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Posts Tagged ‘alternative rock’

Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Altipiani, Audioglobe
GENERE: Alternative

“Panico” è il secondo sforzo discografico dei romani La Malareputazione, un trio alternative rock compatto e convincente, di chiara matrice indie. I testi in italiano regalano al tutto un pregio maggiore, andando ad innalzare l’asticella della qualità. Piccole perle come Conosco il tuo SegretoLa Parte Più Sana possiedono molta di quella liricità anni novanta che ha reso celebri Emidio Clementi, Manuel Agnelli, Cesare Malfatti ma anche Piero Pelù, Francesco Renga e Stefano Edda Rampoldi. Il tuffo in quel periodo continua anche con Ora Che E’ Semplice e la title-track, dove invece le chitarre e la ritmica pescano anche in ambiti più moderni, quelli appunto dell’alternative e dell’indie d’oltreoceano e oltremanica. Laddove l’album non arriva in freschezza e originalità, riguadagna terreno con l’aggressività e l’incisività di alcune aperture ma anche con un impeto di fondo che erutta come una colata lavica di punk, grunge e hard rock. Di certo più di qualche pezzo si distingue per un impatto maggiore, anche se tendenzialmente parlando non ci sono picchi di qualità o di prepotenza tra questi brani.

Nulla di sconveniente per La Malareputazione. Se non è chiaramente possibile strapparsi i capelli per l’avvento di una nuova band destinata a scrivere la storia del rock italiano, al cuore arriva un gradevole afflusso di sangue nostrano, pregno di quella cultura che ha investito come una valanga tutta la produzione degli ultimi quindici anni, nel bene o nel male. In questo caso, più nel bene. Si attende una futura uscita per dare un giudizio più completo riguardo le capacità compositive di questa band, finora attestatasi su un buon livello, più o meno corrispondente allo standard degli ultimi anni.

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Recensione a cura di Enrika S.A. Scream

GENERE: Alternative rock/post-hardcore

TRACKLIST:
Stay (Rihanna cover)
Mirrors (Justin Timberlake cover)
Radioactive (Imagine Dragons cover)
Clarity (Zedd cover)

Voto: 5/5

‘A Summer Of Covers’ è una serie di cover rilasciate lungo l’estate dagli Our Last Night. La band, raggiunto l’apice con il precedente album ‘Age Of Ignorance’, decide di creare questo ‘EP’ (pubblicato ad episodi su Youtube) prendendo canzoni molto famose e riarrangiandole secondo il proprio stile.
Il tutto segue una linea generale di composizione – sostanzialmente la band prende le canzoni e le trasforma, utilizzando toni più forti, ma non fastidiosi. Vengono aggiunte chitarre elettriche, i bassi vengono accentuati, la batteria aumenta il tempo. That’s it.
Poi, esattamente a metà, la storia cambia. Arriva la cover di Radioactive, originalmente degli Imagine Dragons. E si cambia completamente, già solo pensando che passiamo da Rihanna e Justin Timberlake, agli Imagine Dragons e a Zedd. Da qui in poi troviamo dei toni ancora più forti, un ritmo sempre più accentuato, un mixaggio migliore; qui si trova l’essenza degli Our Last Night: sentiamo la voce usare tutto lo spettro delle note possibili, sentiamo dei breakdown. Spiegarvi come vanno le canzoni, cosa ci troverete dentro, non ha alcun senso, non riuscirò mai a farvi capire la perfezione di queste cover, anche se provassi duemila volte. Sono semplicemente indescrivibili (e io non sono una che fa complimenti). La forza che ha questa band ce l’hanno in pochi, molto pochi. Probabilmente mettendo insieme tutte le band alternative-rock e post-hardcore che si trovano agli apici delmainstream non riusciremo ad arrivare ai livelli degli OLN. Probabilmente non ci arriveremo mai, (Meh, che amarezza).

Ascoltate, ascoltate e imparate, perché fare cover E’ DIFFICILE e in pochi riescono veramente a coglierne il senso. Queste non sono semplici canzoni, tracce create per fare soldi; sono un esempio da seguire. Sono l’anima degli Our Last Night. Sono ‘il bello’ della musica.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative

TRACKLIST:
Ci Stiamo Sbagliando
Mi Sto Ammalando
Fefè
Un Giorno di Festa
Cip Cip

Ritornano a pubblicare materiale i pugliesi Lapest3, formazione alternative rock con influenze anche sperimentali che con cinque nuovi pezzi conta di riaffermare la propria presenza sulla scena nazionale. Il quintetto di brani qui incluso, ad essere sinceri, non presenta senz’altro una visione innovativa nel percorso della band e non fa altro che confermare tutto quanto già si sapeva. La cosa positiva è che il risultato è molto buono, allontanando le prime avvisaglie di banalità per lasciare spazio ad un decorosissimo quadretto di squisita musica italiana come se ne fa poca ormai.
Ci Stiamo Sbagliando, Un Giorno di Festa e Cip Cip, in particolare, racchiudono tutta l’anima di una band che si è sempre distinta per un’ottima abilità compositiva, se possibile ulteriormente maturata in questo nuovo sforzo. Si distingue dal resto sicuramente il contributo della chitarra, che sembra seguire il filo del discorso delle canzoni anche in maniera emotiva, riuscendo a ricreare suggestioni e sfumature che i testi, anch’essi già di per sé molto evocativi, enfatizzavano comunque. Nonostante le liriche, inoltre, si accostino in diversi segmenti al turpiloquio, riescono comunque a imporre un messaggio diverso che non rende nulla di tutto ciò stupido e volgare. Ne consegue che non abbiamo a che fare con cinque semplici schizzetti rock, ma la costruzione, se non virtuosa, è senz’altro ben ponderata, onesta, secca, diretta. La produzione a livello dei suoni può in alcuni momenti deviare l’attenzione dal nucleo tematico delle canzoni ai suoni, sottolineando molto bene l’impeto degli attimi più ruvidi, ma al terzo/quarto ascolto è inevitabile notare che i testi iniziano a rimanere in testa, così come alcuni cambi di tempo e passaggi particolari, fatto che rende questo EP l’incontro perfetto tra un disco potente (di conseguenza non per tutti i palati) e un lavoro ben confezionato, dove nei suoi episodi più tranquilli e trasportati riesce anche a comunicare inquietudine. Bello.

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ETICHETTA: Frenchkiss
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
So He Begins to Lie
3×3
Octopus
Real Talk
Kettling
Day Four
Coliseum
V.A.L.I.S.
Team A
Truth
The Healing
We Are Not Good People
Mean
Left Skeleton

Esiste una sindrome non scientificamente riconosciuta che si aggira tetra tra gli ascoltatori di musica mainstream: l’ansia da cambiamento. Ne esiste un’altra, diametralmente opposta, l’applauso cieco al cambiamento. Si parla, in sostanza, di cambio di direzione, quel salto improvviso di una band da un linguaggio all’altro che viene talvolta additato al pubblico ludibrio, altre volte osannato senza discernimento. Cercando di giudicare con estrema sincerità, pur partendo da un presupposto di apprezzamento più che onesto dei primi due dischi (saltando la mezza catastrofe para-elettronica che fu Intimacy), si giunge facilmente a separare la bellezza di alcune parti di questo disco dalla sua qualità di “nuovo” nella discografia dei londinesi. L’indie rock degli esordi, una fraseologia per certi versi ormai classica, in particolare, nella scena britannica, permea solo alcuni passaggi delle dodici (quattordici comprese le due bonus track) canzoni di questo Four, con riferimento alla loro tradizionale chitarra soft punk e ad alcune scelte di batteria (e il momento principale a ricollegarli al loro passato è il primo singolo estratto “Octopus”, che è anche il brano migliore del disco). Per il resto Kele Okereke e soci intraprendono un percorso di scoperta verso codici più propriamente punk, con inserti grunge, un lessico più generalmente hard rock e una produzione, se vogliamo, più piena e “grossa”. Il sound non differisce molto da quello di prima, ma un senso generale di suono iperpompato si sente nella potente “So He Begins to Lie” iniziale e in “Kettling”, che ricorda band alt-pop come i My Chemical Romance e i Fall Out Boy, voce, naturalmente, esclusa. In “Real Talk” ci si avvicina a scelte funk ma senza lo stile dei Red Hot dei bei tempi, producendo quindi un pezzo che scorre piuttosto insipido, così come “Coliseum”, un salto negli anni settanta senza troppo stile con un riff quasi metal che si è sentito in decine di altre canzoni, ma che si apprezza possibilmente al primo ascolto per la diversità da tutto ciò che mai è stato fatto dai Bloc Party (basta ascoltare il bizzarro screaming finale). “3×3” è la consacrazione della volontà inespressa di elevarsi a band da stadio, ma il risultato è commercialmente solo parziale. In sintesi, nessun anthem come ne ricordiamo in Silent Alarm o A Weekend In The City.

La prima sensazione che si avverte all’ascolto di questo disco, senz’altro ben suonato (vedasi un Matt Thong come sempre originalissimo dietro le pelli), è che manchi di una direzione ben precisa. Tante le strade esplorate, ma senza addentrarsi mai a fondo in nessuna. L’amaro in bocca è lasciato in particolare dalla mancanza di presa delle canzoni. Timbro vocale a parte, nessuno si è mai azzardato (a ragione) a giudicare i Bloc Party una band originale, ma è risultata sempre fondamentale in contesto indie/alternative per la bellezza quantomeno radiofonica di molti brani, vezzo che in questo disco non ricompare, pur senza una svolta intellettuale. L’impressione, dunque, è che si sia voluto fare una scelta di cambiamento ammiccante senza riuscirci. Tolto questo velo polemico, lo si ascolta facilmente, forse troppo, in particolare in virtù del dubbio, fortunatamente sventato, che le derive dance/electro di Kele Okereke (qualcuno ricorda Tenderoni?) non portassero nel baratro anche i suoi BP. E speriamo quindi in un Five, se esisterà, più convinto e convincente del predecessore.

ascolta qui:

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ETICHETTA: New Model Label
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
Caro Tornado
Per Favore Dillo Tu al Diavolo
Dosati Meglio
Clima
Nagasaki Blues
Per Un Attimo Mi Avresti Voluto Morto
In Piena
Ercole
F

Gli anni novanta sono duri a morire nella regione che fu la culla del migliore alternative rock.
Il trio pavese degli Iceberg, smanioso di dare il proprio contributo ad una scena ipersatura ma in ogni caso sempre molto prolifica e di buona qualità, se si considera la stupefacente eterogeneità delle sue interminabili e tentacolari propaggini. Lo fanno, infatti, con un’interessante presa di posizione, un coraggioso ripercorrere della storia del migliore alt italico, con echi che ci ricordano dei primi Afterhours, Marlene, Estra, Ritmo Tribale, CCCP e, perché no, anche i Verdena del Suicidio dei Samurai. Manca forse un po’ della graffiante ironia di certi testi delle band sopracitate, nonché la corpulenza delle chitarre quasi grunge che contraddistinsero gli esordi di quasi tutte queste band: qui l’approccio melodico e ritmico è molto più macilento, quasi minimalista, e l’assenza di fronzoli, dall’altro lato, svolge un ruolo fondamentale nel definire la poesia di alcune liriche e nel creare quei momenti di svolta che alternano in maniera prevedibile ma sempre ben realizzata arpeggi e aperture più massicce.

