Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘ARTISTA: Alter Bridge’ Category

Recensione a cura di MARCO BERGAMI pubblicata anche su Metallized
ETICHETTA: Roadrunner Records
GENERE: Post-grunge, alternative metal

TRACKLIST:
01. Slip To The Void
02. Isolation
03. Ghost Of Days Gone By
04. All Hope Is Gone
05. Still Remains
06. Make It Right
07. Wonderful Life
08. I Know It Hurts
09. Show Me A Sign
10. Fallout
11. Breathe Again
12. Coeur D’Alene
13. Life Must Go On
14. Words Darker Than Their Wings

Esiste una profonda ma travisabile differenza tra un’entità dotata di talentuosità ed un’altra provvista di genialità, una diversità che razionalmente riusciamo ad individuare in quanto materialmente identificabile, ma che istintivamente potrebbe portarci ad equipararle, confondendo il nostro metro di giudizio.
Il talento ha la capacità di sopravvivere autonomamente: chi ha talento ha spiccate qualità, ottime doti ed una rilevante propensione nei riguardi di uno stile espressivo adattabile in molti frangenti ed ambienti; il talentuoso riesce a comprendere e conformarsi con il genio in quanto la sua caratteristica principale non è quella di parlare una lingua propria ma è quella di riuscire ad eseguire, con delle capacità fuori natura, l’arte e l’idea di soggetto esterno.
Al contrario, il genio è dotato di un’incontenibile quantità di estro e creatività, le quali possono costituire un esempio di linguaggio rendendolo capostipite di una corrente artistica, rendendo le proprie opere il modello a cui ispirarsi per altri artisti latenti in originalità. Ma il genio non potrà mai sopravvivere senza la giusta levatura talentuosa, l’idea geniale, se mal eseguita o mal comunicata, potrebbe prendere più la forma di un esperimento mal riuscito piuttosto che di una linea guida per le generazioni a venire, quindi nel genio deve esistere una capacità talentuosa intrinseca.

Gli Alter Bridge nascono come band talentuosa, successivamente allo scioglimento degli acclamatissimi Creed e nel 2004 debuttano con One Day Remains, ottimo album dall’esplosività ricercata ma ancora troppo ingabbiato nelle idee di quello che era stato il loro recente passato, un platter che non li fece decollare come artisti ma che riuscì a ravvivare un fuoco interiore quasi spento, grazie al disco d’oro conquistato negli USA.
Nel 2008 l’uscita di Black Bird mutò i punti di vista nei confronti della band, che rivolse lo sguardo verso sonorità più personali dando vita ad uno degli album post-grunge dalle proprietà indelebili, una concezione di stile quasi completamente rinnovata nata dalle quattro mani di Myles Kennedy e Mark Tremonti che portano la band al limite della genialità di cui parlavo prima e ad una maturità degna delle band simbolo che immortalarono il loro passaggio nella storia.
Con la sincerità più spassionata, ritengo che Black Bird sia veramente un album dal quale prendere esempio, sia per il livello tecnico-strumentale che tecnico-vocale dimostrato, per l’estro compositivo d’altissimo livello, per la passionalità ritrovata e per la durabilità del piacere d’ascolto anche a distanza di anni.
Riuscire a raggiungere e superare questi standard di produzione, arrivati già ad una taratura elevatissima, è una condizione che appartiene ad una categoria di personaggi che nelle prime righe ho definito geni e detto questo potete immaginare da soli quali e quante aspettative possa aver scatenato la mia mente quando è venuta a conoscenza dell’uscita del terzo album degli Alter Bridge.

AB III stupisce, proprio quando si pensa che non esistano strumenti per riuscire ad equivalere o addirittura superare se stessi, ecco che la mancanza di positive aspettative viene surclassata dallo stupore che lascia scattare la molla dell’entusiasmo.
AB III forgia a fuoco il cambio di direzione della band che abbandona totalmente la naturale scia Creediana, allontanandosi da un sound ai limiti del sintetico ed inserendo suoni più scuri e pesanti grazie ad un Mark Tremonti roccioso, dalle sonorità più grezze e sanguigne, mantenendo in prima linea la straordinaria magia dell’ugola Kennedyana e lasciando invariato l’assetto acustico del resto della band.

