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Archive for febbraio 2011

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ETICHETTA: Mia Cameretta
GENERE: Garage

TRACKLIST:
1. Beans
2. You’re Driving Me Insane
3. Waiting For The Summer End
4. 13een
5. I’m A Jerk
6. Hard Times
7. Helloweed
8. Me And You
9. Arizona

Avete mai sentito parlare di “garage pop”?
Mi è venuto un po’ voglia di mettere da parte il mio odio per le etichette ascoltando “Two Monkeys Fight for A Banana”, un po’ perché il termine “genere” indica una tipologia di classificazione che non sempre è appropriata a un pezzo d’arte come può essere un disco (e in questo caso, invece lo è), un po’ perché anche il genere mi ha indotto a riflessioni pseudo-filosofiche che, per fortuna, non mi va di condividere con voi.
Garage pop, dicevamo. Essenzialmente sono questo i Super Burritos, formazione veneta che stupisce per il suo piglio volutamente (ed esageramente) rock’n’roll vecchio stampo, incorporando una sorta di cattiveria che trova nel termine “garage” la sua espressione e descrizione più intensa e completa, con un minimo di ambizione che si esterna nelle sostenutissime ritmiche di brani come “Arizona” e “Me & You”, che di pop, effettivamente, hanno molto poco, vista la carica incredibilmente sixties che dimostrano.
A chiedersi cosa c’è di pop in un disco così si rischia di farsi del male, perché è solo così che spalanchiamo un varco nella carena della nave, imbarcando non solo acqua ma anche le tanto temute note dolenti: le voci troppo fiacche che ricordano l’indie rock di oggi, quello meno intensivo e meno specificamente rimarchevole per qualcosa che sia distintivo; le strutture dei brani, queste si, davvero pop, che ricordano di certo rock anni ’60 che non si fa certo apprezzare per l’originalità (essendo stato, peraltro, imitando talmente tanto da affossare anche le prime spudorate uscite pop/rock dei Beach Boys). Ok, avete letto questa parte e pensate che il disco mi abbia fatto schifo, e io, dopotutto, vi capisco: in realtà i Super Burritos si rendono protagonisti di un effervescente tentativo di resuscitare un genere che si è autoingerito e digerito, fino a distruggersi, non più riconoscibile in quella vera anima che solo negli USA degli anni ’60 è riuscita a far danzare la gente senza risultare gesto rivoluzionario di controcultura. Oggi, diremo che stiamo parlando di omologazione a vecchie virtus d’insorti e anticonformisti, ma non è così; questi vicentini ci mettono l’anima, ascoltate “I’m A Jerk”, “Helloweed” e la combo iniziale “Beans” e “You’re Driving Me Insane” e capirete.

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Ciao ragazzi. Un’intervista un po’ particolare per voi. Il vostro disco mi è piaciuto molto, nonostante, bisogna ammetterlo, la new wave sia un genere talmente (ab)usato e (ri)utilizzato da aver raggiunto probabilmente la soglia di sopportazione di molti. Volevo chiedervi di fare un’analisi di questa scena dal punto di vista della band. Perché ha fatto successo negli anni ’80, quali linguaggi funzionano ancora oggi, e perché questo revivalismo è molto di moda al giorno d’oggi?
Non so perché la new wave ha avuto successo, So che mi piacevano questi suoni cupi, queste voci spezzate, questi giri di basso potenti ma avvolgenti… Eravamo nel pieno della guerra fredda, contrapposizioni forti, e questo era ciò che usciva e che, senza accorgercene è entrato in noi. Il bello è che abbiamo assimilato tutto, lentamente, nel profondo e adesso a 25 anni di distanza esce “masticato”, digerito, vissuto, arricchito e con un pizzico di ironia in più.