Tutto sommato se non si ricerca un disco particolarmente originale, Caro Tornado è un buon punto di partenza per una rielaborazione moderna di quegli stili che resero famose molte delle band che ancora oggi riempiono le nostre playlist. Tanti i margini di crescita, e per questo lo apprezziamo ulteriormente. Da non ignorare.

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Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Sacred Bones
GENERE: Rock, alternative, punk

TRACKLIST
Turn it Around
Animal
Country Song
Oscillation
Please Don’t Go
Open Your Heart
Candy
Cube
Presence
Ex-Dreams

Voto: 3/5

A parte il nome (veramente uno dei più tristi della storia io credo) e tralasciando anche il  “The”, che negli ultimi anni era marchio prestabilito di nuovo-gruppo-indie-rock-all-ingleseche-si-veste-alla-moda-e-suona-roba-ok-per-le-radio, i The Men non sono nulla di tutto questo ma una band newyorkese che sforna il terzo album in tre anni, il che non è cosa di  poco conto.
Open Your Heart è un ottimo disco, perfetto per lʼ estate quando non te ne frega nulla e  hai voglia di far casino, perfetto pure per quando viaggi e tu e la libertà siete un tuttʼ uno.Dentro ci senti la roba migliore che nelle nuove band non cʼè più: parliamo di Husker Du, Dinosaur Jr e un poco anche di Sonic Youth.
Eʼ un disco che fila veloce anche se i brani non sono così corti come tradizione punk vuole, in qualche occasione si va volentieri oltre i 5 minuti, sfiorando i vortici psichedelici di  Thurston Moore and Kim Gordon, Presence e Ex-Dreams.
Allora capite bene che lʼ ascolto di questo disco diventa obbligatorio, ancora meglio sarebbe riuscire a vedere un concerto dei quattro di Brooklin per saltare e lasciarsi andare, pare che il delirio sia assicurato nei loro live.
Please Don’t Go con Cube sono due dei brani migliori, come la già citata Ex-Dreams, roba giovane che fa saltare, Candy e Country Song rallentano e danno allʼ album un valore  aggiunto, che se al concerto ci vai con la ragazza è anche giusto limonare.
Vivalafiga

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Un po’ di introduzione.
Rovigo non è una città rock. I timidi tentativi di risvegliare un sentore di interesse nel piccolo pubblico nei confronti della musica dal vivo da anni falliscono, lasciando qualche oasi felice che giace comunque sempre sull’orlo del baratro. Tra i casi che spiccano vi è senz’altro Arci Ridada, associazione che opera nell’organizzazione degli eventi da qualche anno nel Polesine con l’ottimo festival estivo Savoir Fest, con una direzione artistica di qualità e un buon seguito ma, quest’anno, interrotto. Era logico che ragazzi così interessati nei confronti della cultura del territorio e per il territorio fossero in prima linea in iniziative di solidarietà nei confronti delle popolazioni colpite dagli eventi sismici di maggio tra Veneto, Lombardia e, soprattutto, Emilia ed è così che nasce la giornata del ventitré giugno. Per gli abitanti della zona più colpita, quella intorno a Finale Emilia, è stato concepito questo concerto, un incontro con le migliori band italiane che senza percepire nulla si prestano, come i tecnici e gli organizzatori, gratuitamente. I presenti sono stati circa 1.500, una buona cifra se consideriamo l’area geografica, la dormiente provincia rodigina,  ma meno di quanti avrebbero dovuto essere considerando il calibro dell’evento Le band che si sono esibite sono state, infatti: Il Disordine delle Cose, Gr3ta, Il Teatro degli Orrori, Marta Sui Tubi, Linea 77, Africa Unite e Marlene Kuntz. Un cartellone di tutto rispetto, dunque, che a The Webzine siamo riusciti a seguire, sfortunatamente, solo dal terzo gruppo in poi.

Il Teatro degli Orrori si presentano sul parcheggio del polo fieristico rodigino con un set potente ma una mediocre scelta dei suoni. La performance, tecnicamente nella media per quei buoni esecutori che sono Capovilla e soci, ha visto i veneti divincolarsi lungo tutta la loro produzione, eseguendo tre brani dall’ultimo scarso disco (“Non Vedo L’Ora”, “Doris” e “Skopje”), altri tre dal primo (“La Canzone di Tom”, “Compagna Teresa” e “E Lei Venne!”, non dimenticando neppure “E’ Colpa Mia” e “Alt!” dal fortunato A Sangue Freddo. Da un set intenso e coinvolgente, con un pubblico ancora poco numeroso, si passa alla vera sorpresa della serata: i grandissimi Marta Sui Tubi stupiscono con la loro follia elettroacustica di stampo cantautorale, indefinibile a dire il vero, che ripercorre per quaranta minuti la loro corta ma sorprendente carriera. Innegabili il carisma di Giovanni Gulino sul palco, abile sia nel cantare che nell’intrattenere, e la travolgente precisione di Pipitone alla sei corde. Highlight della scaletta tutte le nuove: “Cromatica”, “Al Guinzaglio”, “Camerieri” e “Di Vino” ma, ovviamente, anche la carichissima “L’Unica Cosa” e la ballad strappalacrime ormai classica nel loro repertorio “L’Abbandono”. Semplicemente perfetta anche “La Spesa”, una delle migliori della loro intera produzione.
Anello debole, dal punto di vista tecnico, i Linea 77, potenti ma sgraziati, in un set un po’ rallentato ma che riesce comunque a scatenare il pogo selvaggio dei presenti. “Moka” e “Il Mostro” d’obbligo in scaletta, mentre si soffre un po’ l’assenza di qualche momento di stacco come “Inno All’Odio”. Tolta qualche carenza a livello strumentale e nella scelta dei suoni, si può senz’altro confermare la tenuta di palco e l’aggressività live di una delle band che hanno fatto la storia del crossover italiano.
Essenziale poi il momento reggae degli Africa Unite, tassello storico della musica italiana tutta. In un set che ripercorre tutta la loro carriera la platea è subito trascinata nelle dolci danze dei ritmi in levare a cui la band è particolarmente avvezza. Tecnicamente perfetti, in grado anche di spazzare via l’unico neo di questo genere, ovvero la monotonia, con una buona variazione nei toni grazie ad una scelta dei brani ponderata e un’esecuzione intensa e personale.
A concludere la serata i sempre spettacolari Marlene Kuntz, seppur ormai evidentemente in fase di declino. La band, nonostante la generale propensione al cantautorato che gli ultimi due dischi dimostrano, mantiene inalterata una carica noise di tutto rispetto e la scaletta pesca a piene mani dai momenti migliori del passato (“1° 2° 3°” su tutti, ma anche le immancabili “Sonica” e “Festa Mesta”) e la meno conosciuta  e recente “Stato d’Animo”, tratta da Uno. La scelta di includere all’inizio di una scaletta particolare come questa la ormai immancabile cover della PFM, “Impressioni di Settembre”, risulta poco coerente nei confronti del resto del set, ma tutto sommato la si dimentica presto, complici una potenza e un’impatto sonoro di inattingibile caratterizzazione. Chi li definisce defunti o scaduti avrà dovuto ricredersi, perlomeno sul piano dell’esecuzione dei brani.

La giornata è stata senz’altro storica per la musica di Rovigo e per i rodigini, capaci di risvegliare un sentimento di interessamento comune nei confronti della musica, spinti anche dalla ragione di beneficenza che sottostava al concerto in sé. Affrontare il cemento del parcheggio della fiera fin dal pomeriggio, con il solleone di questo giugno infuocato, non era per tutti.
Quindici euro assolutamente versati con piacere nelle mani di un’associazione che, come ha promesso, traccerà il percorso dei soldi fino alle tasche di chi ne ha bisogno, senza gli sprechi e i latrocini tipicamente italiani che, purtroppo, anche in casi tragici come lo sciame sismico quasi terminato, si riscontrano. Mondo della musica compreso: chiedetelo alla Siae.
Una maratona di musica che si spera apra le porte ad ulteriori eventi in zona e che svegli la coscienza collettiva di una popolazione giovane ma assonnata. Partecipare ai concerti, soprattutto quando sono di questa qualità e con un’anima solidale alle loro spalle, dovrebbe essere, del resto, quasi un dovere. Lo avranno imparato i rodigini?

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Spessi Muri di Plastica
2. Giorno Grigio
3. Profonde Tracce
4. Pioverà
5. In Duello Libero
6. Le Mie Mani

Gli Hacienda se ne vanno e lasciano spazio agli Huno. Il garage rock anni sessanta/settanta di prima fa un balzo in avanti di qualche decennio per assestarsi intorno all’universo litfibiano meno new wave, con tanto di distorsioni più legnose che ricordano sia i Timoria che, un gradino sopra, gli Estra e i Ritmo Tribale. Attualizzando un po’ il discorso possiamo parlare dell’ennesimo revival, degli anni novanta che sono i nuovi ottanta nella classifica dei periodi più imitati, ma il progetto degli Huno più che di copia è di revisione, cercando uno stile personale che riesce addirittura a connettersi con quello dell’esperienza precedente, i già citati Hacienda. Non mancano infatti alcune chitarre a cavallo tra Iggy Pop, Husker Du e Rolling Stones. Migliore del lotto è “Pioverà”, con un’intensità degna del Renga dei migliori tempi e liriche spettacolari. “In Duello Libero” è uno dei brani più spinti, una marcia violenta in sospensione tra i primi Afterhours e i Marlene Kuntz più ruvidi, che mette in mostra la voce intensa, piena ma comunque limpida di un Giacomo Oro in grande spolvero. La title-track sta nel mezzo, tra energia e melodia, a simboleggiare le due anime del disco, pur mantenendo quel nervosismo di base che lo associa di diritto alle band sopracitate.

Niente di nuovo sotto il sole, ma si intravede una decisa volontà di oltrepassare la citazione per andare verso qualcosa di più personale. Un Ep che lascia intendere svolte più che interessanti, mentre alla sua mancanza di originalità fa da contraltare l’immancabile presa che l’alternative rock italiano fa sui fan delle vecchie glorie menzionate nell’articolo: una scena che prospera grazie anche al suo continuo e puntuale ripresentarsi negli annali. Debutto di qualità.