L’apertura con Slip To The Void fa subito stilare una lista delle tante differenze che potrebbero riscontrare durante tutto l’ascolto; la morbida ambientazione creata dalla fusione di Brian Marshall con la quasi irriconoscibile tonalità adottata da Myles Kennedy fanno subito salire l’attenzione che aumenta progressivamente e parallelamente ai cambi ritmici di base e le impennate epiche di un insuperabile Kennedy, al massimo della forma.
Con Isolation e Show Me A Sign l’incrudimento dei toni si fa vero: seppur abbastanza melodiose ed orecchiabili, le tracce contengono degli stacchi profondamente accattivanti, che spezzano l’onda melodica con urti estremamente catchy e soli qualitativamente ed espressivamente meravigliosi.
Esistono poi tre tracce nel platter dalle quali non riesco ad allontanare la mia attenzione, tre tracce che si rincorrono continuamente nella mia mente, tre capolavori del post-grunge dall’espressività unica. La prima è All Hope Is Gone, che apre con un arpeggio di chitarra semi-folkeggiante, ritmicamente lento ma in continua e progressiva ascesa, dalle ambientazioni meditabonde e pesanti che ricoprono la traccia con un ritmo di superficie affascinante e magnetico. Il brano entra nella sezione dei riff pesanti solo nella seconda parte, inserendo un sound più fresco e duttile, prima di un altro grande assolo di Tremonti, che esprime il meglio di se stesso.
Poi Still Remains, apertura con riff pesanti molto Seattle-ani, suoni massicci, granitici, presenti ed adattissimi per essere fusi con le impressionanti melodie espresse da un orgasmico Kennedy.
Infine I Know It Hurts, apertura martellante con riff semplici ma efficacissimi, carichi di grinta e voglia, alleggeriti dall’ingresso del sostegno dei vari cori presenti, capitanata ancora una volta da una performance vocale senza difetto, ma la melodia viene arpionata nella parte centrale da un riff mostruoso e pesantissimo che trita la voce di Kennedy per poi ricomporla e farla volare via con il glorioso carattere che la contraddistingue.
Ma all’interno dell’album non potevano mancare le classiche “ballads” in perfetto stile Alter Bridge, quali Ghost Of Days Gone By, Make It Right, Wonderful Life, Breathe Again e Life Must Go On, aperture lente ed acustiche prima di aprirsi alla pesantezza delle chitarre che si uniscono ad un coro ampio e voluminoso, con un Kennedy sempre in prima fila, che fortifica la sua consapevolezza di bravura ed unicità. Forse uno stereotipo di se stessi che non va ad arricchire un giudizio, ma che lo lascia statico ed invariato, perchè già ripetutamente ascoltato, sempre ottime esecuzioni, ma stilisticamente un po’ sterili.

AB III è sicuramente uno dei migliori album del 2010, un concentrato di carattere e singolarità attribuibili a pochi, ma restano sempre e comunque presenti piccoli e quasi impercettibili richiami stilistici già passati nelle mie orecchie, alcune inflessioni della voce in Breathe Again e Words Darker Than Their Wings richiamano palesamente Jeff Buckley, o in Slip To The Void dove alcuni riff si riagganciano a dei passaggi tipicamente Slipknot. Piccoli passaggi inconsistenti che, raffrontati ai miei metri di giudizio, mi spingono a definire AB III un album geniale ma non perfetto in ogni sua parte.

Ad una band come gli Alter Bridge manca ancora un ulteriore passo in avanti, le manca la forza di allontanarsi dai “necessari” concetti di vendibilità del prodotto, scrollarsi di dosso la necessaria glassatura stilistica che gli ha sempre permesso di vendere milioni di copie: se solo riuscissero a spezzare completamente le catene che li tengono legati ai diktat delle major, potremmo veramente assistere alla nascita di un capolavoro storico da poter vivere in prima persona, riscattando la fortuna che hanno avuto i nostri vecchi per essere cresciuti nel periodo storico più rivoluzionario di tutta la storia umana.
Continuate a seguire questa band e comprate i loro album, perché un 3 su 3 di queste proporzioni risulta raro e tutto questo fa decisamente ben sperare.

