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Archive for febbraio 2011

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ETICHETTA: Mia Cameretta
GENERE: Garage

TRACKLIST:
1. Beans
2. You’re Driving Me Insane
3. Waiting For The Summer End
4. 13een
5. I’m A Jerk
6. Hard Times
7. Helloweed
8. Me And You
9. Arizona

Avete mai sentito parlare di “garage pop”?
Mi è venuto un po’ voglia di mettere da parte il mio odio per le etichette ascoltando “Two Monkeys Fight for A Banana”, un po’ perché il termine “genere” indica una tipologia di classificazione che non sempre è appropriata a un pezzo d’arte come può essere un disco (e in questo caso, invece lo è), un po’ perché anche il genere mi ha indotto a riflessioni pseudo-filosofiche che, per fortuna, non mi va di condividere con voi.
Garage pop, dicevamo. Essenzialmente sono questo i Super Burritos, formazione veneta che stupisce per il suo piglio volutamente (ed esageramente) rock’n’roll vecchio stampo, incorporando una sorta di cattiveria che trova nel termine “garage” la sua espressione e descrizione più intensa e completa, con un minimo di ambizione che si esterna nelle sostenutissime ritmiche di brani come “Arizona” e “Me & You”, che di pop, effettivamente, hanno molto poco, vista la carica incredibilmente sixties che dimostrano.
A chiedersi cosa c’è di pop in un disco così si rischia di farsi del male, perché è solo così che spalanchiamo un varco nella carena della nave, imbarcando non solo acqua ma anche le tanto temute note dolenti: le voci troppo fiacche che ricordano l’indie rock di oggi, quello meno intensivo e meno specificamente rimarchevole per qualcosa che sia distintivo; le strutture dei brani, queste si, davvero pop, che ricordano di certo rock anni ’60 che non si fa certo apprezzare per l’originalità (essendo stato, peraltro, imitando talmente tanto da affossare anche le prime spudorate uscite pop/rock dei Beach Boys). Ok, avete letto questa parte e pensate che il disco mi abbia fatto schifo, e io, dopotutto, vi capisco: in realtà i Super Burritos si rendono protagonisti di un effervescente tentativo di resuscitare un genere che si è autoingerito e digerito, fino a distruggersi, non più riconoscibile in quella vera anima che solo negli USA degli anni ’60 è riuscita a far danzare la gente senza risultare gesto rivoluzionario di controcultura. Oggi, diremo che stiamo parlando di omologazione a vecchie virtus d’insorti e anticonformisti, ma non è così; questi vicentini ci mettono l’anima, ascoltate “I’m A Jerk”, “Helloweed” e la combo iniziale “Beans” e “You’re Driving Me Insane” e capirete.

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Ciao ragazzi. Un’intervista un po’ particolare per voi. Il vostro disco mi è piaciuto molto, nonostante, bisogna ammetterlo, la new wave sia un genere talmente (ab)usato e (ri)utilizzato da aver raggiunto probabilmente la soglia di sopportazione di molti. Volevo chiedervi di fare un’analisi di questa scena dal punto di vista della band. Perché ha fatto successo negli anni ’80, quali linguaggi funzionano ancora oggi, e perché questo revivalismo è molto di moda al giorno d’oggi?
Non so perché la new wave ha avuto successo, So che mi piacevano questi suoni cupi, queste voci spezzate, questi giri di basso potenti ma avvolgenti… Eravamo nel pieno della guerra fredda, contrapposizioni forti, e questo era ciò che usciva e che, senza accorgercene è entrato in noi. Il bello è che abbiamo assimilato tutto, lentamente, nel profondo e adesso a 25 anni di distanza esce “masticato”, digerito, vissuto, arricchito e con un pizzico di ironia in più.

Voi vi riconoscete nelle etichette che i recensori spesso utilizzano per definire questo genere? Mi riferisco a indie rock, new wave, dark wave, post-punk. Da recensore ho spesso a che fare con questi termini, ma mi rendo conto di come a molti vadano stretti…
Per riallacciarsi alla prima domanda, non parlerei di revival della new wave, ma di un nuovo genere, la nostra “Old wave”, fatta da chi ha vissuto e interiorizzato suoni, temi, mondi ed emozioni della new wave. Non credo sia una new wave riproposta.

A cosa si deve la scelta del vostro nome? E quello del disco?
Da un lato gli anni 80 sono il periodo della guerra fredda, gli anni dell’atomica, di Chernobyl e del Giappone come mondo lontano che interpreta l’occidente. Dall’altro una lettura scanzonata, ironica e di sberleffo nei confronti di tutta questa tristezza. Da qui il doppio senso del nome. Noi siamo anche i fondatori del “Nichilismo light”: un movimento il cui motto “I want to die, but not today”, la dice lunga su quanto siamo apocalittici e distruttivi rispetto al nostro mondo, ma… con calma.Old wave prophets? I profeti di un vecchio nuovo genere, ma anche di un nuovo vecchio genere, dipende dai punti di vista di chi ascolta. A noi vanno bene entrambe le definizioni.

Raccontateci la nascita del vostro ultimo lavoro.
Avevamo la voglia di fissare parte del lavoro ma con la certezza di ottenere determinati suoni. Poi l’incontro con Luca Pernici (Marla Singer, Il Nucleo, Ligabue….) che ci ha fatto il suono che volevamo e contestualmente l’idea/pazzia dell’etichetta “Lo Scafandro” fondata da Fiorello e Namo (rispettivamente il nostro bassista e il chitarrista) hanno trasformato l’idea di un demo in un CD vero e proprio.

Cosa si deve aspettare il pubblico da un live set degli Atomika Kakato? Se avete qualche data in programma che volete pubblicizzare utilizzate pure questo spazio! Pubblicità gratuita, non si butta mai via 🙂
Ci presentiamo come potete vedere nel booklet del CD. E poi tanta energia, velocità, forza sonora. Stiamo al momento proponendo concerti di “etichetta” ovvero la presentazione in toto dello Scafandro. Prossimamente suoneremo a Carpi (MO) al Kalinka Venerdì 18 febbraio. . Oltre a noi suonerà Fabrizio Tavernelli (AFA, Dischi del Mulo, Groove Safari, Ajello, ecc.). Sicuramente sarà una bella serata.Dalla primavera, una volta selezionata l’agenzia di booking, cercheremo di fare date ovunque da soli.

Cosa ne pensate voi che siete una band (e quindi siete nel lato opposto rispetto a me, recensore) della stampa musicale? Al momento le webzine spopolano, la stampa cartacea è in crisi ma mette ancora l’ultima parola nel definire quanto un disco funzioni.
Adesso è tutto molto veloce, immediato, diretto, facilmente fruibile e le webzine sono assolutamente in linea con questo. Le webzine si raggiungono facilmente, sono incisive nel loro essere spesso “espresse”, hanno il pregio della velocità e spesso sono targettizzate, quindi è facile per gli appassionati di un determinato genere capire che cosa sta illustrando il recensore. Il diffetto per paradosso è l’eccessiva ” interattività “, quindi è facile disperdersi durante la lettura di articolo. La rivista consente una lettura informale, spesso più comoda e rilassata.

Il futuro degli Atomika Kakato?Siamo in giro a presentare il CD, stiamo già lavorando a nuovi pezzi e…. speriamo di vederci in giro.
Grazie per aver preso parte a questa intervista, per voi le porte di The Webzine saranno sempre aperte. Un saluto!Grazie a te, vi terremo allora informati delle prossime date e altro. Ciao!

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Adrian Recordings
GENERE: Indie Rock

TRACKLIST:
1. 0009
2. 0007
3. 0002
4. 0011
5. 0003
6. 0008
7. 0012
8. 0013

Interessanti fin dal nome, interessanti fin dai titoli delle tracce, interessanti dall’artwork. Per tutto e per tutto, questi svedesi di Malmo, indie rock nel senso più lato (per vocazione), portano giù dalla Scandinavia un modello nuovo di proporre questo genere, che evidentemente furoreggia ancora poco nelle loro chart per non essersi ancora commercializzato a dovere. Chi lo può testimoniare meglio di loro?
Le otto tracce, intitolate con numeri di quattro cifre, così come nel retro del disco sono riportate le durate delle canzoni e l’ordine delle stesse, rappresentano un condensato incredibilmente innovativo ed omogeneo di indie, alternative pop/rock che alcune volte rimanda agli U2 con una specie di variazione sul tema della voce di Thom Yorke che si sente in alcuni momenti di “0011” e generiche sperimentazioni in elettronica minimal cosparsa di micronoise che rimanda quasi alla post-electro scozzese degli Errors, con i dovuti aggiustamenti (vedasi la lunghissima, dieci minuti, “0003”). C’è molto krautrock, che non è l’unica influenza “crucca” di questo ciddì; sostanzialmente la Germania rappresenta la provenienza geografica più ovvia per un disco che può assomigliare a tutto fuorché ai Kraftwerk ma portandone comunque molti segnali e simboli, se non anche le più larghe vedute che i Neu! hanno portato ad esempio dell’elettronica “antidiluviana”, ma ottima, se vogliamo, che negli anni ’70 ci propinavano. E, più tardi, progetti come gli Stereolab.
Ci sta anche space rock, come etichetta, per capirci (“0009”, “0012”).
E chi c’è di abbastanza simile per farvi capire? I Palpitation, nei momenti più elettronici, Ludwig Bell per il resto. Non li conoscete? Basta ascoltare i This Is Head e siete apposto.

E’ evidente la vocazione di ispirazione a Bono Vox nella voce, come già dicevamo, ma sono quanto più difficili da comprendere quali siano gli universi da cui proviene l’originalità paramelodica di questo indie così “poppeggiante”, ma contemporaneamente capace di trascendere i linguaggi basilari del genere. E’ un po’ come le prime volte che ascoltavamo i Radiohead deviare dal rock iperclassico di Pablo Honey, dove ancora non erano diventati LA MUSICA moderna, appellativo che oggi gli si addice tanto. Forse i This is Head vogliono diventare IL pop svedese? Forse, ma non certo nell’ottica della scalata di una classifica. Noi ci auguriamo che continuino a produrre dischi in “codice” come questo senza guardarsi indietro e senza cambiare rotta, perché sono sulla parabola giusta per evolversi in maniera spudoratamente efficace e risoluta. Forse, possono, fare la storia dell’indie nella loro nazione. Ripeto, forse. Per ora, un ottimo disco di debutto.

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ETICHETTA: Mia Cameretta
GENERE: Indie rock

TRACKLIST:
1. Pompiere
2. Come Una Puttana
3. Funerali
4. L’Economia del Saluto
5. Il Comitato
6. Mattino

C’è un’analisi storica che mi piacerebbe fare prima di parlare di questa interessante formazione, proveniente dal Lazio, ed è proprio sulla loro regione: i 100-150 km che gravitano attorno a Roma hanno portato per secoli il peso di un grande impero, di cui portano i segni, monumentali, imperiali, artistici, politici. Ora che la nostra situazione politico-sociale-culturale è al culmine del suo declino, è forse da qui che le manifestazioni di rabbia dovrebbero partire, ed effettivamente a volte lo fanno.
Quello che si sente all’interno di questo self-titled degli Esercizi Base per Le Cinque Dita, dal nome tanto strano quanto singolare, è una voglia di sfogarsi, di vomitare rabbia, di riversare su tutto e tutti un senso di devastazione che un po’ tutti dovremo sentire nostro. Il fatto che il genere non sia per niente nuovo, in casi come questi, tocca molto poco l’apparato critico di questa analisi: l’indie rock molto, forse troppo, influenzato dai Tre Allegri Ragazzi Morti, simile per certi versi a formazioni analoghe come i primi Le Strisce e I Melt, ma con un declinazioni chitarristiche e testuali molto più acide. Sarcasmo, ironia, un po’ di delusione, tanta voglia di rappresentare una propria linea di pensiero tramite testi semplici che arrivino facilmente all’ascoltatore: è quello che si sente in “Come Una Puttana”, “Il Comitato” e soprattutto “L’Economia del Saluto”, dove ogni punto debole della nostra marcescente Italia è messo a nudo con paragoni, metafore e similitudini degni di grandi “critici musicali” come, ripescando dal passato, De André e R. Gaetano, e oggi qualche nome più vago: Dente, Vasco Brondi, DiMartino, interpreti di una forma molto meno profonda di analisi di quello che hanno intorno ma che, come in questa formazione molto curiosa, hanno uno spessore molto meno concreto e rilevante. Sarà che i termini che usiamo oggi sono meno poetici e più rabbiosi, però nonostante l’affermazione che avete appena letto è chiaro che per una persona nata dopo il 1980 un disco come questo rappresenta la verità, noi tutti, un po’ quello che siamo e quello che avremo dovuto essere. L’aspro e crescente senso di vuoto in cui viviamo.
Con i dovuti aggiustamenti, dopo questo breve disco si può presagire un album “rivelazione”, che attendiamo molto contenti e speranzosi.

