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Archive for the ‘GENERE: Grunge’ Category

ETICHETTA: Universal
GENERE: Hard rock, grunge

TRACKLIST:
Been Away Too Long
Non State Actor
By Crooked Steps
A Thousand Days Before
Blood on the Valley Before
Bones of Birds
Taree
Attrition
Black Saturday
Halfway There
Worse Dreams
Eyelid’s Mouth
Rowing

Per l’uscita del nuovo lavoro in studio dei Soundgarden, distante più di quindici anni dal precedente full-length di inediti, Down On The Upside, occorre trascinare il giudizio su terreni un po’ più vasti: la bellezza e l’originalità oggettiva di un disco è, in questo senso, un corredo essenziale ad una sorta di utilità, o meglio, necessità, del prodotto, da calcolare, entrambe, anche tenendo conto dei precedenti della band e dello status del genere (il grunge ma anche, in questo caso, l’hard rock).
Ritornati all’ovile tutti gli ex componenti, ormai ultraquarantenni e con diverse esperienze curricolari notevoli (senza attribuirle ne citiamo alcune, sparse: Audioslave, i Probot di Dave Grohl, Pearl Jam, Mark Lanegan, il lavoro solista di Cornell con Timbaland, Pigeonhed, Sunn O))), No WTO Combo, ecc.), abbandonate anche le droghe – come ci tengono a specificare nelle recenti interviste – ripescano dal passato una grinta e un furore che sicuramente non avevano esportato con siffatta esplosività nei progetti collaterali. Recuperano invece poco dell’originalità e dell’effetto novità che sia nel grunge più classico degli esordi, sia nei momenti più melodici del secondo periodo, erano due loro fondamentali pregi. “Been Away Too Long”, “Attrition” e “Non-State Actor” sono le canzoni più incisive, gonfie di riff possenti e tempi martellanti, seppur non altrettanto marziali e “dritti”. Per queste incursioni nei territori metal e hard rock, ricollegabili agli inizi quanto a ventate di fresco che giungono forse da deliri punk à la Foo Fighters, Cornell riesce a rifulgere di una vocalità devastante, graffiante ed esteso come ai vecchi tempi, anche se la pulizia del suono è qui controproducente ed eccessiva, forse l’errore più vistoso di questo tentativo di aggiornamento. “By Crooked Steps” e “Taree” si avvicinano spavaldamente al mainstream, con un certo grado di orecchiabilità che, supportata da arrangiamenti belli pieni e corposi, le riallinea con le parti più grezze del disco.
Strumentalmente, la band riesuma tutte le sue qualità in realtà mai sopite. Linee di basso e batteria sempre sostenute e con un groove che si muove tra funky, grunge e hard rock, riff spaccaorecchie di sapore zeppeliniano, una voce sempre di lusso. La composizione mantiene mediamente un buon livello anche se il rubinetto perde acqua dalla parte dell’originalità. Tanti, infatti, sono i brani che staccano poco dal passato, e se tratteggiare una linea di continuità con la produzione che fu il loro fiore all’occhiello era il loro obiettivo, nonché l’esaltante volere dei fan di vecchia data, le nostalgie devono anche fare i conti con la realtà di un estro creativo un po’ calato e di una presenza sul mercato leggermente meno agevole e giustificabile, in queste vesti. Riconnettendosi all’inizio della recensione, sui due piani della critica troviamo, in sintesi, un quasi perfetto revival grunge, consacrazione della loro grandezza nell’esprimere e modellare questo linguaggio pienamente nineties e dall’altro lato un prodotto obsolescente che una band così difficilmente saprà svecchiare con un seguito all’altezza.

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ETICHETTA: La Rivolta Records
DISTRIBUZIONE: Zimbalam
GENERE: Grunge, rock

TRACKLIST:
Supersonico
Il Tempo Che Non Vivo
Cento
Le Luci delle Fabbriche
Vinili e Dischi
Mi Ami / Non Mi Odi
L’Aria Qui Intorno
Non Mi Muovo
L’Ultimo Giorno Sulla Terra
Mio Fratello E’ Figlio Unico (cover di Rino Gaetano)
Periferie