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ETICHETTA: Infecta Suoni&Affini, Venus Dischi, Face Like a Frog Records
GENERE: Indie rock, new wave, alternative rock

TRACKLIST:
1. Helsinki
2. Non Preoccuparti Bambina
3. Vendere i Soldi
4. La Provincia (con Andrea Appino)
5. Dettagli
6. L’Individualismo vi Farà Morire Soli (con Matteo Dainese e Ceskova Midori)
7. Il Figlio Gaio!
8. Padre la Smetta
9. Una Lega di Matti
10. I Pezzi di Merda Non Muoiono Mai
11. Mente Animale

Si potrebbe recensire questo disco citando qualche frase a caso, per comunicare il mood generale. Lo faremo:
E’ lui (il tuo vecchio, ndr) che ti ha detto che tutto sommato è solo una questione di testa. 
Sento di avere qualcosa di rotto in me, mi si son rotte le palle. 
Ed è il più furbo è chi ne sa approfittare e ti consiglia pure di fare uguale.
Tu guardi Helsinki con gli occhi di chi ha gli occhi stanchi di stare qui


L’individualismo-o-o vi farà morire soli
, che è anche il titolo di una delle canzoni più catchy del disco, introduce uno degli argomenti portanti del disco: la stanchezza disillusa di questi giovani ragazzi, i Nu Bohemien, verso l’italiano medio, verso quell’ipocrita egoista che non conosce sentimenti di morale comune, di vero patriottismo equo e altruista, di legalità o perlomeno di coerenza personale. Solidi e chiari i messaggi convogliati, la disgrazia delle nuove generazioni con solo un pezzo di carta igienica come laurea, metafora abusatissima ma in momenti di lucidità come quelli dell’intero spettacolare La Consuetudine del Sentito Dire sempre buona a far capire il pensiero di fondo. Ce n’è per tutti, dal Vaticano ai luoghi comuni di una società sempre più in affanno per il senso di perdita dell’identità nazionale o semplicemente di una società troppo tradizionalista (impeccabile in questo senso la logorrea velatamente politicizzata di “Una Lega di Matti”). La qualità dei testi è mediocre, con espressioni talvolta ridondanti seppur dolcemente macabre, ma l’acerbità è presto ricambiata da un sentimento post-cantautorale tipicamente folk che ricorda molto gli artisti di strada oppure i trovatori, vogliosi di raccontare storie al popolo come veri menestrelli dell’ogni giorno. Una tenuta da buskers, gonfia di chitarre acustiche e ritmi danzerecci, che gli fa certo onore.

Chi se la prende sempre in culo sono gli operai, dicono qui, loro che forse, come tanti giovani italiani, in fabbrica non ci sono andati e non ci andranno mai, ma è facile capire perché questo disco può trovare successo: si infila in una sequenza di dischi socialmente impegnati che dopo aver iniziato a stufare tempo fa sono tornati in voga tra folk rock e cantautorato, dapprima con una nuova linfa, poi con cliché che si sono riverberati fino a qui, fino a questi Nu Bohemién che pur ripetendo gli stessi schemi riescono a rompere la banalità quasi triviale di una scena stagnante. La stessa scena che dopo gli Zen Circus (anch’essi peggiorati ultimamente), il cui Andrea Appino è presente in questo disco alla sei corde, aveva perso la sua carica narrativa di una quotidianità che era stata ormai troppo sviscerata da quell’ironica opacità che li contraddistingueva per permettere nuove imitazioni.
Razionalmente non diremo che è un capolavoro, ma la musica è anche cuore ed energia. Istintivamente è emerso un vero impulso ferino, animale, selvaggio, nell’ascoltare questo disco, quasi un sentimento riottoso di prepotenza ribelle, come a dire “hanno ragione, scendiamo in piazza e spacchiamo la faccia a tutti”. Ma la terribile realtà è che l’errore nostro di italiani sta proprio lì, nel lamentarci sempre, in maniera poco costruttiva, talvolta abbassando troppo i toni fino ai livelli infimi di certa volgare musica di protesta. I Nu Bohemién, fortunatamente, non appartengono a questa categoria, ed è per questo che li apprezziamo.

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ETICHETTA: Dangerbid
GENERE: Alternative rock, shoegaze

TRACKLIST:
1. Skin Graph
2. Make Believe
3.  Bloody Mary (Nerve Endings)
4. Busy Bees
5. Here We Are (Chancer)
6. Mean Spirits
7. Simmer
8. The Pit
9. Dots And Dashes (Enough Already)
10. Gun-Shy Sunshine
11. Out of Breath

La creatura Silversun Pickups è in continua evoluzione. Trasformista e camaleontico, il quartetto losangelino ormai alla ribalta dal duemilasei raggiunge un punto di svolta con un disco (il terzo, più cinque EP di cui un paio di live e uno di remix) che rappresenta il loro asso nella manica. Iniziati ad interessare per derivazioni pressoché noise e grunge, a cavallo tra Sonic Youth e Smashing Pumpkins, sono discesi verso stanze dalle metrature più ampie e scure, intrise di dark wave e costruite su fondamenta anni ottanta. Senza lasciar perdere la vena malinconica che qui emerge in una sorta di dream-pop dalle forti tentazioni shoegaze e da qualche elegante frangia melodica à la Einsturzende Neubaten. Di tutto e di più, ma in una confezione nitidamente forbita, a rappresentare la poliedricità di un fenomeno del marketing sommerso, con una pubblicità fatta sull’equivoco e sul dire tutto e niente.
Neck Of The Woods sguazza nelle tonalità disciolte di undici acquerelli dalle tinte forti, vibrazioni rock più effimere (“Skin Graph”, “Make Believe”), frequentazioni cantautorali dall’aria new wave (“Out of Breath”, “Bloody Mary”) e gli svolazzamenti vocali leggiadri e volatili di “Here We Are (Chancer)”, unico pezzo a ricordare molti dei brani più ghiotti del pre-capolavoro che era Swoon. In “Busy Bees” spuntano anche venature depressive di un Curtis rinato nel duemila, ma sopravvive in tutto il disco (“Dots and Dashes”, “Simmer”, “The Pit”) l’idea di un sound chitarristico molto intenso ma disteso, senza particolari tensioni e nervosismi, lasciando spazio a radi momenti d’impeto studiato e contenuto per lasciarlo esplodere nei momenti più adeguati.

I quattro troveranno certo modo di affermare nuovamente la loro superba capacità di scrivere, di rinnovarsi, di presentarsi affinando sempre più i loro linguaggi già approfonditissimi. E’ un disco, questo, che non tutti potranno digerire al primo colpo ma che si fa senz’altro apprezzare in virtù anche di una connessione logica compatta e omnicomprensibile tra orecchiabilità e ricercatezza, tra genuinità e un songwriting mai contraffatto da esagerazioni fuorvianti. Tutto ciò che serve per essere un bel disco del duemiladodici si trova in questo splendido Neck Of The Woods.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Calamite (Per Pazzi)
2. Le Noie
3. La Linea di B.
4. Sfintere

Quattro pezzi in questo EP dei bresciani, esordio dalla piccola confezione come ormai è cattivo costume di un po’ tutti nel paese del mancato ascolto dei dischi. Si naviga dalle parti di un alternative rock di derivazione grunge, con evidenti legami, affettivi e storici, agli anni novanta. Tra Alice In Chains e Smashing Pumpkins (“Sfintere”), con laconiche boutades hard rock stile The Wildhearts (“Le Noie”, “La Linea di B.”), i Samsara sbandano tra diverse direzioni, in sovrannumero rispetto a quanto si può aspettare da un EP compatto e rappresentativo, non palesando la vera anima della loro musica. Dalla loro una capacità tecnica e una carica degna delle migliori formazioni di Seattle, rara in Italia, e un intrigante quesito sul primo full-length che potrebbe bocciarli ma, stando alla qualità di alcune composizioni (in particolare la opener “Calamite”) anche recuperarli e consacrarli come una band fondamentale. Staremo a vedere.

http://www.samsaraband.it

TOUR ESTIVO:
29.06 – Capannone Rock Festival, Gardone Valtrompia (BS)
30.06 – Summersize Festival, Rezzato (BS)
14.07 – Vinile 45, Brescia

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Dopo Serj Tankian un’altra doppia recensione per i lettori di The Webzine. La recensione numero 1, di Marco Bergami, è tratta da Metallized e gentilmente concessa dall’autore per The Webzine. La seconda è mia e la scrissi nel 2010 per il mio vecchio blog Good Times Bad Times.

ETICHETTA: Domus Vega
GENERE: Alternative prog rock

TRACKLIST:
1. Ondanomala
2. La Prova del Vuoto
3. Nel Mezzo
4. Sfere
5. Sinestesia
6. Dal Rosso Al Blu
7. Opus
8. Magnum Opus
9. Dal Nero Al Bianco

Recensione n° 1 – a cura di Marco Bergami

… guardo intorno fra milioni di variabili
e riconosco la stessa sostanza – ENERGIA
nel propagarsi di onde di scambio
che confondo nel SuonoColore
e in simultanea percezione
comprendo le trasposizioni
nella simbolica universale
l’interagire delle cose
in comuni vibrazioni
sempre più alte
sinestesi in aumento …

Queste alcune delle parole racchiuse nella quinta traccia, Sinestesia; non potevo rubare parole migliori per definire
sinteticamente il vigore e la complessità che lascia filtrare l’ascolto di Nel Mezzo.
Primo full-lenght per i Mano-Vega, band del basso Lazio dotata di elevato talento, capace di fondere la complessità
strutturale del progressive-rock con la massività di una profonda filopoesia concettuale.

Rabbiosi nei confronti di un sistema opprimente, Nel Mezzo contrappone una forte disamina sulla claustrofobicità di una
vetusta dottrina legata ai fondamenti di Materia-Lavoro-Famiglia, lasciando respiro e speranza grazie al profondo ed
intimo idealismo di libertà ed umiltà nell’affrontare la vita.

Un platter dinamico, spesso dissonante, intelligentemente articolato tra vaste e morbide ambientazioni sull’orlo della
psichedelia, eleganti passaggi costruiti grazie all’aiuto di synth, handsonic e programmazioni, squarciando le spirituali
ricostruzioni con irrequiete scodate prog-rock, il tutto legato da un’adeguatissimo canto-parlato.

Un Valerio D’Anna straordinario, ideatore e produttore di se stesso, abile musicista che è riuscito ad azzeccare
perfettamente la formula Mano-Vega proprio grazie al particolare espressività dello strumento voce, utilizzato per
recitare e non per cantare, che orna accuratamente la compessità del sound, evitando intelligentemente una probabile
saturazione di suoni.

Sto ascoltando Nel Mezzo da quasi 2 mesi perchè ho subito intuito il valore aggiunto contenuto al suo interno e non mi
sarei mai permesso di criticare frettolosamente un platter così prezioso.
Lo volevo fare mio, lo volevo assaporare fino alle viscere per capirne la vera essenza, studiarlo cercando di viaggiare
parallelamente agli esecutori, succhiando ogni sfumatura possibile per poter esprimere un giudizio depurato degli
entusiasmi dei primi passaggi.

Dopo decine di ascolti, l’interesse nei confronti di Nel Mezzo non accenna a calare; la vasta articolazione tangente a tanti
mondi trasforma la mia attrazione in puro magnetismo denso di curiosità; un platter privo di noia che mette sullo stesso
piano d’importanza tutte le tracce presenti, in quanto in ognuna di esse non emerge una struttura portante che porta ad
una precisa identificazione della traccia, ma tutto sembra mutare e cambiare ascolto dopo ascolto.
I Mano-Vega non sono un concertato di novità, il prog-rock veleggia su di noi da più di 30 anni ma il combo Frusinate vi
farà provare una piacevolissima sensazione di freschezza, troverete ossigeno per i vostri polmoni e se fossi un potente
discografico non esiterei un secondo nell’investire tutto quello in mio possesso per sostenere una band di questo calibro.