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ETICHETTA: Mia Cameretta Records
GENERE: Garage, alternative, punk

TRACKLIST:
1. Running Uptown
2. I Need A Psychologist
3. Kettle In The Sun
4. Come With Me
5. Monkey
6. Loser Blues

In puro stile Mia Cameretta, anche i Poptones propongono una devastante ed asimmetrica mistura di punk ed alternative dallo stile molto garage, che alcuni chiamerebbero lo-fi, ma che senz’altro fa riferimento a certi cromatismi grunge che comunque sono più d’attitudine che d’ispirazione. Questa raccolta di sei brani è una interessante combinazione di elementi che condividono solo il termine cazzone, un modo di (auto)interpretarsi che sembra quello delle band da sala prove che però hanno voglia di salire sul palco, suonare tre pezzi e andarsene lasciando l’amplificatore frusciare, fischiare, per poi tornare sul palco fare un bis e spaccare tutta la strumentazione. Magari anche quella degli altri.
Preoccupandosi non poco di disseminare i brani (ad esempio “Monkey”) di piccoli momenti orecchiabili, dove la melodia prende il sopravvento, anche qui, più come attitudine, come portamento, che come modo di rappresentazione. Ciò che rimane è un molotov cocktail di rabbia, aggressività, ira, collera (e voi lo sapete che non sono solo sinonimi, soprattutto in musica), che trova il suo momento massimo nella virulenza inorganica di “I Need A Psychologist”, che potremo senza problemi elevare a gonfalone dell’intero disco (che forse è piu un EP per forma e confezione). Qualche sferzata rock’n’roll si unisce vigorosamente con quel punk rock che citavamo, riportandoci quasi a certe atmosfere dei The Who: i brani corti, la cui brevità senz’altro ha uno scopo “catalitico”: depurazione, purificazione, congiunzione interminabile tra la veemenza e la cultura del catchy tune di vecchia ispirazione seventies.

Questi sei brani dimostrano, nella loro breve durata, la grande capacità di “triturare” un numero di elementi veramente notevole. Lo hanno fatto in molti, è vero, ma non tutti riescono a proporre nel duemiladieci (e nemmeno un anno dopo) un prodotto così ben organizzato nel suo essere puro caos, disordine, entropia. E noi che queste cose le abbiamo sempre apprezzato, non possiamo che parlare di una piccola perla da ascoltare in auto a volume altissimo (ma non se siete milanesi o bolognesi). Noise, noise, noise, ancora noise. La nostra scena si ripopola, alzate i calici.

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Una dissertazione, lunga e libera, su cosa significa e cos’è stato, quest’anno, il celebre festivàl, sempre più scarso dal punto di vista musicale ma, come sempre, con qualche piccolo accenno di rivalsa da parte di musicisti che non vincono oppure, come in questo caso, che riescono a vincere nonostante la concorrenza di individui che andrebbero fisicamente eliminati. La cattiveria, ci vuole. Le grandi purghe, pure.

Il festival di Sanremo è di per sé il festival della “canzone italiana”. La canzone italiana è, per tradizione, pop: nel senso della melodia, e non della neomelodia, e nel senso “popolare”, e non si intende popolare-folk o popolare-politica, ma popolare punto e basta. Ovvio che queste accezioni hanno le loro controverse interpretazioni, ma la verità è che per capire di cosa si tratta, e quali sono i target di pubblico e di critica, bisogna riesumare una formula che fortunatamente è caduta in disuso: musica leggera. Ovvio anche che quindi non c’è spazio per il rock, per le distorsioni, per delle attitudini che siano più critiche, magari sboccate, magari politicamente schierate. Si, è vero, si sono fatti molti passi avanti per svecchiare la formula-Sanremo negli ultimi anni, ma i risultati sono stati pessimi: basta pensare all’eliminazione dei beniamini di Bonolis, gli Afterhours, oppure ai continui ripescaggi con grandi piazzamenti in classifica di cui Albano Carrisi sistematicamente si rende protagonista, due eventi che si pongono in maniera talmente antitetica da spiegare in toto cosa sia questa kermesse. E Benigni non c’entra niente; si perché i momenti più alti per il pubblico di casa sono stati i soliti prodotti dei talent show, o gli scarti di produzione di un sistema musicale italiano che fa di ogni vittima un potenziale carnefice per i nuovi arrivati, nel senso che pure laddove la carriera di un’artista si è spiaggiata (Patty Pravo, Anna Oxa) è abile a rilanciarla, con buona pace dei nuovi che rimarranno sempre sepolti. E questo è, quindi, un male, un male per Sanremo, un male per la musica, un male per le nostre orecchie.
Andiamo ad analizzare i risultati del festival. I premi sono stati affidati entrambi a Roberto Vecchioni, protagonista della musica pop veramente popolare che negli ultimi decenni, tra alti e bassi, è sempre rimasto sulla cresta dell’onda. Propone, molti anni dopo la celeberrima Samarcanda e l’eccelsa Sogna Ragazzo Sogna, una pop song che potrebbe benissimo essere paragonata a metà del suo repertorio, a partire dal titolo che ripesca a piene mani dai luoghi comuni di questo tipo di genere: “Chiamami Ancora Amore”. Ma la sua interpretazione, la struggente (a suo modo) “produzione” orchestrale che l’ha accompagnato e un testo che si accompagna perfettamente con i meccanismi sanremesi, gli è valsa sia il Premio della Critica che quello di vincitore. Se non si fosse capito, sono, dopo una ventina di anni che non succedeva, contento della scelta della gente e della giuria: nessun altro, tra gli artisti in gara, ha saputo regalare un brano che non fosse solo canzone, ma anche emozione e interpretazione, parole molto care alla Tatangelo giurata di X Factor e fortunatamente non vincitrice di un Sanremo dove si è presentata con un pezzo se possibile ancora più ridicolo di tutti quelli che ci aveva già fatto sentire. Come a dire, la paladina dell’emozione che non sa emozionare nessun altro che il suo maritino, che forse un giorno si rivelerà per essere una versione musicale del nostro pioniere della figa nazionale, cioè Silvio Berlusconi.
Non parliamo oltre di Vecchioni, per me giusto vincitore, ma andiamo ad analizzare cos’altro c’era in questo Sanremo.
I giovani non mi sono piaciuti, troppa pasta rimescolata, rimasticata, e forse anche rivomitata: “Follia D’Amore”, la canzone vincitrice, a parte un’interpretazione che musicalmente si rifà molto alle atmosfere jazz che in Italia non apprezziamo poi tanto (che ricorda comunque alcune scelte del Bublé degli ultimi tempi), non aggiunge niente di nuovo ad una scena veramente stagnante. Per il resto, poco niente. Un brano pop che merita un minimo di attenzione è “Lontano da Tutto”, di Serena Abrami ma scritto da Niccolò Fabi, in realtà banale dimostrazione di come a Sanremo si possa stupire con niente (vista la media, no?).

La devastazione continua nella sezione dei big. Davide Van de Sfroos sfoggia una ballata, “Yanez”, destinata a generare più critiche e opinioni relative all’uso del dialetto e alla localizzazione dei voti, più che apprezzamenti dal punto di vista musicale. Al Bano, Patty Pravo, Anna Oxa, Anna Tatangelo (tra i già citati), più Luca Barbarossa e Raquel del Rosario, rimangono ancorati ad un repertorio che già da anni li propone come artisti fallati/falliti che non sanno più che fare per rinnovarsi. Il problema è che Sanremo dovrebbe rappresentare quanto di meglio abbiamo in Italia.
Effettivamente, ammettiamolo, quest’anno c’erano tre artisti, completamente diversi, che rappresentano pienamente il meglio di tre diversi mondi. Nathalie Giannitrapani, pupilla di Elio vincitrice dell’ultima edizione di X Factor, ha una delle più belle voci tra chi ha vinto talent show negli ultimi anni, e propone anche brani di una certa rilevanza, nonostante si ancori in scelte metriche e melodiche che presto finiscono nel vicolo cieco della ripetitività e della non incisività (al contrario di quanto era successo col singolo che l’ha incoronata vincitrice dello show della seconda rete); Max Pezzali, ancora fortemente ancorato ad una concezione di musica pop tipicamente anni ’90 (quella buona che oggi non c’è più, guarda caso), fatica ad aggiornarsi e propone, pertanto, un brano che piace solo ed esclusivamente ai suoi fans, evidentemente troppo pochi per essere decisivi nel piazzamento in classifica, problema che si conclude con l’eliminazione definitiva la sera prima della finale; La Crus, questi provenienti dalla scena alternative rock italiana dei buoni nineties che, però, si presentano sul palco un po’ fiacchi e con un brano che non convince per niente. E pensare che in questo gruppo c’è uno dei migliori chitarristi italiani, Cesare Malfatti, insieme ad uno dei migliori artisti e produttori che la musica rock italiana ha mai conosciuto: Giovanardi. Ma non aggiungiamo altro neppure qui.
Il meglio dei prodotti dei talent, del pop italiano e dell’alternative italiano hanno prodotto, ovviamente, enormi fiaschi al festival, ma bisogna anche ammettere che dei loro tre brani, l’unico valido era “Il Mio Secondo Tempo”, dello storico pavese, che, come dicevamo, ricalca i successi a cui già ci aveva abituato con un particolare approfondimento testuale di una delle sue tematiche preferite: il passare degli anni, l’invecchiare, con relativa sferzata ottimistica, tipica di alcuni tratti della sua carriera. Se non meritava di vincere, meritava comunque il podio, e su questo, credo, non si possa discutere, visto il livello delle altre canzoni e vista anche la bellezza, quasi oggettiva, di arrangiamenti che se non brillano per originalità, brillano almeno per quello che il festival DOVREBBE rappresentare, e cioè la “musica leggera”, definizione che questo brano dagli accenti vagamente soft rock interpreta PERFETTAMENTE.

C’è poco altro da dire, a noi che essendo una webzine non abbiamo guardato le tette di Belen e della Canalis, né gli ospiti, né la conduzione di Morandi. Sarà che guardare programmi del genere in TV tende a far innervosire, meglio guardare su YouTube e seguire le news, o sarà anche che le troppe delusioni avute negli anni vedendo artisti molto validi finire ultimi o ingiustamente accantonati (mi ricordo anche di Subsonica, Elio e Le Storie Tese e Bluvertigo, per citarne solo alcuni), ma il gusto di questa kermesse si è veramente smarrito. Volete fare un piacere alla musica italiana che dite di apprezzare? Il prossimo anno, in febbraio, cercate su internet chi suona nei locali della vostra città e mandate affanculo la RAI, Sanremo e tutti quelli che vi partecipano, perché ormai, questo show, ha perso OGNI SIGNIFICATO. E lo sapete anche voi, magnati della discografia e del giornalismo, nonché causa di questo disastro.
Come direbbe l’odioso Pino Scotto, “datevi fuoco”.

Ps. Non ho nominato Emma Marrone e i Modà semplicemente per non prendermi delle denunce. Pezzo copiatissimo ed osceno, lei veramente inutile sul palco e come voce, loro talento sprecat(issim)o. Chiunque li ha votati, beh, non so cosa dire a loro, non ho parole, ecco.

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Non è possibile. No, non è possibile.
Vedere un live di una band che ha ormai superato i quarant’anni, e i vent’anni di carriera, e vedere che non sono invecchiati di un solo giorno dal loro lontano esordio. Di solito gli anni cancellano la grinta, l’intensità, la tecnica, lo fanno con tutti, perché non dovrebbero farlo coi Massimo Volume? Forse perché è una band stregata, o forse solo perché rappresentano quanto di meglio il post-punk, o l’alternative, italiano abbia prodotto nel nostro paese da sempre. Con ben poca presunzione si può sostenere che quasi nessuno può, oggi, contare su una tecnica, un sound e una precisione così in un live set del genere, con buona pace di tutti i mostri sacri in declino (Afterhours, Marlene Kuntz, ma anche Ferretti coi suoi revival, ecc., che furono contemporanei al boom della band di Clementi).
Il live set, durato circa 1 ora e 30 compresi 20 minuti di bis, ha percorso tutta la carriera della band, fin dal primo Stanze (poco dopo le Occupazioni del Pratello), per non tralasciare Lungo I Bordi e arrivare, alla fine, a proporre un consistente numero di canzoni dall’ultimo, (giustamente) osannato, Cattive Abitudini. Su tutte, brillano “In Un Mondo Dopo Il Mondo” e “Fausto”, le canzoni che meno scendono ai compromessi del nuovo corso del rock italiano (ma tutto il disco, del resto, non lo fa) e live si propongono come una devastante cascata di noise e distorsioni che Egle Sommacal, e il nuovo Stefano Pilia, riversano sul numeroso pubblico di vecchi e nuovi fans. La precisione con cui ogni singolo strumentista, passando anche per l’ottima Vittoria Burattini, snocciola brani storici come “Il Tempo Scorre Lungo I Bordi” e “Fuoco Fatuo”, si traduce quindi in una risposta molto vivace del pubblico che con l’avanzare della performance sembra sempre più coinvolto, complice anche l’ammassamento dei brani più vecchi, più celebri e, ammettiamolo, più belli ed apprezzati, nel finale e nell’encore.
Il sound è puramente post-rock e serve ad evocare atmosfere che band storiche come Slint e Mogwai faticano a ricreare ancora nelle ultime fatiche (mi riferisco ai secondi, so che gli Slint si sono sciolti, ovviamente), ed è ovvio che la band di Bologna non ha problemi a competere con mostri sacri di quel tipo anche sul piano internazionale. Il mondo di Clementi è sempre lo stesso devastante zibaldone di cronache di vita vissuta, vita che si spera di vivere, desideri, paure, immagini inverosimili e fantasie da realizzare. Come un narratore onnisciente capace di interpretare le vite di tutti quelli che li stanno ancora ad ascoltare. Intensità narrativa, veemenza impulsiva, l’impeto e la virulenza del musicista veramente coinvolto in quello che sta facendo, con un fervore che può solo tradursi in un concerto capace di stendere, far sognare, far svenire e rinvenire in sequenza, ma sempre con in testa un solo pensiero: l’intima “visionarietà” di questa band regala concerti che non vorremo veder finire mai. E invece la fine, tristemente, arriva.