Le Carte, nuova band molto conosciuta nell’ultimo periodo grazie ad alcune premiazioni e successi niente male, giungono alla pubblicazione di “100”, nuovo lavoro carico di energico grunge all’italiana, per La Rivolta Records. 100 è un disco che non disdegna simbolismi, che trasuda di furoreggianti chitarre e roboanti distorsioni, ritmicamente serrato e continuamente proteso a stritolare l’ascoltatore in una morosa dal forte sapore punk. Il nucleo della sua componente lirica è la ribellione, la rivolta, la ristrettezza come condizione di chi si sente in trappola e vuole liberarsi. Nulla di troppo banalmente riot ma sicuramente neppure ancorato all’ordinario lamento tipicamente tricolore. “Le Luci delle Fabbriche”, “L’Aria Qui Intorno” e “Periferie” sono tre brani che, diversamente, dipingono realisticamente contesti urbani socialmente riconoscibili da chiunque, penetrando a fondo nel subconscio dell’ascoltatore consapevole di essere civilmente intrappolato in certe situazioni di martellante mediocrità. “Supersonico” è la canzone più propriamente punk, nello spirito, mentre “Non Mi Muovo” porta i livelli lirici agli alti livelli dei primi Afterhours, con un’interpretazione quasi teatrale, se non cinematografica.

Questo disco si incendia principalmente quando si tratta di “spaccare”, di alzare il volume, di gridare. Perde il senno, o la bussola, in qualche istante in cui si adagia sugli allori di facili giochi di parole, ma non manca mai l’occasione di veicolare in maniera diretta e istintiva un messaggio semplice da recepire. E sicuramente, qui, lo abbiamo recepito. A contrastare quel senso di scarsa necessità che potremo avere di un ulteriore disco di questo tipo, arrivano comunque anche ottime doti strumentali e una carica progressivamente in grado di inserirsi a fondo nella mentalità dell’ascoltatore fino a scolpirsi lì, per non venire più dimenticato.
Sostanzialmente un album normale ma che si digerisce comodamente, senza sforzi, senza farsi troppi problemi.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Brew Records
GENERE: Grunge Rock

TRACKLIST:
Be My Girl
Don’t Forget to Breathe
My One and Only
Phosphorescence
Living in a Dream
Waiting Room
Hand Me Down
Penny Cinderella
Away From Me
Find It My Own Way
What You Wanted
Another World

VOTO: 1.5/5

I Nine Black Alps sono una band di Manchester, band sconosciuta ai più in Italia.
Giunti quasi al decennale di carriera, è possibile tirare le somme del loro percorso fatto fin qui con questo quarto lavoro. Dopo il discreto esordio Everything Is (2005), album che non proponeva nulla di nuovo ma perlomeno godeva di unʼottima produzione, sorpresero in positivo con il successore Love/Hate, alternando al grunge, un indie rock di stampo inglese calibrato tra rabbia e momenti solari.
Ma il destino si sa, riserva anche brutte sorprese che nel loro caso equivalgono ad esser stati scaricati dalla loro etichetta.
Iniziò quindi un declino per la band, con lavori sempre meno incisivi e difficoltà ad affermarsi fuori dalla propria nazione.
Lavori come Locked Out From the Inside, disco incazzatissimo ma privo dʼanima, e appunto questʼultimo fresco di stampa, Sirens, ne sono lʼesempio lampante.
Poche le idee e per di più bruttine, produzione sgangherata, un altro disco che fa capire che i poster dei Nirvana sono appesi alle pareti delle stanze di Sam Forrest e compari (Living In A Dream sembra una brutta copia di Mollyʼs Lips).
E in un epoca dove la sperimentazione e lo sforzo (spesso inutile) di inventare qualcosa di nuovo è tutto, è facile intuire che questo disco non troverà molto spazio.
Si possono salvare My One and Only e lʼ acustica Waiting Room che ricorda a tratti i Beatles, ma non basta.
Solo per fedelissimi.

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ETICHETTA: Raw Lines
GENERE: Grunge

TRACKLIST:
Walking My Way
Get Away
The Magical Mystery Love
Go
Sunny Rain
Believe in Your Head
The Last Train to Freedom
Revenge
Don’t Believe in Appearances
Pig Uncle!