Che termine usare per definirli utlizzando una sola parola? … geniali.
Recensione n° 2 – a cura di Emanuele Brizzante 

I Mano-Vega sono l’ennesimo capitolo della storia progressive italiana. Siamo arrivati nel 2010 e questa scena non smette di proliferare, anche se, ovviamente, le particolarità e le caratteristiche originali continuano a diminuire, scusatemi il gioco di parole, progressivamente. Piano però, qui non si parla di prog storico influenzato dai magnifici seventies del nostro paese, ma di un prodotto che guarda con occhio piuttosto malizioso agli USA e al prog metal più moderno ed elettronico. In questo genere, tanto di cappello a chi riesce a non essere pallosamente ridondante, ma quando si parla di questo, nel duemiladieci vengono per forza in mente i DreamTheater, band che, è risaputo, sta veramente scoppiando nella continua ricerca di ghirlande e ghirlandine per abbellire un pacchetto ormai squarciato dagli anni. I Mano-Vega, per fortuna, non sono tra quelle band e producono un disco simpatico, nel senso che i fan del prog (più metal che rock, ma anche rock) potranno ascoltarlo e gradirlo senza troppi problemi, soprattutto se non hanno pretese.
Funzionano gli arrangiamenti, i modi in cui si dimostra con palese indifferenza un’abilità tecnica ottima in tutti gli strumenti, le scelte nei suoni (quasi tutte) e nei titoli, talvolta criptici, altre volte abbastanza terra terra da allontanare ogni simbolo retorico (invece chiaramente richiamato in “Sinestesia”) che nella loro musica (e siamo alla lista delle cose che Non Funzionano) abbondano, vuoi perchè quando il prog lo vuoi fare ma ascolti troppo le band più moderne ti perdi, vuoi perchè non è cosa da tutti. Sia chiaro, questo disco non è scadente, né banale, anzi contiene degli sprazzi d’ingegno notevoli ed evidenzia un songwriting mai acerbo che questi ragazzi, così talentuosi, sono riusciti a convogliare in nove bellissime tracce. L’attenzione critica è da porre più che altro nella direzione di un’imitazione che qualche volta sconfina nel tributo, vedasi i riferimenti a band come Tool e Porcupine Tree (e perfino la copertina ce li ricorda), abbassando di poco il livello medio di tutto il lavoro. La forte presenza di elettronica richiama alla nostra mente anche alcune sferzate di Trent Reznor, non solo quello dei Nine Inch Nails più celebri ma anche quello del periodo pro-internet che l’ha visto pubblicare la quadrupla release Ghosts, acclamata solo da chi ne capiva davvero qualcosa di quello che lui aveva intenzione di fare. Non diteci che ai Mano-Vega Reznor non piace. Ottimo, in ogni punto, il dosaggio delle componenti elettriche e quelle, invece, elettroniche, con effetti e sintetizzatori, coadiuvati anche da programmazioni, che spuntano improvvisamente senza mai esagerare. Grande presenza anche del theremin, uno strumento difficile da usare ma che viene inserito qui e là tentando di non cadere nel burrone della sovrabbondanza, dal quale ci si salva per poco.

La band compone, in sintesi, un disco fragile ma ricco di spunti, citazioni, riflessioni e segni di un’intelligenza e una maturità artistica che si possono soltanto definire notevoli. Essere già una band “svezzata” al proprio debutto non è cosa da tutti, ma, come dichiarano all’interno del packaging di Nel Mezzo, questo lavoro è stato composto in sei anni. Se è vero, sono troppi. Se non è vero, spiegateci perchè.
Fatto sta che a noi è piaciuto abbastanza. 

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Santeria
GENERE: Alternative, rock, post-rock

TRACKLIST:
1. Memories
2. Spurious Love
3. Ride
4. There Is a Place
5. Good Luck
6. Rome
7. Time on Time
8. Flat Heart Society

Voto 2/5

Non fatevi ingannare dai generi scritti un pò più in su che tentano di descrivere il quinto lavoro dei Giardini di Mirò, soprattutto per quel che concerne la parola post-rock, perchè del post rock classico questʼ album ha davvero poco.
Eʼ solo che come fai a far capire che certi brani, seppur con una marcata direzione pop, ricordano comunque quel tipo di sonorità soprattutto nel suono delle chitarre?
Preparatevi a salutare i Giardini di Mirò dei precedenti dischi, eccezion fatta per Dividing  Opinions che già aveva fatto intendere che strada avrebbero percorso in futuro i sei di Cavriago. Addio alle code, alle dilatazioni, solo in Rome e in Flat Heart Society ci sono degli
accenni; addio allo strumentale, perchè sette brani su otto sono cantati da un Corrado Nuccini che in varie occasioni sperimenta la strada del cantautore elegante e decadente, come ad esempio in Rome e nella lacerante There Is a Place dove spicca il duetto con
Sara Lov (Devics).
Come già detto, in Good Luck prende ancora più forma quello che si sentiva in Dividing Opinions, peccato però che si sia persa per strada la componente “irrazionale”, per lasciar spazio ad un eccessivo cinismo rappresentabile nelle vesti di un salone arredato in puro stile minimalista, freddo e rassegnato.
Il disco comunque cʼè, gli episodi di alto livello anche, come ad esempio in Ride, la strumentale Good Luck e lʼ indie pop di Time on Time.
Non bastano però questi a ripagar lʼ attesa di cinque anni dove ci si aspettava qualcosa di più da una band che aveva segnato sempre progressi ad ogni ritorno.
Molti comunque potrebbero recepirlo come il disco della maturità, per me invece è un disco che segna un mezzo passo indietro, che lascia lʼamaro in bocca e suscita inoltre qualche sbadiglio.

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Recensione a cura di EMANUELE BRIZZANTE
ETICHETTA: Germi
GENERE: Rock italiano

TRACKLIST:
1. Metamorfosi
2. Terra di Nessuno
3. La Tempesta E’ In Arrivo
4. Costruire per Distruggere
5. Fosforo e Blu
6. Padania
7. Ci Sarà Una Bella Luce
8. Messaggio Promozionale N° 1
9. Spreca Una Vita
10. Nostro Anche Se Ci Fa Male
11. Giù Nei Tuoi Occhi
12. Messaggio Promozionale N° 2
13. Io So Chi Sono
14. Iceberg
15. La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo

La verità è che tra l’amore sconsiderato dei fan dell’ultima ora, quello sconsolato di quelli della prima, e quello di coloro che proprio gli Afterhours li detestano senza neppure ascoltare quello che producono da dieci anni a questa parte, questo disco sta nel mezzo. Dà buone ragioni a tutti quanti per essere contenti delle loro posizioni, ma si pavoneggia di una ritrovata qualità nel songwriting che attesta una maturità raggiunta con Ballate per Piccole Iene e poi lasciata decantare troppo a lungo negli ultimi sette lunghi anni di presenza un pochino forzata nella scena nazionale. Il ritorno di Xabier è il modo che Agnelli ha scelto per giocare sporco, per tornare giovane, per distorcere anche le altre chitarre, che altrimenti si sarebbero sentite vecchie e stanche come nell’apprezzabile singolo sanremese di qualche tempo fa. D’Erasmo è finalmente sé stesso, e si abbandona a dissonanze, esperimenti inaspettati di atonalità e linee melodiche di un certo vigore. Un pochino sotto la media la batteria di un Prette caricato a molla, ma che picchia come da tempo non faceva più. Discorso a parte per Manuel Agnelli, in versione edulcorata, come siamo abituati già da Quello Che Non C’è, che tenta di rifarsi a uno dei suoi numi tutelari (Stratos) per poi unire il tutto con Kurt Cobain e Lou Reed. Il risultato, detta così, non sembra neppure troppo strano. Occorre specificare che invece questo disco è fin troppo strano, fuori dal comune, inatteso. Nel suo periodo storico ha un valore testuale che va oltre i sensazionalismi che accompagnano ogni uscita discografica della formazione nelle sue innumerevoli incarnazioni, e il criticatissimo titolo dopo aver spiazzato un po’ chiunque rende giustizia a delle liriche molto più aggressive e politiche che negli ultimi tempi, se vogliamo anche meno ostiche e criptiche da comprendere, e assocerà per sempre questo album non solo all’anno di uscita ma all’era della caduta del berlusconismo dove anche l’identità culturale del cosiddetto popolo padano ha trovato prosperità e poi tragica fine. Nell’album abbiamo tutto, i chitarroni pesanti vecchio stile di “La Tempesta E’ In Arrivo” e “Metamorfosi” come le ballad orecchiabili ma un po’ particolari come la title-track e “Terra di Nessuno”. Verso la conclusione l’album perde di lucidità, ma termina con un brano assolutamente imprescindibile, che con il senno di poi potrebbe diventare un classico della band, ovvero “La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo”. “Fosforo e Blu” è di un’atroce cattiveria, ed è facile perdere la bussola nei continui e troppo repentini cambi di registro che sinceramente si potevano appiattire leggermente per rendere il disco meno barocco. Guardando però l’altra faccia della medaglia, è lodevole l’ammirevole tentativo di non risultare autoreferenziali, di non sfondare una porta aperta con la ripetizione, di usare linguaggi che è impossibile associare a qualche altro episodio degli Afterhours.
Padania è diverso, non poteva essere altrimenti, per una band che ha sempre spiazzato, nel bene o nel male, e che ha assunto nell’immaginario collettivo della scena alternativa italiana un’iconografia che comprende sia la loro genialità che la loro tetra discesa verso il basso. Questo lavoro è la parte matura e invecchiata di una band mai nostalgica, che non ripudia né ricorda troppo volentieri il suo passato, e che guarda ancora ad un futuro roseo e prospero, nonostante le battute di una rete sempre più incapace di ascoltare un album nella sua interezza. Troverà un posto nella lista degli album preferiti di poche persone, ed è questo il suo principale merito.

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Alternative rock, grunge

TRACKLIST:
1. Lenta Conquista
2. Melly
3. Sitar
4. Scisma
5. Prima o Poi
6. La Fine del Giorno
7. Calla
8. Per Un Amico
9. Andreini
10. Colonne d’Errore
11. Lo Spavento

Fin dall’inizio quello che propongono i Cosmetic è stato un miscuglio caotico ma ben congeniato di alternative rock all’italiana (Il Teatro degli Orrori, Afterhours, CSI, Verdena), shoegaze (My Bloody Valentine, Sonic Youth, le contaminazioni noise dei primi Marlene) e indie dal sapore post-punk (in Italia ricordano per certi versi i Love in Elevator, o recenti uscite come Gli Ebrei). Questo, e nient’altro, continua ad essere, e la formula ormai ben rodata gli permette, rinsaldato il rapporto con La Tempesta Dischi, di ripetersi senza ristagnare, seguendo un percorso ampiamente battuto anche da altri creando uno stuolo di fans fedeli che anche i Cosmetic stessi possono sfruttare. Il piglio è leggermente più melodico ed è verosimile interpretare questa scelta come una svolta verso l’orecchiabilità più radiofonica di certe alt-rock band italiane stile Ministri, pur mantenendo un carattere personale nella scelta dei titoli e dei testi. La pacca sonora è notevole, il disco è pieno di “rumore” ordinato in piacevoli intrecci punk, dove la semplicità di alcuni impianti ritmici più martellanti si fonde con scorribande psichedeliche dal sapore molto seventies. Curiosa in questo senso è l’alternanza dei diversi linguaggi all’interno di singoli brani, dalla durata molto contenuta e che sicuramente si potranno apprezzare maggiormente nella dimensione dal vivo (vedasi “Per Un Amico”, “Colonne d’Errore”, “Sitar”, “Scisma”).

Lontano dal costituire una succulenta novità nel panorama italiano, questo nuovo sforzo dei Cosmetic è comunque una “conquista”, come recita il titolo al plurale. Conquista un posto fisso al sole, creando e consolidando una nicchia personale nel vasto oceano dell’alternative italico, che non aveva bisogno di ulteriori band ma lascia sempre spazio a formazioni interessanti e dal forte spirito live, come loro. In questo senso, un gran lavoro.