Due inviti: alla band, non andatevene di nuovo come avete fatto dopo l’ottimo Club Privè; al pubblico, non smettete di sostenere questa band perché sarebbe come cancellare un pezzo della nostra storia, non solo musicale.
Massimo Volume, solo e semplicemente la storia della musica rock italiana, e della nostra cultura.

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La serie delle nostre piacevoli conversazioni continua. Stavolta tocca ai Blugrana. Buona lettura. 

Salve ragazzi! Blugrana è un disco nato in molto tempo, in due sessioni diverse. Com’è stato il processo di registrazione? Come lo avete vissuto?
Intanto grazie per averci dato la possibilità di fare questa intervista e un saluto a tutti i lettori. Il disco inizialmente era nato per essere un cd demo da proporre successivamente agli addetti ai lavori per cercare di trovare una possibile produzione, proposte che però non sono arrivate o perlomeno sono arrivate ma non le abbiamo ritenute adeguate. Allora un anno dopo siamo ritornati in studio di registrazione per aggiungere 6 tracce alle 5 che avevamo già registrato, per poi uscire con il nostro primo album legandoci all’agenzia di promozione Lunatik. Questa decisione di uscire con un’autoproduzione è una scelta dettata dal momento di crisi discografico italiano, una situazione che non aiuta i gruppi emergenti come noi, una situazione dove le etichette discografiche non investono più su band giovani o comunque non in maniera adeguata.

Il singolo “Desmael” è un brano molto orecchiabile, ma non per questo poco interessante. La scelta di utilizzarlo tra i primi estratti è condizionata dal suo aspetto melodico, o semplicemente dal vostro gusto personale? Raccontateci come nasce e cosa significa questo brano per i Blugrana!
La decisione è stata presa seguendo entrambi gli aspetti. Infatti secondo noi è si una bella canzone ma anche di impatto musicale e melodico.La canzone ha una storia veramente particolare. Infatti Marcello (autore del testo), l’ha scritta grazie al suo lavoro. Lui fa il postino e per un determinato periodo ha portato la posta al carcere di massima sicurezza delle Novate a Piacenza. In questo periodo lui notò che c’era una persona che scriveva in media dalle 4 alle 5 lettere al giorno ad un carcerato, questa persona si chiamava Dhehesmhael (poi italianizzato in Desmael). Marcello non sapeva se, questa persona che scriveva, fosse la mamma, la figlia o la moglie del carcerato, quindi decise di inventarsi una storia tutta sua e nacque il testo del brano. Successivamente bisognava mettere a queste parole una musica adeguata, quindi entrò in scena Bruno che già da tempo aveva un arrangiamento molto interessante, che diventò subito dopo la musica di “Desmael”.Per noi questa canzone è molto importante, perché abbiamo deciso di puntarci molto e di farla diventare il nostro singolo di esordio.

Blugrana. Perchè questo nome?
Non ha un senso preciso. A Marcello sembrava musicale e lo ha proposto ai suoi compagni, a cui è piaciuto molto ed hanno deciso di usarlo.

Se dovessimo chiedervi di analizzare la scena italiana con riferimento alla vostra regione,come rispondereste?
Crediamo che la scena musicale Emiliana sia molto standardizzata. Il genere pop rock è molto presente anche se è assolutamente il liscio a farla da padrone, infatti ci sono band che guadagnano come artisti internazionali e fanno fino a 20 date al mese. Per quanto riguarda la scena emergente invece possiamo dire che, avendolo vissuto in prima persona, c’è una situazione molto diversa: infatti il livello è molto alto e i generi si diversificano molto di più diventando, a nostro parere, una delle scene leader in Italia.

Avete realizzato anche un video di recente. Com’è stato girarlo,e quale idea sta alla base di questa clip?
È stata un’esperienza incredibile e nuova. Ci ha arricchiti molto,soprattutto perché abbiamo lavorato con dei professionisti veri capitanati dalla regia della talentuosa Laura Gallese. L’idea era di fare un video di impatto, che potesse incuriosire chi lo sta guardando. Ma non c’è  solo una spiegazione tecnica, abbiamo cercato di dargli un senso anche in base alla canzone. Il brano, infatti, racconta di un carcerato che scrive alla sua compagna dalla sua cella, quindi si trova in una situazione di disagio con cui è costretto a convivere. Pertanto nella clip abbiamo raccontato di una ragazza che vive la quotidianità di una casa, costretta a convivere con una serie di personaggi che percorrono l’abitazione non curandosi di lei, questi personaggi rappresentano il disagio. In sostanza sono 2 storie completamente diverse legate però dallo stesso significato morale.

Cosa si deve aspettare il pubblico da un concerto dei Blugrana?
Da sempre i live sono stati la nostra forza. È il momento che ci piace di più in assoluto, ma soprattutto il momento in cui diamo sempre il meglio di noi stessi. Anche il lavoro che facciamo in studio viene fatto in prospettiva del concerto che poi andremo a fare, perché secondo noi è importante che una persona che ascolta il disco possa ascoltare le stesse cose in un live o perlomeno non completamente stravolte. Grazie tanto per averci intervistato e per esservi interessati a noi.

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ETICHETTA: Mia Cameretta Records
GENERE: Post-punk, Noise rock

TRACKLIST:
1. Romantic Song
3. ChatRoulette
5. Nails and Glue
7. The Guitar Trader
8. Chemtrails

L’universo del post-punk, dell’hardcore e, più in generale, dell’alternative rock, negli ultimi anni, è diventato un (ultra)popoloso ammasso di band più o meno originali che emergono dal mucchio solo di rado, latitando nella ricerca di soluzioni innovative e che sottolineino un minimo di ricerca in più rispetto alla media. I Bandwidth fanno tristemente parte di questa immensa ed inesauribilmente prolifica cerchia, ma Trinitite ha comunque dei buoni contenuti, che necessitano di un minimo di considerazione extra.
Al di là della tracklist non convenzionale, che salta seconda, quarta e sesta traccia (in realtà presenti come interludi che congiungono i vari brani), il prodotto è un intelligente e sapido miscuglio di buon punk neomelodico e furia garage, riversata in un contenitore già sporco di tracce new wave e che, pertanto, risulta essere proprio “post-punk”, un’etichetta tanto abusata quanto verosimile per descrivere il sound di band analoghe. Che non staremo ad enumerare. “Nails and Glue” e “Chemtrails” mettono a nudo la band e si preoccupano di narrarne la genealogia con quelle chitarre così graffianti, adrenaliniche e quasi frenasteniche che esplodono di punto in bianco con dell’ottimo noise di stampo americano. Nineties, ovviamente. La parola d’ordine è “potenza”, un termine che in tutto il disco condivide le sue sorti con quello di “veemenza”, due concetti simili ma che, secondo il dizionario (a voi la ricerca), riuscirebbero ad esprimere quella specie di tracotanza rock che solo ascoltando “ChatRoulette” e i suoi spasmi eccessivamente violenti riuscirete a comprendere.
La band si preoccupa non poco di rendere questo piccolo e breve lavoro variopinto, dimenticandosi si lasciare una traccia personale. La verità è che però il loro punto di forza risiede nella incredibile furia con cui devastano i timpani dell’ascoltatore con un’effervescenza ritmica che riesce a coinvolgere anche i meno abituati al genere. Noise, come parola-chiave, post-punk, come mondo di riferimento. Sottosuolo per band molto produttive, come i Bandwidth, che hanno già dato alle stampe due release prima di questa, sottraendosi, come dicevamo prima, al fallimento degli esperimenti “di scena” che sono un po’ tipici dello Stivale. Una band che deve continuare su questa strada, senza paura, senza limiti, personalizzandosi quanto più possibile in un’ottica custom che non può che diventare beneficio per un loro futuro disco.

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ETICHETTA: Produzioni Dada
GENERE: Rock, psichedelia

TRACKLIST:
1. On The Fireplace
2. The Circus In Town
3. Dark Times
4. Mr. Gavin

Ancora con i “tempi bui”? Ne parlano in molti, forse troppi, ma evitando le ovvie lamentele, questo non può essere che un segno dei tempi, perché nel nostro mondo così come nella musica, i dark times sono tragicamente arrivati, con la loro sistematica pervasività che continua a penetrare in ogni anfratto della nostra animata vita.
La colonizzazione antropica dell’universo musica ha portato, nei primi anni di diffusione del rock, a raggiungere un risultato più o meno apprezzato che si chiama psichedelia. Affidiamola agli onori della cronaca sempre col nome dei Pink Floyd, o veniamo a oggi dove spadroneggiano i Flaming Lips, rimane pur sempre appannaggio di pochi bravi musicisti, che effettivamente popolano sempre meno questo emisfero. La domanda è: che ci azzeccano i The Churchill Outfit, nonché (semi)nuova band bresciana che negli ultimi due anni ha saputo uscire dalla nicchia con la complicità di personaggi di una certa rilevanza, come Zanardelli che li ha seguiti negli studi di Produzioni Dada a Salò.
La risposta sta nella forma-canzone che presenta questa band, canzoni coriacee, dalla scorza molto dura, condite ed impreziosite da un songwriting molto compatto che rivela la magistrale abilità di ogni singolo componente nel regalare ai pezzi dorate “componenti di sé”; diciamo, per spiegarci meglio, che nei quattro brani di In Dark Times, si riescono a riassumere le personalità dei cinque membri della band, le cui potenzialità pratiche, sia espressive che strumentali, sono deliberatamente dimostrate nella maniera più palese, diretta ed evidente possibile. “The Circus In Town” è quasi il manifesto di quanto appena detto, un brano melodico quasi contorsionistico, che si inerpica lungo sentieri già battuti da molti ma con un savoir faire che ci ricorda altre produzioni geograficamente vicine e, certamente, alcune pregevoli stilettate radioheadiane, in particolare alla chitarra. L’episodio migliore, con una ricerca sul sound che raggiunge notevoli risultati evitando alcuni capitomboli che sembrava essere in agguato, è senz’altro “On The Fireplace”, dal titolo che, per certi versi, ricorda la band di Waters e Gilmour, ma che lascia ai cambi di tempo e agli ottimi inserimenti chitarristici la “storia da raccontare”. Altro elemento-chiave, essenziale per la comprensione dell’EP e del percorso del quintetto, è la presenza di tastiere e synth, nei quattro pezzi sparse a piene mani, ma riconducibili, alla fine, in un unico, organico, insieme sonico che serve, se non altro, a capire ancora meglio a quali orizzonti la band ama protendersi, e quali sono le derivazioni più esplicite. Rileggere per non fraintendere.

L’EP, né troppo lungo né troppo corto, rimane un prodotto valido, disponibile, senz’altro, ad essere compreso dai più, esulando dal proporre contenuti di dubbio valore o di difficile disambiguazione. Chiaro, sincero, conciso, sintatticamente perfetto. Lo volevamo proprio così, questo In Dark Times, e così ce l’hanno fatta. A voi.

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ETICHETTA: bE Records
GENERE: Pop Rock, New wave

TRACKLIST:
1. Non Sogno L’Estate
2. La Malattia
3. Limiti Privati Accantonati
4. Funzioni Vitali
5. Lunedì
6. Lentormento (lento-tormento)

La forma canzone, o meglio il prototipo di canzone, che presenta questo disco è una rielaborazione new wave fatta da Andy dei Bluvertigo che incontra i Depeche Mode sulla via di Damasco con i New Order nelle orecchie. E un filo di De André, giusto per le pittoresche venature cantautorali che filtrano tra i pochi lampi di luce che abbagliano dalle fronde di questa fitta boscaglia eighties.

