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Posts Tagged ‘alternative rock’

Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Altipiani, Audioglobe
GENERE: Alternative

“Panico” è il secondo sforzo discografico dei romani La Malareputazione, un trio alternative rock compatto e convincente, di chiara matrice indie. I testi in italiano regalano al tutto un pregio maggiore, andando ad innalzare l’asticella della qualità. Piccole perle come Conosco il tuo SegretoLa Parte Più Sana possiedono molta di quella liricità anni novanta che ha reso celebri Emidio Clementi, Manuel Agnelli, Cesare Malfatti ma anche Piero Pelù, Francesco Renga e Stefano Edda Rampoldi. Il tuffo in quel periodo continua anche con Ora Che E’ Semplice e la title-track, dove invece le chitarre e la ritmica pescano anche in ambiti più moderni, quelli appunto dell’alternative e dell’indie d’oltreoceano e oltremanica. Laddove l’album non arriva in freschezza e originalità, riguadagna terreno con l’aggressività e l’incisività di alcune aperture ma anche con un impeto di fondo che erutta come una colata lavica di punk, grunge e hard rock. Di certo più di qualche pezzo si distingue per un impatto maggiore, anche se tendenzialmente parlando non ci sono picchi di qualità o di prepotenza tra questi brani.

Nulla di sconveniente per La Malareputazione. Se non è chiaramente possibile strapparsi i capelli per l’avvento di una nuova band destinata a scrivere la storia del rock italiano, al cuore arriva un gradevole afflusso di sangue nostrano, pregno di quella cultura che ha investito come una valanga tutta la produzione degli ultimi quindici anni, nel bene o nel male. In questo caso, più nel bene. Si attende una futura uscita per dare un giudizio più completo riguardo le capacità compositive di questa band, finora attestatasi su un buon livello, più o meno corrispondente allo standard degli ultimi anni.

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Recensione a cura di Enrika S.A. Scream

GENERE: Alternative rock/post-hardcore

TRACKLIST:
Stay (Rihanna cover)
Mirrors (Justin Timberlake cover)
Radioactive (Imagine Dragons cover)
Clarity (Zedd cover)

Voto: 5/5

‘A Summer Of Covers’ è una serie di cover rilasciate lungo l’estate dagli Our Last Night. La band, raggiunto l’apice con il precedente album ‘Age Of Ignorance’, decide di creare questo ‘EP’ (pubblicato ad episodi su Youtube) prendendo canzoni molto famose e riarrangiandole secondo il proprio stile.
Il tutto segue una linea generale di composizione – sostanzialmente la band prende le canzoni e le trasforma, utilizzando toni più forti, ma non fastidiosi. Vengono aggiunte chitarre elettriche, i bassi vengono accentuati, la batteria aumenta il tempo. That’s it.
Poi, esattamente a metà, la storia cambia. Arriva la cover di Radioactive, originalmente degli Imagine Dragons. E si cambia completamente, già solo pensando che passiamo da Rihanna e Justin Timberlake, agli Imagine Dragons e a Zedd. Da qui in poi troviamo dei toni ancora più forti, un ritmo sempre più accentuato, un mixaggio migliore; qui si trova l’essenza degli Our Last Night: sentiamo la voce usare tutto lo spettro delle note possibili, sentiamo dei breakdown. Spiegarvi come vanno le canzoni, cosa ci troverete dentro, non ha alcun senso, non riuscirò mai a farvi capire la perfezione di queste cover, anche se provassi duemila volte. Sono semplicemente indescrivibili (e io non sono una che fa complimenti). La forza che ha questa band ce l’hanno in pochi, molto pochi. Probabilmente mettendo insieme tutte le band alternative-rock e post-hardcore che si trovano agli apici delmainstream non riusciremo ad arrivare ai livelli degli OLN. Probabilmente non ci arriveremo mai, (Meh, che amarezza).