Voi vi riconoscete nelle etichette che i recensori spesso utilizzano per definire questo genere? Mi riferisco a indie rock, new wave, dark wave, post-punk. Da recensore ho spesso a che fare con questi termini, ma mi rendo conto di come a molti vadano stretti…
Per riallacciarsi alla prima domanda, non parlerei di revival della new wave, ma di un nuovo genere, la nostra “Old wave”, fatta da chi ha vissuto e interiorizzato suoni, temi, mondi ed emozioni della new wave. Non credo sia una new wave riproposta.

A cosa si deve la scelta del vostro nome? E quello del disco?
Da un lato gli anni 80 sono il periodo della guerra fredda, gli anni dell’atomica, di Chernobyl e del Giappone come mondo lontano che interpreta l’occidente. Dall’altro una lettura scanzonata, ironica e di sberleffo nei confronti di tutta questa tristezza. Da qui il doppio senso del nome. Noi siamo anche i fondatori del “Nichilismo light”: un movimento il cui motto “I want to die, but not today”, la dice lunga su quanto siamo apocalittici e distruttivi rispetto al nostro mondo, ma… con calma.Old wave prophets? I profeti di un vecchio nuovo genere, ma anche di un nuovo vecchio genere, dipende dai punti di vista di chi ascolta. A noi vanno bene entrambe le definizioni.

Raccontateci la nascita del vostro ultimo lavoro.
Avevamo la voglia di fissare parte del lavoro ma con la certezza di ottenere determinati suoni. Poi l’incontro con Luca Pernici (Marla Singer, Il Nucleo, Ligabue….) che ci ha fatto il suono che volevamo e contestualmente l’idea/pazzia dell’etichetta “Lo Scafandro” fondata da Fiorello e Namo (rispettivamente il nostro bassista e il chitarrista) hanno trasformato l’idea di un demo in un CD vero e proprio.

Cosa si deve aspettare il pubblico da un live set degli Atomika Kakato? Se avete qualche data in programma che volete pubblicizzare utilizzate pure questo spazio! Pubblicità gratuita, non si butta mai via 🙂
Ci presentiamo come potete vedere nel booklet del CD. E poi tanta energia, velocità, forza sonora. Stiamo al momento proponendo concerti di “etichetta” ovvero la presentazione in toto dello Scafandro. Prossimamente suoneremo a Carpi (MO) al Kalinka Venerdì 18 febbraio. . Oltre a noi suonerà Fabrizio Tavernelli (AFA, Dischi del Mulo, Groove Safari, Ajello, ecc.). Sicuramente sarà una bella serata.Dalla primavera, una volta selezionata l’agenzia di booking, cercheremo di fare date ovunque da soli.

Cosa ne pensate voi che siete una band (e quindi siete nel lato opposto rispetto a me, recensore) della stampa musicale? Al momento le webzine spopolano, la stampa cartacea è in crisi ma mette ancora l’ultima parola nel definire quanto un disco funzioni.
Adesso è tutto molto veloce, immediato, diretto, facilmente fruibile e le webzine sono assolutamente in linea con questo. Le webzine si raggiungono facilmente, sono incisive nel loro essere spesso “espresse”, hanno il pregio della velocità e spesso sono targettizzate, quindi è facile per gli appassionati di un determinato genere capire che cosa sta illustrando il recensore. Il diffetto per paradosso è l’eccessiva ” interattività “, quindi è facile disperdersi durante la lettura di articolo. La rivista consente una lettura informale, spesso più comoda e rilassata.

Il futuro degli Atomika Kakato?Siamo in giro a presentare il CD, stiamo già lavorando a nuovi pezzi e…. speriamo di vederci in giro.
Grazie per aver preso parte a questa intervista, per voi le porte di The Webzine saranno sempre aperte. Un saluto!Grazie a te, vi terremo allora informati delle prossime date e altro. Ciao!