No, per favore, non mischiamo troppo gli ingredienti. Giovanni Marton dimostra, con questo EP, una consapevolezza a livello compositivo che stupirà chiunque non lo abbia mai sentito nominare, così come si tende a schernire l’emergente che se la tira. Ma Marton non è una primadonna, non è un emergente, e forse non è neppure un musicista: limitiamoci a chiamarlo artista, la parola che forse vuole più sentire riferita a sé stesso.
Sarebbe riduttivo accostarlo a personaggi del pop italiano che già sono stati tirati in ballo per descriverlo, e noi parleremo solo di “decadenza”, una tematica che viene profondamente e largamente tributata da queste liriche, nonché sviscerata ed analizzata con la vista di un post-bohemién che solo negli ultimi anni può aver trovato il giusto contesto sociopolitico per questo “male” che cova dentro. Il “lentormento”, titolo di un ottimo brano in cui l’organo Hammond regge il passo a ritmiche molto sostenute a livello di intensità e progressivo ammorbidimento del vocabolario utilizzato, sottilmente elaborato fin dalle prime battute per calibrare ogni singola parola, le scudisciate che vengono inferte all’ascoltatore quando si sente parlare di “limiti privati accantonati”, “funzioni vitali” di Bluvertighiana memoria e i vaghi disagi di una persona che evidentemente nella musica trova il giusto metro di espressione.

Musicalmente, bisogna ammetterlo, qualcosa non funziona. La new wave è dosata in maniera perfetta, non è mai troppa né troppo poca, ma in alcuni momenti sembra mancare un elemento che funga da collante, o da schiarisci-idee per un eventuale subdolo sputasentenze che volesse, semmai, capire di cosa parlano le canzoni associando note e parole. Perché il senso di questo genere dovrebbe essere quello.
La bilancia alla fine protende verso la sufficienza: ottimi i testi, a livello espressivo e letterario; buona la musica, o se non altro l’apporto di strumenti inconsueti come il glockenspiel e le percussioni ricavate da qualsiasi cosa abbia un minimo di suono “percussivo” (shaker, una Olivetti Lexikon 80, nacchere, ecc.). Quando lo ascoltate, però, ponete attenzione: se non posizionerete in maniera corretta gli accenti sui contenuti di questo disco, vi troverete le mani una vuota rappresentazione new wave di un disagio diffuso che hanno già espresso tutti, in ogni forma. Marton ha scelto una maniera poco personale per farlo, e forse ne pagherà le conseguenze. Ma a noi, dopotutto, l’EP è piaciuto.

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18 febbraio 2011: DANIELE GROFF @ Dejavu, Sant’Egidio alla Vibrata (TE)
18 febbraio 2011: AUCAN @ Magnolia, Segrate (MI)
18 febbraio 2011: A CLASSIC EDUCATION @ Zuni, Ferrara
18 febbraio 2011: MAURIZIO “GNOLA” GLIELMO & JIMMY RAGAZZON e NINE BELOW ZERO @ Lodi Blues Festival, Teatro delle Vigne, Lodi
18 febbraio 2011: MASSIMO VOLUME @ Unwound, Padova
18 febbraio 2011: …A TOYS ORCHESTRA @ Locomotiv, Bologna
18 febbraio 2011: LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA @ Blue Moon, Genova
18 febbraio 2011: VERDENA @ Tunnel, Reggio Emilia
19 febbraio 2011: …A TOYS ORCHESTRA @ Unwound, Padova
19 febbraio 2011: DANIELE TENCA & THE BLUES FOR THE WORKING CLASS BAND e ROY ROGERS & PAOLO BONFANTI BAND @ Lodi Blues Festival, Teatro delle Vigne, Lodi
19 febbraio 2011: A CLASSIC EDUCATION @ Spazio Off, Torino
19 febbraio 2011: VERDENA @ Alcatraz, Milano
19 febbraio 2011: LINEA 77, AIRWAY e DUFRESNE @ Deposito Giordani, Pordenone
19 febbraio 2011: MASSIMO VOLUME @ The Cage, Livorno
19 febbraio 2011: PERTURBAZIONE @ Sonar, Colle Val D’Elsa (SI)
21 febbraio 2011: ZEN CIRCUS @ Teatro Nuovo Studio Foce, Lugano (SVIZZERA)
24 febbraio 2011: LOVE IN ELEVATOR @ Cafeteria 38, Bergamo
25 febbraio 2011: LOVE IN ELEVATOR @ Melos, Pistoia
25 febbraio 2011: MY AWESOME MIXTAPE @ Duel Beat, Napoli
25 febbraio 2011: DUFRESNE @ No Fun, Udine
25 febbraio 2011: LINEA 77 @ Arena Live Music, Carpignano Salentino (LE)
25 febbraio 2011: LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA @ Fuori Orario, Taneto di Gattatico (RE)
25 febbraio 2011: VERDENA @ Locomotiv, Bologna
25 febbraio 2011: CRIMINAL JOKERS @ Controsenso, Prato
25 febbraio 2011: CAPTAIN MANTELL @ Officine 100 DB, Albine (BG)
26 febbraio 2011: MY AWESOME MIXTAPE @ Caracol, Pisa
26 febbraio 2011: UOCHI TOKI @ The Cage Theatre, Livorno
26 febbraio 2011: CAPTAIN MANTELL @ King Club, Livorno
26 febbraio 2011: LINEA 77 @ Ex Macello Comunale, Rionero in Vulture (PZ)
26 febbraio 2011: VELVET @ Matrioska, Modena
26 febbraio 2011: ZEN CIRCUS @ Ju Bamboo, Savona
26 febbraio 2011: VERDENA @ Chappelehof, Wohlen Ag (SVIZZERA)
26 febbraio 2011: IL GENIO @ FBI Club, Quartu S. Elena (CA)
26 febbraio 2011: PERTURBAZIONE @ Off, Modena
26 febbraio 2011: SIMONE CRISTICCHI @ Teatro Era, Udine
27 febbraio 2011: SIMONA GRETCHEN @ Circolo Pantagruel, Casale Monferrato (AL)

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Il nostro pessimo inglese non poteva che infrangersi contro lo spessore del suo personaggio. Ma noi abbiamo preferito intervistarlo lo stesso, non si sa mai!
A voi la lettura

Hi. Nils Frahm, in Italy, is a project only known to a little selection of
music aficionados. Can you scrap a little biography, just to understand how
the project was born?
First of all I think the whole project “nils frahm” cant be called a project since it is me and I stand for all the music with my real name. I am in love with music since I can think and I always have worked as an active musician.
I played in several bands, school orchestras, collabortated with people like, Peter Broderick,  Dustin O´Halloran, F.S.Blumm, Anne Müller and many others.
I mainly work in my own studio on my music but also help other musicians with their productions. I work as a mastering engineer and mixing engineer numberless projects. So I work on a lot of projects these days, but I don’t like to think of “nils frahm” as a project; I will always work on my music
and in the moment this music is based around my first instrument, the piano.

Your biographies all over the web talk about your first steps in music being made along with the great Nahum Brodski. What does it means, for a musician living and working in a modern context, to carry out a kind of
music that is actually rooted in the classical music, in the past?
I just can consider myself very lucky. It was great luck to study with this ingenious teacher. He was a successful concert pianist in Moscow until he had to leave the country because of political reasons. He ended up in my small hometown near Hamburg and my father heard of him by accident.
I don’t know if he would honor the music I am playing now much, but he would  likely appreciate the passion I put into it. He always tried to explain to me that “ass” (skills and exercises) is nothing without “heart”. He heard that I have some “heart” but maybe I never had enough “ass” to make it in
the classical world. I think I am alright with that though.

Thom Yorke has made big appreciations of your music several times in the past. Have you ever met and known him? What did he say about Nils Frahm’s music?
Well, I have never met him and I also don’t think that he thinks about my music too much. He put one of my tracks on his office charts, which was exciting since I am a big fan of his work.

What does the audience have to expect from The Bells?
A really intimate series of improvised piano recordings. I like to think of the record more as a wonderful sounding scratch book. You listen to song ideas in progress and I think you shouldn’t expect too much from anything, but you ll find some beauty in it once you feel ready to listen to the whole thing in silence and with patience.

How was it to record your new work inside a church? Was it a new experience or had you done it before?

I just was really thrilled about the acoustics in this place. Other than that I never had a strong relation to these buildings. But I listen a lot to arvo parts music and I love the epic reverbs in his productions. I couldn’t think of piano albums being ever recorded in a such an environment, so I found the idea tempting. It turned out to be a a very special recording session. Peter and me spent two nights in this wonderful space. We lit some
candles and just got carried away.

How do you think your career is going to evolve in the future? Have you got some plans, with new records, projects, experimentations, a tour, or something?
I actually will have a pretty busy year. First of all I will finish the recordings for my next full length album in spring before I go to Japan with Peter Broderick to play a tour over there. After that I will spend some time in the US and play more shows there. In autumn my record will come out and I plan to do some more touring in Europe then. But before I will join Peter Broderick´s live band to help him perform his upcoming album release which I produced for him over the last two years. I think by the end of all this it will be christmas again.

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ETICHETTA: Controrecords
GENERE: Blues rock, country

TRACKLIST:
1. Tequila Amore Mio
2. Crack
3. Quale
4. Come Non Detto
5. Berlino, New York, Città del Messico
6. Nessuno
7. Incidente in Danimarca
8. Criminali
9. Tequila Blues

L’evocatività immaginifica del blues, l’intrigante splendore dei testi in italiano quando parlano di quotidianità, i viaggi più anomali con le parole e dentro le parole. Stefano Amen riesce, con un disco come questo, a confermare la sua strabiliante vena cantautorale, appoggiandosi ad una stabile base rock, resistente agli urti delle influenze dal vecchio pop italico, quando la voce ricorda il miglior Bennato o le liriche si rifanno al nostro passato di narrazione giornaliera, le cronache delle vite dell’artista, così come nella pura tradizione letteraria dei nostri migliori poeti, romanzieri e tragediografi.
Le striature blues che qui e là raffazzonano brillanti sferzate di “musica popolare” (pertanto folk, ma non come va di moda oggi), si piegano poi al linguaggio meno duttile della country d’oltreoceano. Succede così che ci accorgiamo del titolo, dopo aver ascoltato un paio di volte il disco: “Berlino, New York, Città del Messico”, un titolo che è anche un’intestazione, una descrizione, un attributo illustrativo del contenuto dell’opera. La title-track, poi, si preoccupa di rappresentare ancora meglio questo aspetto del disco: Berlino, come la città dell’arte e di ciò che vorremo interpretare, New York, come la città del caos e dello sviluppo che non sempre siamo in grado di raggiungere se non con l’immaginazione modellata sulla forma mentis che ci viene imposta dai media, e Città del Messico, esotica e brillante metropoli che alterna povertà ad estrema ricchezza, la vita media dell’impiegato alla decadenza “bohemiènne” dell’ubriacone di turno. L’alcol è un tema dominante nel disco, lo inizia e lo chiude; ne é un concetto sovrano, ma contemporaneamente chiave di lettura delle proprietà organolettiche dell’opera stessa; chiarifica il contesto, la vita di tutti i giorni, il senso di perdizione e spaesamento che i personaggi dei testi vivono, senza troppa passione per la concisione, con dettagli che servono a fare dei pezzi dei veri e propri affreschi di brandelli di vita. Vissuta o meno.
“Crack” e “Incidente in Danimarca”, con qualche passaggio letterario di interpretazione ambigua, ma dopo essersi premurati di rendere il tutto comprensibile ai più, sono i momenti più alti per quel che riguarda il livello del piano verbale. Dal punto di vista musicale, è la traccia di apertura, “Tequila Amore Mio”, ad esporre il progetto di Stefano Amen o ne rappresenta, perlomeno, una specie di inventario. E’ tutto lì, e forse questo è anche un limite, perché potremo spegnere il disco e dire “tanto non c’è altro”, ma il punto è che questa musica, erratica, estatica, esoterica e quasi misteriosa, nei suoi toni caldi e a volte cupi nonostante un songwriting abbastanza maturo da dare risultati che sfiorano il pop, riesce ad entrare nella testa dell’ascoltare come un flusso incessante di pensieri ed immagini che non smetteranno mai più di circolare liberi, dandoci sensazioni che se non si avvicinano all’ebbrezza poco ci manca. Un vezzo che Stefano Amen deve prendere, perché se il prossimo lavoro fosse ancora così, con un minimo di approfondimento in più sulle musiche, sarebbe veramente una piccola perla di quella scena, quella piemontese, che trova in questi ultimi anni uno sviluppo e una brillantezza che non aveva (quasi)mai avuto. In alto i calici.