Annunci

Read Full Post »

Sonisphere. Per parlarne ci dobbiamo dividere il lavoro in capitoli perché le cose da dire non sono poche.
Il divertimento, stavolta, non è stato smorzato da sviste organizzative che hanno alterato il buonumore a molti fan dei Foo Fighters o dei System of A Down, per citare alcuni degli appuntamenti più attesi e criticati (in primis per i prezzi). Vediamo nel dettaglio cos’è toccato a noi di The Webzine nella trasferta imolese.

LA MUSICA
– Il cartellone
Le band che si sono alternate sul palco del Sonisphere sono state molte, tutte straniere, ma meno di quante si era annunciato. A pochi giorni dall’inizio dei concerti i gruppi che si sarebbero dovuti esibire sullo stage secondario sono stati spostati al main o tolti dal calendario, con conseguente sdegno di alcuni che lamentavano la necessità di diminuire il prezzo del biglietto. In realtà era ovvio che a biglietti già venduti in grandi cifre non si poteva fare granché, ma la strategia di cancellazione dell’Apollo Stage si può senz’altro spiegare come un taglio delle spese per arginare i pochi guadagni. Meno personale e meno consumi. Ma ne parleremo poi.
Nella distribuzione delle band si nota una concentrazione metal il primo giorno, con Apocalyptica, Rob Zombie, Motorhead, Slipknot e Iron Maiden, mentre gli Alter Bridge, esibitisi nel giorno successivo, potevano essere la ciliegina sulla torta che è invece rimasta inserita altrove come una specie di macchia nera. In generale però il pubblico era abbastanza omogeneo così come si poteva apprezzare la “vicinanza di genere” delle band del primo giorno, e quella di “target” del secondo.

– Le esibizioni
Quasi tutte le band hanno fatto la loro porca figura. Non si può parlare di grandi errori o performance scarse: dagli headliner fino alle band del mattino, sul palco si sono alternati grandi professionisti e bestie da palco d’ogni sorta. Iron Maiden, Motorhead, Rob Zombie, Mastodon e The Cult hanno fatto registrare le esibizioni tecnicamente più buone, e ovviamente Linkin Park, Slipknot e Maiden si sono anche goduti il calore del pubblico che era lì quasi solo per loro. In scaletta per tutti e tre i singoli storici, e brani più nuovi dei recenti lavori (per gli Iron si denota la buona scelta di inserire in setlist solo i pezzi migliori del mediocre The Final Frontier, in particolare “The Talisman”, ottima dal vivo). Chester Bennington si è reso protagonista di una performance vocale spettacolare che recupera lo screaming perduto negli ultimi anni per restituire uno show unico: anche la loro scaletta è stata molto buona, riprendendo anche rarità come “From The Inside”; decenti anche le canzoni più recenti, che all’interno di un concerto abbastanza breve sono riuscite a ricavarsi uno spazietto intermedio che ha giovato alla loro buona resa. Deboli invece le esibizioni di Funeral For A Friend e i Guano Apes.
Anche i Sum 41 si sono guadagnati il rispetto di molti presenti, tra i quali non mancavano i detrattori; lo show è stato piuttosto debole dal punto di vista tecnico, ma il coinvolgimento ha spostato l’ago della bilancia in posizione favorevole. “In Too Deep”, “Still Waiting” e “The Hell Song”, da singoloni quali sono, hanno anche scatenato un pogo notevole, trascinando la folla anche nel momento del “metal medley”, con ovvia presenza di “Master of Puppets” (lo avevano fatto anche gli Apocalyptica il giorno prima, insieme all’inno di Mameli).
I My Chemical Romance, che avevo parzialmente gradito al loro live al Palasharp di qualche mese fa, hanno invece patito il tipico comportamento deleterio da pubblico italiano: fischi e oggetti lanciati, principalmente per pregiudizi, perché la performance è stata intensa e carica. Gerard e soci hanno così lasciato il palco prima di terminare il set in maniera piuttosto sbrigativa e indelicata, ma comprensibile.
La perfezione di Motorhead e Mastodon, invece, non si tocca. Classe allo stato puro, specialmente per i rispettivi batteristi.
Slipknot interessanti, con il basso nascosto (com’era prevedibile), ma non più carichi come un tempo: Joey Jordison si è reso protagonista di un concerto pessimo, incapace di sostenere ritmi precisi con la doppia cassa. Gli anni passano per tutti, ma la gente sembra ancora amarli. Eccellenti “The Heretic Anthem” e “People=Shit”.
Assolutamente da sottolineare l’impianto pessimo, che cambiava di volume ogni metro di spostamento, non arrivando a “colpire” appieno chi si trovava a 100 metri dal palco. Da notare come anche Bruce Dickinson abbia maledetto l’impianto pubblicamente, con grande felicità degli organizzatori. O anche questa volta se ne fregheranno?

