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Archive for the ‘TIPO: live report’ Category

“Un’Estate fa, o poco più”
Gianni Lenoci – Enzo Lanzo: gli Architetti Bevitori d'Assenzio

articolo a cura di CLAUDIO MILANO

Ad animare la scorsa estate, non solo di intrattenimenti o di salotti per pseudo-intellettuali a caccia di avventure nella nuova meta del turismo sessuale, il Salento, “Dweto” è stata la Rassegna musicale, consegnata dalla direzione artistica di Enzo Lanzo, ad un pubblico di avventori del linguaggio della musica di confine, nella cornice del suggestivo Jazz Club Quattro Venti, a Fragagnano (TA). Duetti, appunto, per quanto l'assonanza del nome della rassegna, abbia giocato sul tema della primordialità degli spiriti delle culture animiste africane, che come fantasmi, si affacciano alle nostre coscienze, nelle cronache di naufragi. Incontri musicali, nati da progettualità, che hanno avuto l'estro percussivo di Lanzo, presente in ciascun momento performativo, come comune denominatore e che andrà a definire un album, con le incisioni più significative, tratte dalle singole esibizioni, che han visto alternarsi, in singoli eventi, Gaetano PartipiloRoberto Ottaviano, Mirko Signorile e per chiudere, Gianni Lenoci. Un articolo assai meditato questo, per lasciar spazio anche ad ascolti protratti delle produzioni discografiche dei due musicisti di cui, di seguito, si parlerà in sintesi. Ma anche un articolo che ha consapevolezza di come la musica di cui racconterò, non senza emozione, non abbia fretta. E’ già oltre.

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E' della serata, del 14 Giugno 2015, che parlerò, considerandola spunto per tratteggiare i profili dei due protagonisti, compositori e performer, che da almeno due decenni, contribuiscono a ridefinire un linguaggio musicale, che dal jazz parte, ma che altrove giunge, interrogando alle radici il “parlar di nuova musica e il farla concretamente”. Lenoci, è titolare della cattedra jazz presso il Conservatorio di Monopoli. Profondamente legato al valore dell’evoluzione della musica e non alla tradizione, Gianni, è profondo studioso dei percorsi di Lacy, Morton Feldman, di Cage (eccezionali in materia, le due produzioni incise per la Amirani di Gianni Mimmo, la seconda a compendio della funambolica e sensibile Nuova Vocalità di Stefano Luigi Mangia), della musica classica che viene prodotta oggi, quando per oggi, s’intende, Settembre 2016. Nella sua musica, c’è l’ascendenza più diretta del legame tra musica, poesia e vita come forma d’arte, che da Skrjabin in poi, ha trovato percorsi, solo apparentemente laterali alla percezione della forma, che si sarebbe sfaldata, più che nel serialismo, o nella rigida quanto drammatica, numerologia dodecafonica, nel puntillismo pittorico di Mark Tobey e che in musica, avrebbe raggiunto deflagrazione in ColemanAyler, Coxhill. Non solo, è vicino alla scena più progettuale del jazz nordeuropeo, che da Nate Wooley, Nels ClineKamasi Washington, Elliott Sharp, il compianto Derek Bailey, passa per Mats Gustafsson, FIRE! Orchestra, Colin Stetson e il sempiterno Brotzmann. E’ invece di quanto di più distante possibile, dal pianismo jazz popolare d’ascendenza post-moderna (Bollani, l’ultimo Signorile, Mehldau, Craine), quanto dal neo-tribalismo bartokiano di Virelles. Un intellettuale del jazz dunque? Niente di più falso. La sua musica, fatta di nebulose, tasti d’avorio appena accarezzati in cascate luminescenti, che trovano completa autonomia rispetto al pianismo torrenziale di Cecil Taylor, corde nella cassa pizzicate, come nel suonare un’arpa a pedali, s’accende di una passione senza eguali, generando vortici percettivi che in un parallelo di pensiero associativo, neanche Turner, nei suoi gorghi di pigmento, ha rivelato.

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Di contro, Lanzo, batterista dalla tavolozza assai ampia di sfumature, ha fatto della vitalità afroamericana più pura il suo racconto a fuoco. Dalla tradizione e il metodo, il batterista pugliese, si è spostato alla geometria kandinskyana, nella felicissima e matura scrittura per fiati di “Boastful Speeches”, secondo album solista e autentico capolavoro di nuovo jazz, seguito, all’eccezionale esordio Rondonella”, che dalla sanguigna tradizione popolare musicale e verbale dei racconti (“li cunti”), dell’entroterra tarantino, approdava al free jazz e all’astrattismo jazz, per ensemble composto da strumenti tradizionali e auto-costruiti. Nulla è mancato al percorso di Lanzo, il rock, il ricordo dell’esperienza Rock in Opposition (ben espresso nell’album “Tonante.Piango”, che dal ricordo anarcoide dei ’70 trae linfa) e della scena canterburiana, la fusion, il grande amore per Paul Motian, per la mediterraneità più pura (lontana comunque da particolari interessi per la scuola sudamericana), come per i maestri est europei, neanche una fortunatissima e lunga collaborazione con Larry Franco, che dallo swing ha mosso i suoi passi. Il jazz di Lanzo è energia, sorriso, gioco serio e mai serioso, ma, come nella scrittura e nel metodo performativo di Lenoci, non deraglia mai nel fine a sé stesso, nel caos, che tante produzioni di Setola di Maiale, Improvvisatore Involontario, El Gallo Rojo, hanno dispensato nell’ultima decade. E’ sempre presente una progettualità, ben espressa, tra l’altro, nel suo trattato “La Poliritmia nel Jazz”.

Lo scenario:
Più che un'osteria,come Quattro Venti si autotitola, il luogo che accoglie l'evento, già memore della presenza del migliore panorama jazz italiano, teatro e musiche altre, ha il sapore, gli odori, i modi, di un'antica locanda. A contribuire, l'espressionismo pittorico su muri e tele, ad opera di Chiara Chiloiro, autentica trasposizione in chiave cromatico-materica del “sentire” free jazz e le visionarie tavole ad inchiostro, dal sapore street-pop di Damiano Todaro.

Stampe di Escher, accoglienza, buon cibo, vino e birra, preparano al meglio.

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Il concerto:
Dedicata alla recente scomparsa di Ornette Coleman, la scaletta si apre con “Black and Blue” di Fats Waller. Guida affidata a Lenoci. Chiara la capacità di definire geometrie che spaziano dal linguaggio jazz più tradizionale ad una dimensione assai eterea, dove il riferimento tonale diviene più vago. A seguire, “Deadline” (Lacy), uno dei momenti più alti dell’esibizione. Si esprime la volontà di creare una musica profondamente “bella”. Via via, il linguaggio free prende il sopravvento e ci si avvicina ad un flusso che ha familiarità con la musique concrete e l’astrattismo informale di Pollock. Lenoci illustra territori che raggiungono davvero il parossismo tecnico/armonico, ben sposati ad un Lanzo ispiratissimo, nella gestione di dinamiche camaleontiche. Dissoluzioni formali astratte, si ricompongono in un mosaico dalla leggibilità melodica immediata, che non rinunciano neanche ad un uso percussivo di tasti e pelli, di più diretta chiave afroamericana. C’è tanta poesia in questa interazione, epidermica, che eccita per alterità. Non solo Coleman, ma Schoenberg, Messiaen, condotti alle propaggini più subliminali, del “sentire e generare” suono. La sequenza “Angel Eyes/Lonely Woman“, apre ad una forma atonale ampiamente esibita, con altrettanto furore percussivo, ma si scioglie in breve in una astratta forma con cadenze blues, per mutare ancora in un delicatissimo romanticismo dal forte impatto emozionale. Lanzo dispensa energie con una ricchezza e varietà timbriche (e di accenti), davvero apprezzabile. L’essenza, ora meditativa del pezzo, si spegne gradualmente in soluzioni armoniche più parche di trascolorazioni, accendendosi, in ritmiche che tornano a dare fuoco. Lenoci disegna ragnatele impervie di suono, pari a schegge d’eruzione emotiva. “L’arte dell’elasticità dell’intervallo”, la si potrebbe definire. Nell’alternanza di tempo e spazio sonico, il semitono diviene sempre più vago e si percepisce pulviscolo. Nulla a che vedere con microtonalità e Oriente. E’ nuova mitteleuropa. E’ grande il disegno interiore appresso a questo flusso, che torna a definire una cosa, che è, certo, storia, ma che si sta perdendo appresso a necessità di consenso e auto-referenzialità: “jazz è auto-consapevolezza che diviene libertà”. Per carità, ogni genere ha avuto i suoi eroi, con un carico appresso di manifestazione di “bravura”, ma più il tempo passa, più le opere jazz che rimangono nella memoria collettiva, sono i grandi affreschi, dove è un disegno comune a definire i tratti di una bellezza che non cede passo al trascorrere dei decenni. Il percorso di note e pulsioni, torna a raccogliersi reptineo, nel definire una poesia melodica conclusiva, davvero struggente. “Snake Out” (Waldrom), è invece essenza del ritmo che incontra le estremizzazioni più improbabili del fraseggio su tastiera. Una medusa che si sfrangia, seminando ovunque propaggini di sé. Lenoci ritesse metempsicosi, dando lezione di instant composing lontana da stasi alcuna. Lanzo lo sostiene, disegnando contrappunti di una bellezza assai vicina all’arte orientale (che qui, ora, fa capolino) di produrre alternanza tra suono, tocco/colore e misuratissimi silenzi. Il furore che nasce dalle accensioni percussive, è pari a quello di benzina lanciata su petali di fiori, a disegnare sadicamente, contorni appresso alla luce del sole. La padronanza di linguaggio del pianista pugliese è pari a quella di un ago di bilancia. Ida Lupino (Carla Bley), ritorna a dar timone allo strumento di cui la Bley è stata ed è, gigante. Il romanticismo in cui Lenoci affoga la poetica dell’artista statunitense, è pregno di vita, umori, presenza, consapevolezza della precarietà dell’essere. Non è un caso, che io abbia parlato in precedenza di mitteleuropa. Profondità sondabilissima a fior di pelle e stilettate. Pensoso e crudo, quanto creato in questo brano, non ha possibilità di essere raccolto in parole, E’ Il senso di tensione ammutolisce lo sparuto pubblico, che non appare molto avvezzo a queste dinamiche, segue con attenzione, ma pare non cogliere altro se non la manifestazione più tecnica del percorso, come ad aspettare la classica alternanza di soli, in dialoghi che qui, invece, sono giunti. Un racconto del sé senza mestiere esibito, o cadute di tono, dunque. Vita che non accetta intrattenimento. Lanzo, lascia che tutto scorra, per rientrare con maestria, nella sezione conclusiva. Da vedere, oltre che da ascoltare, per cogliere segreti nascosti tra smorfie, rughe, sorrisi, riflessi. In breve, l’arte di Lenoci, indaga il piano con un fare che attraversa massimalismo e minimalismo all’occorrenza, impiegando ciò che è utile al momento, un fare “contemporaneo”, che nulla ha a che spartire con i retaggi post-modernisti, in voga più che mai, nel citazionismo pianistico di blasonati danzatori dei tasti d’avorio fratelli in musica della Transavanguardia. E’ come se John Zorn rimanesse comunque e senza possibilità di deviazione, il faro a cui volgersi per dichiararsi “nuovi” (per quanto tempo ancora, si continueranno a chiamare i The Necks, band post-rock?), quando, oggettivamente, molto è cambiato nel giro di pochi anni, tutti se ne sono accorti, ma si è nell’attesa di uno scatto di lancetta, da secolarismo integralista, che più nobile rende percorsi come la classica contemporanea e, qui in questione, il verbo jazzistico. Questa sera, per grazia ricevuta, solo integrazione organica al moto emotivo. Ci si avvia alla conclusione del viaggio e lo si fa con una tensione “altra”. Dare è importante su un palco, ma lo è altrettanto ricevere e il risultato di una performance è comunque, figlio del legame col pubblico. Palco è sempre arena e da quella di questa sera, se ne vien fuori in modo memorabile, ma per chi ha accolto. Ora è tempo di qualche concessione. Curiosamente, questo “accordo”, arriva con un pezzo di Coleman, “Latin Genetics“. Pianoforte pizzicato, cassa percossa. Lanzo invece, tramuta con leggerezza, una batteria in un coro di percussioni africane, imbevute di memorie europee. C’è una grazia intellegibile, forse ricercata, ma godibile. L’intera esecuzione si articola su un ostinato, che lentamente va a spegnersi, senza trovare un centro energetico nel mezzo. Maestria, con qualche cenno di stanchezza, che incontra però, felice accoglienza del pubblico. La richiesta del bis, vede una “All the Things you are“, dall’eccellente interplay, ma con un‘urgenza espressiva, anche in termini di cronometro, di porre un ultimo accento, gradevole, al concerto più bello del 2015, a cui mi sia stata data l’opportunità di essere presente.