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Above Ground Records
GENERE: Grunge rock, stoner, alternative

TRACKLIST:
1. All The President’s Girls
2. Dive
3. Fashion Girl
4. Trust No One
5. Shine On Me Tonight
6. Free Disinformation
7. Desert of December
8. The Others
9. Never Break
10. Effet Domino
11. Pornocracy
12. Armadillo

Non servirebbe a niente recensire questo disco se non facessimo un doveroso preambolo relativo all’immensa (per numero e valore) lista di ospiti che hanno preso parte ai lavori al fianco del duo ternano: Michele Pica, Martyn Lenoble, Nick Oliveri, Michelle Madden, Scott McCloud, Jesse “Mcan Dino”, Dicofone, Kevin Shea, Claudio Grigioni, Massimo Pupillo, Xabier Iriondo, Rhy O’Drinnan e Devon Oliver.
Procurare le parole giuste per definire il disco per me è stato difficile. Sintetizzerei la mia opinione dicendo che lo stoner intriso di grunge “sopravvissuto-a-Cobain”, che caratterizza ogni singolo secondo di questo disco, riceve i suoi momenti di contaminazione meno palese da quegli orizzonti quando gli ospiti importano l’anima e il significato che era alla base dello spirito delle loro ex band di punta (Queens Of The Stone Age, Zu, Afterhours – i primi, chiaramente -, Girls Against Boys, tra le altre). Questo non per dire che il disco sia banale ma che si presenta in un pacchetto in cui il “colore” viene dato soprattutto dagli aiuti esterni. Andiamo invece a quello che effettivamente Giovanni Natalini e Angelo Sidori sanno fare: la confezione, che si fregia di un’ottima produzione di stampo, e di provenienza, americani, porta alla luce quanto di meglio la scena post-grunge italiana può, oggi, offrirci. Penso che non sia un caso se leggere etichette come grunge per voi possa sembrare riduttivo, ma è chiaro che gli orizzonti sono quelli (più che altro il background). Sonorità più fredde, quelle che provengono dai Jane’s Addiction degli albori, dagli Stone Temple Pilots (ma perché non i Temple of the Dog?), dai Soundgarden, certi lavori di Mike Patton e poi i Porno for Pyros. Altre più calde a fare da comoda e inevitabile integrazione, che ci ricordano invece di Kyuss, Queens Of The Stone Age e Faith No More, con roboanti e opportunamente “rinsecchite” distorsioni che si appropriano dei migliori orpelli delle Desert Sessions. La personalizzazione di tutto questo forma un prodotto che si può definire solo con il suo vero nome: The Lonely Savalas; “Desert of December” (guarda caso, “desert”), “Dive”, “The Others” e la title-track ci traducono in fatti tutte le parole sinora spese, con le proprietà più facilmente riconoscibili di quei gruppi e di quelle band che citavamo. Dicevamo poco fa, con molta personalizzazione, cioè con quell’energia che è tipica degli alternative rock acts italiani e che anche gli umbri riescono ad incanalare nel loro percorso artistico.
Molta grinta, qualche sezione melodica che funziona però solo da apparato di contorno, un insieme di brani d’impatto che senz’altro può piacere a chi ama tipi di produzione più sporchi, ma con quel lavoro di livellatura e levigatura che molti mix d’oltreoceano (vedasi band italiane come i Linea 77) tendono ad imporre su chi apprezza, magari, sonorità più garage (che effettivamente sarebbero state più appropriate). In ogni caso, un disco ottimo, che segna una parabola evolutiva della band, in netto crescendo rispetto all’EP “Plastic Pills For Happy Passengers”, accattivante, fresco, adatto a declinazioni tra le più svariate, ma senz’altro consigliato per i live.

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Ciao Vuoto Apparente e grazie per aver accettato la nostra intervista. Partiamo dal vostro nome, com’è nato e perchè? La sensazione di vuoto che dovremo provare per il nostro clima politico c’entra qualcosa?
Ciao e grazie a  te per la possibilità.Nonostante concordi circa il nostro clima politico sociale, la questione del nome è legata ad un’altra vicenda.Sostanzialmente è l’unione semplice di due concetti più complessi.Il “Vuoto” deriva dalla semplicità testuale e di contesti che uso riportare nei miei brani, anche se, effettivamente, ad un ascolto attento mi piace complicare la situazione con “rimandi” e “metafore”.Gioco con le parole cercando un senso e mi piace vedere come reagisce l’ascoltatore. Una semplicità che è legata a qualcosa che non pretendo sia solo mio, ma che possa essere “sentito” fisiologicamente ed empaticamente, anche da qualcun altro.Ecco quindi nascere il binomio, Vuoto Apparente, mi piacque, lo misi.

Pan di Zenzero. Un disco che contiene molti elementi, dall’indie, al pop, al folk, al rock. Quali sono state le influenze principali per comporlo, e come mai questo nome?Alla ricerca di quella famosa semplicità direzionale di cui ti parlavo prima volevo trovare per tutto l’insieme di canzoni un nesso che riuscisse a comunicare tra e con tutte.Il pan di zenzero è un cibo dolce, sostanzialmente costituito dal pane, un cibo che afferriamo e con cui abbiamo a che fare quasi tutti i giorni e dallo zenzero che aggiunge un attimo di “dolce” malinconia senza esagerare. Tutti ed 8 i brani presenti nel disco sono un percorso che mi ha visto protagonista, sconfitto, vincitore, spettatore, o soltanto mente immaginativa.Il nome è appunto la sintesi dell’istinto autobiografico che penso pervada l’album. Le influenze sonore sono quelle di un pop ascoltabile, un cantautorato classico, un tocco di folk dato dalla presenza di chitarre, sonagli e piani.

Ci sono band che snobbano i testi, altre che li mettono in primo piano rispetto alla musica. Vuoto Apparente come si regola in questo senso, e ci sono state magari anche delle influenze dal mondo della letteratura?
Penso che i testi siano una parte fondamentale della dicotomia Musicalità/Parole, soprattutto all’interno della leva “Cantautoriale”. Una canzone che ha un testo “significante” acquisisce quello scatto di senso in più che lascia qualcosa in chi ha ascoltato.Sia la musica che il testo sono due mezzi di portata enorme, lasciarne per strada uno significherebbe snaturare l’altro.Non credo che riuscirei mai a terminare qualcosa, anche  armonicamente interessante, che testualmente però, non assume un connotato preciso.

La scena siciliana ha prodotto tanti grandi nomi ma non si è mai veramente formata. Negli ultimi tempi mi vengono in mente solo Il Pan Del Diavolo e per il resto tanti, tantissimi, artisti emergenti che fanno fatica ad uscire dai confini segnati dal mare della vostra terra. Sapreste spiegarci che clima si respira per i musicisti e, più in generale, per gli artisti e gli addetti ai lavori della cultura nella regione Sicilia?
Tocchi un tasto dolente.Sulla scia di grandi artisti quali Battiato, Carmen Consoli ed altre apprezzabilissime proposte non si può comunque negare che al giorno d’oggi per il sostrato musicale emergente siciliano si trova veramente poco spazio, poche opportunità, poco respiro.I mezzi di fruizione artistica, quindi i locali per esibirsi, le piattaforme promozionali e lavorative in questo ambito sono scarse e/o insufficienti.Se anche qualche buona etichetta oppure ente-associativo made in Palermo riesce a proporre qualcosa di utile, è comunque sommerso di richieste ed impossibilitato nell’accontentare tutti.Il fatto è che è tutto lasciato molto sulle tue spalle.Devi “inventarti” giorno dopo giorno, arrampicarti suonando in qualche “localetto” di periferia per farti vedere, cercare di farti ascoltare. Molto difficilmente quindi un progetto varca i confini della nostra regione, con questi presupposti, nonostante sia comunque ben lanciato.Ti parlo assolutamente per esperienza personale, il fatto che sia riuscito in due anni di “Vuoto Apparente” a trovare prima una etichetta distribuente e poi una seconda con un aiuto di booking, rappresenta una conquista colossale. Il pan del diavolo che tu citi è una conferma in quanto credo abbiano da subito preso il treno giusto sia per meriti loro indubbi, sia per gli sforzi di una buona etichetta nostrana, una delle poche. Non capita a tutti di prender quel treno.

Com’è un live set di Vuoto Apparente? C’è chi si focalizza sull’intensità, chi sul comunicare qualcosa, chi sulla precisione, chi sul sound.
Noi siamo una formazione trittico; Una chitarra/voce, una batteria ed un basso.Il live è un momento importante che credo sia la sintesi di tutto quello che abbiamo provato/inventato insieme.Da quando ho trovato queste due strumentiste, due ragazze a cui devo molto per la registrazione di “Pan di Zenzero”, siamo anche l’unione di più “sensazioni” all’interno del nostro live set.Personalmente ho sempre contato molto nel rapporto con il pubblico, Per me il concerto non è e non può essere soltanto un “Io suono – tu ascolti”. Spesso mi capita di spiegare il senso di una mia canzone, di rispondere a domande del pubblico o semplicemente di fare una battuta per far ridere le persone presenti. Tutto questo mi è reso più facile dalle mie due compagne di viaggio, Simona Alletto (Basso) e Cristina Di Maio (Batteria) che assecondano (e a volte contrastano) abilmente tutti i miei colpi di testa durante il live, che diventa così una cosa veramente divertente oltre che, naturalmente, concertante.

Cosa c’è nel futuro di questo progetto? Altri dischi, un tour, collaborazioni varie, video?
Per adesso stiamo portando avanti un mini-tour di promozione per l’album. Iniziato a settembre del 2010 (mese di uscita del cd) ci ha visto toccare diverse mete da Palermo alla provincia, da Trapani a Messina fino a Venezia ed Assago. Grazie alla nostra etichetta attuale, la Movimento Flaneur, con sede in Milano, lavoriamo su due fronti, nord e sud. Il cd è in vendita su tutti i migliori store di internet compreso il famoso ITUNES.Per il futuro abbiamo ancora delle date da affrontare, la prossima il 24 marzo  @ “Al solito posto” di Vimercate (MB) per la rassegna “L’ora di Londra”. Inoltre abbiamo pianificato una nuova produzione soltanto in fase embrionale. Posso dirti che sarà un EP e che verrà registrato in studio a Palermo nei prossimi mesi. Poi forse c’è una questione per un mio video, ma qui stiamo proprio in fase “ideale”.

Vi lascio lo spazio finale per parlare di tutto quello che volete. Secondo me sarebbe bello dare ai lettori un’indicazione di quello che il progetto Vuoto Apparente vuole davvero comunicare, perché dovrebbero ascoltarlo, cosa c’è di nuovo, cosa lo muove, cosa c’è alla base?
Possiamo solo ringraziarvi nuovamente per averci dato la possibilità di poter parlare un po’ di noi, di questo progetto senza troppe pretese teso a raccontare in modo semplice aspetti della vita che accomunano un po’ tutti senza però scadere nella banalità. Speriamo con le nostre parole di aver almeno incuriosito parte del pubblico che non ci conosce ancora e di averlo invogliato all’ascolto di un lavoro costruito con passione, dedizione a anche molti sacrifici.

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ETICHETTA: RareNoise Records
GENERE: Dark, new wave

TRACKLIST:
1. Hide and Seek
2. The Night Stays
3. God Is Right
4. Come Back
5. Idiot’s Waltz
6. The New Parade
7. I Am
8. We Took This Land
9. Strange Kind of Beauty
10. All Gone

Iniziando ad ascoltare dischi del genere l’impressione iniziale è sempre molto simile. Paura di doversi rompere le palle e dover ammettere che l’imitazione è il nuovo trend vincente per la musica italiana. Ma cosa stiamo dicendo? Questi sono gli Owls!
Effettivamente, una volta che la nebbia si dirada e rivela la vera identità di Bernocchi, Esposito e Wakeford, possiamo ammirare in tutto il suo splendore un miracoloso, se non imprescindibile, miscuglio di new wave, dark e trip-hop come pochissimi in Italia stanno avendo il coraggio (e le capacità) di fare. Eleganza, raffinatezza e una buia vena che sia veramente dark, e non solo per stereotipi, che tra Smith e Curtis pone paletti che ci ricordano perfino dei Portishead di Dummy, con un dolce pulsare elettronico che comunque si soffoca spesso nei cupi deliri à-la-Death In June; forse anche i meno conosciuti Der Blutharsch, per i contributi elettronici. Un dolce altalenare di emozioni che se non ricordano certe esperienze musicali gotiche (sarebbe bene che non lo facessero), ci riportano in mente gli anni ’80 dove era pop anche la new wave, ma senza esagerare. Esacerbazioni di sorta si possono sentire in alcuni inserti di chitarra che in alcune parti colorano benissimo l’ambiente, riproponendo atmosfere che ancora una volta rimandano ai Joy Division più elettrificati. E poi la risposta: penso gli piacciano i Dernière Volonté, se non sono sordo.