Ascoltate, ascoltate e imparate, perché fare cover E’ DIFFICILE e in pochi riescono veramente a coglierne il senso. Queste non sono semplici canzoni, tracce create per fare soldi; sono un esempio da seguire. Sono l’anima degli Our Last Night. Sono ‘il bello’ della musica.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative

TRACKLIST:
Ci Stiamo Sbagliando
Mi Sto Ammalando
Fefè
Un Giorno di Festa
Cip Cip

Ritornano a pubblicare materiale i pugliesi Lapest3, formazione alternative rock con influenze anche sperimentali che con cinque nuovi pezzi conta di riaffermare la propria presenza sulla scena nazionale. Il quintetto di brani qui incluso, ad essere sinceri, non presenta senz’altro una visione innovativa nel percorso della band e non fa altro che confermare tutto quanto già si sapeva. La cosa positiva è che il risultato è molto buono, allontanando le prime avvisaglie di banalità per lasciare spazio ad un decorosissimo quadretto di squisita musica italiana come se ne fa poca ormai.
Ci Stiamo Sbagliando, Un Giorno di Festa e Cip Cip, in particolare, racchiudono tutta l’anima di una band che si è sempre distinta per un’ottima abilità compositiva, se possibile ulteriormente maturata in questo nuovo sforzo. Si distingue dal resto sicuramente il contributo della chitarra, che sembra seguire il filo del discorso delle canzoni anche in maniera emotiva, riuscendo a ricreare suggestioni e sfumature che i testi, anch’essi già di per sé molto evocativi, enfatizzavano comunque. Nonostante le liriche, inoltre, si accostino in diversi segmenti al turpiloquio, riescono comunque a imporre un messaggio diverso che non rende nulla di tutto ciò stupido e volgare. Ne consegue che non abbiamo a che fare con cinque semplici schizzetti rock, ma la costruzione, se non virtuosa, è senz’altro ben ponderata, onesta, secca, diretta. La produzione a livello dei suoni può in alcuni momenti deviare l’attenzione dal nucleo tematico delle canzoni ai suoni, sottolineando molto bene l’impeto degli attimi più ruvidi, ma al terzo/quarto ascolto è inevitabile notare che i testi iniziano a rimanere in testa, così come alcuni cambi di tempo e passaggi particolari, fatto che rende questo EP l’incontro perfetto tra un disco potente (di conseguenza non per tutti i palati) e un lavoro ben confezionato, dove nei suoi episodi più tranquilli e trasportati riesce anche a comunicare inquietudine. Bello.

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ETICHETTA: Frenchkiss
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
So He Begins to Lie
3×3
Octopus
Real Talk
Kettling
Day Four
Coliseum
V.A.L.I.S.
Team A
Truth
The Healing
We Are Not Good People
Mean
Left Skeleton

Esiste una sindrome non scientificamente riconosciuta che si aggira tetra tra gli ascoltatori di musica mainstream: l’ansia da cambiamento. Ne esiste un’altra, diametralmente opposta, l’applauso cieco al cambiamento. Si parla, in sostanza, di cambio di direzione, quel salto improvviso di una band da un linguaggio all’altro che viene talvolta additato al pubblico ludibrio, altre volte osannato senza discernimento. Cercando di giudicare con estrema sincerità, pur partendo da un presupposto di apprezzamento più che onesto dei primi due dischi (saltando la mezza catastrofe para-elettronica che fu Intimacy), si giunge facilmente a separare la bellezza di alcune parti di questo disco dalla sua qualità di “nuovo” nella discografia dei londinesi. L’indie rock degli esordi, una fraseologia per certi versi ormai classica, in particolare, nella scena britannica, permea solo alcuni passaggi delle dodici (quattordici comprese le due bonus track) canzoni di questo Four, con riferimento alla loro tradizionale chitarra soft punk e ad alcune scelte di batteria (e il momento principale a ricollegarli al loro passato è il primo singolo estratto “Octopus”, che è anche il brano migliore del disco). Per il resto Kele Okereke e soci intraprendono un percorso di scoperta verso codici più propriamente punk, con inserti grunge, un lessico più generalmente hard rock e una produzione, se vogliamo, più piena e “grossa”. Il sound non differisce molto da quello di prima, ma un senso generale di suono iperpompato si sente nella potente “So He Begins to Lie” iniziale e in “Kettling”, che ricorda band alt-pop come i My Chemical Romance e i Fall Out Boy, voce, naturalmente, esclusa. In “Real Talk” ci si avvicina a scelte funk ma senza lo stile dei Red Hot dei bei tempi, producendo quindi un pezzo che scorre piuttosto insipido, così come “Coliseum”, un salto negli anni settanta senza troppo stile con un riff quasi metal che si è sentito in decine di altre canzoni, ma che si apprezza possibilmente al primo ascolto per la diversità da tutto ciò che mai è stato fatto dai Bloc Party (basta ascoltare il bizzarro screaming finale). “3×3” è la consacrazione della volontà inespressa di elevarsi a band da stadio, ma il risultato è commercialmente solo parziale. In sintesi, nessun anthem come ne ricordiamo in Silent Alarm o A Weekend In The City.