Gli High Frequency sono una formazione grunge marchigiana, un po’ difficile da distinguere da quella scena di imitazione di Pearl Jam, Soundgarden e Alice in Chains che spopolò qualche anno fa e che ancora si vanta di aver creato un’intera progenie di emuli, plagiari ed epigoni, a seconda del grado di somiglianza e, poi, uguaglianza, con Eddie Vedder, Layne Staley o l’ultimo Andrew Wood. Nonostante questo, che già basterebbe a tagliare corta una recensione di questo tipo, si può ripulire leggermente il cielo rannuvolato da queste esagerate affinità, uscendo dal riquadro delle analogie e guardando dentro cosa davvero la band ha da dire.
Le liriche, innanzitutto, divergono leggermente dalla classica “tristezza a palate” o dal pessimismo cosmico di molti depressi Kurt Cobain, Michael Anderson o Ron Nine, nascondendo un velo di intimità che tende a farli uscire da quella nicchia fatta di linguaggi già sentiti e chitarre che dicono solo Mark Spiders o, alla meglio, Eric Erlandson lead guitar di Courtney Love nel primo disco delle Hole, Pretty On The Inside. Sulla ricerca dei suoni si fa un buon lavoro, o perlomeno non ci sono sbavature per quel che riguardo la doverosa attinenza al genere di riferimento. Meno generosi si può essere sull’originalità dei brani, prevedibili in più di qualche passaggio, senza spunti che diversifichino magari un finale, un ritornello o un bridge. Non tradiscono, comunque, una certa potenza e una certa pacca sonora, che spediscono in orbita alcune possibili hit radiofoniche come “Believe In Your Head” e la linea di basso martellante che, sempre nel range del già sentito, rimane in testa senza problemi.

Ricercate novità? State lontani dagli High Frequency. Volete ascoltare un po’ di sano grunge all’americana, con qualche influenza glam e hard rock, senza fronzoli e senza pretese? Il divertimento è assicurato.

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ETICHETTA: Venus
GENERE: Grunge rock

TRACKLIST:
1in2 a Bombay
Toilet
Vivi Veloce
Luna Bar
La Soluzione
Pubblicità
Chanel
L’Attesa
Z-149

Il Marchese non è un nome così nuovo per chi bazzica l’alternative rock italiano, specie in area lombardo-piemontese. Le tracce di una devozione particolare ai primi Afterhours, così come a certo hard rock più melodico (e da classifica) stile Negrita o Timoria, sono un po’ ovunque nei nove brani che compongono Carnivoro, e si distinguono a fatica i momenti in cui la band ha tentato di dare il suo approccio personale alle canzoni. La derivazione, comunque, in particolare in questo genere, da anni è il succo del discorso: usare, sostanzialmente, linguaggi che già la scena reputa appropriata, per arrivare a proporre qualcosa che sicuramente piacerà. Non è necessariamente così, certo, e infatti si tenta di selezionare una buona vena testuale dal meglio della musica italiana, carburandola con qualche accenno di Cristiano Godano, che non stona mai.
Tra il nitore dei Verdena più moderni e la graffiante vena chitarrista dei Ritmo Tribale più pulsanti stanno questi lombardi, che senza produrre nulla di nuovo accontentano comunque un numerosissimo pubblico. Per questo non si può dire molto altro, ma neanche stroncarlo, questo Carnivoro. Lo si ascolta, tutto qui.

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Recensione a cura di FRANCESCO DEL RE
ETICHETTA: Epic Records
GENERE: Grunge, alternative rock

TRACKLIST:
1. Brain of J
2. Faithfull
3. No Way
4. Given To Fly
5. Wishlist
6. Pilate
7. Do The Evolution
8. Untitled (The Color Red)
9. MFC
10. Low Light
11. In Hiding
12. Push Me, Pull Me
13. All Those Yesterdays

Sono passati svariati anni dalla prima volta che presi questo album tra le mani.
Allora ero poco più che un adolescente, uno che i Pearl Jam li aveva sentiti nominare solo quando gli amici, teenagers brufolosi, coi capelli lunghi ed unticci, si facevano grossi rivelando alle masse che, sorpresa delle sorprese, a Seattle negli anni ’90 non ci suonavano solo i Nirvana.
Con gli echi delle voci di quei ragazzini in testa e con il portafogli stranamente pieno (una quindicina di euro, una enormità), un giorno mi ritrovai ad aver comprato Yield, così, senza neanche avere una vaga idea di cosa potesse contenere.
Lo ascoltai qualche volta, ma mi stufò in fretta. Era roba forte, ma non mi trasportava. A sedici anni hai bisogno che la gente ti parli chiaramente, senza che tu ti ci debba concentrare troppo.
L’innamoramento vero e proprio arrivò qualche anno più tardi, ormai verso la fine del liceo, e fu una vera e propria folgorazione.