“Idiot’s Waltz”, “We Took This Land”, “Hide and Seek” e “I Am”, contengono i momenti più adatti a definire il sound, per capire di cosa stavamo parlando. Se poi volete approfondire la questione, la ricetta è questa: due buone birre, silenzio totale e volume a palla con due o tre riproduzioni complete di The Night Stays trattenendo il fiato. Un disco di cui ce n’era il bisogno, per far capire che la vera wave può vivere solo di rielaborazione, non di imitazione. In alto i calici per gli Owls.

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Dopo aver recensito Dromomania, è arrivata l’ora di intervistare Le Scimmie, un duo che sta facendo faville in Italia. Questa è la piacevole conversazione che abbiamo avuto con loro, noi, per voi.

INTERVIEW
Salve. Il vostro disco è piaciuto molto alla redazione di The Webzine. Come sta andando la promozione?

Innanzitutto grazie. La promozione devo dire che sta andando molto bene, abbiamo avuti ottimi riscontri e questo non può che farci molto piacere dato che “Dromomania” è un disco in cui abbiamo messo noi stessi, è un lavoro alquanto sentito.

Doom, noise, grunge, c’è molto dentro Dromomania. Quali sono le vostre influenze più manifeste e quelle più “sotterranee”?
Mi piace questa tua domanda per le due differenziazioni. Come hai detto anche te c’è molto in questo disco, noi stessi non sappiamo definirlo (questo anche perchè non ci piacciono poi molto etichettare i generi musicali) in ogni caso tra le influenze più manifeste c’è sicuramente una buona dose di stoner derivata in principal modo dai Kyuss poi da citare ci sono anche gli Electric Wizard ed i Lightning Bolt su tutti; per il resto ascoltiamo davvero di tutto, io soprattutto oltre ad ascoltare robe stoner, doom e noise apprezzo molto il rap underground italiano e soprattutto la scena romana ed anche il vasto mondo del cantautorato.

Come mai i titoli, sia del disco che delle canzoni, sono spesso così criptici, quasi da codificare? Spiegateci in che modo li scegliete e, se per voi, hanno un senso oppure no.
Hanno assolutamente senso. Facendo musica strumentale il titolo diventa ancora più importante, credo che per lanciare il messaggio ci sia un buon 50/50 tra brano e titolo.

Un live delle Scimmie sarà senz’altro devastante. In Italia band analoghe possono essere anche i Lento e gli Ufomammut. Cosa ne pensate? Com’è un vostro set?
Stimiamo un sacco le band da te citate e molte altre del genere, tanto per fare altri due nomi Zu e Morkobot. La nostra vera identità è quella live, ci sentiamo molto più una live band che una band da studio; nei live cerchiamo di condensare al massimo le nostre forze e dar vita ad uno spettacolo che possa lasciare qualcosa nel pubblico.

Se dovessero chiedervi di fare un’analisi della scena italiana, come rispondereste?
Ci sono molte cose belle ed interessanti che però fanno fatica ad uscire non solo per una questione di produzione ma anche e soprattutto di pubblico.

Il futuro delle Scimmie? A voi la parola! Se avete qualche concerto in programma che volete pubblicizzare, utilizzate pure questo spazio!
Il tour di Dromomania partirà il 29 gennaio al Mono Spazio Bar di Pescara poi passeremo per Torino il 26 febbraio, a Fano l’11 marzo ed altre date in via di definizione, trovate tutte le news aggiornate sul nostro MySpace.

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ETICHETTA: Foolica Records
GENERE: Indie rock

RECENSIONE:
Loro si presentano così: Fine for now. E noi gli rispondiamo, si vede. Sarà che la copertina ti fa vedere due personaggi particolarmente soddisfatti, sarà che la musica è comunque serena (più che altro rasserenante), ma i The Vickers, sfondando la porta aperta del brit-pop con un possente ariete che gli da in mano le chiavi del successo. Almeno sulla carta.
Il disco si compone più o meno di undici perle di alternative rock dalle influenze chiaramente inglesi, anche senza ascoltarle interamente: piano, questo non significa che chi scrive non ha ascoltato il disco e neppure che voi siete esentati dal seguirlo secondo per secondo, perché comunque il contenuto c’è; strutture semplici (e per questo d’impatto) ma che, con un’impronta molto personale, riescono ad assumere una patina quasi “dorata” che gli garantisce una profondità di prospettiva notevole, nonostante alcuni guazzabugli nei suoni che si potevano sistemare meglio. Una produzione, ottima, comunque pulitissima e che garantisce ai brani potenzialità radiofoniche non da poco (vedasi “Baby G” e “A Big Decision”), grazie alle livellature di personaggi del calibro di Steven Orchard e Jon Astley, che importa quelle venature (ultra)brit che hanno reso celebri i Stereophonics anche nel sound dei Vickers. Le ballad più indie rock, più spedite e danzabili, corrispondono più o meno all’apogeo del disco, per intensità, presa, e dimostrazione di sicurezza e capacità compositiva (“Wait Me Out”, “They Need To Dance”, canzone che è una dichiarazione d’intenti notevole, perché la gente ha davvero bisogno di ballare e forse questa band ha capito che questo è il modo giusto di presentarsi).
Curati nel modo in cui si pongono a noi povere bestie della critica e nel modo in cui si pongono ai sbiaditi fan dell’indie, riescono a stringere un forte legame con una cultura brit che senz’altro è nel suo momento storico più alto, se parliamo di un fenomeno che molti si impegnano a resuscitare ad ogni pié sospinto.
Se parliamo di originalità, torniamo indietro di venti o trent’anni, quando ancora chi imitava i Beatles o i vari emuli, aveva un minimo di credibilità. O almeno facevano un lavoro “d’antologia”. Ma bando alle ciance, per i The Vickers la strada è rosea, però bisogna ascoltare bene questo disco per capirlo, non fatevi fregare dai momenti più melodici o dalle impressioni meno vivaci che potrebbero seguire ai primi approcci all’album, perché è tutto da scoprire.

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Un logorroico (esperto all’opera) si fregia oggi dell’onore di narrarvi l’accaduto di quella sera allo storico Velvet di Rimini dove la miglior live band per definizione si è confermata tale senza sforzarsi di imitare la fatica che si deve fare per ottenere questa onorificenza.
In quattro, catapultati in un mondo che non parte più da Seattle ma ricolloca lì il suo punto di arrivo (o di morte?), incorporando grossolanamente, ma con imprescindibile savoir faire, tutta la musica precedente, abdicano alla posizione di centralità che ogni singolo Verdena aveva sempre occupato quando arrivava l’ora di definire e scolpire il sound sul disco e dal vivo, per tentare nobili scambi di strumento che riescono, con splendidi risultati, a conferire ulteriore corposità ad un sound che più granitico, impulsivo e tagliente non poteva essere. Seguendo, ovviamente, l’onda (o l’orda) barbarica di distorsioni caldissime che Requiem aveva elevato a loro nuovo simbolo.
Effettivamente si può dire tutto dei Verdena, ma la “perdita delle ciglia rock” (gaffe nell’interpretazione del testo del singolo “Razzi Arpia Inferno e Fiamme” che metà stampa musicale si è premurata di fare, fidandosi l’uno dell’altro) e la triste e risibilmente malefica virata al pop pianistico d’imitazione di cui alcuni parlavano, diventa cattiveria rock allo stato puro, con conviti e massicci spasmi punk, stoner di lusso e, ovviamente, carica grunge cantierizzata in un continuo fronte di rinnovamento; poco autoreferenziali, tanto unidirezionali, senza nessun altro scopo che quello di suonare: al diavolo la comunicazione con il pubblico, l’attenzione al suono, il rispetto dei ruoli. Ma questo lo sapevamo già.
Le canzoni dei primi dischi, in questo caso “Luna”, “Valvonauta”, “Spaceman” e “Starless”, vengono suonate con rinnovata verve che però finisce per penalizzare la resa in qualche punto. La causa? Il cambio di tonalità, come già nel tour precedente, mentre l’appesantimento del sound non fa altro che “arrotondare” la struttura, molto più semplice di quanto ci stiamo abituando con gli ultimi due dischi, dei brani. Perfetti e memorabili tutti gli estratti da Requiem, finalmente apprezzati tanto quanto i vecchi tormentoni, sempre rievocati nelle già nostalgiche neobalere dei DJ set. I brani nuovi, ripetiamo, sono suonati in maniera così precisa da non crederci, al di là di qualche svista che poi ti fa pensare che qualche volta “fare i cazzoni” per loro sia una scelta più che uno stile involontariamente uscito dal loro DNA di band, però questo è pur sempre l’aspetto di “personaggi” che li ha consacrati nell’olimpo dell’alternative italiano.
L’acustica del locale è stata ottima, in un quasi sold-out che ha innalzato all’inverosimile la temperatura dentro questa specie di campo da calcetto con il tetto, che in realtà si presta molto bene a live con il volume altissimo come questo. La risonanza di questo concerto si farà sentire per lungo tempo tra i presenti, che hanno composto un pubblico variegato e variopinto, diverso anche nel reagire: burberi fans di prima data, irriducibili che non riusciranno mai a criticare niente dei bergamaschi, semplici curioso e infine l’impavido showroom di sterili bambinetti e vecchiotti dal naso gocciolante che non hanno capito (e mai capiranno) che i concerti per presentare i dischi nuovi presentano, appunto, il disco nuovo.

Il resumen fatelo pure voi. Mi viene in mente la pubblicità “ti piace vincere facile?”. E’ facilissimo per i Verdena, ormai, portarsi a casa l’approvazione del pubblico e questa attitudine leggermente più sorridente che già dal videoclip del primo estratto di Wow è trapelata agli occhi di tutti noi, è diventato un gioco da ragazzi. Ragazzi che non sono più, e infatti la loro maturazione è arrivata (quasi) anche sul palco. Consigliatissimi.

Scaletta

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES.com
ETICHETTA: Modern Love
GENERE: dark ambient, dub, elettronica, drone

TRACKLIST:
disco 1
1. Forest of Evil (Dusk)
2. Forest of Evil (Dawn)
3. Quiet Sky
disco 2
1. Caged in Stammheim
2. Eurydice
3. Regolith
4. The Stars Are Moving
5. Bardo Thodol
6. Matilda’s Dream
7. Nothing But The Night 2
8. Library of Solomon Book 1
9. Library of Solomok Book 2
disco 3
1. Black Sun
2. Hashshashin Chant
3. Repository of Light
4. Of Decay & Shadows
5. Rain & Shame
6. Desert Ascetic
7. Viento de Levante
8. Leptonic Matter
9. A Tale of Sand
10. Filtered Through Prejudice
11. Past Is Past

RECENSIONE:
Sarebbe un’impresa titanica riuscire a capire in che modo possa essere concepito un disco del genere. A metà strada tra drone, elettronica dark e ambient, questo Tryptich (che è davvero un trittico, di dischi) è un’irregolarità continua: irregolarità nei titoli, visibilmente separati da quello che potrebbe essere il significato (o qualsiasi cosa ad esso connessa) delle canzoni, irregolarità negli arrangiamenti, che difficilmente potremo definire tali viste sia la loro complessità che la loro inestricabile trama delirante, ed irregolarità in tutto l’aspetto contenutistico puramente musicale. E’ chiaro che dietro un lavoro così ostico da tradurre in una descrizione nitida, o quantomeno funzionante, ci dev’essere qualcuno di geniale. E se lo volete sapere, questa cosa è vera: dietro Demdike Stare si nascondono Sean Canty e Miles Whittaker, e le loro stupefacenti dimostrazioni di abilità compositiva e d’innovazione che abbiamo potuto inghiottire avidamente in Symbiosis solo due anni fa, tornano in toto in un progetto quanto mai ambizioso e stravagante.
Campionamenti bio-techno che non portano da nessuna parte, e che solo dopo l’ascolto dei singoli dischi, prima, e del tutto, poi, si lasciano comprendere, per creare una specie di universo dance che non si può ballare, ma solo ascoltare in distanza. La prima impressione è che una discoteca abbia aperto le finestre e il vento porti il suono con un’eco distorto a venti chilometri di distanza (“Regolith”), prima che tutto questo venga campionato e spalmato su ventitré tracce diverse, profondamente diverse, ma tutte con un’anima molto simile, che fa capo a certi esperimenti drone d’impronta smaccatamente dark che, nonostante siano imparagonabili, possiamo citare solo per far contenti i cliché del mondo della critica musicale (il progetto Shackleton, nei momenti meno danzerecci, che non sono poi molti, e, forse, anche il dark ambient post-gotico dei Nox Arcana, vedasi “Repository of Light”). C’è spazio perfino per le influenze orientali, più o meno indianeggianti, di “Hashshashin Chant”, e per le distese di (delirio)pad come in “Forest of Evil” e nei sotterranei da colonna sonora di “Desert Ascetic”. Sono molto frequenti i riferimenti a tematiche naturalistiche, d’ambientazione o atmosferiche, nei titoli, suggestive vampate immaginifiche che l’ascoltatore può (o non può) cogliere, ma che senz’altro lasciano il segno. “Viento de Levante”, il deserto, la pioggia, il cielo, la sabbia, la foresta, e chissà cos’altro vogliono che ci immaginiamo!
In sintesi, tra impennate, rallentamenti, groove segnati da scontri improvvisi con il niente che li rallentano fino ad estinguerli, quasi un’odissea nel mondo di una macromolecola che si sposta all’interno di un raggio laser (“Rain & Shame”, con quel sound spettral-spaziale), prima lentamente poi sparata all’ennesima potenza ma vista comunque con una lente d’ingrandimento talmente potente da fermare anche il tempo. Sensazioni che sono ascoltando il disco ad altissimo volume possono essere comprese appieno. In sostanza un lavoro di ingegneria digitale, l’ambient come è stata concepita e come pochi ancora fanno, tra le giuste atmosfere dark e quelle che sono solamente oniriche e che non vi aiuteranno a risvegliarvi, con una dose letale di tensione che in momenti come la seconda tranche di “Eurydice” possono produrre disturbi visivi ed acustici. Ovviamente, per scherzo.
Per pazzi, e per persone soggetti alla (auto)musicoterapia.