Claudio Milano

Settembre 2016
Rassegna “Dweto”
Quarto incontro, 14 Giugno 2015

Enzo Lanzo: batteria, percussioni
Gianni Lenoci: pianoforte

Osteria Jazz Club “Quattro Venti”, Fragagnano (TA): http://osteriaquattroventi.blogspot.it/

Setlist:
Black and Blue
Deadline
Angel Eyes/Lonely Woman
Snake Out
Ida Lupino
Latin Genetics
encore:
All the Things you are

Links:
Enzo Lanzo:
http://www.enzolanzo.com/
http://www.jazzitalia.net/artisti/enzolanzo.asp#.V9011COLSuU

Gianni Lenoci:
https://en.wikipedia.org/wiki/Gianni_Lenoci
http://www.traccedijazz.it/index.php/primo-piano/30- sulle-tracce- di/673-sulle- tracce-di- gianni-lenoci

Video:
Lenoci: https://www.youtube.com/watch?v=oxRO2-_biwg
Lanzo: https://www.youtube.com/watch?v=0s7xgQxM5qA

 

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ARTICOLO DI ENRICA A.

Finalmente, dopo un secolo, ritorno a scrivere.

Background story: Sono in vacanza con mia mamma al Lido di Jesolo, è la sera del 18 luglio e ci stiamo un po’ annoiando, quindi decidiamo di andare verso “il centro città” (che a questo punto, non so neanche se esiste), ma mentre siamo in macchina veniamo attratte dal suono di una batteria. Dopo aver perso 40 anni di vita per trovare parcheggio, seguiamo le note di “Holiday” dei Green Day che ci portano in una piazzetta piena di gente, circondata da acqua. Dietro al palco c’è una fontana.

Mi avvicino e inizio a scattare foto. Il cantante sembra essere Billie Joe con i capelli ricci e biondi (e magari qualche hanno in meno), il batterista è talmente potente da smontare (!?) la batteria a ogni colpo, le due ragazze sono delle badass e il chitarrista è il più amato e acclamato (dal pubblico e dalla band stessa).
La maggior parte della gente è seduta, guarda il concerto in silenzio, ridendo eventualmente alle battute e agli accenni del cantante; parecchia gente però si è radunata intorno alle fontane, attirata dalla musica.
La serata scorre molto veloce, la band suona più di due ore senza mai fermarsi (roba che io non ho mai visto, giuro). Si esibisce soprattutto in cover delle grandi canzoni dei Green Day, qualcosa dei Nirvana, dei Blink e qualcosa loro. Suonano tantissimo, con passione e con grinta.
Aggiungerei, quasi fin troppa: il cantante si diverte a salire e a scendere la palco, ad andare prendere gli amici dal pubblico per farli cantare o per salutarli, a saltare e a sdraiarsi; la batteria ogni tanto perde qualche pezzo, che vola in aria.
Tra i ragazzi c’è molta complicità, tra di loro si parlano e si consigliano, si seguono l’un l’altro, improvvisano. Ogni canzone ha una intro dettata da uno di loro, ha una storia o un segno particolare.
L’ultima si chiama “Stay The Night” e viene presentata con un lungo discorso del frontman su come “dobbiamo diventare quelli che vogliamo diventare” e che “dobbiamo fregarcene degli altri”, perché “noi siamo padroni di noi stessi”. Se state pensando che sia banale, non avete la minima idea del cuore con cui ha pronunciato quelle parole.

Ecco, questi sono i Money For Nothing, trovati per caso in una noiosa sera di luglio; una band di ragazzi pronti a spaccare il mondo, che ti lasciano il dolce in bocca, che sorprendono veramente.

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Saggio a cura di Claudio Milano. Il saggio include anche informazioni sullo show di presentazione tenuto il 5 Aprile 2013 all’FOA Boccaccio di Monza.

Etichetta: Vololibero Edizioni/BTF
Anno: 2013
Genere: Teatro musicale
Durata: 24’45”
Nazionalità: Italia

Formazione
Damiano Casanova / guitars
Franz Casanova / voice, keyboards
Andrea Dicò / drums, background vocals

Tracklist:
1 Danza Macabra (5:10)
2 La Pestilenza (3:35)
3 Il Ballo Mascherato (3:38)
4 Dodici I Rintocchi (5:43)
5 La Morte Rossa (1:58)
6 Dissoluzione Finale (4:37)
Contatti: www.myspace.com/ilbabauimaledetticretini; damiano.casanova@gmail.com; www.sirogarrone.it,

Voto: 8,5

Il concerto

Trovare il F.O.A. Boccaccio nell’iper-borghese Monza può essere un’impresa, sappiatelo. Che poi a condurvi lì vicino siano un’assurda coppia incontrata per strada, uno ultra-magro, l’altro obeso, il primo a parlare molto lentamente, l’altro in panico completo e alla guida, credo non capiti spesso. Salutati i due stralunati cocchieri probabilmente scappati dalle pagine di un booklet dei Massimo Volume, vengo immediatamente accolto da gente del Centro, assai gentile, che mi offre da mangiare e bere (non male eh?). M’imbatto presto con la band alla fine del soundcheck. Con loro, un’elegantissima Femina Faber, si discute a lungo, di due altri due dischi già pronti, di cosa io vedo nella loro musica, ma che nessun dei miei interlocutori pare conoscere, il che mi predispone anche meglio, annuso autenticità. A seguire performance cyberpunk con bolle di sapone (!), un’ora d’attesa e un paio di birre perché il concerto abbia inizio. Ovunque, per il Boccaccio, splendidi murales, sul soffitto è talmente bello da far sembrare il posto, un’autentica Cappella Sistina neo-espressionista e primitivista.

Poi il Babau dà suono al suo concerto.

Un trio che dispensa atmosfere lisergiche-ipnotiche (come per incanto mi rivedo vent’anni prima al Leoncavallo nell’ascoltare gli Ozric Tentacles), con suoni di tastiera analogici ma con riferimenti post-rock, assoluta l’originalità della proposta che si presenta con una fantastica intro dilatata e intervento di canto gregoriano di Femina Faber, sul palco con pergamena e maschera. La vocalità dell’artista, mezzo-soprano di gran lirismo e colore, è straordinaria, a seguirla in osmosi, gli interventi misurati della band a creare inedite fusioni tra il percorso dei Dead Can Dance e dei Popol Vuh di “Hosianna Mantra”.

Poi, la presentazione dell’album. Suoni naturali riprodotti in tempo reale, crescendo ritmico, assoluta intesa musicale. Un suono capace di accontentare tanto i seguaci dell’indie rock, quanto gli estimatori delle avanguardie nuove e antiche.

Eccezionale il contributo ritmico netto, deciso di Andrea Dicò (incredibile come l’assenza del basso non sia minimamente percepibile). Notevole intervento di teatro danza con bellissimi costumi, qualcosa di surreale, completamente distante da qualsiasi cosa possa accadere fuori. Il recitativo di Franz Casanova, anche alle tastiere, ha grande potenza comunicativa, la chitarra elettrica di Damiano Casanova disegna linee reiterate quanto efficaci, quasi ragnatele a sostenere l’intero impianto musicale. Torno a casa felicemente stordito.

Il disco

Parole d’ordine, ancora, teatro e visione, immediatamente dichiarati con l’opener “Danza Macabra” e riproposizione di belati onomatopeici a rendere una dimensione fortemente pastorale sostenuta da campanacci e un cristallino arpeggio di acustica. La ritmica marziale che ne segue dà enfasi, appoggiandosi ad un’elettrica dal suono sporco e marcatamente sixties. Così anche le tastiere, minimali ma come detto, analogiche. Tutto assai retrò ma gestito in maniera meticolosamente descrittiva e più che fiabesca, (come nella tradizione “progressive”, rinnegata di fatto solo da certo Rock in Opposition e qualche sparuto esempio) da cartoon direi. E’ proprio questa caratteristica che fa del Babau, qualcosa di “altro”. Ascoltarli è come sfogliare un fumetto di pregio, dove è solo lo scenario a presentarsi talvolta “antico”, ma mai la sostanza, essenziale, minimale quanto compiuta.

Con il secondo episodio, “La pestilenza”, ancora onomatopee, i readings di Franz Casanova sono fascinosi come pochi nell’impiego delle corde vocali false ed accentuata iperventilazione nell’aspirare aria quasi a voler consumare il fiato di chi ascolta. A sostenerlo una meravigliosa litania sussurrata dai cori di Dicò, abilissimo nel colorare di sfumature percussive assortite il variopinto quadro speziato di ossessione per il sublime neo gotico. Fiabe per adulti svezzati, ma anche per bambini educati alla consapevolezza.

