all’artista – zampillano con il giusto equilibrio senza banalità né sfrontatezza. L’Oriente pervade un po’ tutto il disco, in particolare la Cina, e al di là del titolo sono molte le reminiscenze che guardano verso est: le più vicine sono quelle greche, e infatti non mancano tracce di rebetiko, genere di dimensione nazionalpopolare in Grecia. Unica pecca: avremo voluto sentire un po’ di bouzouki. Il basso, per la cronaca un fretless, quando è protagonista arricchisce ed agghinda il brano in maniera sempre percettibile, non accontentandosi di sostenere lo scheletro ritmico della canzone come spesso accade nella musica da chart. Per “Sestiere del Molo” un solo commento: ascoltatela per prima e vi dirà molto sull’argomento di questo articolo.

La qualità del songwriting è notevole, ma particolarmente sopra le righe ed eccitante è la scrittura testuale, così come la sua controparte nell’interpretazione vocale di Manfredi. Musicisti come Bruno Cimenti non possono che impreziosire un lavoro già di per sé significativo dal punto di vista musicale quanto ornamentale nel panorama italiano, ed è lampante quanto non possa essere considerato solo uno dei tanti prodotti dell’ingegno tipicamente derivativo dei nostri cantautori moderni. Album come Dremong ingemmano la discografia nostrana tutta, la nobilitano, le conferiscono una dignità spesse volte assente nei dischi che più piacciono. Gridare al capolavoro diventa sempre più difficile ma talvolta ancora accade che ci si trovi al terzo o al quarto ascolto, costretti a prendere fiato e, sorpresi, irrompere sbalorditi in un gesto di sbigottimento. Questo è il caso.

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