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ETICHETTA: Bella Union
GENERE: Folk Rock

TRACKLIST:
1. Cobbled From Dust
2. Restoration
3. Misplaced
4. I Made The Law
5. Crossed Wires
6. On The Line
7. Bobcat Goldwraith
8. No Ghost
9. Slippery When Wet
10. Almanac
11. Kindling To Cremation

RECENSIONE:
Il folk rock e i suoi sodalizi scintillanti con l’indie sono qualcosa che ormai è diventato pane per i denti di tutti, un linguaggio assodato e diffuso, commestibile, giustamente elevato a stendardo di un filone che comunque ha i suoi tentacoli un po’ ovunque nella scena americana e britannica (ma anche in qualcosa di europeo-continentale).
I The Acorn vengono da anni di esperienza in un clima che pur non essendo quello statunitense pone lì i suoi campi d’azione più importanti (per la cronaca, sono canadesi), e nel sound queste cose rimangono. Lo si sente in quei pochi echi di Grizzly Bear e Deerhunter, ma soprattutto i conterranei Metric e i sempre presenti Elbow.
Questo prodotto, No Ghost, brilla anche per una produzione notevole, che aprirà alcune porte inedite alla band, probabilmente qualche interesse in più all’interno delle radio e dell’industria “pesante”. Ponendo la giusta attenzione sui contenuti, l’accento è immediatamente da marcare sopra l’apparato folk, con quelle ballad che comunque hanno un risvolto tragico nell’indole (la title track), qualche distorto, ma soprattutto qualche overdrive, ben piazzato, l’apporto melodrammatico del tipico inserto unplugged immancabile in ogni main act del panorama indiefolk (“Slippery When Wet” e “Cobbled From Dust”, la opener, struggente ma comunque azzeccata).  Su tutti il singolo “Restoration”, melodico ed orecchiabile al punto giusto, sicuramente perfetto per questa sua veste, ricorda certi Kings of Convenience più sostenuti, ma anche i sempreverdi (scusate il gioco di parole) Forest City Lovers e Plants and Animals. La voce di Klausener fa il resto, supportata da un accompagnamento sempre molto semplice, forse troppo, ma che utilizza dei pattern che sicuramente sanno ricreare un’ambientazione confacente al disco, che a tratti fa capire benissimo la loro provenienza geografica.
I linguaggi del disco sono quelli più tipici del folk. Le chitarre evocative, sopratutto negli arpeggi, i testi che vagheggiano tra una profondità intimista e una vaga gaiezza superficiale, la batteria minimale che conferisce un ottimo groove a quei brani più spensierati che comunque fanno del disco il giusto incontro tra le scorrazzate più uptempo del folk classico e la nuova, ipermalinconica, ondata new wave che si è infranta malamente contro il panorama indie portandosene via un pezzo, ma lasciandoci comunque la soddisfazione di ascoltare band come gli Acorn, nonostante il precedente, splendido, Glory Hope Mountain, rimanga insuperato.

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ETICHETTA: Memphis Industries
GENERE: Funk, dance, indie rock

TRACKLIST:
1. T.O.R.N.A.D.O.
2. Secretary Song
3. Apollo Throwdown
4. Ready To Go Steady
5. Bust-Out Brigade
6. Buy Nothing Day
7. Super Triangle
8. Voice Yr. Choice
9. Yosemite Theme
10. The Running Range
11. Lazy Poltergeist
12. Rolling Blackouts
13. Back Like 8 Track

RECENSIONE:
Stupirsi che abbia il nome diverso dal disco precedente. Il linguaggio dei The Go! Team non cambierà mai e noi sappiamo che questo è un bene. Basta ascoltare “Buy Nothing Day”, “Secretary Song” e, perché no, anche i deliri al piano di “Lazy Poltergeist” per capire di cosa stiamo parlando. E se gli inserti più rock dell’indie più chitarristico della title-track non bastano a far capire cosa andavamo blaterando, allora ascoltatevi prima il precedente Proof of Youth e poi “Apollo Throwdown” e quei synth quasi da prog italiano di “Super Triangle”, che sanno ricreare un’atmosfera onirica tale da rendere il brano perfetto da ascoltare con le cuffie a massimo volume durante una serata di pioggia. Sono quelle esperienze che lette in una recensione possono far dire al lettore “ma questo l’ha ascoltato il disco?”, ma che solo andando effettivamente a provare con le proprie orecchie si possono comprendere appieno.
Se anche la stampa avesse iniziato a snobbarli, a noi che importa? Il sestetto di Brighton è eccezionalmente saldo ad una serie di simbolici elementi espressivi che non possono far altro che stupire ogni volta che vengono riproposti, seppure con sbalorditiva somiglianza con tutto quello che già ci avevano abituato ad ascoltare: si sente Witching Hour dei Ladytron risuonato dalle migliori indie band britanniche, si sentono i Primal Scream resi incredibilmente spensierati dagli echi femminili e quel tipo di combo synth-chitarra che sarà piaciuto tanto anche ai Franz Ferdinand per averli presi nel loro tour.
E diciamo la verità, non è facile far convivere nello stesso disco gli inserimenti hip-hop di “T.O.R.N.A.D.O.” e le sferzate da soundtrack pop di “Voice Yr. Choice”, un pop sempre molto incentrato su di un uso smodato ma contenuto della sei corde in acustico, da groove di batteria che frullano la disco e l’indie modaiola di adesso, per restituirla come venisse fuori da qualche club anni ’80; e “Yosemite Theme”, in questo senso, più che uno dei tanti brani è un anthem. Un vintage anthem che incastrato ad hoc nella programmazione di qualche radio alternative indipendente spaccherebbe veramente. E “The Running Range” sembra una cover di alcuni celebri brani di Fatboy Slim, risuonati, trent’anni prima, dai The Go! Team con la stessa maturità artistica e strumentale di ora.

Quindi? Il giudizio critico dov’è? E’ un po il discorso che si faceva all’inizio, andare a capire perché si dovrebbe osannare così tanto un disco che è palesemente identico a tutti quelli prima. Beh, la verità è che questa formula potrà essere ripetuta altre 50 volte e il risultato non cambierà mai. Forse potrà stancare, ma se ci sono dei fans che apprezzano questo genere e questa costruzione dei brani, i The Go! Team potranno fare gli Ac/Dc della situazione all’infinito, ricopiandosi sempre uguali per tutta la vita. Ciò che li continuerà a salvare, se manterranno inalterato lo spirito che si rende evidente dentro Rolling Blackouts, è quella loro freschezza nel sound che sembra sempre molto strana se pensiamo alle loro influenze ben radicate nel passato, in un range di tempo che parte dagli anni ’60 e non si ferma fino ad oggi. La ballabilità di buona parte dei brani non può far altro che portare la giusta spensieratezza all’ascoltatore, convogliata in vagonate di good mood che, sagomate ed inserite a forza nella giusta confezione, arrivano proprio come la formula vincente a cui facevamo riferimento. I The Go! Team sono essenzialmente questo, una delle rivelazioni degli anni zero che anche nel 2011 continua a stupire.

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Le nostre piacevoli chiacchierate ci portano oggi nella nostra sala da té virtuale con i BAROQUE. Buona (pleasant)lettura.

Ciao Baroque. Il vostro disco, Rocq, è un buon miscuglio di diversi ingredienti. Genuino, luminoso, ben fatto: voi come lo descrivereste, con riferimento al numero di diversi generi e il modo in cui è stato composto?
Apprezziamo molto che tu abbia colto l’elemento “luminoso”. A prescindere dai generi influenti, che sono fondamentalmente gli stessi che hanno toccato il nostro primo disco, in questo secondo lavoro abbiamo cercato di lavorarli di modo che il risultato fosse un’energia di tipo “bianco”. Crediamo che sia qualcosa di cui il nostro paese e la sua scena creativa abbiano un vitale bisogno… e non solo da parte nostra. Per quanto riguarda il songwriting lavoriamo molto singolarmente, per poi adattare il pensiero originale alle peculiarità sonore e stilistiche di ognuno all’interno della band. Ci sono poi invece pezzi come “La Festa dell’Alloro” che sono nati in sala e la cui live-icità salta facilmente all’orecchio.

Avete creato una vostra etichetta, Hertz Brigade Records. Come mai? Avrà un futuro aperto anche ad altre realtà o riguarda solo voi?
Hertz Brigade non é nostra. E’ un’etichetta che é nata da meno di un anno per dare un inquadramento a gruppi come il nostro, i Nymphea Mate, Med In Itali e L’Inferno di Orfeo. Parliamo comunque di gruppi torinesi. E’ nata da buonissime premesse e soprattutto da uno spirito di condivisione totale del lavoro e delle aspettative. Con i dovuti distinguo, ci auguriamo possa acquisire il titolo di “Rough Trade” nostrana molto presto.

I titoli delle canzoni sono piuttosto particolari (“Cardiopasto”, “Karatechismo”, ecc.). Quanta attenzione fate a questo aspetto? Hanno un significato contestuale al pezzo, oppure insieme, all’interno del disco.
Ah….. i titoli dei pezzi. Questione sempre dolente!.. Spesso sarebbe meglio fossero gli ascoltatori a suggerirli! Scherzi a parte, ci badiamo relativamente poco: in genere non sono che aggiustamenti dei working title dei provini che facciamo. Il caso più eclatante é sicuramente “Soup de la Maison”: Mat l’ha intitolata così perché musicalmente era, parole sue, “una pietanza di carne, pesce, verdure e formaggi”. Insomma un pastone difficile da digerire!

Qual è il messaggio che la vostra musica vuole comunicare all’ascoltatore? Insomma, non tutti si aspettano dei contenuti, però di solito l’artista ha un piano quando compone una canzone.
Hai detto bene… la musica. Ci preoccupiamo poco di attribuire contenuti ideologici ai nostri pezzi. Quello in fondo é il lavoro della prosa e un po’ della poesia. Abbiamo tuttavia un nostro senso dello sdegno di fronte a certi aspetti della realtà e della mediaticità italiana… ma preferiamo di gran lunga esorcizzarle, combatterle sul loro stesso terreno, l’illusione: creando immaginari diversi da quelli aridi che “poppiamo” tutto il giorno alla tettarella di alcune trasmissioni tv. E’ puramente una questione di far prendere le persone bene, di galvanizzarle, qualsiasi cosa stiano facendo… fosse anche solo per tre minuti e mezzo.

L’attività live dei Baroque come si snoda? Un semplice concerto, o c’è di più? Qual è l’aspetto dei vostri live che arriva più direttamente al pubblico?
In occasione di questa seconda uscita abbiamo fatto un restyling completo, che tocca necessariamente anche l’aspetto live. In passato eravamo molto “scuri” ed infuocati, dei veri diavolacci. Ora… beh, direi siamo decisamente più spumeggianti. Abbiamo voglia di dare alla gente un’esperienza vivificante, farla uscire dal concerto con idee in testa e voglia di fare. Genere e livello diverso, per carità… ma non ci dispiacerebbe sviluppare l’energia di uno Springsteen. Ad ogni modo é qualcosa di cui riusciremo a parlarti meglio nei prossimi mesi, quando saremo in tour e volta per volta affineremo i tempi dello show. A prescindere da tutto, il centro focale dei nostri live rimane e rimarrà sempre l’audience.

In passato avete aperto a tanti grandi nomi della musica internazionale. Ricordateci chi sono, e come sono state queste esperienze.
Abbiamo suonato di spalla a Nick Cave, Primal Scream, Blonde Redhead e ai non minori Africa Unite, Ministri, Marta Sui Tubi. Non c’é esperienza live migliore di trovarsi a suonare di fronte un’ audience che non c’entra un cazzo con te: é in quelle situazioni che impari i veri trucchi del mestiere… e comunque noi abbiamo appena cominciato. Tra tutti… gli Africa Unite una spanna sopra gli altri: hanno un rispetto, una cordialità ed una passione dal vivo (anche se a noi il reggae non fa impazzire) che ti lascia un profondo senso di orgoglio.