Chi l’ascolterà all’estero avrà idea di un disco che affianca la tradizione di dischi come “Concerto delle Menti” dei Pholas Dactylus, i dischi dei Fiaba, quel “De la Tempesta l’oscuro Piacere” degli Aufklärung che tanto fece parlare di sé nei primi ’90 e soprattuto “Trans Vita Express (Racconto Psicofonico dall’Aldilà)” di Marcello Giombini, in una tradizione avant folk gotica, ben espressa in “Il Ballo Mascherati”. Paul Roland ne sarebbe davvero invidioso, lo sentisse di sfuggita. Chi l’ascolterà in Italia invece, non potrà non trovare elementi di quella teatralità incantata di Alessio Bonomo (chi lo ricorda a Sanremo con “La Croce”, Fausto Mesolella alla chitarra e video di Oliviero Toscani?), felicemente riemersa con Vito Antonio Indolfo degli AcomeandromedA, più apprezzata nella ben più banale (e dunque leggibile a forza di sottotitoli in bella evidenza) teatralità di Tre Allegri Ragazzi Morti e Teatro degli Orrori. Questo è si indie performativo, ma di lusso…

E’ sempre in presenza del racconto che la musica si fa irresistibilmente fascinosa, in “Dodici i Rintocchi” con impianto rumoristico di percussioni, sostenuto da un’efficace elettrica in reverse, bordone di synth, analogico of course. Splendido momento che collassa direttamente nella successiva “La Morte Rossa” e “Dissoluzione Finale” compendio ben più mesto a chiudere in modo inquieto (fantastici qui gli effetti su piatti, cassa – quasi grancassa – e voci).

L’intero racconto, o “fonodramma”, come sottolineato dalla band, va ascoltato d’un fiato, lungo i 24 minuti che lo definiscono. Non un EP, per carità, una performance non si definisce sulla base della durata, ma sulla base del suo essere compiuta e questo lavoro è assolutamente compiuto. Si può scegliere o meno di farsi suggestionare dalle meravigliose tavole di Siro Garrone che accompagnano il libro accluso come in una globale manifestazione felliniana traslata in un cupo Ottocento, oppure, di goderne a sé, perché i semi della visione sono parte attiva e costituente del suono, ma bisogna avere l’oggetto per assaporarlo, annusarlo, viverlo come in un teatro a portata propria e gelosamente esclusiva di ogni senso. Assoluto rispetto anche al Dr Mattia Scheller per aver investito nel progetto, non solo in termini di produzione, ma anche con una bizzarra quanto godibile prefazione e alla produzione artistica di Roberto Rizzo.

Per chi scrive, il disco italiano più interessante dello scorso anno assieme al triplice atto dei Deadburger. Ecco, una sola cosa mi resta da dire, che pur trattandosi di una fiaba noir, nel racconto del Babau, questo Poe, fa paura lo stesso tanto più suona come strana metafora dei giorni nostri…

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Pubblicare filmati o documentari relativi a concerti direttamente nelle sale cinematografiche sembra essere diventata una moda, soprattutto per quelle band che sono in grado di permettersi grosse spese di ripresa e di distribuzione. Lo hanno fatto di recente i One Direction e i Metallica, ora è toccato a Marco Mengoni e ai Muse. Va da sé che il trio (quartetto sul palco) britannico, ormai celebre per mettere in piedi concerti spettacolari sia dal punto di vista tecnico-musicale che scenografico, supera in qualità e forse anche in stile gli artisti citati, producendo non a caso una piccola perla di cui si parlerà per molto.

Allo Stadio Olimpico di Roma, filmano così il primo live della storia ad essere ripreso in 4K, selezionando una ventina di canzoni delle ventisette lì eseguite per farne un pacchetto di circa un’ora e mezza che, a visione terminata, lascia veramente di stucco. Innanzitutto, toglie il dubbio anche ai detrattori del trio, accusati spesso di essersi commercializzati e di aver perso la carica e la precisione degli esordi, che in un live come questo sono invece presenti nonostante una scaletta ovviamente concentrata più che altro sugli ultimi dischi (nessun brano di Showbiz, ad esempio, anche se comunque l’unico eseguito sarebbe stato Unintended). La nitidezza e la perfezione delle immagini in 4k permettono di cogliere i più minimi dettagli del gigantesco palco, dei visual sempre diversi canzone per canzone, anch’essi degni di un concerto mastodontico in ogni suo aspetto (e difatti Bellamy e soci non hanno potuto nascondere che si tratti del loro tour più grosso anche dal punto di vista della produzione, e non serviva certo una loro dichiarazione per notarlo), del pubblico, spesso ripreso in pose ed espressioni facciali ai limiti del ridicolo, i costumi di scena abbastanza pessimi, le mille chitarre del frontman. Non sembra esserci neppure molto lavoro di sovraincisione di voci o altra postproduzione, anche perché stiamo parlando di una band la cui eccellenza sul palco è indiscussa anche da chi li taccia di essersi venduti già dai tempi di Time is Running Out, della cui resa live in questo video toglie il fiato la panoramica dei sessantamila dello Stadio Olimpico che saltano tutti insieme, lusso che si possono permettere pochissime band in questo momento. Tra i brani tolti che potevano risultare molto bene in questa versione cinematografica dispiace soprattutto per Stockholm Syndrome, non tanto invece per Blackout e la solita Map of the Problematique, mentre si possono ammirare in versioni molto più grezze che su disco le nuove Panic Station, SurvivalFollow Me, quest’ultima tra le più apprezzate dal pubblico. Altri momenti salienti sono stati senz’altro il finale con Starlight, Uprising, ResistancePlug In Baby, anche questa fortunatamente capace di agitare un pubblico formato principalmente di giovanissimi che all’epoca di Origin of Symmetry probabilmente non erano mai andati a un concerto. Durante alcune canzoni, come AnimalsFeeling Good, la band porta sul palco, e sopra il palco nel caso della ballerina appesa alla lampadina gigante di Guiding Light,  attori in carne ed ossa, in momenti tragicomici che con altre band risulterebbero pacchiani e inutili, ma che i Muse riescono invece ad incastrare perfettamente in uno show pomposo e dai toni epici dal primo all’ultimo secondo. Bastano le ciminiere che eruttano fuoco continuamente da sopra il palco per capire di cosa stiamo parlando.

Tra le infinite dediche all’Italia, paese di adozione di Bellamy per un periodo, i saluti al pubblico, le esplosioni di fuochi d’artificio e fumogeni, i giochi con le telecamere, i cambi d’abito, gli occhiali tamarrissimi di Matthew con il testo in scorrimento sulle lenti durante Madness, papa Bergoglio, Hollande e la Merkel che ballano in caricature sul megaschermo, è sorprendente come la musica rimanga a farla da padrona non facendosi mettere in secondo piano dall’aspetto visuale, che rimane comunque uno dei motivi per cui questo live doveva assolutamente finire al cinema.

NME l’ha definito “un divertimento esagerato” e, vogliate crederci o no, non è nient’altro che questo. Si spera in un’edizione DVD completa dei brani stralciati, ma in ogni caso ne consigliamo caldamente l’acquisto, attendendo il tour europeo che, purtroppo, vista la vomitevole situazione dei nostri festival, non arriverà in Italia.

il video di anteprima rilasciato da Nexo Digital

la scaletta del concerto di Roma. In grassetto quelle incluse anche nel DVD
Supremacy
Panic Station
Plug In Baby
Map of the Problematique
Resistance
Animals
Knights of Cydonia
Dracula Mountain (Lightning Bolt cover)
Explorers
Interlude
Hysteria
Monty Jam
Feeling Good
Follow Me
Liquid State
Madness
Time is Running Out
Stockholm Syndrome
Unintended
Guiding Light
Blackout
Undisclosed Desires
encore
The 2nd Law: Unsustainable
Supermassive Black Hole
Survival
encore 2
The 2nd Law: Isolated System
Uprising
Starlight

* l’immagine a inizio articolo è ripresa da Troublezine.it che ringraziamo

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Sheffield, Regno Unito. South Yorkshire, più a nord di Londra, più a sud di Glasgow, lontana dalla frenesia metropolitana ma non per questo piccola e aliena da quella sottocultura britannica che da sempre partorisce sia grandi nomi del pop che realtà più sommerse ma di eguale spessore sociale e culturale. Stiamo parlando, non a caso, della città di icone come Jarvis Cocker e dei suoi Pulp, dei Cabaret Voltaire e dei Def Leppard, senza dimenticare The Human League, i Little Man Tate, gli Arctic Monkeys, Reverend & the Makers, i While She Sleeps e molti altri. In ogni genere, questa zona ha partorito eccellenze di fama mondiale, e non poteva andare diversamente con gli ormai leggendari 65daysofstatic.

Al Locomotiv Club di Bologna, per l’ennesima volta, hanno dato prova di una tenuta di palco sconvolgente, svezzata ormai una delle città che in Italia li supporta di più, dove non hanno mai mancato di portare i loro tour e dove sicuramente non mancheranno di ritornare. In quasi un’ora e mezza di set li abbiamo visti snocciolare con disinvoltura brani da tutta la loro carriera, alcuni riletti con quelle nuove influenze elettroniche subentrate alle sonorità inizialmente post-rock da We Were Exploding Anyway in poi. Rudimentali, primordiali, gutturali, ma anche precisi e impeccabili dal punto di vista tecnico, i quattro ipnotizzano il pubblico con movimenti lisergici e un modo di stare sul palco che in un certo senso è diventato ormai il loro marchio di fabbrica. A spiccare su qualsiasi cosa è la brutalità implacabile del batterista Rob Jones (e dei suoi capelli inguardabili ma sostanzialmente tramutati in un metronomo), mentre, dal punto di vista elettronico, stupisce la scioltezza con cui si passa da launchpad, drum machine, tastiere, synth, effettistica di ogni genere a chitarre elettriche assordanti, granitiche, che ricordano i loro esordi.
I momenti salienti della scaletta, se togliamo le richiestissime Retreat! Retreat!Radio Protector, sono senz’altro Crash Tactics e la sua anfetaminica batteria drum’n’bass su arpeggi post-rock, Safe Passage e la conclusiva I Swallowed Hard, Like I Understood, unico encore concesso al centinaio di presenti. I brani più vecchi hanno provveduto a scatenare anche qualche accenno di pogo (come su Dance Dance Dance) mentre gli estratti dal nuovo Wild Light, ovvero sette pezzi su un totale di quattordici, suonano leggermente più deboli ma assolutamente degni di appartenere alla medesima setlist di un altro brano storico, Piano Fights. Di questi momenti più nuovi, la migliore sembra essere Taipei, anche come accoglienza.