La prima sensazione che si avverte all’ascolto di questo disco, senz’altro ben suonato (vedasi un Matt Thong come sempre originalissimo dietro le pelli), è che manchi di una direzione ben precisa. Tante le strade esplorate, ma senza addentrarsi mai a fondo in nessuna. L’amaro in bocca è lasciato in particolare dalla mancanza di presa delle canzoni. Timbro vocale a parte, nessuno si è mai azzardato (a ragione) a giudicare i Bloc Party una band originale, ma è risultata sempre fondamentale in contesto indie/alternative per la bellezza quantomeno radiofonica di molti brani, vezzo che in questo disco non ricompare, pur senza una svolta intellettuale. L’impressione, dunque, è che si sia voluto fare una scelta di cambiamento ammiccante senza riuscirci. Tolto questo velo polemico, lo si ascolta facilmente, forse troppo, in particolare in virtù del dubbio, fortunatamente sventato, che le derive dance/electro di Kele Okereke (qualcuno ricorda Tenderoni?) non portassero nel baratro anche i suoi BP. E speriamo quindi in un Five, se esisterà, più convinto e convincente del predecessore.

ascolta qui:

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ETICHETTA: New Model Label
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
Caro Tornado
Per Favore Dillo Tu al Diavolo
Dosati Meglio
Clima
Nagasaki Blues
Per Un Attimo Mi Avresti Voluto Morto
In Piena
Ercole
F

Gli anni novanta sono duri a morire nella regione che fu la culla del migliore alternative rock.
Il trio pavese degli Iceberg, smanioso di dare il proprio contributo ad una scena ipersatura ma in ogni caso sempre molto prolifica e di buona qualità, se si considera la stupefacente eterogeneità delle sue interminabili e tentacolari propaggini. Lo fanno, infatti, con un’interessante presa di posizione, un coraggioso ripercorrere della storia del migliore alt italico, con echi che ci ricordano dei primi Afterhours, Marlene, Estra, Ritmo Tribale, CCCP e, perché no, anche i Verdena del Suicidio dei Samurai. Manca forse un po’ della graffiante ironia di certi testi delle band sopracitate, nonché la corpulenza delle chitarre quasi grunge che contraddistinsero gli esordi di quasi tutte queste band: qui l’approccio melodico e ritmico è molto più macilento, quasi minimalista, e l’assenza di fronzoli, dall’altro lato, svolge un ruolo fondamentale nel definire la poesia di alcune liriche e nel creare quei momenti di svolta che alternano in maniera prevedibile ma sempre ben realizzata arpeggi e aperture più massicce.

Tutto sommato se non si ricerca un disco particolarmente originale, Caro Tornado è un buon punto di partenza per una rielaborazione moderna di quegli stili che resero famose molte delle band che ancora oggi riempiono le nostre playlist. Tanti i margini di crescita, e per questo lo apprezziamo ulteriormente. Da non ignorare.