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Adrian Recordings
GENERE: Indie Rock

TRACKLIST:
1. 0009
2. 0007
3. 0002
4. 0011
5. 0003
6. 0008
7. 0012
8. 0013

Interessanti fin dal nome, interessanti fin dai titoli delle tracce, interessanti dall’artwork. Per tutto e per tutto, questi svedesi di Malmo, indie rock nel senso più lato (per vocazione), portano giù dalla Scandinavia un modello nuovo di proporre questo genere, che evidentemente furoreggia ancora poco nelle loro chart per non essersi ancora commercializzato a dovere. Chi lo può testimoniare meglio di loro?
Le otto tracce, intitolate con numeri di quattro cifre, così come nel retro del disco sono riportate le durate delle canzoni e l’ordine delle stesse, rappresentano un condensato incredibilmente innovativo ed omogeneo di indie, alternative pop/rock che alcune volte rimanda agli U2 con una specie di variazione sul tema della voce di Thom Yorke che si sente in alcuni momenti di “0011” e generiche sperimentazioni in elettronica minimal cosparsa di micronoise che rimanda quasi alla post-electro scozzese degli Errors, con i dovuti aggiustamenti (vedasi la lunghissima, dieci minuti, “0003”). C’è molto krautrock, che non è l’unica influenza “crucca” di questo ciddì; sostanzialmente la Germania rappresenta la provenienza geografica più ovvia per un disco che può assomigliare a tutto fuorché ai Kraftwerk ma portandone comunque molti segnali e simboli, se non anche le più larghe vedute che i Neu! hanno portato ad esempio dell’elettronica “antidiluviana”, ma ottima, se vogliamo, che negli anni ’70 ci propinavano. E, più tardi, progetti come gli Stereolab.
Ci sta anche space rock, come etichetta, per capirci (“0009”, “0012”).
E chi c’è di abbastanza simile per farvi capire? I Palpitation, nei momenti più elettronici, Ludwig Bell per il resto. Non li conoscete? Basta ascoltare i This Is Head e siete apposto.

E’ evidente la vocazione di ispirazione a Bono Vox nella voce, come già dicevamo, ma sono quanto più difficili da comprendere quali siano gli universi da cui proviene l’originalità paramelodica di questo indie così “poppeggiante”, ma contemporaneamente capace di trascendere i linguaggi basilari del genere. E’ un po’ come le prime volte che ascoltavamo i Radiohead deviare dal rock iperclassico di Pablo Honey, dove ancora non erano diventati LA MUSICA moderna, appellativo che oggi gli si addice tanto. Forse i This is Head vogliono diventare IL pop svedese? Forse, ma non certo nell’ottica della scalata di una classifica. Noi ci auguriamo che continuino a produrre dischi in “codice” come questo senza guardarsi indietro e senza cambiare rotta, perché sono sulla parabola giusta per evolversi in maniera spudoratamente efficace e risoluta. Forse, possono, fare la storia dell’indie nella loro nazione. Ripeto, forse. Per ora, un ottimo disco di debutto.

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ETICHETTA: Mia Cameretta
GENERE: Indie rock

TRACKLIST:
1. Pompiere
2. Come Una Puttana
3. Funerali
4. L’Economia del Saluto
5. Il Comitato
6. Mattino