In apertura ai 65dos, si sono esibiti i Sleepmakeswaves, quartetto post-rock australiano di eguale potenza e presenza scenica, suonando molti brani dell’unico full-length finora uscito, risalente a due anni fa, …And So We Destroyed Anything. Compatti, selvaggi, si distinguono dall’ammasso di molte band di questo genere per delle ritmiche più sbilenche, controbilanciate da chitarre che evitano i classici crescendo con esplosione finale per virare verso una distensione minore dei brani, che dia maggiore concretezza al tutto. Apprezzati dal pubblico quanto basta per lasciare poi spazio agli inglesi.

Vale la pena citare l’esagerata calura del Locomotiv Club che comunque, nonostante il prezzo del biglietto un pochino esagerato considerata la presenza anche di una tessera, si conferma ancora una volta fondamentale nella scena underground bolognese ed italiana tutta, richiamando nomi che, come i 65dos, hanno fatto la storia del panorama alternativo mondiale. Concerto da dieci e lode.

SETLIST COMPLETA

Heat Death Infinity Splitter
Prisms
Crash Tactics
Dance Dance Dance
Piano Fights
Install a Beak in the Heart that Clucks Time in Arabic
The Undertow
Sleepwalk City
Unmake the Wild Light
Taipei
Retreat! Retreat!
Radio Protector
Safe Passage
encore
I Swallowed Hard, Like I Understood

video di hardkore79.c0m

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L’ultima tappa del tour di presentazione del nuovo capitolo discografico di Elio e Le Storie Tese, l’Album Biango, arriva a Padova, dove per l’ennesima volta i milanesi fanno registrare un’affluenza di folla clamorosa e un’accoglienza calorosissima. Salta subito all’occhio, come accade sempre a un loro live, la trasversalità del pubblico, che abbraccia una fascia d’età tra i quindici e i cinquant’anni senza alcun problema, sebbene la concentrazione maggiore sia situata più dalla parte dei giovanissimi. Il passaggio da band iperdemenziale, per certi versi di nicchia, a band mainstream che riesce a “rappresentare” qualcosa segna ormai una sorta di spartiacque rispetto al vecchio corso della band, sia questo “qualcosa” la loro supremazia tecnica sulla maggior parte dei progetti italiani dotati di questa risonanza mediatica, oppure l’enorme impatto dell’iconografia che gli Elii hanno imposto per decenni, creando un linguaggio che ad ogni nuova uscita genera tormentoni indimenticabili a prescindere dalla qualità dei brani (Complesso del Primo Maggio e Dannati Forever ne sono un esempio).
L’Album Biango è un lavoro di un livello un po’ inferiore rispetto ai suoi due immediati predecessori e live si pensava potesse assumere una verve diversa, perlomeno vista l’eccezionale capacità strumentale della band che ormai si dà talmente tanto per assodata che non vale nemmeno più la pena di commentarla. In realtà, Il Tutor di Nerone, Il Ritmo della Sala Prove e soprattutto Lampo non hanno né il mordente né quella carica di simpatia che rendeva accessibili brani altrettanto sopravvalutati come Tristezza e Ignudi tra i Nudisti, estratti dal precedente Studentessi (e, per la cronaca, non suonati al Geox ieri). Tolto questo, l’unica segnalazione negativa da fare riguarda l’acustica terribile del Gran Teatro Geox, un tendone più che una sala concerti, anche se sembra che lavori programmati all’impianto siano destinati a risolvere l’annoso problema. Il resto della scaletta, che conta ovviamente le stupende hit storiche Parco Sempione, El Pube, TVUMDB e Discomusic, immancabili ormai da diversi tour, e la vera vincitrice di Sanremo 2013, l’ottima (anche dal vivo) La Canzone Mononota, sorprende per il reinserimento dopo lungo tempo di Supergiovane, con un Mangoni in grande spolvero, rimanendo per il resto attaccata ai cliché delle ultime costruzioni di setlist. Quella di ieri la potete leggere qui sotto:

INSTRUMENTAL INTRO
SERVI DELLA GLEBA
DANNATI FOREVER
LA CANZONE MONONOTA
LAMPO
IL TUTOR DI NERONE
IL RITMO DELLA SALA PROVE
T.V.U.M.D.B.
COME GLI AREA
SUPERGIOVANE
EL PUBE
DISCOMUSIC
COMPLESSO DEL PRIMO MAGGIO
IL ROCK AND ROLL
BORN TO BE ABRAMO

PARCO SEMPIONE
TAPPARELLA

La scelta è evidentemente piuttosto banale, ma si spera che essendo il tour dell’Album Biango concluso, ci vengano regalati in futuro momenti di maggior originalità nella selezione dei brani da eseguire dal vivo (l’anno scorso al Geox ci fu questo show, davvero all’altezza dei vecchi tempi).

Gli Elii sono come sempre una band impeccabile dal punto di vista tecnico, coesi quanto basta per raggiungere sempre la coerenza necessaria a rendere il concerto spettacolare anche nella sua veste “teatrale”. Si tratta, come sempre, di un’intelligente mescolanza di musica e siparietti comico-grotteschi, talvolta dal retrogusto politico, e le interazioni con Vittorio Cosma, ribattezzato Carmelo, sostituto storico di Rocco Tanica nei suoi periodi di assenza, si convertono nei momenti più divertenti dei segmenti non suonati dello show. Non è possibile, neppure stavolta, dire che il concerto non sia stato divertente, nonostante le pecche nell’acustica e qualche visibile problemino sul palco, soprattutto dalle parti di Faso. Il già citato Cosma, inoltre, suona esattamente come Rocco Tanica e l’accoppiata con Jantoman crea un feeling che si situa solo pochi millimetri dietro quella che è la vera macchina da guerra della band da sempre: la sezione ritmica Faso-Meyer. Non sono solo le capacità strumentali a risaltare quando sul palco ci sono Elio e le Storie Tese, ma anche il rapporto che dopo tutto questo tempo ancora regge la baracca. Non è raro infatti, vedere Elio strappare qualche sincero sorriso all’ormai perfettamente integrata corista Paola Folli, così come Mangoni, capace come sempre di creare, in senso positivo, un discreto imbarazzo sia tra i presenti che tra i suoi colleghi.

Prima della conclusione, una nota di colore: prima degli Elii, si è esibita la vincitrice di X Factor 5, la vicentina Francesca Michelin, che però non siamo stati in gradi di seguire. Per quanto si possano fare commenti riguardo la scelta dell’artista d’apertura, non avendo potuto valutare il live dal vivo, conviene astenersi. Sicuramente c’è da dire che la giovane cantante veneta ha dimostrato in televisione capacità canore che non stonano rispetto alle altrettanto ottime abilità di Elio.

Impossibile dire che il concerto sia stato brutto. Difficile anche poter pretendere di più, al di fuori della scelta dei brani. Anche questo conferma che tra le uniche band che riescono a fare arte nel duemilatredici in Italia ci sono loro, come si è già detto tante volte. Anche se Un Tour Biango è giunto al termine (ed è finito così), The Webzine, senza dubbio, li seguirà ancora.

foto di Paola Folli fatta da un membro della crew di Elio durante “Lampo”, che parla appunto di foto

PRECEDENTI ARTICOLI RIGUARDANTI ELIO E LE STORIE TESE SU “THE WEBZINE”
fotoreport di Elio e Le Storie Tese live @ Teatro Filarmonico di Verona, 27.07.2012 by LaMyrtha

SEGNALAZIONE FINALE:
A seguire con noi la serata c’era Jacopo Muneratti, con il quale il sottoscritto condivide da anni un altro blog di critica musicale, Good Times Bad Times. Il suo articolo è a questo link.

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Recensione  e intervista a cura di Enrika S.A. Scream

LIVE REPORT

Dopo aver visto MTV Spit 2013, non ce lo fai un giro a vedere Shade live? Ovvio. E quindi io e la mia amica alle 20.30 del 7 settembre siamo a Cologne, in provincia di Brescia a vedere se Shade è veramente così bravo come sembra in TV. E la risposta è sì. Ma andiamo per gradi.

Il locale a quell’ora è già pieno, non chiedetemi il motivo. Noi entriamo convinte, chiediamo dell’artista per l’intervista. Ci chiedono se possiamo aspettare una mezz’oretta, sta ordinando da mangiare. Rispondiamo di sì, tranquille, tanto, mica cambia qualcosa. Poi arriva lui e ci dice che vuole aspettare, che intanto ordina, ma prima di cenare vuole fare l’intervista. Ci chiede chi siamo, di dove siamo, e per che rivista scriviamo. E già qui mi fermo e vi dico che in tre anni da giornalista non mi sono mai, e dico mai, sentita chiedere da qualcuno ‘per che rivista scrivi?’ e tanto meno chiedere cose su di me. Mai. Senza contare che esistono anche persone che mangiano tranquillamente mentre tu gli parli o che non ti dicono niente e spariscono, lasciandoti a metà. Vabbè, lasciamo perdere; diciamo solo che il ragazzo ci piace. Comunque, iniziamo, tra battute e scherzi in poco tempo finiamo e lasciamo che Vito possa cenare, ma solo con la promessa che ci rivedremo dopo.
A questo punto abbiamo tempo di guardarci intorno e di analizzare l’ambiente. Questo è un locale dove, quando ci venivo spesso, tipo uno due anni fa, ci giravano le migliori persone. Ci ho visto band bravissime, rock, metal, pop e anche rap. Adesso che mi guardo intorno vedo solo ragazzi e ragazze con massimo 12 anni, con vestiti decisamente molto discutibili e l’immancabile alcolico in mano. Della musica proveniente dall’interno del locale ci salva dal pronunciare ulteriori pareri non ripetibili: la battle freestyle è iniziata e non vogliamo perdercela.

Entriamo, il locale è pieno e i freestylers si passano il microfono l’uno all’altro. Non so dirvi bene come è andata la sfida, in realtà, per il semplice motivo che ho visto solo la prima selezione e su circa dieci che hanno cantato, me ne è piaciuto uno (e neanche tanto), quindi ho abbandonato l’impresa. Sinceramente mi aspettavo di trovare qualche piccolo talento, o boh non lo so. Invece niente. Peccato. Visto che, oltretutto, c’è anche pieno di gente che ci guarda male (?!), usciamo e aspettiamo che prendano posto Rew e Shade. Dopo un tempo interminabile, rientriamo. Il locale è pieno. Ci mettiamo in prima fila, io sul palco a fare le foto. Il concerto non dura molto, circa un’oretta, ma il duo dimostra di aver grinta fin dall’inizio. Il pubblico, confermando la nostra ipotesi di ‘persone senza gusto’, diminuisce, ma chi rimane è in estasi. Rew e Shade non si lasciano scoraggiare e continuano a richiamarlo all’attenzione e a coinvolgere la gente, ora urlando di cantare, ora di alzare le mani. Sono proprio bravi. Decisamente troppo presto, il concerto finisce, ma prima di scendere dallo stage, i torinesi dedicano un po’ di tempo al freestyle. E in realtà, se fino ad adesso sono piaciuti, beh, è in questo momento che ti innamori, perché è nel freestyle che vedi la vera bravura dell’artista. Che Shade avesse una vena comica lo sapevo, che facesse veramente ridere no; e idem Rew. Che piacevole scoperta! I ragazzi si sfidano, prendono oggetti dal pubblico, ci rimano sopra, poi li restituiscono. Come gran finale Rew prende addirittura un ragazzo dal pubblico. Se dovessi dare un voto da uno a dieci, sarebbe undici. Sarà che io magari avevo delle basse aspettative, ma mi hanno proprio sorpreso.