L’ORGANIZZAZIONE
Sicuramente sopra il livello di chi ha organizzato Rock in Idrho e altri festival. La location era abbastanza ben gestita, nelle sue dimensioni ridotte: i prezzi di parcheggio e consumazioni erano nella media, anche se continuo a definire delinquenti tutte le situazioni in cui l’acqua costa più di un euro e il parcheggio più di due euro. Questione di umanità e buonsenso, no?
Il prezzo del biglietto è stato parzialmente ripagato dalla qualità delle band e dal campeggio gratuito, mentre la fontanella per rinfrescarsi e la distribuzione gratuita d’acqua davanti alle transenne sotto il palco erano davvero necessarie per non morire sotto la cappa d’afa creatasi su questa enorme distesa di cemento. L’autodromo di Imola non è certo la location perfetta, ma del resto individuare posti migliori in zona non doveva essere facile, e quindi non criticheremo questa scelta. Una nota di colore s’ha da fare: i preservativi distribuiti gratis dalle promoter di Control sono finiti per volare gonfiati a palloncino sopra le teste della gente, con un simpatico siparietto del cantante dei Papa Roach che ne ha “catturato” uno giunto sul palco.

PUBBLICO E CIFRE
Le cifre sono contorte: 25.000 il primo giorno, dato condiviso da molte fonti, mentre per il giorno successivo si oscilla insicuramente tra 8.000 e 15.000. Non solo non sono grandi numeri, ma non sfiorano minimamente le affluenze record dei festival internazionali e sono due le cause prime: la concomitanza con molti eventi importanti, molto costosi, in tutta Italia e per tutto l’anno, e il prezzo del biglietto. Un festival italiano, con il regime di vita che abbiamo qui, può costare MASSIMO 40 euro per valere quello che viene speso. In caso contrario sarà impossibile.
In ogni caso il pubblico è stato molto caloroso, dimostrandosi freddo solo con alcuni nomi (MCR, Mastodon, certi momenti dei Bring Me The Horizon), seguendo con voce e corpo quasi tutte le performance: i big erano ovviamente i più attesi, nonostante alcuni abbiamo mostrato disinteresse andandosene dopo Slipknot e Sum 41. Kyuss Lives! in grande spolvero con il recupero della loro tradizione desert, ma il nocciolo meno duro dei fans (il 90%) non ha gradito.

Sostanzialmente un edizione sottotono rispetto a quanto poteva essere. Spazi poco utilizzati, artisti alla rinfusa, pubblico dei piccoli eventi (c’era più gente a vedere Jovanotti a Casalecchio di Reno che a vedere i Linkin Park, ad esempio). Poteva andar meglio, ma l’autodromo più rock d’Italia è stato comunque un importante teatro di vera musica in questo caldo giugno, e ancora una volta c’è stata la dimostrazione palese di quanto inarrestabili siano Lemmy e Bruce Dickinson. Up the irons e ci vediamo alle prossime edizioni del Sonisphere italiano, di nuovo all’Enzo Ferrari.

Read Full Post »