C’è un’analisi storica che mi piacerebbe fare prima di parlare di questa interessante formazione, proveniente dal Lazio, ed è proprio sulla loro regione: i 100-150 km che gravitano attorno a Roma hanno portato per secoli il peso di un grande impero, di cui portano i segni, monumentali, imperiali, artistici, politici. Ora che la nostra situazione politico-sociale-culturale è al culmine del suo declino, è forse da qui che le manifestazioni di rabbia dovrebbero partire, ed effettivamente a volte lo fanno.
Quello che si sente all’interno di questo self-titled degli Esercizi Base per Le Cinque Dita, dal nome tanto strano quanto singolare, è una voglia di sfogarsi, di vomitare rabbia, di riversare su tutto e tutti un senso di devastazione che un po’ tutti dovremo sentire nostro. Il fatto che il genere non sia per niente nuovo, in casi come questi, tocca molto poco l’apparato critico di questa analisi: l’indie rock molto, forse troppo, influenzato dai Tre Allegri Ragazzi Morti, simile per certi versi a formazioni analoghe come i primi Le Strisce e I Melt, ma con un declinazioni chitarristiche e testuali molto più acide. Sarcasmo, ironia, un po’ di delusione, tanta voglia di rappresentare una propria linea di pensiero tramite testi semplici che arrivino facilmente all’ascoltatore: è quello che si sente in “Come Una Puttana”, “Il Comitato” e soprattutto “L’Economia del Saluto”, dove ogni punto debole della nostra marcescente Italia è messo a nudo con paragoni, metafore e similitudini degni di grandi “critici musicali” come, ripescando dal passato, De André e R. Gaetano, e oggi qualche nome più vago: Dente, Vasco Brondi, DiMartino, interpreti di una forma molto meno profonda di analisi di quello che hanno intorno ma che, come in questa formazione molto curiosa, hanno uno spessore molto meno concreto e rilevante. Sarà che i termini che usiamo oggi sono meno poetici e più rabbiosi, però nonostante l’affermazione che avete appena letto è chiaro che per una persona nata dopo il 1980 un disco come questo rappresenta la verità, noi tutti, un po’ quello che siamo e quello che avremo dovuto essere. L’aspro e crescente senso di vuoto in cui viviamo.
Con i dovuti aggiustamenti, dopo questo breve disco si può presagire un album “rivelazione”, che attendiamo molto contenti e speranzosi.

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ETICHETTA: Mia Cameretta Records
GENERE: Garage, alternative, punk

TRACKLIST:
1. Running Uptown
2. I Need A Psychologist
3. Kettle In The Sun
4. Come With Me
5. Monkey
6. Loser Blues

In puro stile Mia Cameretta, anche i Poptones propongono una devastante ed asimmetrica mistura di punk ed alternative dallo stile molto garage, che alcuni chiamerebbero lo-fi, ma che senz’altro fa riferimento a certi cromatismi grunge che comunque sono più d’attitudine che d’ispirazione. Questa raccolta di sei brani è una interessante combinazione di elementi che condividono solo il termine cazzone, un modo di (auto)interpretarsi che sembra quello delle band da sala prove che però hanno voglia di salire sul palco, suonare tre pezzi e andarsene lasciando l’amplificatore frusciare, fischiare, per poi tornare sul palco fare un bis e spaccare tutta la strumentazione. Magari anche quella degli altri.
Preoccupandosi non poco di disseminare i brani (ad esempio “Monkey”) di piccoli momenti orecchiabili, dove la melodia prende il sopravvento, anche qui, più come attitudine, come portamento, che come modo di rappresentazione. Ciò che rimane è un molotov cocktail di rabbia, aggressività, ira, collera (e voi lo sapete che non sono solo sinonimi, soprattutto in musica), che trova il suo momento massimo nella virulenza inorganica di “I Need A Psychologist”, che potremo senza problemi elevare a gonfalone dell’intero disco (che forse è piu un EP per forma e confezione). Qualche sferzata rock’n’roll si unisce vigorosamente con quel punk rock che citavamo, riportandoci quasi a certe atmosfere dei The Who: i brani corti, la cui brevità senz’altro ha uno scopo “catalitico”: depurazione, purificazione, congiunzione interminabile tra la veemenza e la cultura del catchy tune di vecchia ispirazione seventies.

Questi sei brani dimostrano, nella loro breve durata, la grande capacità di “triturare” un numero di elementi veramente notevole. Lo hanno fatto in molti, è vero, ma non tutti riescono a proporre nel duemiladieci (e nemmeno un anno dopo) un prodotto così ben organizzato nel suo essere puro caos, disordine, entropia. E noi che queste cose le abbiamo sempre apprezzato, non possiamo che parlare di una piccola perla da ascoltare in auto a volume altissimo (ma non se siete milanesi o bolognesi). Noise, noise, noise, ancora noise. La nostra scena si ripopola, alzate i calici.

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