COSMETIC LIVE 2012
14.04 SIDRO CLUB, Savignano sul Rubicone (FC)
18.04 DALLA CIRA, Pesaro
24.04 ROCKET, Milano
27.04 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
28.04 STUDIO 2, Vigonovo (VE)
08.05 GLUE, Firenze
09.05 DIROCKATO, Monopoli (BA)
10.05 CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
11.05 YOUTHLESS, Rieti
12.05 CELLAR THEORY, Napoli

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ETICHETTA: RareNoise
GENERE: Alternative rock, dream-pop

TRACKLIST:
1. Atsmm
2. Heads or Tails
3. Death Baby Chicco
4. The Wolf
5. Trieste
6. Blue Army
7. Harlequin
8. Constellations
9. Slow Motion
10. Fast Forward
11. Manao Tupapau

La formazione dei partenopei è senz’altro notevole: contratto con Arghh! Records, split con i God Is An Astronaut, un acclamatissimo EP (Rooms); oggi arriva un nuovo (il secondo) sensazionale full-length, ed è Ghost Dance, uscito per l’ottima etichetta inglese RareNoise. Neanche a farlo apposta, è una vera e propria sorpresa. A partire dalla voce sottile ma profonda di Adriana Salomone, passando necessariamente per l’ottima preparazione strumentale di ogni altro componente di questa formazione dall’interessantissimo nome, le dodici tracce che compongono questo debutto sono un breve ma coraggioso viaggio sospeso tra dream-pop, synth-pop e il trip-hop, con qualche venatura garage (la prima parte di “Trieste”) che, confondendosi con le caratteristiche più basilari dei generi appena citati, diventa uno spettacolare diversivo per un disco variegato, complesso e sicuramente lontano dal risultare freddo e sterile. Un sound che ricorda vagamente Pj Harvey e Bjork, non solo per la voce della frontwoman, esplode lento ma inesorabile in “The Wolf” e “Death Baby Chicco”. Mentre alcuni caratteristici interludi separano i brani causando lievi cali d’attenzione, il lavoro rimane compatto e non fa stancare, aumentando la percezione di un blocco unico di tracce dove non mancano anche echi post-rock (gli arpeggi di “Blue Army”) e la sognante, ipermalinconica e tranquilla ballad “Harlequin”. Inconfondibili anche gli inserimenti di elettronica che derivano da una discretamente udibile devozione a band come Air (anche del progetto solista di Jean-Benoit Dunckel, uno dei due Air) e Massive Attack. Nonostante ogni singolo strumentista trovi modo di apportare il suo personale contributo al disco, rispetto al passato della band troviamo qui un utilizzo più diffuso della voce, che con melodie molto orecchiabili instaura un rapporto diretto con l’ascoltatore, diventando protagonista soprattutto dei brani più dolci (caratteristica che ben si unisce con il timbro vocale di Adriana).

Il disco non è senz’altro da annoverare tra le uscite sensazionali del periodo, anche a causa di un tipo di promozione più underground che li ha mantenuti parte di un universo che corre lateralmente a quello più patinato dell’alternative italiano. Per loro, questo, è senz’altro una fortuna, potendo così coltivare un sound maturo e particolare, che in Italia pochi fanno, e attirare attenzione dai critici più settoriali. Una band che senz’altro farà strada, se gliene saranno date le possibilità. Ghost Dance è un ottimo disco, non c’è dubbio.

PROSSIMI CONCERTI:
* tutte le date sono in apertura del nuovo tour del TEATRO DEGLI ORRORI tranne quella a Messina
http://www.virusconcerti.it

02 marzo – DEPOSITO GIORDANI, Pordenone
03 marzo – LATTE +, Brescia
17 marzo – ORION CLUB, Ciampino (RM)
23 marzo – ESTRAGON, Bologna
29 marzo – ALCATRAZ, Milano
12 maggio – RETRONOUVEAU, Messina

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ETICHETTA: Tomobiki
GENERE: Rock

TRACKLIST:
1. O, My Mind
2. Ink-Loaded Love
3. Collapse of Art
4. Never Defined
5. Still Hiding, Still Trying

I Dust sono sei giovanissimi ragazzi milanesi che da qualche tempo hanno lasciato la scena sommersa dell’underground emergente per passare a quello più movimentato dei grossi nomi. Lontani, ovviamente, dal mondo del mainstream, propongono un disco di ottimo livello, prodotto da Matteo Cantaluppi, già al lavoro con Canadians, Bugo e molti altri; non è solo questo a testimoniare il balzo in avanti, ma anche una scelta di sound più levigata, che sicuramente sposa perfettamente le atmosfere più blues di certe contestualizzazioni Wilco, o addirittura Grizzly Bear. Una maturità artistica raggiunta così presto è evidente in “Collapse of Art”, ma anche in “Still Hiding, Still Trying”, con una certa orecchiabilità che la attesta senz’altro come una ballad di grande respiro internazionale: ci si sente Paul Weller, come i The Charlatans e forse qualche accento più vicino al rock post-beatlesiano dei primi Oasis. La creatività della band non si spinge oltre alcune strizzatine d’occhio alle band citate (e a Nick Cave), con una rielaborazione personale che invece riesce a tirare fuori dal rischio banalità tutti e cinque i brani. In questo modo troviamo una band molto caratterizzata sul piano della composizione, che evidenzia anche abilità strumentali sicuramente superiori a quelle che si possono prevedere per una formazione di quest’età.
Le cinque tracce sono, con molta probabilità, da apprezzare live, con quella visceralità più rock che si sente comunque anche dietro la produzione alliscita a dovere (una band come i The R’s, anche loro prodotti da Cantaluppi, ha senz’altro un sound molto simile). L’impatto notevole che un disco semplice ma completo come Kind ha anche sull’ascoltatore meno attento è senz’altro sintomatico di una capacità pop che si nasconde dietro la ruvidità di certe scelte sonore. Una lieve crescita ulteriore ed avremo sei nuovi protagonisti della scena musicale italiana: i Dust.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock

TRACKLIST:
1. The End
2. Radioactive
3. Pyro
4. Mary
5. The Face
6. The Immortals
7. Back Down South
8. Beach Side
9. No Money
10.Pony Up
11.Birthday
12.Mi Amigo
13.Pickup Truck

Voto 3.5/5

Eʼ necessario precisare che a me dei Kings of Leon faceva impressione il suono della chitarra del leader Caleb Followill, ma impressione nel senso di ribrezzo, allora non li ho mai presi in considerazione. Per informazione è una 325, non dico la marca perchè forse sarebbe pubblicità occulta. Ma che cazzo di chitarra è?! Il mondo usa la 335, lui no.
Allora voi vi starete chiedendo il motivo per il quale recensisco un album dei Kings of Leon.
Eʼ presto detto: successe un fatto nel 2008, il fatto si identifica con lʼ uscita di “Use Somebody”, singolone rock da stadio pieno, ma nulla da fare, me ne sono innamorato.
Per restare comunque fedele alla mia idea di partenza, con estremo fare da ignorante, continuai a rifiutarmi di ascoltarli.
Venne però il giorno che mi ritrovai tra le mani “Come Around Sundown”. Dopo lʼ istinto di liberarmene imprecando, ci riflettei, lo guardai, e la copertina mi convinse. Partendo sempre dal presupposto che lʼ onda di dover riempire gli stadi col rock aleggia qua e là, e non in quanto a somiglianza dei brani con altre band da stadio pieno (esempio U2), ma come idea che trasuda dalla tracklist, ben pensata e programmata per fare lʼocchiolino alle vendite, cʼè qualcosa di più.
Appreso che la gran voce di Followill ce lʼhanno in pochi, i pezzi sono vari tra loro, non stancano e..sono belli. Belli nel senso che hanno la capacità di essere amati dal grande pubblico e allo stesso tempo vengono caratterizzati da un sound generale che non risulta mai banale, quindi vanno a smuovere lʼ orecchio dellʼ ascoltatore più esigente. I brani sono quindi convincenti, la produzione non è così scontata come può sembrare ma va alla ricerca dellʼ essenziale, che non è lo scarno ma è quel livello dove non si sente il bisogno ne di aggiungere ne di togliere nulla. “Back Down South”, “Pony Up” e “Mi Amigo” sono un viaggio nella polvere texana, “Mary” io la
percepisco come una dedica ricca di compassione a una ragazza triste che batte in un saloon, “The End”, “Radioactive”, “The Immortals”, “The Face”, sono tutti potenziali singoli, diversi tra loro.
“Pyro” a mio avviso è il brano migliore, ripaga lʼ attesa di una risposta a “Use Somebody”. Interessante è inoltre il modo di comporre che i tre fratelloni con cugino a volte adottano, estremamente basilare: tre accordi che si ripetono e manco te ne accorgi, portando a risultato compiuto brani che ti si attaccano in testa e non se ne vanno più.
Se volevate una conferma sul proverbio “chi disprezza compra”, io ve lo confermo ed ho comprato.

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Ritorna IN BREVE, rubrica assente da tempo, per parlare di tre uscite da noi ritenute molto interessanti, a cavallo tra duemilaundici e duemiladodici. Il primo, anno dell’aria fritta e di qualche piacevole novità, il secondo già partito bene ma che come il 2011 finirà per il deludere.
Ma tenteremo di non sconvolgere la vostra mente aperta oltre.

MARCO SPIEZIA – SMILE 🙂
folk/cantautorato – 2011 – etichetta: Accorgitene TM/Screenplay
Missione: saltare. New wave, indie, alt-rock, tutti i generi più in voga degli ultimi anni rimangono fuori da questa piccola perla di rumore acustico folk-swing di ottima fattura. Da maneggiare con cura, perché è un fragile e intenso lavoro di chitarra acustica e sfiatacchiamenti ska che non deludono mai; niente riff orientaleggianti di natura pacchiana, niente fisarmoniche a gogò, ma tanta voglia di fare tanto con poco, usando solo i classici strumenti della “band”. Piccola gemma di letteratura suburbana e musica ballabile senza le pretese di essere vintage. E ora: scatenarsi sotto il palco.

L’AMO – DI PRIMAVERA IN PRIMAVERA (ascolta qui)
indie pop – 2011 – etichetta: Fallo dischi
Un bel disco. Ci si sentirebbe in colpa a concludere qui, tante sono le cose da discutere. Di Primavera in Primavera è un album bollente, un forte calderone rock dalle distorsioni calde, che fondono alt-rock punkeggiante italico à-la-TARM, con i vizi new wave del primo periodo di militanza di Davide Toffolo nei Futuritmi. Come dei Joy Division in panico e con il triplo della voglia di spaccare, la vena è ballerina, potente, incalzante e sbrodolata con una produzione mediocre ma che dà la giusta dimensione del rock fatto con le palle. Sentire “Sulla Svirilizzazione di Quagliarella”, in conclusione, per credere, sviscerando anche tutta l’ironia di liriche veramente fuori dal comune. Per un’etichetta come Fallo Dischi, un’altra uscita veramente spettacolare.