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Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Sacred Bones
GENERE: Rock, alternative, punk

TRACKLIST
Turn it Around
Animal
Country Song
Oscillation
Please Don’t Go
Open Your Heart
Candy
Cube
Presence
Ex-Dreams

Voto: 3/5

A parte il nome (veramente uno dei più tristi della storia io credo) e tralasciando anche il  “The”, che negli ultimi anni era marchio prestabilito di nuovo-gruppo-indie-rock-all-ingleseche-si-veste-alla-moda-e-suona-roba-ok-per-le-radio, i The Men non sono nulla di tutto questo ma una band newyorkese che sforna il terzo album in tre anni, il che non è cosa di  poco conto.
Open Your Heart è un ottimo disco, perfetto per lʼ estate quando non te ne frega nulla e  hai voglia di far casino, perfetto pure per quando viaggi e tu e la libertà siete un tuttʼ uno.Dentro ci senti la roba migliore che nelle nuove band non cʼè più: parliamo di Husker Du, Dinosaur Jr e un poco anche di Sonic Youth.
Eʼ un disco che fila veloce anche se i brani non sono così corti come tradizione punk vuole, in qualche occasione si va volentieri oltre i 5 minuti, sfiorando i vortici psichedelici di  Thurston Moore and Kim Gordon, Presence e Ex-Dreams.
Allora capite bene che lʼ ascolto di questo disco diventa obbligatorio, ancora meglio sarebbe riuscire a vedere un concerto dei quattro di Brooklin per saltare e lasciarsi andare, pare che il delirio sia assicurato nei loro live.
Please Don’t Go con Cube sono due dei brani migliori, come la già citata Ex-Dreams, roba giovane che fa saltare, Candy e Country Song rallentano e danno allʼ album un valore  aggiunto, che se al concerto ci vai con la ragazza è anche giusto limonare.
Vivalafiga

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Un po’ di introduzione.
Rovigo non è una città rock. I timidi tentativi di risvegliare un sentore di interesse nel piccolo pubblico nei confronti della musica dal vivo da anni falliscono, lasciando qualche oasi felice che giace comunque sempre sull’orlo del baratro. Tra i casi che spiccano vi è senz’altro Arci Ridada, associazione che opera nell’organizzazione degli eventi da qualche anno nel Polesine con l’ottimo festival estivo Savoir Fest, con una direzione artistica di qualità e un buon seguito ma, quest’anno, interrotto. Era logico che ragazzi così interessati nei confronti della cultura del territorio e per il territorio fossero in prima linea in iniziative di solidarietà nei confronti delle popolazioni colpite dagli eventi sismici di maggio tra Veneto, Lombardia e, soprattutto, Emilia ed è così che nasce la giornata del ventitré giugno. Per gli abitanti della zona più colpita, quella intorno a Finale Emilia, è stato concepito questo concerto, un incontro con le migliori band italiane che senza percepire nulla si prestano, come i tecnici e gli organizzatori, gratuitamente. I presenti sono stati circa 1.500, una buona cifra se consideriamo l’area geografica, la dormiente provincia rodigina,  ma meno di quanti avrebbero dovuto essere considerando il calibro dell’evento Le band che si sono esibite sono state, infatti: Il Disordine delle Cose, Gr3ta, Il Teatro degli Orrori, Marta Sui Tubi, Linea 77, Africa Unite e Marlene Kuntz. Un cartellone di tutto rispetto, dunque, che a The Webzine siamo riusciti a seguire, sfortunatamente, solo dal terzo gruppo in poi.