Alla fine del live, i rapper scendono dal palco per fare foto e autografi ai fans. Io passo molto alla svelta a complimentarmi e a salutarli per l’ultima volta, con la promessa di vederli presto in provincia.

INTERVISTA A SHADE

Bene, iniziamo. Come prima cosa ti dico che non voglio farti un’ intervista noiosa, ma preferisco andare a fondo, scoprire il vero Shade. Quindi, presentati.

Sono un coglione, ho 25 anni, sono di Torino. Studio, o almeno mi piace dire che studio recitazione in una accademia. Siccome sono un ragazzo molto egocentrico, il rap non mi bastava e ho incanalato tutto il mio egocentrismo nella recitazione. Ho anche fatto e faccio tutt’ora il comico. Direi che con ‘sono un coglione’ avevo riassunto bene la risposta.

Sappiamo che i tuoi interessi sono molto ampi. Ho sentito che fai anche il comico. Hai iniziato prima a fare quello o hai iniziato prima a fare rap?

No, ho iniziato prima a fare rap. E’ nato abbastanza per caso: ho sempre avuto un’attitudine molto comica, anche nei live, nei pezzi: racconto sempre cazzate, storielle. E’ successo per caso, due o tre anni fa, allo Zelig, mi ero trovato lì, ad un contest, avevo vinto e fatto amicizia con i comici. Quindi, gli ho fatto leggere un po’ di roba che scrivevo io e abbiamo fatto delle serate insieme. E da lì ho iniziato a fare lo stand-up comedian.

Quindi non hai abbandonato quel mondo?

Al momento sono così preso dalle faccende musicali, che non riesco a dedicarci molto tempo, però sto lavorando anche a quello. Vorrei girare una webseries, insieme ad Alessandro Regaldo, il mio sceneggiatore. Lui mette le cose serie, io le cazzate, così esce una cosa decente.

Da Zelig al freestyle però è un bel salto, soprattutto insolito. Come ti sei avvicinato a quel mondo?

Beh, a 16 anni, andando in skateboard, che cosa ascolti? Ascolti rap. Ero fan di Eminem (e lo sono tutt’ora), e avendo visto 8 Mile, ho visto le battle freestyle e mi sono innamorato di quel mondo lì. Anche perché, oltre a essere egocentrico, io sono anche uno stronzo, e mi diverto un mondo a prendere in giro la gente: fare le battle freestyle è stato il passo successivo. E mischiare comicità e rap è stato così spontaneo che non saprei dirti neanche come, è proprio come sono fatto io.

Ora, vero che la musica viene prima di tutto, ma è anche vero che il come con cui ti presenti lascia la prima impronta nella mente dell’ascoltatore. Come hai scelto il tuo nome d’arte?

Mi sono studiato tipo una ventina di spiegazioni strafighe sul mio nome. La realtà è che mi piaceva come suonava. No, vabbè, c’è questo discorso dietro: volevo chiamarmi Fede, ma c’era già uno che si chiamava così a Torino, nei Lyricalz, un gruppo rap storico degli anni ’90, che è stato il periodo d’oro del rap. E io, che comunque ho iniziato a rappare nel 2005, li ascoltavo e avevo grande rispetto, quindi non mi sarei mai permesso di chiamarmi come uno di loro. Poi c’era Yoshi, che era Tormento dei Sottotono. Allora ho fuso Yoshi e Fede ed è uscito Shade.

Cioè tra Yoshi e Fede ti è uscito ‘Shade’?

Sì! Lo so, è una cazzata clamorosa. Però una volta un tipo viene e mi dice ‘Ti chiami Shade perché significa ‘peccato’ in tedesco?’ e io ho detto ‘Sì, mi hai beccato.’ Mi piaceva molto di più.

Una delle più grandi soddisfazioni che tu abbia mai provato immagino sia stata vincere MTV Spit 2013. Come è stato? Te lo aspettavi?

Ti sembrerà da Miss Italia la risposta, ma non me lo aspettavo veramente. E se devo dirti come è stato, la parola che riassume tutto è ‘emozionante’. E’ stata davvero una bella emozione che non ho ancora metabolizzato. Probabilmente se prima di Spit fosse arrivato uno Shade dal futuro, con la Delorean, a dirmi ‘Oh! Guarda che lo vinci tu Spit!’ mi sarei messo a piangere e gli avrei risposto ‘Ma vaffanculo non è vero.” Invece, dopo aver vinto, non ho mai avuto quella roba da dire ‘Minchia, ho vinto.’ Cioè, non mi è mai balzato in mente, non l’ho ancora metabolizzato. Però è stato bello. È stato diverso dalle altre battle, perché quando hai delle telecamere davanti è tutto diverso, hai una pressione differente.

E come è l’ambiente?

Guarda, ti dirò la verità: ti mette nella condizione peggiore. Sei uno che deve improvvisare. Stai lì dalla mattina fino alla sera, non sai su cosa dovrai rappare, cosa dovrai dire e, insomma, stare lì così per otto ore ti spegne un po’ la fantasia. Fortunatamente è un programma con il pubblico, quindi se sei un rapper, il tuo istinto è di prendere il pubblico, far prendere bene la gente. Quello ti aiuta molto. Se non ci fosse il pubblico sarebbe deleterio, quindi diciamo che il fatto che ci fosse molta gente mi ha stimolato molto.

E cosa fate dalla mattina alla sera?

Eh, ti mandavano lì dalla mattina. In realtà poi preparavano lo studio, facevano le prove con i check, arrivavano i guest. Quindi era necessario essere lì dalla mattina.

A dirla tutta, hai vinto un sacco di soldi, 5 mila euro se non erro. In cosa li hai spesi?

Sono ancora lì, illibati, nel forziere di MTV. Non lì ho ancora spesi.

E non hai idee?

Guarda, mi sono ripromesso di fare un regalo a mia madre, ma ancora non le ho preso niente. Sono un pessimo figlio. Non so neanche cosa regalarle, anche perché mia mamma ha dei gusti di merda, quindi per farla felice dovrei regalarle un cd di Gigi D’Alessio e entrare in un negozio a prendere un cd di Gigi D’Alessio per me è una vergogna. Metti che mi vede qualcuno!

Magari ti riconoscono.

Eh sì! No, comunque, pensavo a un viaggio. Magari a Los Angeles a fare un giro agli Actor Studios.

Se ti serve qualcuno che la accompagni mi offro.

Il posto c’è.

Spit non è l’unico concorso che hai vinto. Ci sveli il tuo segreto? E’ tutta farina del tuo sacco o hai degli oggetti o dei riti porta fortuna?

Non ci sono rituali particolari. In realtà quello che secondo me mi fa vincere è il fatto che mi diverto. Quello è il segreto. Tanti rapper con cui mi incontro sono tesi, concentrati sul far prevalere la loro personalità. Io sono tranquillo, sorrido, mi diverto e mi diverto ancora adesso a fare freestyle alle serate. Avendo vinto Spit, arriva sempre il rapper di turno che ti dice ‘ti voglio sfidare’.

Hai detto che c’è sempre qualcuno teso sparaci qualche nome, dai! Fai un po’ di gossip.

(Walter, in parte a Shade): Emis Killa.

Emis Killa?

Mah, io con Emis ho un bel rapporto. Cioè, adesso non ci vediamo da un po’, forse un annetto. Però con lui mi sono sempre trovato bene. E’ un ragazzo che tanti dicono ‘Se la tira’ eccetera, ma magari lo hanno solo conosciuto in certe situazioni dove c’è la pressione del tour manager, della data e tutto. In realtà è un ragazzo molto tranquillo, con lui ti diverti anche a fare freestyle.

E gli altri di Spit invece? Tipo, non so, Ensi, Nitro..

Io quando sono arrivato a Spit loro li conoscevo già tutti. L’unico che non conoscevo con cui mi sono sfidato era Debbit, e tra l’altro, è stato una piacevole scoperta, perché mi sono trovato bene a fare freestyle con lui, è simpatico, ironico, eccetera. Ti dirò, ovviamente, il miglior freestyler di quelli che sono stati a Spit è Ensi, abbastanza scontato. Un gradino, ma proprio un briciolo sotto Ensi, ci metto Kiave.

Quindi, Ensi sopra tutti?

Ensi sopra tutti. Subito sotto, Kiave.

Stai riscuotendo un successone. Quali sono i prossimi progetti? Qualcosa riguardo il freestyle, undisco da solista, un tour o che altro?

Ci sono tutte e tre queste cose. Ho un disco da solista in lavorazione: l’ho scritto tutto, lo devo solo registrare. Ovviamente non posso svelare quali sono i featuring, quali sono le produzioni.

Ci speravamo.

No (ride). Sono tutti artisti che stimo tantissimo, mi sono tolto i miei sogni di quando ero un ragazzino.

Dai su, dicci qualcosa! Abbiamo tutte e due sedici anni. Vabbè la mia amica un po’ di più.

(ride) Diciamo che uno di questi è il mio rapper preferito. Gli altri sono rapper che stimo tantissimo, che mi hanno sempre emozionato. Invece, per quanto riguarda il freestyle: se va in porto questa web series, in ogni puntata ci sarà il mio momento freestyle. Poi ho in programma anche dei video virali, in cui farò cazzate in giro. Quello che mi riesce meglio.

Per ultimo, ti faccio una domanda diretta al concerto di oggi. Che cosa ti aspetti dai fan bresciani? E dai freestylers?

Mi aspetto un livello abbastanza alto dei freestylers, anche perché quelli del nord sono tutti molto improntati sulle punch-line e difficilmente sono come quelli deil sud, che fanno freestyle più tranquilli, più chillin’, usando un termine tecnico. Mi aspetto una battle in cui ci si scanni abbastanza, mi voglio divertire. Per quanto riguarda la gente, sono sicuro che saranno caldi.

Grazie mille per il tuo tempo! Ci vediamo più tardi.

Figurati, grazie mille a voi.