JET SET ROGER – LA COMPAGNIA DEGLI UMANI
pop rock – 2011 – etichetta: Kandinski Records
Questa è musica d’autore, pop rock italiano che con il cantautorato ci va a nozze, ma che non smette di contaminarsi di nuove bellezze d’oltreoceano. Come un indie pop sfrontato e semplificato, freddo, che penetra in alcuni di questi italianissimi brani (“Guarda Fuori”, “Ti Avvelenerò”), mentre invece il suo cuore è britannico, spostando il raggio d’azione verso un brit-pop più pazzerello e bohemien, alto di spalle, dalle forti venature liriche. Cinismo e metafisica trascendentale per dei testi misantropi e di grande pregio, mentre l’inquietudine del pop nero di La Compagnia degli Umani vi permeerà della sua malizia profondamente idealista, romantica. Un Wilde in musica negli anni della musica fallita. Da non perdere.

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Recensione a cura di FRANCESCO DEL RE
ETICHETTA: Epic Records
GENERE: Grunge, alternative rock

TRACKLIST:
1. Brain of J
2. Faithfull
3. No Way
4. Given To Fly
5. Wishlist
6. Pilate
7. Do The Evolution
8. Untitled (The Color Red)
9. MFC
10. Low Light
11. In Hiding
12. Push Me, Pull Me
13. All Those Yesterdays

Sono passati svariati anni dalla prima volta che presi questo album tra le mani.
Allora ero poco più che un adolescente, uno che i Pearl Jam li aveva sentiti nominare solo quando gli amici, teenagers brufolosi, coi capelli lunghi ed unticci, si facevano grossi rivelando alle masse che, sorpresa delle sorprese, a Seattle negli anni ’90 non ci suonavano solo i Nirvana.
Con gli echi delle voci di quei ragazzini in testa e con il portafogli stranamente pieno (una quindicina di euro, una enormità), un giorno mi ritrovai ad aver comprato Yield, così, senza neanche avere una vaga idea di cosa potesse contenere.
Lo ascoltai qualche volta, ma mi stufò in fretta. Era roba forte, ma non mi trasportava. A sedici anni hai bisogno che la gente ti parli chiaramente, senza che tu ti ci debba concentrare troppo.
L’innamoramento vero e proprio arrivò qualche anno più tardi, ormai verso la fine del liceo, e fu una vera e propria folgorazione.

Il disco inizia forte, “Brain of J.”, “Faithfull” e “No Way” sono una partenza con sgommata, roba il cui ascolto andrebbe reso illegale in auto, perché stare nei limiti stradali con questa musica nelle orecchie diventa improbabile, parlo per esperienza.
Ma il vero sapore dei Pearl Jam sta proprio nel fatto che simili pezzi non si posso semplicemente bollare come “forti”. Per quanto trascinante, la loro musica è sempre lucidamente pensante, una profondità pienamente espressa dal caldissimo timbro della voce di Eddie Vedder.
Circondato da angeli e divinità puoi passare alla traccia quattro, e qui, se sei davvero disposto ad ascoltare, è possibile che ti venga da piangere. “Given To Fly” è un pezzo meraviglioso, che trasuda passione e desiderio, vero ed onesto, di vivere. Il testo è di una semplicità sconcertante, un ragazzo da un momento all’altro prende e si alza aria, sospinto dal vento, senza sapere se stia volando sopra il mare o se stia rovinosamente precipitando, in fondo non è neanche importante, l’unica cosa degna di nota è la sensazione dell’aria sulla pelle, l’essere tremendamente in alto, tanto da farti urlare a pieni polmoni, a te stesso, agli amici, ai nemici, a tutti, “hei, guardatemi adesso!”. Le due tracce successive sembrano fatte apposta per essere sottovalutate, giusto perché più avanti ci si possa mangiare le mani pensando a quanto si è stati stupidi a voler a tutti i costi correre verso la traccia sette. “Wishlist”, vale a dire “lista di desideri”, quasi una lista della spesa, esprime con grazia leggera ed eterea i “sogni nel cassetto” di Vedder. Ma la canzone non ti permette di andartene, non si può semplicemente vagheggiare il proprio futuro con un sorriso trasognante, bisogna restare ancorati al proprio mondo e prendere quello che c’è di buono, renderlo prezioso esattamente come fosse uno dei nostri sogni.
“Pilate” è invece un pezzo molto più acido, che mantiene però sempre quella corposità che tutto l’album sembra avere, come se il disco in sé fosse fatto di una densa materia nera, inquietante, appiccicosa, ma allo stesso tempo leggera e sostanziosa.
Ecco, ci siamo abbuffati, abbiamo la pancia piena e stiamo digerendo. Quale momento migliore per sferrare un deciso pugno nelle budella?
“Do The Evolution” è una canzone che getta ombre e dubbi su tutta questa millenaria macchina della società, legittimata dal posto di rilievo che l’evoluzione ha serbato per la specie umana a rivoltarsi contro la propria stessa natura.
L’argomento è di quelli già sentiti, in questo caso è l’espressione che fa la differenza. Le chitarre non sono semplicemente distorte, la voce non è semplicemente graffiante. All’interno di questa nuvola di rumore che il brano costantemente emette risiede un cuore di disperazione, di partecipazione al dramma che si compie. La società non è solo un mostro nemico ed avverso, ma qualcosa di intimamente interiore, che risiede nella sostanza di tutti noi, uomini, prodotti della stessa evoluzione, processo intriso di sangue per sua stessa natura.
Ultimo sussulto di questa incredibile scarica è “Red Dot”, brevissimo pezzo che afferma, come in una divertente filastrocca, quanto gli uomini siano folli ad andare in guerra, regalando qualche sorrisetto per i suoi costanti cambi di velocità e la quasi comica voce in falsetto di Jack Irons, ma risultando allo stesso tempo vagamente inquietante.
Da qui alla fine in disco si acquieta, si fa più corposo e caldo, tornando immerso in quella materia nera di cui si parlava prima. “MFC”, “Low Light” ed “In Hiding” sono tre pezzi in climax, una salita in cui le riflessioni dell’ascoltatore, finalmente libere di essere vomitate al di fuori , mano a mano si sostituiscono al crescere dei pezzi, fino ad arrivare al ritornello di In Hiding, momento in cui, con un acuto che tutte le cover band dei Pearl Jam, prima o poi, nella loro carriera, avranno definito quantomeno “scomodo”, Vedder comunica il suo senso di libertà nel nascondersi, non visto dal mondo.
Come un punto esclamativo alla fine della frase, “Push Me, Pull Me” stronca questa armoniosa salita con delle sonorità fuori dal normale, come se fossero mosse da pistoni ed ingranaggi. Si ricomincia a parlare di genesi, di dei, di angeli, è quasi una summa di tutto quello che c’è stato in precedenza, trovando posto anche per l’oceano e le onde, da sempre grandi protagonisti delle liriche della band.
Infine la calma.
“All Those Yesterdays” affronta un’altra delle tematiche molto vicine alla sensibilità di Eddie Vedder, vale a dire il rapporto col passato. La canzone si rivolge ad un ipotetico interlocutore, un uomo in fuga.
Dove corri? Non vorresti fermarti? In fondo il passato, per quanto possa essere stato doloroso, farà sempre parte di te, allontanarlo non fa altro che privarti di una grande ricchezza. D’altronde il tempo per scappare ce l’hai, ma ora sei stanco, riposati.
Quando vorrai, potrai scappare di nuovo.
Scappare non è un crimine.

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Live report a cura di Alessia Radovic


I Lombroso sono uno di quei gruppi che oltre ad essere musicisti sono anche intrattenitori. Oltre a suonare e cantare, fanno battute, scherzano e cosa più importante riescono a coinvolgere il pubblico, anche il purtroppo freddino pubblico di Trieste che stenta pure a battere le mani incoraggiato dallo stesso artista.

Il concerto dura un’oretta, minuto più minuto meno; non si può chiedere di più ad un gruppo che ha solo due dischi all’attivo. In ogni caso in questi 60 minuti ci si diverte, anche se entrando nel locale s’ignora chi siano i Lombroso.
Personalmente li avevo già visti anni fa a Bergamo, Milano e al Miela, sempre in territorio triestino e tutte le volte mi hanno fatto divertire.
Si rimane affascinati dall’eccentrico Ago e da Dario, già violinista degli Afterhours, che in questo caso diventa leader e canta e suona egregiamente.
I testi quelli si, sono un po’ banalotti ma allo stesso tempo simpatici e sono parte integrante di brani decisamente orecchiabili, sopratutto quelli veloci e per così dire allegri.
Tra le canzoni eseguite tutte le più famose, da “Credi di Conoscermi” a “Insieme a Te Sto Bene” passando per “Sei Qui”.

Onestamente non trovo molto altro da dire se non suggerire di andare ad un loro dei loro concerti anche se non li conoscete perché non vi deluderanno.

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ETICHETTA: Psicolabel
GENERE: Alternative rock, rock cantautorale

TRACKLIST:
1. E.C.G.
2. L’Ordine Naturale delle Cose
3. La Routine dei Guanti
4. Grave
5. Torino
6. Fine Marzo
7. Tremore #3
8. Milano
9. Tremore #2
10. La Mia Città E’ Morta

Operaja Criminale, dal nome, sembra una di quelle band iperpoliticizzate che imperversano nel circuito underground ancora piuttosto vivace dei centri sociali, talvolta ottime, altre, purtroppo, gonfie di clichè vergognosi e fuori tempo massimo. Nel loro caso, nonostante la presenza di Giorgio Canali che per i suoi trascorsi ferrettiani è spesso accomunato a visioni politiche estremistiche (e soprattutto per le liriche della sua produzione solista), società e politica sono assolutamente presenti, filtrate da uno sguardo viziato da quella voglia di raccontare in termini semplici ma efficaci tipica del cantautorato, della musica di protesta dell’epoca beat o dal folk polemico e impegnato da essa scaturito. L’impronta generazionale si sente però più che altro negli affondi continui alle città (Roma, Torino e Milano) nominate nei testi, che sono dipinte come dei mondi informi ma contemporaneamente ben delineati, in grado di essere musicati con distratte pennellate di veemenza rock tipicamente italiana. Luoghi/non-luoghi che ci contengono e circondano, ma che morirebbero senza l’uomo. Pur se i toni volgono verso una certa dolcezza, senza mai scadere nel mellifluo, la più energica dal punto di vista espressivo è “Torino”, mentre “La Mia Città E’ Morta”, come il tratto definitivo di un lungo e difficile disegno, o il passo finale di una camminata lungo un sentiero impervio e faticoso, conclude degnamente un viaggio che si può comprendere solo se esaminato come un’unica opera, una sorta di componimento epico che unisce morale didascalica e l’urgenza di dire la propria riguardo alcuni argomenti, come il lavoro, i rapporti umani e il tempo che passa inesorabile. “E.C.G.” apre Roma, Guanti e Argento con la delicatezza decadente di un Canali che manifesta la sua presenza più che altro grazie a quel sentimento di avversità politica che lo accompagna un po’ dovunque, comunicando anche il peso della sua ingombrante figura di importante personaggio musicale, che dona lustro ad un progetto come questo che però, bisogna dirlo, non dev’essere considerato solo in virtù della sua partecipazione ma vive di luce propria. Sentire la ballata coscienziosa e malata, al contempo dorata e sbiadita, dedicata a “Milano” ricrea sicuramente un’atmosfera di affetto, quasi un flebile tremito di coinvolgimento emotivo che chiunque ha visto almeno una volta il capoluogo lombardo riuscirà a sentire proprio. Una riedizione stanca, ineffabilmente caotica ma romantica della Buenos Aires “che non dorme mai”.