Il Teatro degli Orrori si presentano sul parcheggio del polo fieristico rodigino con un set potente ma una mediocre scelta dei suoni. La performance, tecnicamente nella media per quei buoni esecutori che sono Capovilla e soci, ha visto i veneti divincolarsi lungo tutta la loro produzione, eseguendo tre brani dall’ultimo scarso disco (“Non Vedo L’Ora”, “Doris” e “Skopje”), altri tre dal primo (“La Canzone di Tom”, “Compagna Teresa” e “E Lei Venne!”, non dimenticando neppure “E’ Colpa Mia” e “Alt!” dal fortunato A Sangue Freddo. Da un set intenso e coinvolgente, con un pubblico ancora poco numeroso, si passa alla vera sorpresa della serata: i grandissimi Marta Sui Tubi stupiscono con la loro follia elettroacustica di stampo cantautorale, indefinibile a dire il vero, che ripercorre per quaranta minuti la loro corta ma sorprendente carriera. Innegabili il carisma di Giovanni Gulino sul palco, abile sia nel cantare che nell’intrattenere, e la travolgente precisione di Pipitone alla sei corde. Highlight della scaletta tutte le nuove: “Cromatica”, “Al Guinzaglio”, “Camerieri” e “Di Vino” ma, ovviamente, anche la carichissima “L’Unica Cosa” e la ballad strappalacrime ormai classica nel loro repertorio “L’Abbandono”. Semplicemente perfetta anche “La Spesa”, una delle migliori della loro intera produzione.
Anello debole, dal punto di vista tecnico, i Linea 77, potenti ma sgraziati, in un set un po’ rallentato ma che riesce comunque a scatenare il pogo selvaggio dei presenti. “Moka” e “Il Mostro” d’obbligo in scaletta, mentre si soffre un po’ l’assenza di qualche momento di stacco come “Inno All’Odio”. Tolta qualche carenza a livello strumentale e nella scelta dei suoni, si può senz’altro confermare la tenuta di palco e l’aggressività live di una delle band che hanno fatto la storia del crossover italiano.
Essenziale poi il momento reggae degli Africa Unite, tassello storico della musica italiana tutta. In un set che ripercorre tutta la loro carriera la platea è subito trascinata nelle dolci danze dei ritmi in levare a cui la band è particolarmente avvezza. Tecnicamente perfetti, in grado anche di spazzare via l’unico neo di questo genere, ovvero la monotonia, con una buona variazione nei toni grazie ad una scelta dei brani ponderata e un’esecuzione intensa e personale.
A concludere la serata i sempre spettacolari Marlene Kuntz, seppur ormai evidentemente in fase di declino. La band, nonostante la generale propensione al cantautorato che gli ultimi due dischi dimostrano, mantiene inalterata una carica noise di tutto rispetto e la scaletta pesca a piene mani dai momenti migliori del passato (“1° 2° 3°” su tutti, ma anche le immancabili “Sonica” e “Festa Mesta”) e la meno conosciuta  e recente “Stato d’Animo”, tratta da Uno. La scelta di includere all’inizio di una scaletta particolare come questa la ormai immancabile cover della PFM, “Impressioni di Settembre”, risulta poco coerente nei confronti del resto del set, ma tutto sommato la si dimentica presto, complici una potenza e un’impatto sonoro di inattingibile caratterizzazione. Chi li definisce defunti o scaduti avrà dovuto ricredersi, perlomeno sul piano dell’esecuzione dei brani.

La giornata è stata senz’altro storica per la musica di Rovigo e per i rodigini, capaci di risvegliare un sentimento di interessamento comune nei confronti della musica, spinti anche dalla ragione di beneficenza che sottostava al concerto in sé. Affrontare il cemento del parcheggio della fiera fin dal pomeriggio, con il solleone di questo giugno infuocato, non era per tutti.
Quindici euro assolutamente versati con piacere nelle mani di un’associazione che, come ha promesso, traccerà il percorso dei soldi fino alle tasche di chi ne ha bisogno, senza gli sprechi e i latrocini tipicamente italiani che, purtroppo, anche in casi tragici come lo sciame sismico quasi terminato, si riscontrano. Mondo della musica compreso: chiedetelo alla Siae.
Una maratona di musica che si spera apra le porte ad ulteriori eventi in zona e che svegli la coscienza collettiva di una popolazione giovane ma assonnata. Partecipare ai concerti, soprattutto quando sono di questa qualità e con un’anima solidale alle loro spalle, dovrebbe essere, del resto, quasi un dovere. Lo avranno imparato i rodigini?

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