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Per la prima volta The Webzine segue il tour dei milanesi Ministri in occasione dell’uscita dell’ultimo disco, Per Un Passato Migliore, interessante ritorno alle origini in termini di sound che si prefigurava molto valido nella sua resa live già dal primo ascolto. Obiettivamente, le non molte canzoni nuove eseguite rendono molto meglio dal vivo che su disco, e con questa premessa è stato possibile approcciarsi diversamente anche al concerto. La scaletta, con brani tratti un po’ da tutti i capitoli discografici dal 2007 a oggi, non è risultata così geniale nella stesura ma l’effetto divertimento nella scelta dei pezzi è stato sicuramente aiutato dalla qualità della loro esecuzione e dal calore del pubblico. Eccola:

TEMPI BUI
MAMMUT
LA MIA GIORNATA CHE TACE
IL SOLE (E’ IMPORTANTE CHE NON CI SIA)
I NOSTRI UOMINI TI VEDONO
COMUNQUE
LA NOSTRA BUONA STELLA
GLI ALBERI
LA PISTA ANARCHICA
NON MI CONVIENE PUNTARE IN ALTO
SPINGERE
NOI FUORI
UNA PALUDE
IL BEL CANTO

encore
BEVO
MILLE SETTIMANE
DIRITTO AL TETTO
ABITUARSI ALLA FINE

La scelta di includere i tormentoni del passato non stride minimamente con le novità, soprattutto La Nostra Buona Stella e Mille Settimane, brani molto sottovalutati dalla critica in un disco che bene o male è molto lineare nella qualità delle tracce. Comunque, singolo ormai destinato a diventare un classico in breve termine, è anche una delle canzoni più tese del concerto, emozionante anche se il pubblico era numericamente un po’ inferiore alla media, molto alta, raggiunta nell’ultimo triennio (c’è da dirlo, le condizioni meteorologiche erano avverse, e qualche goccia è caduta anche durante la serata).  In generale, ciò che si nota è una maggior precisione nell’esecuzione, punto debole dei primi tempi, accompagnata da una cattiveria ritrovata che, da un lato bisogna ricordarlo, l’abbandono di Universal, e lo si sente anche dal disco, li ha aiutati a far prorompere sia nel disco che, a questo punto, nei concerti. Il sound del tour di Fuori, dopotutto, li stava portando verso direzioni ancora peggiori di quelle dell’album. Per Un Passato Migliore è dunque una sorta di paradigma di quello che sono i nuovi Ministri, tornati al loro passato migliore sia con il songwriting che con la veemenza nel sound, in questo caso aiutata anche dalla buona acustica della suggestiva location (Bastioni Vallo di Nimes, in zona Porta Nuova, all’interno di questo festival, Varianti, che da anni porta ottima musica, con scelte neppure troppo banali, nel veronese).

Le prossime tappe del tour estivo sono queste, e The Webzine probabilmente presenzierà anche ad altre. Sotto all’elenco di date anche qualche frammento video dall’ultimo tour.

17 Luglio 2013 – Festa Democratica, Carpi (MO)
19 Luglio 2013 – Rock For Life, Città della Pieve (PG)
27 Luglio 2013 – Maremoto Festival, San Benedetto del Tronto (AP)
28 Luglio 2013 – Giovinazzo Rock Festival, Giovinazzo (BA)
30 Luglio 2013 – Giardini Estensi, Varese
01 Agosto 2013 – Arcifesta, Mantova
08 Agosto 2013 – Color, Lamezia Terme (CZ)
09 Agosto 2013 – Le Notti dell’Aspide Art&Music Festival, Roccadaspide (SA)
20 Agosto 2013 – Radio Onda D’Urto Festival, Brescia
22 Agosto 2013 – Festa Birra e Musica, Trescore (BG)
23 Agosto 2013 – Frogstock Festival, Riolo Terme (RA)
27 Agosto 2013 – Festa Democratica, Crema (CR)
29 Agosto 2013 – Festa Democratica, Reggio Emilia
30 Agosto 2013 – Nuvolari Tribù, Cuneo
31 Agosto 2013 – Nodalmolin Festival, Vicenza
07 Settembre 2013 – Home Festival, Treviso
13 Settembre 2013 – Un Tranquillo Weekend di Paura, Usmate (MB)
14 Settembre 2013 – Sot Ala Zopa, Tonadico (TN)

video di Stefano Casotto a Verona

concerto integrale allo Sherwood Festival di Padova

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The Webzine torna, a breve distanza dalla prima volta in questo tour, a seguire gli Aucan, impegnati nella prima parte del tour di presentazione di un futuro disco ancora non collocato in una situazione ben precisa: non solo la data d’uscita è incerta, ma anche le sue caratteristiche, visto che sia nel tour sia nei social network i bresciani sono scatenati nel disseminare dettagli e anticipazioni che stanno momentaneamente lasciando un disegno vago di quel che verrà. Cosa ben più certa è invece che la resa dal vivo della loro musica è da sempre qualcosa di esplosivo e spettacolare: impianto sempre a volumi altissimi, quasi sempre ben mixati anche se con qualche imprecisione nelle venues più piccole come è il caso della storica Festintenda, set sempre strutturato in maniera da stendere l’ascoltatore. Manca questa volta, probabilmente per motivi logistici, la componente visual che, dopotutto, non era un gran valore aggiunto considerata l’esperienza di questa seconda tappa seguita. Il set non è dissimile da quello di un mese fa, cambia forse in una lieve diminuzione di brani nuovi, ma è difficile a dirsi in quanto l’effetto spaesamento di questo mash-up di vecchio e nuovo rimane come una nube galleggiante che devia i pensieri. Un po’ quello che il genere vuole produrre. Le canzoni che si possono definire, con una forzatura, i “successi” degli Aucan non mancano, vale a dire “Away”, “Sound Pressure Level” e “Storm”. Tra qualche base e invece una componente dal vivo ancora presente nonostante il graduale cambiamento di genere, il livello della performance è notevole; la precisione devastante del batterista Dassenno rimane sempre l’impressione migliore del live, garanzia di un’esecuzione marziale, ben levigata, pesante ma con misurazione. Chiaramente anche le chitarre elettriche fanno il loro gioco, riportando l’attenzione ad un sound più rock che ricorda forse i loro esordi sulle scene musicali italiane che gli hanno portato bene, dopotutto, anche all’estero.

L’apertura è affidata, come da copione in questo tour, ai bresciani Pink Holy Days, duo dalle influenze dance e techno che spinge alti i volumi con la cassa in quattro per far ballare e riscaldare un po’ l’atmosfera che poi gli Aucan contribuiscono a demolire. Prescindibili come opener ma abili nel tenere attenta la gente in un set piuttosto lungo e sostenuto.

Le prossime date del tour degli Aucan sono:
07.06 Urlo Music Festival, Castelfranco Veneto (TV)
08.06 Campania Eco Festival, Nocera Inferiore (SA)
15.06 (solo djset) Inkubo Electronic Xperience, Villa del Conte (PD)
22.06 L’Altra Razza del Rock, Assisi (PG)
06.07 Albizzate Valley Festival, Albizzate (VA)
12.07 Sherwood Festival, Padova
19.07 Magnolia, Segrate (MI)
20.07(solo djset) Suoni Indipendenti, Ruvo di Puglia (BA)
26.07 Festa della Musica, Chianciano Terme (SI)
02.08 Il Traghetto, Pescara
07.08 (solo djset) Fuck Normality Festival, Nardò (LE)
10.08 Point Open Air, Egna (BZ)
16.08 Carrararocknrolla Pollege Festival, Carrara (MS)
20.09 Plaça dels Angels, Barcellona (Spagna)
aggiornamenti qui: http://www.virusconcerti.it/blog/?page_id=527

Video live tratto da un concerto in Francia del 2012

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Il 19 Aprile all’Estragon di Bologna c’era la première del nuovo tour degli Aucan, attesissima anteprima di quello che sarà il nuovo spettacolo con cui gireranno l’Europa nel 2013. Le tag degli eventi ufficiali su Facebook parlano chiaro: #visualize (nome del tour), #basstonate, #clubcore. L’effetto bastonata, obiettivamente, si sente, così come si sentono clubcore. Molti successi di Black Rainbows, con un impianto (per una volta) settato alla perfezione, suonano da dio e nel set completo, di circa un’ora, quasi tutto collegato in una sorta di traccia unica, risultano comunque sempre fresche, nonostante le ventate di novità portate da alcune canzoni del futuro disco. L’obiettivo di questo live, lo si avverte subito, era stupire anche con l’impatto di qualcosa di inaspettato, e mai come in questo concerto ci sono riusciti: sferzate hardcore quasi terrorcore sul finale, roba da Rotterdam Records per intenderci; momenti più ballabili che ti fanno pensare ad una svolta Swedish House Mafia ma ti riportano subito alla più violenta dubstep degli ultimi anni, tra Niveau Zero e Porter Robinson, ma con quelle venature dark ultrapotenti che solo gli Aucan in Europa sanno tirare fuori in maniera così gradevole ed egualmente devastante; techno, ma più rallentata di quella tedesca; dubstep e ancora dubstep. Effettivamente il genere è cambiato solo in maniera relativa e marginale, ma si avvertono già dei linguaggi e degli orientamenti che apparterranno probabilmente al futuro dell’elettronica mondiale, come del resto si intuisce dagli ultimi lavori di molti mostri sacri dei vari generi citati. Gli Aucan non sono alieni a queste logiche evolutive ormai inarrestabili.

L’esecuzione dal vivo, specialmente a livello ritmico, è notevole. Si punta anche sull’intrattenimento scenografico ma i visuals non sono certo all’altezza dell’ottimo livello dei suoni, calibrati nella maniera giusta anche se nelle prime file i bassi sfondano la cassa toracica in maniera abbastanza improponibile. Dire che quando si ascolta un concerto del genere è giusto così, è d’obbligo. 
L’accoglienza del pubblico è molto calorosa, sicuramente più tiepida di quella rifilata ai bresciani Pink Holy Days, band vicina agli Aucan e a ciò che ruota attorno a loro, che sfoggiano un dj set techno con influenze house, ballabile ma nulla più. In ogni caso, divertenti.