La forza di un disco carico, maturo e completo risiede proprio nelle parole, mentre le musiche, altalenanti tra l’accompagnamento cantautorale e l’alternative nostrana, confezionano a dovere un prodotto dove collera e lieve poesia convivono senza stridere. Ed è questo a renderlo (quasi) perfetto.

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ETICHETTA: New Model Label
GENERE: Alternative rock strumentale, sperimentale

TRACKLIST:
1. Crystal Water
2. Red Wine & White Beer
3. Butterfly Hill
4. L’Ombra di Anele
5. Mangiatori di Peccati
6. Preludio 9
7. Sandflower
8. Sei Minuti all’Alba

Misteriosa questa formazione, enigmatico questo disco. E’ complicato maneggiare con sicurezza e consapevolezza le più diverse forme sperimentale di rock che ogni tanto qualche musicista più eclettico tenta di esplorare, e così questo Km 0, primo lavoro del Codice Blu. Spesso è il post-rock il linguaggio più battuto, ma in questo caso solo i generi che in maniera tentacolare sono stati da esso raggiunti dopo averlo prima formato (shoegaze, krautrock, noise rock, prog) sono davvero udibili e distinguibili tra le influenze. L’album è molto bello, nonostante una lunghezza in certi momenti avvertibile come eccessiva; il progredire di alcuni brani è a volte inceppato da alcuni cambi un po’ forzati o semplicemente pesantemente prevedibili, per gli esperti del genere (“L’Ombra di Anele”, “Sandflower”), ma tutto sommato la banalità non è una caratteristica che si può affibbiare a questo lavoro. Difatti è improbabile che questi ragazzi assomiglino davvero a qualche altra formazione analoga, se ne esistono, e il loro diverso e ambizioso modo di comporre gli regala una caratterizzazione multiforme e variopinta, sicuramente capace di rappresentarli come personaggi a sè stante nel nebuloso universo degli sperimentatori d’Italia. “Crystal Water” e “Butterfly Hill” nascondono qualche appiglio lontano ai primi Sonic Youth, mentre è un alternative più sottomesso e semplificato che sottende a “Mangiatori di Peccati”. Il perno centrale è sempre il tentativo di muovere l’animo con un certo minimalismo, evitando il gonfiore barocco di certi orpelli di troppo che spesso scolorano opere post-rock o post-metal, trafficando con gli strumenti in maniera da individuare il sound giusto canzone per canzone, ricercando l’equilibrio adeguato a comunicare questo o quel sentimento.

In sintesi, un viaggio tra distese di luci, suoni ed emozioni, quasi lisergico, ma rilassato al punto giusto da risultare più che altro un tranquillante per le nostre giornate troppo movimentate.

Sito ufficiale

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Go Down Records, Epic and Fantasy
GENERE: Rock, alternative

TRACKLIST:
1. Camilla’s Theme
2. Il Giorno dell’Assenza
3. Dune
4. Bulletto
5. Mata Hari
6. Il Sesso delle Ciliegie
7. Mancubus
8. *acqua
9. Messalina: la Terza
10. *trombetta
11. Consigli d’un Bruco
12. I Cieli di Munch
13. Honey

Voto: 3/5

La band veneta con Il Giorno dellʼAssenza arriva al quarto lavoro.
Iniziamo con il dire che questo disco è un gran passo in avanti per i Love In Elevator.
Primo: Anna Carazzai sʼè decisa a cantare (anche) in italiano. Secondo: la struttura dei pezzi è molto ricercata ma allo stesso tempo riesce ad essere diretta arrivando a creare una botta di suono che poche band riescono a fare.
Rallegriamoci quindi, abbiamo un altro buon disco italiano da ascoltare e possiamo sperare che lʼunderground made in Italy sia sempre più di valore.

Poco importa se i testi vogliono dire tutto o niente, poco importa se molte parole sono prese dai Verdena, poco importa se anche qualche passaggio musicale, ricorda la band dei fratelli Ferrari.
I Love In Elevator riescono a mischiare una rabbia furiosa dal tocco grunge che si sposta verso lo shoegaze delle migliori band nord europee, “Mancubus”, “Dune”, questʼultima una cavalcata da paura.
Furiosa è “I Cieli di Munch”, dolcissime sono “Camilla’s Theme” e “Honey”.
Semplici ma più che discreti, i due brani scelti come singoli, “Mata Hari” e “Il Giorno dell’Assenza”, con cambi di ritmica, chitarre graffianti e melodiche e la voce mai così bella di Anna.
Rabbia, furia, punk, marcio, dolore, emozione, dolcezza, disperazione, calma.
Il giorno e la notte.
Un trip.
Montagne russe.

Spaccano di brutto i veneziani in questo disco, non sempre riescono a tenere alti tutti i brani, nel senso che qualcuno si perde nellʼinsieme, ma il tiro non cala mai e la voce è una colonna portante.
Aspettiamo il prossimo disco per vedere se i LIE vanno avanti o tornano indietro.
Intanto siamo a buon punto.

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RECENSIONE DI GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative Rock

TRACKLIST:
1. New York Isn’t Cool Anymore
2. Ai Piedi di Lei
3. Cara Desy
4. Tutto Cambia
5. Isterico (Hai 1000 Modi) – PART 1
6. Isterico (Hai 1000 Modi) – PART 2
7. E’ Ora di Uscire
8. Non E’ Importante
9. Slow
10. Oppio
11. Siete Fatti per Applaudire l’Ovvio
12. Devo Metter Via la Fretta
13. E’ Finita l’Era delle Ragazzine
14. No
15. Londra non Esiste

I Re-verbero sono un trio padovano alternative rock nato nel 2006 per volontà di Andrea Marigo (voce e chitarra), Alberto Lunardi (batteria) e Guido Scapoli (basso). Dopo aver compiuto i primi passi nella scena underground italica con il demo “Salva Quel Che Puoi” del 2008 e il successivo mini album “E’ Finita l’Era delle Ragazzine” del 2009, la band giunge finalmente al fatidico primo full-lenght dal titolo “No”. La musica proposta da questi ragazzi ricorda moltissimo quella dei nostrani Verdena, soprattutto per quanto riguarda la voce e i testi; però all’ascolto di questo “No” si intuisce il desiderio di voler sperimentare e far evolvere il progetto per raggiungere uno stile più personale. Elemento che sin da subito colpisce è la produzione; ho trovato molto interessante l’idea del gruppo di optare per un sonoro ruvido e poco curato, da ripresa live, per poi arricchirlo qua e là con synth atmosferici. In un mare di iper-produzioni scintillanti e curatissime, questa dei Re-verbero risulta una scelta coraggiosa e gradita anche perchè riuscita bene. Per quanto riguarda la tracklist invece se da una parte si possono notare interessanti esperimenti sonori come nelle atmosferiche “Tutto cambia” e “No” dall’altra assistiamo ad episodi piuttosto derivativi o poco incisivi come “Cara Desy” e “Siete fatti per applaudire l’ovvio”.
In alcuni dei momenti più duri la band dimostra buone potenzialità; infatti, il garage rock ad alto voltaggio di “New York Isn’t Cool Anymore”, lo stoner di “E’ Ora di Uscire” e “Londra non Esiste” risultano tra i brani più riusciti anche se l’ombra del già sentito aleggia su tutte queste canzoni. Con “Ai Piedi di Lei”, invece, il gruppo riesce a trovare un’ottima alchimia musicale; la traccia risulta la migliore del lotto e la più rappresentativa visto che miscela i vari tipi di sound presenti nel disco sfoggiando una struttura ben congeniata che va in crescendo. Canzoni come “Non è Importante” e “Devo Metter Via la Fretta” invece sono delle ballate malinconiche che ricalcano in toto sonorità alla Verdena. Per concludere possiamo dire che questo “No” è un’album per metà discreto grazie ad alcuni brani che presentano spunti interessanti, dall’altra metà invece ancora troppo impersonale e anonimo. Però considerando il fatto che la band è ancora molto giovane, si tratta di una prima prova sufficiente e ci si deve soffermare perlopiù sui lati positivi. C’è una discreta base su cui lavorare, spetta solo alla band migliorare di volta in volta sia dal punto di vista tecnico che dell’originalità.

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ETICHETTA: Lo Scafandro, Wondermark
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Mamma E’ Un Brutto Mondo
2. Fuoco
3. Maledetti
4. Meglio Rinunciare
5. Black Jesus
6. Persi
7. Vite Splendide
8. Denti Storti
9. Il Cielo di Super Mario
10. Tempo

Tante le perle nascoste sui fondali dell’underground italiano, da scoprire dopo un’attenta ricerca che passa attraverso i linguaggi più inerenti questo progetto. Si perché per arrivare ai Rashomon bisogna passare tutte le fasi preliminari, digerendo in ordine Black Keys, Dead Weather, Band of Skulls, Nick Cave, The Boys Next Door e Einsturzende Neubaten. In Italia forse dovremo considerare anche CSI, Teatro degli Orrori e Scisma ma non si spiega niente allargandosi troppo. La mente è Kheyre Walamaghe, ex Modena City Ramblers, e per certi versi la voglia di divertirsi dei modenesi non manca neppure in Andrà Tutto Bene, disco senz’altro più scuro e anche lontano dal folk politicizzato della storica banda emiliana. Le finalità sono rivolte ad una perversione escatologica, nel ricercare il destino dell’uomo come conseguenza delle proprie scelte operate sul mondo e sulla società; questo ovviamente tramuta i brani in piccole bozze di quotidianità che vanno svelate e tradotte in termini comprensibili da tutti con un ascolto diligente e preciso. Walamaghe schizza sulla sua tela affreschi di percorsi umani frequenti senza lasciare al caso quelli più derelitti: lo fa dalla dolorosa e catastrofista ammissione di “Mamma E’ Un Brutto Mondo”, da bambino che lascia momentaneamente la sua ingenuità fanciullesca per dichiarare senza circospezione il fallimento di un vivere civile stantìo e deconcentrato rispetto i suoi obiettivi più logici e giusti, passando per la rabbia garage rock di Captain Beefheart e i primi segnali di pre-punk degli Who, grazie alla potenza e alla precisione delle sezioni ritmiche. “Black Jesus” e “Persi” si connettono perfettamente compensando in maniera divisionista il concetto di emotività e intelletto, di astrattezza e concretezza. “Denti Storti” è invece la canzone più terrena, per le tematiche, ma anche una delle più radiofoniche, con concessioni più mainstream che la band affronta a testa alta senza cedere alla banalità dell’orecchiabilità usata in funzione della vendita.

Il disco è compatto, artisticamente e letterariamente di pregevole fattura, rivolto ad un pubblico vasto ma comunque in grado “di intendere e di volere”. Tra aggressività e dolci inflessioni malinconiche, è il buonissimo lato B dell’Emilia Paranoica ferrettiana mai dimenticata, ma con una cattiveria viscerale che fluttua dalle parti del grunge dei primi Smashing Pumpkins. Onesto quanto spettacolare.