Grazie per aver partecipato all’intervista, un saluto da The Webzine
Grazie a te caro.

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ETICHETTA: Annesso Rec.
GENERE: Cantautorato
SIMILE A: Dente, Ivan Graziani, Alessandro Fiori
VOTO: 3.5 su 5

TRACKLIST:
1. Naso a Tramezzino
2. Vedere Lost
3. Coinquilino Fernando
4. Gabbiano Veneziano
5. Dopo L’Università
6. Bustine di Tè
7. Inzagol
8. Frullatore d’Acqua Dolce
9. Sommelier

“Per Vedere Lost” è, di nuovo, quel giusto manifesto della vita di ogni post-adolescente all’università a cui con i precedenti lavori Edo ci aveva abituato. Che sia il primo full-length conta abbastanza solo prima di accorgersi che su nove pezzi quattro sono presi da lavori già pubblicati, però chi se ne frega quando la qualità è buona?

Edoardo Cremonese, milanese d’adozione (lui viene dalle nebbiose pianure di Padova, ancora citata in qualche testo), propone un cantautorato molto semplice che fonda tutta la sua forza comunicativa nei testi, simpatici e quantomeno ironici, che questa volta si presentano in una veste vagamente buonista, censurando alcune volgarità, e levigati con qualche battutina che tende a smorzare quel senso di dejà-vu che certe tematiche automaticamente sollevano giungendo al nostro (labile) udito.
Gli argomenti? L’università (e il post-università), la musica, la TV, la vita di ogni giovane. Dalle feste e i relativi aneddoti di “Coinquilino Fernando”, i riferimenti a Lost e i Griffin, il mondo del calcio rivisto in chiave pseudo-decadente come metafora di ciò che si sarebbe dovuto fare (“Inzagol”, il brano più interessante tra i nuovi, con il suo cambio di registro centrale che riesce a creare una varietà dove, effettivamente, è piuttosto assente). Stupisce altresì il modo in cui un insieme di argomentazioni e trattazioni contenutisticamente lineari e disadorne riesce a diventare variopinto, colorato e pieno di sfumature di significato molto interessanti dal punto di vista dell’estensione del consenso popolare. Lo so, sembra politichese, ma effettivamente utilizzare alcune parole e alcune battutine, siano esse nonsense o piccanti sferzatine ironiche/parodistiche (o, perché no, citazioni? Come quelle di Antonio Albanese), è il modo migliore di praticare un taglio netto tra chi saprà accettarti e chi no. E in questo caso la linea che viene tracciata gli garantisce un certo appeal che non lo lascerà solo, con brani che sicuramente avranno la giusta presa ai concerti (vedasi “Frullatore d’Acqua Dolce” e il singolo “Vedere Lost”) e anche ascoltandoli a palla nella propria camera di studente universitario in affitto sommerso di appunti, libri, monetine e, perché no, qualche disco, una chitarra acustica e una bottiglia di vino.

 

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Shinseiki
GENERE: Grunge, crossover

TRACKLIST:
1. Prigione
2. Oro
3. Giustizia
4. Io Nessuno
5. Soldi
6. Scrivilo
7. Fottuta Politica
8. Videoverità
9. Inutile
10. Nuvola

Ascoltando i Minio Indelebile si riaprono le porte del mio, e forse anche del vostro, passato. Diciamo che per buona parte delle persone che hanno già compiuto i 20 anni adesso ma sono nate tra l’80 e il 94 è impossibile essere cresciuti senza passare per le tappe del grunge, del rock italiano anni ’90 e poi del crossover/nu-metal (chiamatelo come volete). E’ altrettanto naturale e palese che una band che si propone nel 2010 a rimescolare tutti questi ingredienti crea una duplice impressione: assenza di fantasia, incredibile capacità di rievocare nostalgia. I bei tempi passati di quando ancora si inventava qualcosa, che vengono rimembrati da questo tipo di dischi, perché comunque il loro unico scopo è quello di un revival, o di un tributo più o meno sincero. Se poi consideriamo che sono attivi da inizio anni ’90 e quindi quegli anni li hanno vissuti in maniera veramente coinvolta e radicale, allora capiamo da dove viene questa verve comunicativa che è una attitude aggressiva di imprescindibile valenza nineties.
Persecuzioni critiche a parte, i Minio Indelebile vengono da Brescia, una zona geograficamente esclusa da questo tipo di contaminazioni musicali, con una scena focalizzata verso altri orizzonti: per questo già il merito di perseguire un obiettivo del genere in una Terra dove molti locali sono in mano a mafiette alternative locali, significa andare controcorrente. Farlo, inoltre, con la capacità compositiva e una smaccata tendenza a personalizzare il prodotto come fanno loro, è altresì il modo migliore di lasciare il proprio biglietto da visita. Ci sono brani che, complice anche qualche sassata aforistica all’interno dei testi che li rende piccanti al punto giusto (e ben vengano i testi in italiano, con le doverose impennate politico-sociali che non guastano mai seppur nel loro qualunquismo a cui siamo abituati da tempo), come “Prigione”, “Scrivilo” e “Videoverità”, si potrebbero benissimo definire post-soundgardeniane, per la presenza di elementi melodici che senz’altro fanno capo più ai periodi più commerciali del panorama di Seattle.
In realtà i riferimenti materiali (e certificati) della band sono i soliti: Nirvana, Soundgarden, Rage Against The Machine, probabilmente anche il panorama più recente capeggiato da Korn e System Of A Down (ma sono a livello di anima, perché a livello di sound c’è tutt’altro), e poi giù indietro di nuovo a Pearl Jam, Alice In Chains e qualche capatina nella discografia dei primi validi Jane’s Addiction. E allora, perché no, anche il periodo funk dei Red Hot Chili Peppers degli eighties.
E’ naturale che esibire questa sequenza infinita di band può far pensare ad un album vuoto, ma quello che in realtà possiamo notare è la sua essenza encomiastica, quasi fosse un panegirico della loro cultura musicale, componimento efficace nel dimostrare e chiarificare tutta la loro formazione musicale.
Le chitarre, il basso, i giri di voce, i passaggi di batteria: tutto quadra in senso grunge/crossover; è un rock tagliente, viscerale, con i suoi accenni di banalità recrudescente, certo, ma senza evitare mai di uscire dal vicolo cieco dell’assenza di originalità con qualche trovata interessante concentrata soprattutto sui refrain e gli stacchi di chitarra.
Tecnicamente la band non risulta infallibile, ma non sfigura in un songwriting maturo in cui emergono anche un ottimo affiatamento tra i componenti e la giusta scelta dei suoni. Giusta per il genere proposto, perché si poteva senz’altro aggiustare qualche dettaglio sulle dinamiche e l’intensità di alcuni passaggi. Ottimo anche il timbro vocale, che crea la giusta attenzione in certe porzioni dei cantati.
Un po’ per simpatia verso chi vuole ancora fare questo genere, un po’ perché veramente la critica soggettiva che stiamo facendo vuole che questo disco piaccia, possiamo dire che il tentativo è riuscito, però attenzione, la sincerità espressiva e la voglia di comunicare qualcosa che vada al di fuori delle logiche di mercato imposte da media, pubblico ed etichette, a volte può essere anche un’arma a doppio taglio. Per una band che già ha saputo individualizzare il genere più abusato degli ultimi due secoli, crescono le aspettative. Perlomeno le mie. Vi aspettiamo al varco.

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ETICHETTA: Bosco Rec., Into My Bed
GENERE: Sperimentale, ambient

Se l’Italia della musica ha bisogno di qualcosa, è proprio di sperimentazioni. Persa tra l’alternative rock d’imitazione, l’indie rock d’importazione e il cantautorato, nessuno più sperimenta. Nessuno, a parte quei pochi che possiamo avere l’onore di far rappresentare a Daniele Brusaschetto e Mirco Rizzi.
Con il progetto Ich Niente, nato da tempo ma sempre molto sommerso, mai arrivato (fortunatamente) agli entusiasmi del popolo medio, i due prendono chitarre e pedaliere di effetti e creano un disco profondamente radicato nella tradizione ambient dei due chitarristici (vedasi Labradford), oppure di progetti come Stars of the Lid e Loscil, indefinibile, se non con le emozioni che è in grado di suscitare. Con un piglio dreamy che gli conferisce un’aura più malinconica che aggressiva, senza esagerazioni post-qualcosa né tecnicismi esasperati. Solo tanta voglia di comunicare note che si traducono poi in immagini oniricamente proiettate nella nostra mente, paesaggi, nuovi mondi, probabilmente qualche delirio astronomico. Sarebbe bello sapere esattamente quello che volevano evocare, ma l’importante è sapere che l’unico take in cui è stato registrato “Incerchio” è bastato a creare una piccola perla di sperimentale chitarristica di forte impronta minimale, che se non soddisferà le forti apprensioni dei fan del post-rock (visto che è l’unica eccezione che certa gente sembra apprezzare nel 2011), con congeniali tattiche jazz nell’incedere e l’anemica assenza di ritmo che come una malattia modifica geneticamente l’indole del disco, trasformandolo in un viaggio lungo trentatre minuti, viaggio che solo se ascoltato a luce spenta nella propria camera, con il volume al massimo, può abbeverare i nostri fasci neuronali di provvidenziali ed immaginifiche sensazioni.
Consigliato.

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Per voi oggi una piacevole conversazione con i CARNEIGRA

Carneìgra è tante cose, ma soprattutto un progetto di ampio respiro che affonda le sue radici nella musica popolare acustica. Che ne pensate, come vi definireste come progetto? Siamo scrittori di canzoni, fondamentalmente.Abbiamo formazioni ed esperienze molto diverse, ma tutti una gran passione per la canzone e per la musica popolare. ci piace molto rimetterci in discussione ogni volta, questo disco ne è un esempio, è molto diverso dagli altri. E’ una ricerca continua, che parte appunto dalla canzone, dal testo ,da atmosfere popolari, dalla tradizione.
Nell’ultimo disco ci sono anche strumenti particolari (mandolino, mandola, ukulele, clavinet, ecc.). Come mai questa scelta? In che modo ridefinisce e complica il vostro sound? “Fumatori della sera” è un disco particolare, a volte spigoloso, a volte dolce e romantico. La formazione, il trio, riduce tutto all’osso. Abbiamo scelto strumenti popolari “veri” raramente usati per questo genere di musica se non in contesti di musica tradizionale. Le sonorità che ci portano sono altamente caratterizzate, ma il loro utilizzo ci apre stilisticamente un mondo poco esplorato.
Pensate che il progetto Carneigra aggiunga qualcosa alla scena della vostra regione? Lo speriamo vivamente. Attualmente in Toscana ci sono numerose realtà molto interessanti, noi cerchiamo di portare il nostro piccolo contributo.
Qual è l’opinione di voi, come musicisti, della stampa musicale che si occupa di promuovere o bocciare gli artisti? Credo che la stampa sia sempre molto importante in quanto comunicazione. Spesso però si leggono e si scrivono opinioni personali che sono abbastanza distanti dall’obiettività. La critica penso sia sempre molto utile se costruttiva, altrimenti può essere molto dannosa, almeno per l’autostima personale.
Una sola parola per definire il vostro ultimo lavoro, Fumatori della Sera? Gradevole?
Come mai avete scelto questo titolo per il vostro disco? Spiegateci com’è nato, com’è stato registrato, cosa volevate comunicare con esso fumatori della sera ci sembrava un titolo accattivante, non banale e che lascia adito a varie interpretazioni. In realtà quando ho scritto questo brano sono partito semplicente da una cosa che ci accomuna tutti e tre: siamo realmente fumatori della sera, nel senso che fumiamo veramente solo la sera. Mi sembrava una cosa curiosa. Nel brano ho cercato di descriverci un pò, di raccontare delle caratteristiche che ci accomunano, uno stile di vita. Poi ,ovviamente, penso che tutti i musicisti siano un pò “fumatori della sera” dato che è appunto in questo momento della giornata che di solito lavoriamo, ci esprimiamo. Il disco è stato registrato nello studio dell’associazione musicale Spaziozero della quale io sono il presidente da Antonio Castiello, un amico e un grandissimo professionista. Abbiamo fatto una lunghissima preproduzione per cui tutto il disco è stato registrato in una settimana.
Il futuro dei Carneigra? Questo è veramente un domandone. Questo è il nostro terzo disco, la nostra terza autoproduzione. Spero che il futuro sia un pò meno faticoso. Abbiamo una grande passione, ma iniziamo anche ad avere una certa età….. Credo che ci meritiamo un futuro appena un pò più roseo, magari con un pò più di riconoscimento. Niente di particolare, solo riuscire a lavorare con un pò più di serenità. Grazie per aver preso parte a questa intervista. Un saluto! Grazie a te.

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