La serata, anche per il suo aspetto di debutto del nuovo tour, è sicuramente ben riuscita. L’alto livello dello show proposto ha mantenuto fede alle aspettative permettendo anche di sviluppare ulteriori attese su quello che sarà il nuovo disco in studio che, a questo punto, sarà una riconferma delle capacità degli Aucan, già pienamente dimostrate dai lavori precedenti. E, come sempre, avrà più successo all’estero ma noi non ci faremo troppe domande. 

video tratto dal concerto al Magnolia

prossimi concerti
24 aprile 2013 – URBAN, Perugia
25 aprile 2013 – CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
25 maggio 2013 – HALLE 28, Bolzano 

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Fotoreport a cura di LaMyrtha



TOUR
16.12 Modena – La Riffa
18.12 Livorno – Teatro C
19.12 La Spezia – Origami
21.12 Castiglione delle Stiviere (MN) – Arci Dallò
23.12 Ravenna – Passatelli in Bronson @ Bronson [w/ Zen Circus – Criminal Jokers – Flora & Fauna]
20.01.13 Cusano Milanino (MI) – Agorà
24.01.13 Benevento – Morgana
25.01.13 Sarno (SA) – Key Drum
26.01.13 Napoli – Mamamu
27.01.13 Latina – Sottoscala 9
15.02.13 Montichiari (BS) – Galeter
02.03 Sarnano (MC) – Revers

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Otto dicembre duemiladodici. Marghera. E’ il secondo appuntamento celebrativo della celebre etichetta indipendente italiana La Tempesta Dischi di Enrico Molteni a tenersi al CSO Rivolta e, come l’altra volta, le presenze sono state tante.
Interessante il cartellone, interessante la disposizione degli artisti, spalmati su quasi otto ore di musica tra dj e live set sparsi in ben tre padiglioni (Hangar, Nite Park e Sherwood Open Live). Diciamo, per dovere di cronaca, che parleremo di tutti gli artisti che si sono esibiti eccetto Iori’s Eyes e i dj set di Niveau Zero, Dente e Il Genio, non seguiti per motivi logistici.

La giornata si scalda presto con un Hangar già semipieno e la musica tribal-techno degli Hardcore Tamburo, nuova reincarnazione dei Sick Tamburo, che scaldano l’ambiente con ritmiche sospese tra tribale, techno e dance, inserendo anche qualche traccia (come “La Canzone del Rumore”) del repertorio dei Sick. Assolutamente divertenti, particolare l’idea anche scenica dei bidoni di latta che, insieme al tradizionale passamontagna, dona al progetto un approccio più carismatico e originale.
Umberto Maria Giardini, con la sua nuova reincarnazione (dopo Moltheni, Pineda e le innumerevoli collaborazioni), presenta un po’ dei nuovi brani, tranquilli ma con un’evoluzione tipicamente post-rock: parti melodiche particolarmente dilatate che sfociano in finali brutali, qui impreziositi comunque da dei testi molto interessanti (cosa che non accade molto spesso su questi generi).
Un set qualitativamente ottimo, forse poco coinvolgente se posizionato a questo punto della serata.
Il Pan del Diavolo con il loro divertentissimo folk (o alternative folk? come lo vogliamo chiamare?)  sono ormai un’istituzione della musica italiana e già l’accoglienza è più calorosa rispetto alle band precedenti. Il set fila liscio tra i loro principali successi con particolare attenzione agli estratti dall’ultimo lavoro Piombo Polvere e Carbone (la migliore tra queste “Scimmia Urlatore”). Un set dove, per la prima volta nella serata, si può anche saltare (soprattutto con “Pertanto”). Buon lancio per Appino, salto nel nite park uscendo nella parte aperta del Rivolta a sorbirsi un po’ di ghiaccio post-nevicata siberiana e si scopre che il frontman degli Zen Circus sta suonando la prima canzone chitarra e voce, con un sound che ricorda immediatamente le canzoni più tranquille del Circo Zen. Ma dal secondo brano si scopre la formazione che lo accompagnerà nel nuovo disco e nel tour nel corso del 2013, ovvero Giulio Favero e Franz Valente del Teatro degli Orrori. La band si trasfigura completamente in qualcosa di molto più ruvido, con tanto di parti in screaming accennato, tra grunge, post-punk, alternative rock. In questo breve set trova spazio Radio Friendly Unit Shifter dei Nirvana, in finale di set, veramente potentissima. Una piacevolissima sorpresa.
Finito il set di Appino è già l’ora dei Tre Allegri Ragazzi Morti, la band di punta di questo roster, che orienta, per forza di cose, le mode nell’etichetta. Il nuovo disco che uscirà a giorni, Nel Giardino dei Fantasmi, viene presentato con sei tracce, “sei fantasmi”, primi accenni di un lavoro che sembra già molto interessante, riprendendo sempre quel groove reggae che li aveva visti rinnovare dopo così tanto tempo, ma con delle evoluzioni un po’ diverse, che si avrà certo modo di esplorare seguendo il prossimo tour dedicato. Tra i brani recenti (da Primitivi del Futuro) eseguiti i due singoli “La Faccia della Luna” e, in apertura, “Puoi Dirlo a Tutti”, una delle più apprezzate nel pubblico di tutta la setlist. Nel finale, invece, salto indietro nel tempo con “Il Mondo Prima”, “Il Principe in Bicicletta” e “Occhi Bassi”, anche se quest’ultima non è proprio la conclusione perfetta per un live così. La band, proprio come tutte quelle precedenti, ha suonato molto bene, si è contraddistinto anche Toffolo per una voce più intonata della media mentre il sound stranamente ottimale dell’Hangar ha fatto il resto.
Finiscono i pordenonesi e scatta il delirio al Nite Park. I Ninos du Brasil sparano i bassi talmente alti che non si riesce a sentire niente, lo stabile si trasforma in una sorta di rave gigante, forse complice l’acustica terribile che in questo istante più che far sentire il concerto erutta frequenze basse a profusione. La band in realtà è più tranquilla, ballabile, e tutto sommato originale, fondendo dance, techno e musica brasiliana in una miscela che in Italia senz’altro non s’era sentita prima. Divertenti, ma penalizzati dall’acustica. Sul palco principale è ora dei Mellow Mood, con i fari puntati contro ormai da qualche mese grazie ad una presenza sul territorio nordestino notevole, con veramente decine e decine di concerti all’anno che li hanno portati sostanzialmente dovunque. Reggae, reggaeton e accenni ska, un genere che, come si sa, va molto in queste zone e infatti il set è molto gradito. Il complesso, inoltre, tecnicamente se la cava molto bene e tiene alto l’onore del genere con una scelta dei suoni senz’altro azzeccata.
Saltati gli Iori’s Eyes che non siamo riusciti sfortunatamente a seguire, è l’ora degli headliner, il Teatro degli Orrori, il cui set stasera brilla per una potenza inaudita causata soprattutto da un mixing veramente perfetto ad opera del fonico. Solitamente, questa band nei concerti non si ricorda certo per la pulizia dei suoni e la precisione sul palco ma in questa serata l’equilibrio di tutti gli strumenti era tale da schiarire un po’ tutto, spingendo ulteriormente un sound già infernale e evidenziando una bravura tecnica sicuramente accresciuta da Dell’Impero Delle Tenebre a oggi. Un set veramente caldo, con estratti da ogni disco che sono stati, in ordine sparso, tra gli altri, “Non Vedo l’Ora”, “Io Cerco Te”, “Skopje”, “La Canzone di Tom”, “Due”, “E’ Colpa Mia”, “A Sangue Freddo” e “Padre Nostro”. Coinvolgente il frontman Pierpaolo Capovilla come sempre, devastante Franz alla batteria. Il set si è concluso con un paio di minuti strumentali che Favero presenta come “la parte finale di Lezione di Musica, suonata di solito a fine concerto, un pezzo che si chiama Tempesta”.
Parte in questo momento al Nite Park il Dj/Vj set degli Aucan che i bresciani stanno portando in giro ultimamente. Immagini e sound da trip, è techno delle più distruttive, dritta, senza mai decollare mai, martellando lentamente dentro le orecchie dell’ascoltatore. Un’ora di set veramente diretta e che annulla definitivamente i timpani degli astanti, già provati da TDO e Ninos du Brasil.

Una nota di colore da citare è rappresentata dall’utilizzo anche di espedienti pubblicitari e di partecipazione diversi. L’hashtag #tempestarivolta ha permesso di seguire i tweet dei presenti (o di chi non ha potuto partecipare) da uno schermo nell’area espositiva, mentre ai primi mille ingressi è stato regalato un particolare nuovo fumetto di Davide Toffolo intitolato I Cacciatori.

L’evento, in sostanza, ha dimostrato quanto sia in termini di pubblico sia in importanza e qualità della musica questa etichetta pordenonese sia ormai l’unico punto di riferimento per la parte più mainstream della nostra produzione indipendente nazionale, iniziando anche a travalicare i confini con l’esperienza della Tempesta International. Eventi come questo sono imperdibili, quindi, dopo Ferrara 2010 e Marghera 2011, è una promessa, ne recensiremo anche altri.

*video di vari utenti presi da YouTube

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Fotoreport a cura di LaMyrtha






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L’istituzione dell’alternative rock italiano di massa giunge all’Estragon come sempre semipieno, nell’ultima data di un trionfale tour di supporto al nuovo interessante disco Padania. Molte le date, anche in questa regione che ha sempre accolto in maniera piuttosto calorosa i milanesi, in particolare nell’ultimo periodo in cui si sono arricchiti nuovamente della presenza dell’ex chitarrista Xabier Iriondo. La scelta di un sound più massiccio, introdotta dal Summer Tour 2010 e 2011, e poi definitivamente confermata dallo schizofrenico Padania, continua anche nei concerti di quest’anno, potentissimi e graffianti proprio come nei begli anni che molti, relativamente agli Afterhours, direbbero scomparsi.
La setlist ripercorre, di nuovo, un po’ tutta la carriera, ma con un occhio di riguardo, com’è logico, per l’ultimo lavoro. Interessanti in particolar modo “Nostro Anche Se Ci Fa Male”,  la splendida “Costruire Per Distruggere”, la tranquilla “Padania” e l’iniziale “Metamorfosi”, mentre “La Tempesta E’ In Arrivo”, eseguita live per la prima volta in questo tour, risulta potente ma un po’ sforzata alla voce. Tra le vecchie glorie è ormai tornata in pianta stabile da tempo “Posso Avere Il Tuo Deserto”, mentre “Voglio Una Pelle Splendida”, “Bye Bye Bombay” e “Quello Che Non C’è” mantengono il gradimento massimo e sono infatti infilate negli ultimi bis. Nota di colore da non ignorare è rappresentata dalla lettura, da parte di Manuel Agnelli, di una notizia uscita nel pomeriggio precedente la sera del concerto riguardante la sua presunta morte a seguito di un cocktail di farmaci.
Poche parole da spendere sull’esecuzione della performance. Tecnicamente la band è sempre in grande spolvero e non è certo rinomata per una gran precisione, riprendendosi sul versante interpretativo e soprattutto nel sound, massiccio più che mai. La voce di Manuel Agnelli durante il concerto tende a perdere potenza, ma alla sua età glielo si permette senza problemi, vista anche una scaletta abbastanza possente.