SITO UFFICIALE

TOUR
16.12.11 I VIZI DEL PELLICANO, Fosdondo di Correggio (RE)
17.12.11 MOLIN DE PORTEGNACH/SORGENTE 90, Trento
05.01.12 STONES CAFE, Vignola (MO)

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ETICHETTA: Mexican Standoff Records
GENERE: Garage rock

TRACKLIST:
1. The Worst Is Yet to Come
2. The Getaway
3. Saturate
4. Indifferent
5. Walk Out That Door
6. Failure and Disaster
7. Static
8. Bunny Ears
9. Untitled
10. That’s Life
11. The Target

E’ arrivata l’ora del disco di debutto per i Silver Rocket, versatile formazione ferrarese che da qualche tempo imperversa on stage nei micro e macro-festival veneti ed emiliani, ma non solo. Old Fashioned, alla luce di precedenti esperienze d’ascolto live della loro prima produzione, è il loro punto d’arrivo, l’essenza di ciò che da sempre vogliono suonare: un garage rock assolutamente spietato, semplice e d’impatto, senza sgretolarsi in linguaggi complessi e spogliandosi di cliché punk e alternative rock che hanno portato al fallimento molti altri progetti analoghi. Punk e alternative, dicevamo, generi che frammentariamente ritroviamo lungo tutta la durata del disco (“Failure and Disaster”, “That’s Life”) , a ricordare da dove deriva il loro sound, sebbene fortemente allacciato a tentennamenti loureediani (“The Worst Is Yet to Come”), tensioni del primo glam di Bowie e Eno, ma anche degli Who (“Walk Out The Door”), con le evoluzioni post-punk del percorso Joy Division-New Order che non si devono, giustamente, dimenticare (“Indifferent”, “Static”, “Saturate”).
Tralasciando l’autocompiacimento di alcune sezioni più banali (“Bunny Ears” e “Untitled”), in generale Old Fashioned è un lavoro che nella dichiarazione d’intenti del suo titolo spiega tutto il perché del suo esistere: scandagliare retrospettivamente un insieme di scene tra loro connesse che nel termine “garage” trovano la loro definizione migliore. Noi in Italia questo genere non lo sappiamo suonare, e ancora meno ascoltare, ecco perché c’è bisogno di gente con le idee chiare come i Silver Rocket per imparare a riscoprirlo.

Un lavoro ben suonato, a suo modo originale, maturo e fresco. Peccato che sfiorirà presto, nella mente degli ascoltatori, conoscendo la mediocrità del listener italiota. Spudoratamente underground.

SITO UFFICIALE
FACEBOOK

PROSSIME DATE
04.12.2011 Zuni, Ferrara
16.12.2011 Covo Cub, Bologna (with Versailles)

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ETICHETTA: BlackWidow Records
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. 23.23
2. Habanera
3. Acheronte (featuring Bologna Violenta)
4. Apidistra
5. Gustavo Rol
6. L’Essenza
7. Piombo (featuring Bologna Violenta)
8. Sonata in Re Minore
9. Venere
10. Porpora
11. Vienna Dorme

La prima cosa che si evince da Anamorfosi è che Le Maschere di Clara vogliono sorprendere. Stupire, sbalordire, impressionare, forse addirittura colpire. Cambiare repentinamente l’intensità all’interno di un brano spesso ha un effetto contrario a quello che si vorrebbe ottenere, disorientando l’ascoltatore se non lo si fa con i doverosi accorgimenti. Qui in Italia fare rock alternativo da qualche tempo significa sentirsi obbligati a utilizzare questi espedienti, popolari non solo ma soprattutto grazie al Teatro degli Orrori, che effettivamente sono una delle prime formazioni che vengono in mente ascoltando l’album di questa band veronese. Potrebbero esistere in Italia dei Kyuss prog con la potenza dei Jesus Lizard e la compattezza sonora dei primi Marlene Kuntz? Evidentemente si.
Un sound oscuro, buio, sconcertante perché platealmente cupo, fosco, che non lascia filtrare nemmeno un raggio di luce. I ferraresi Devocka, in questo, gli si avvicinano. Per certi momenti pseudo-progressivi lo sguardo volge al passato degli esordi del genere definito doom che dai Black Sabbath si è involuto nei Candlemass e decine di formazioni spudoratamente copiate l’una dall’altra, ma è qui appannato dalla pesantezza del passo che distorsioni, testi scuri e tetri e un drumming muscolare quanto virulento obbligano ad accettare. Impensierisce parzialmente la presentazione troppo cerebrale di certi arrangiamenti denotanti un songwriting un po’ annebbiato e oppresso da un linguaggio forse troppo impegnato a “sembrare” complesso. Pochi i segni di una certa maturità nella scrittura che però si declinano in una potenza innegabile che riuscirà a donare a tutti questi undici brani una dimensione ipnotizzante soprattutto dal vivo; qualche lontano segno punk sporca e graffia ulteriormente il sound, ma l’effetto “unghie sulla lavagna” è evitato da un’ottima scelta dei suoni. Nessuna distorsione stona, nessun tassello è mal contestualizzato. L’atto di violentare il proprio strumento per eviscerarne tutta la greve malinconia possibile non può che affrescare un’opera veramente grigia, che non lascia scampo a sbagliate interpretazioni. Una nota di colore la dà la presenza di Nicola Manzan ospite in “Acheronte” e “Piombo”, brani già di per sé molto interessanti che risultano valorizzati certo da questa ospitata ma che si spera la schiera d’ascoltatori non fagociterà ciecamente solo per la sua inflazionatissima onnipresenza.

Un disco per certi versi banale ma fortemente evocativo, dove l’assenza di speranza che le sue cupe tonalità rosseggianti dimostrano lo fa avvampare di un coraggioso e pullulante mosaico di diverse scelte estetiche che insieme coesistono perfettamente. Cervelloticità e scarsezza d’originalità a parte, Anamorfosi è davvero bello.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock, rock italiano

TRACKLIST:
1. Big Bonanza
2. Svegliati Enrico
3. UFO
4. Come un Bambino
5. Pseudo Kidney
6. 1999
7. Bananarama
8. La Fine e’ l’Inizio della Fine
9. Zooxantelle
10. In un Attimo
11. #21

E’ un po’ il destino di tantissime formazioni italiane quello che temo toccherà anche ai Maieutica, ovvero finire nel dimenticatoio delle tante band che tentano invano di battere le strade dell’alternative rock nostrano, sebbene alcuni possiedano la cosiddetta “marcia in più”. Non essendo noi qui per fare previsioni, passeremo direttamente a parlare di questo L’Età dell’Oro, e di perché secondo noi di The Webzine semmai le conseguenze fossero quelle nefaste citate sopra, noi saremo i primi a dire che i lametini invece meriterebbero di essere al pari di molte di quelle band che nella loro cartella stampa campeggiano alte.
Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena, e compagnia bella vengono, come sempre più spesso accade, innalzate a desiderato metro di paragone per comprendere il disco ma stavolta il tutto risulta una forzatura; con la produzione pulita e nitida di Dario Brunori, forte anche di un’esperienza alternative passata coi celebri ed apprezzabilissimi Blume, quello che ci consegnano è una sorta di frullato degli anni novanta che non sfugge all’influenza di nessuna delle grandi corrente che in quel periodo andavano forte: il post-hardcore dei Fugazi, il post-punk/indie dei Wire e dei Pavement, il neo-grunge italiano dei Verdena, dei Karnea e di tutti i loro imitatori; non mancano neppure il noise di Slint e Sonic Youth, il primo grunge non-nirvaniano di Smashing Pumpkins, Pearl Jam e le rispettive involuzioni in Bush e Silverchair. Rimescolate tutto in una chiave molto più italica, e avrete i Maieutica.
Le chitarre sono tirate, potenti, caustiche, e le plettrate sono abbandonate spesso a rumori istintivi, quasi animaleschi, che se non richiamano Thurston Moore richiamano perlomeno il chitarrismo più possente del primo periodo di Johnny Greenwood e Ed O’ Berien; la batteria sempre molto composta si aggira su tempi semplici ma cambiando spesso registro, accompagnando splendidamente e in maniera indubbiamente originale tanto le parti più melodiche che quelle più violente. La voce, forse l’elemento a cui è concesso rivendicare meno spazio personale, sbandiera con difficoltà le sue capacità, certamente più di quelle che qui si sentono, ma in tutti i brani una certa ristrettezza tematica dei testi è ben bilanciata da linee vocali sempre adeguate al contesto, in grado di dare il giusto tono a tutti i livelli di intensità dell’album. A ricordare veramente gli Afterhours ci pensa la furia di “Big Bonanza”, pezzo d’apertura che è anche uno dei migliori del disco, sicuramente il più adeguato a descrivere i linguaggi scelti dalla band per incidere la loro versione dell’alternative rock all’italiana. Il vero manifesto è però “La Fine E’ L’Inizio della Fine”, che possiede anche l’approccio più radiofonico che dona un’ulteriore chiave di lettura a questo brillantissimo lavoro.

I riflettori sono puntati. Ora che dai Maieutica ci si aspetta un’ulteriore salto di qualità sarà difficile non deludere le aspettative, ma il materiale dato in pasto al pubblico con L’Età dell’Oro ci basterà per lungo tempo, mettendo da parte le centinaia di band d’imitazione che nessuno dovrebbe ascoltare più. Dalla Calabria, un gruppo che ci sa davvero fare. Brunori SAS certified.

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Post-punk, alternative rock

TRACKLIST:
1. Innerself Surgery
2. Silver Strawberry For A Bullet
3. Super Void
4. Useless Crash
5. Throat Miners
6. Scorpio Rising
7. Forzier
8. Dust Tiger
9. Grass Snake Vertigo
10. Deathfuck
11. Ted Sad
12. Slap You
13. Carcharodan Carcharias

Ci sono pochissimi motivi per continuare a sostenere il proliferare inarrestabile di gruppi post-punk, che in centinaia di declinazioni diverse stanno spopolando sempre più. E’ difficile individuare band davvero originali in questo calderone ma negli album che si salvano merita una menzione speciale proprio Innerself Surgery dei Laser Geyser.
IS è un disco assolutamente vario, senza nessun ingrediente lasciato al caso; miscelando hardcore punk, alternative rock, stoner e post-punk di derivazione eighties, convergono verso quella scena che in Italia è rappresentata da band come Love in Elevator, Laida Bologna Crew (due di loro erano proprio in questa formazione), One Dimensional Man del primo periodo e molti altri. Le diverse incarnazioni che il trio riesce a portare in campo però rendono il prodotto più vario, a partire dalla travolgente energia della title-track, di “Silver Strawberry For A Bullet” e di “Slap You”, senza dimenticare le derive deliranti à-la Fugazi che sporcano un po’ tutto il disco di una venatura post-hardcore internazionale che trascina l’album inesorabilmente verso un apprezzamento più ampio.
Testualmente inquietano i testi molto apocalittici, quasi distopici (si legge in essi una sorta di visione utopica alla Edward Bellamy, ma rivoltata al contrario, oppure un Orwell più violento che ha imparato il pessimismo leopardiano comparandolo con Nietzsche), a disegnare un quadretto molto oscuro ma sobrio che ben si sposa con le atmosfere crude ma contemporaneamente semplici e mai troppo virtuose delle tredici canzoni.

E’ evidente, brano per brano, come una band perfettamente conscia di cosa significa muoversi in un genere così ampio ma ormai già percorso in lungo e in largo da migliaia di gruppi in tutto il mondo; il tentativo di non risultare banali riesce quasi sempre, tranne in alcuni momenti (“Useless Crash” e “Forzier” su tutti) che ricordano un po’ troppo alcune delle band sopracitate. Tutto sommato la versione italiana di una fusione perfezionista di Drive Like Jehu, Black Flag, June of 44 e Mission of Burma. E cosa volete di più?

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