Il disco inizia forte, “Brain of J.”, “Faithfull” e “No Way” sono una partenza con sgommata, roba il cui ascolto andrebbe reso illegale in auto, perché stare nei limiti stradali con questa musica nelle orecchie diventa improbabile, parlo per esperienza.
Ma il vero sapore dei Pearl Jam sta proprio nel fatto che simili pezzi non si posso semplicemente bollare come “forti”. Per quanto trascinante, la loro musica è sempre lucidamente pensante, una profondità pienamente espressa dal caldissimo timbro della voce di Eddie Vedder.
Circondato da angeli e divinità puoi passare alla traccia quattro, e qui, se sei davvero disposto ad ascoltare, è possibile che ti venga da piangere. “Given To Fly” è un pezzo meraviglioso, che trasuda passione e desiderio, vero ed onesto, di vivere. Il testo è di una semplicità sconcertante, un ragazzo da un momento all’altro prende e si alza aria, sospinto dal vento, senza sapere se stia volando sopra il mare o se stia rovinosamente precipitando, in fondo non è neanche importante, l’unica cosa degna di nota è la sensazione dell’aria sulla pelle, l’essere tremendamente in alto, tanto da farti urlare a pieni polmoni, a te stesso, agli amici, ai nemici, a tutti, “hei, guardatemi adesso!”. Le due tracce successive sembrano fatte apposta per essere sottovalutate, giusto perché più avanti ci si possa mangiare le mani pensando a quanto si è stati stupidi a voler a tutti i costi correre verso la traccia sette. “Wishlist”, vale a dire “lista di desideri”, quasi una lista della spesa, esprime con grazia leggera ed eterea i “sogni nel cassetto” di Vedder. Ma la canzone non ti permette di andartene, non si può semplicemente vagheggiare il proprio futuro con un sorriso trasognante, bisogna restare ancorati al proprio mondo e prendere quello che c’è di buono, renderlo prezioso esattamente come fosse uno dei nostri sogni.
“Pilate” è invece un pezzo molto più acido, che mantiene però sempre quella corposità che tutto l’album sembra avere, come se il disco in sé fosse fatto di una densa materia nera, inquietante, appiccicosa, ma allo stesso tempo leggera e sostanziosa.
Ecco, ci siamo abbuffati, abbiamo la pancia piena e stiamo digerendo. Quale momento migliore per sferrare un deciso pugno nelle budella?
“Do The Evolution” è una canzone che getta ombre e dubbi su tutta questa millenaria macchina della società, legittimata dal posto di rilievo che l’evoluzione ha serbato per la specie umana a rivoltarsi contro la propria stessa natura.
L’argomento è di quelli già sentiti, in questo caso è l’espressione che fa la differenza. Le chitarre non sono semplicemente distorte, la voce non è semplicemente graffiante. All’interno di questa nuvola di rumore che il brano costantemente emette risiede un cuore di disperazione, di partecipazione al dramma che si compie. La società non è solo un mostro nemico ed avverso, ma qualcosa di intimamente interiore, che risiede nella sostanza di tutti noi, uomini, prodotti della stessa evoluzione, processo intriso di sangue per sua stessa natura.
Ultimo sussulto di questa incredibile scarica è “Red Dot”, brevissimo pezzo che afferma, come in una divertente filastrocca, quanto gli uomini siano folli ad andare in guerra, regalando qualche sorrisetto per i suoi costanti cambi di velocità e la quasi comica voce in falsetto di Jack Irons, ma risultando allo stesso tempo vagamente inquietante.
Da qui alla fine in disco si acquieta, si fa più corposo e caldo, tornando immerso in quella materia nera di cui si parlava prima. “MFC”, “Low Light” ed “In Hiding” sono tre pezzi in climax, una salita in cui le riflessioni dell’ascoltatore, finalmente libere di essere vomitate al di fuori , mano a mano si sostituiscono al crescere dei pezzi, fino ad arrivare al ritornello di In Hiding, momento in cui, con un acuto che tutte le cover band dei Pearl Jam, prima o poi, nella loro carriera, avranno definito quantomeno “scomodo”, Vedder comunica il suo senso di libertà nel nascondersi, non visto dal mondo.
Come un punto esclamativo alla fine della frase, “Push Me, Pull Me” stronca questa armoniosa salita con delle sonorità fuori dal normale, come se fossero mosse da pistoni ed ingranaggi. Si ricomincia a parlare di genesi, di dei, di angeli, è quasi una summa di tutto quello che c’è stato in precedenza, trovando posto anche per l’oceano e le onde, da sempre grandi protagonisti delle liriche della band.
Infine la calma.
“All Those Yesterdays” affronta un’altra delle tematiche molto vicine alla sensibilità di Eddie Vedder, vale a dire il rapporto col passato. La canzone si rivolge ad un ipotetico interlocutore, un uomo in fuga.
Dove corri? Non vorresti fermarti? In fondo il passato, per quanto possa essere stato doloroso, farà sempre parte di te, allontanarlo non fa altro che privarti di una grande ricchezza. D’altronde il tempo per scappare ce l’hai, ma ora sei stanco, riposati.
Quando vorrai, potrai scappare di nuovo.
Scappare non è un crimine.

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ETICHETTA: Seahorse Recording
GENERE: Grunge, alternative rock

TRACKLIST:
1. Chapter II
2. Ground
3. Soldat Perdu
4. Major E
5. Gordon Pym
6. Youth
7. Bluesman
8. How to Forget an Ocean
9. It Shines
10. Somethin’ Beats Me
11. Indian Spring
12. Massacre

Più che un diario di guerra, una storia d’amore finita. Quella tra il grunge e le band che vogliono suonarlo. Perché questo genere, che è stato uno stile di vita, una chiave di lettura della società di una certa parte d’America e poi del mondo da vent’anni fa e solo per breve tempo, e forse anche uno stato d’essere, si è trasformato in musica prima in un popoloso stuolo di seguaci che l’ha pure reso famoso, poi, sempre più, in una caricatura di sé stesso, con band che copiano le copie delle copie ed altre che tentano di non somigliare troppo ai predecessori diventando, solitamente, ridicoli.
Gli Ananda non si preoccupano di sollevarsi dal mucchio, di apparire diversi: semplicemente, il loro volere, fin troppo chiaro, è quello di rappresentare ancora quel filone, morto e sepolto, di cui sopra. Noi che in Italia di “vere” grunge band non ne abbiamo avute, perché sono quasi tutte morte subito o si sono semplicemente evolute in qualcosa di meglio (Verdena?), vediamo ora proliferare nella consueta banalità dischi come Wardiaries. E’ impensabile che il lavoro di una band comunque abile si possa stroncare in poche parole, ma proveremo ad essere concisi: strumenti alternativi come il violoncello soffocano le atmosfere acustiche di Alice in Chains, Nirvana e Stone Temple Pilots in una maniera che li cita così tanto da sembrare un plagio; le parti strumentali ricordano fin troppo i Soundgarden, forse con una virata all’italiana che perlomeno salva la faccia (“Ground”); la voce troppo fitta sembra una macchietta alla ricerca di una definizione migliore, lontana dal tipico timbro che ha fatto celebre il grunge. Sarebbe un’ottimo punto a favore di questo disco, ma l’impianto su cui si sorregge l’intera baracca è troppo fragile e si porta nel burrone anche le originali linee vocali di alcuni brani (“It Shines”, “Massacre”). Si rincorre l’autocitazione, finendo per citare le proprie influenze.

La violenza della malinconia, diceva qualcuno. E’ questo che il grunge e tutte le sue declinazioni più commerciali ha sempre voluto comunicare con quelle ballad strappalacrime che, bene o male, funzionavano nonostante un impianto fotocopia stereotipato sempre più negli anni. Gli Ananda ci hanno riprovato, a confermare l’anima meno folkloristica che il nostro tetro paese ancora ha, ma una scarsa maturità nel songwriting unita ad un pessimo uso dell’originalità come strumento compositivo, ne ha rovinato ogni possibilità di ascesa.
Non distruggiamoli troppo e ammettiamo, prima di concludere, un’ultima cosa: questo dico, nel 1994, avrebbe spaccato il culo, commisurato all’arretratezza del grunge italiano. Oggi, semplicemente, è fuori tempo massimo. Se siete ancora attaccati a quel modo di vivere la musica, è anche possibile che lo troviate fico.

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