Il tour 2012, tecnicamente, finirebbe qui. Acclamati come sempre gli Afterhours lasciano l’ennesima lucente traccia nel sentiero di una scena italiana che li imita sempre più, non riuscendo mai a raggiungere questi livelli di intensità performativa o di coinvolgimento di pubblico. Popolarizzare questo genere, dopotutto, non è stato un gran crimine.

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Un doppio report per celebrare l’unica data nel Nord Italia del tour 2012 delle Vibrazioni. La prima è una visione più giornalistica e distaccata, la seconda la cronaca di una fan di lunga data. Buona lettura. 

Report a cura di Emanuele Brizzante

Studio 2, Vigonovo. Sul confine tra le province di Padova e Venezia, in pieno Veneto, questo studio di registrazione divenuto live club presenta, per l’inaugurazione della stagione 2012/2013, Le Vibrazioni. La band lombarda, nell’ultimo triennio, è stata più o meno assente dai grandi giochi, con tour organizzati in maniera piuttosto caotica e privilegiando la parte meridionale della nostra penisola. Pochissime le date da Emilia Romagna in su, e questa è davvero una delle poche. L’attesa palpabile, in un clima intimo che comunque si sposa bene con il nuovo corso di una band che fu mainstream ma che negli anni ha retrocesso la sua posizione fino ad una comoda mezza misura tra fama e nicchia, si riverbera nei volti dei fan frementi che accorrono abbastanza numerosi in questo capannone di una grigia zona industriale, colorato all’interno dalla gentilezza dello staff e la festosa carta da parati ledzeppeliniana. Il clima amichevole si genera già nell’incontro post-soundcheck che i promoter della data hanno organizzato per i fan più smaniosi di incontrare la band, mentre successivamente si lascia qualche ora di dj set a basso volume nell’attesa della band che giungerà sul palco solo verso la mezzanotte.

Un’ora e poco più di set, leggermente meno di quanto proposto al centro-sud, trascinando tutti nel vortice funk/hard rock dei primi due dischi, dai quali sono estratte la maggioranza delle canzoni, in un recupero della vecchia produzione che ha sia funzione di reintegro dell’ex bassista Garrincha, che non ha suonato sul mediocre Le Strade del Tempo, che la celebrazione del periodo indubbiamente più apprezzato dai fans, quello iniziale. “Dedicato a Te”, uno dei brani più scontati della band, giustamente elevato a notorietà per la radiofonicità del suo impianto melodico ormai dieci anni fa, non manca (stavolta) e così molti dei singoli più conosciuti (“Un Raggio di Sole”, “Dimmi” e “In Una Notte d’Estate”); la parte migliore del set è, naturalmente, quella più carica e, se vogliamo, grezza, che ripesca sia frangenti più melodici e, da un certo punto di vista, sperimentali come “Xunah” e “Sono Più Sereno”, che le potenti e ballabili “Seta” e “Sani Pensieri”. Una prescindibile ma simpatica nota di colore è rappresentata dalla comparsata di Agostino Nascimbeni e Dario Ciffo dei Lombroso, per una cover di Battisti che, come sottolinea Francesco Sarcina, è un’idea improvvisata e, per certi versi, la cosa è perfettamente evidente ai più. Una buona idea, comunque.

Tecnicamente la band non ha bisogno di essere ulteriormente lusingata dalla critica. Si conosce un po’ dovunque, un po’ come accade per altre formazioni mainstream che si fregiano di una buonissima capacità strumentale (ad esempio Elio e Le Storie Tese, Negrita, Negramaro), la qualità delle loro esecuzioni, che appare chiaramente anche a un inesperto, in particolare per il comparto ritmico veramente granitico e compatto, con Garrincha in versione mitragliatore al basso e Alessandro alla batteria che batte come un ossesso (ma mai come Ago dei Lombroso, una vera macchina da guerra pur nella sua imprecisione). Le due chitarre sono egualmente vicine alla perfezione, sempre ben integrate, inevitabilmente ammiccanti ai loro idoli più distinguibili: Jimmy Page e Angus Young, ma soprattutto Page. La voce del coinvolgente ed eccentrico Francesco in questo caso è in grande spolvero, e non mancano ovviamente gli ebbri commenti sessuali che lo contraddistinguono da sempre.

Tutto sommato, dimenticata la caduta di stile di certe parti della loro carriera, Le Vibrazioni non deludono mai, in particolare in concerto dove stupiscono per performance al fulmicotone che non possono assolutamente essere considerate deboli, tanta è la precisione strumentale dimostrata. Potrebbero essere di più, in un paese normale, i fan che seguono una band così, ma la gestione anche a livello di tour senz’altro è colpevole nella caduta della loro celebrità. In ogni caso, commenti di lungo termine a parte, si è trattato di una serata a suo modo speciale, quasi a lume di candela, di cui molti presenti si ricorderanno a lungo. Davvero, in questo caso, buone vibrazioni.

Recensione di Alessia Radovic

Per correttezza, prima di cominciare, mi sento di dover dire che Le Vibrazioni sono la mia band italiana preferita (lo erano i Deasonika ma ahimè si sono sciolti). Questo comporta poca oggettività da parte mia. Non lo faccio apposta, è più forte di me.

Detto ciò, faccio i complimenti allo Studio2 per aver organizzato l’unica data a Nordest delle Vibra dopo un’abbastanza lungo tour tra centro e sud Italia.
Non contenti di aver già reso possibile l’impossibile hanno ulteriormente pensato ai fans organizzando un incontro con la band pre concerto.
Tutto perfetto. Anche le pareti del locale molto seventies, la copertina di Vibra II vi dice qualcosa?
S’inizia col botto con le note di Seta che da sempre scatena il pubblico a dismisura. Scatena pure quelli che sono venuti soltanto a sentirsi “Giulia”.
I ragazzi sono carichi, rispetto alle lontane date del 2010 l’atmosfera è sicuramente un’altra. Sarà anche merito del ritorno del bassista Garrincha? Chissà.
Garrincha era uscito dal gruppo nel 2007, egregiamente sostituito da Emanuele Emone Gardossi, e ci è ritornato cinque anni dopo. Tutti contentissimi, sia chiaro, ma pensiamo anche a chi si è fatto trovare pronto e ha permesso alla band di continuare a vivere.
Chi li ha visti sa che il frontman Sarcina fa la sua buona parte coinvolgendo il pubblico e ammiccando al sesso femminile con gestacci di tipo sessuale, in questa data anche più del solito.
Non da meno sono Stefano Verderi (chitarra) e Alessandro Deidda (batteria) che pur rimanendo in disparte rispetto al cantante sono musicisti con i controcoglioni e ragazzi umili e sempre disponibili.
A trequarti del concerto salgono sul palco Agostino e Dario dei Lombroso per un tributo a Battisti: Le tre verità. Non proprio riuscitissimo, ma tant’è…
Siamo quasi giunti alla conclusione e la scaletta prevede Dedicato a te. Io mi chiedo ma ancora la gente non si è stufata di sentirla? Vabbè, il singolone si deve fare se no poi la gente se ne torna a casa e commenta “ma non hanno fatto proprio quella che sapevo”.
Il numero di pezzi era più esiguo rispetto le date al sud. Peccato. Bastavano 5 pezzi in più (Musa, I desideri delle anime dannate, Fermi senza forma, Sai, Ogni giorno ad Ogni ora. De gustibus, s’intende) e sarebbe stato il delirio rock italiano per eccellenza.
Chi si accontenta gode e torna a casa con il sorriso “eiaculando oltre i limiti razionali”, cito.
Spero vivamente possano sbucare altre date de Le Vibrazioni al nord. In fondo la speranza è l’ultima a morire. No?
Ancora una volta ringrazio lo Studio2 e spero di tornarci presto per altre date interessanti.
Per la recensione obiettiva e tecnica vi rimando a quella di Brizz.

SETLIST (in ordine sparso)
seta
electrip music
se
sani pensieri
aspettando
dimmi
dedicato a te
sono più sereno
xunah
raggio di sole
vieni da me
portami via
in una notte d’estate
su un altro pianeta + per non farsi ingoiare
le tre verità (cover di Battisti)

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GENERE: Concerto
FORMATO: DVD

Il duo blues rock più in voga del momento, sempre attento a riempire del suo nome tutto ciò che è possibile raggiungere, e farlo sempre con stile, arriva anche su DVD. Il primo live ufficiale esce con il titolo Do It Yourself – Nel Giorno del Signore e contiene un’ora di concerto in cui sono dilatati quanto più possibile dieci brani della band, tra jam, assoli, prolungamenti e riletture. Non mancano i momenti più celebri di “Hamburger” e “Mi Addormenterò”, ma stupisce in particolar modo in questo set l’intimità dell’happening, un concerto in uno piccolo spazio con il pubblico raccolto intorno ai musicisti, creando quell’intesa che giova alla band, già perfetta tecnicamente, riportando l’attenzione anche sul contatto fisico tra strumentista e fan. La divisione in parte elettrica (blues, rock, stoner) e quella acustica (più folk-blues), dando ovviamente più risalto alla prima, è un divertente diversivo per creare più attenzione attorno a questo concerto, che ci piace anche per la sua disinvoltura nell’esibire la perfezione tecnica di una delle realtà più strumentalmente abili, e contemporaneamente originali, degli ultimi anni di stanca scena italiana.
Consigliato anche ai non conoscitori dei BSBE, soprattutto per sentirsi sparata in faccia la splendida “Mi Sento Come Se”.

PROSSIME DATE:
05.10 LOCOMOTIV CLUB, Bologna
06.10 KAREMASKI, Arezzo
12.10 ANGELO MAI, Roma
13.10 AFTERLIFE, Perugia
19.10 HIROSHIMA MON AMOUR, Torino
20.10 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
26.10 VELVET, Rimini
27.10 BLOOM, Mezzago (MB)

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Tennent’s Vital, uno dei più grandi festival che si tengono in Irlanda del Nord ormai annualmente, quest’anno presenta un programma davvero spettacolare. In particolare, la giornata del 22 Agosto, si sono alternati sul palco come tre band principali i The Cribs, vecchia conoscenza dell’universo indie di spessore, i beniamini del periodo Black Keys e i Foos.
Almeno trentamila, ad occhio, i presenti, ma le cifre potrebbero essere quasi doppie. Nel colorato contesto di Boucher Playing Fields, parco della zona industriale di Belfast, tra fiumi di birra e un onnipresente (pessimo, peraltro) sidro di mele amatissimo da irlandesi e nordirlandesi, i The Cribs sciolgono il ghiaccio in pieno pomeriggio, tra lievi scrosci di una fastidiosa pioggerellina e il sole che appare e scompare a ripetizione. Potente il loro set, veloce e carico, con l’alternanza dei due cantanti e una buona presenza scenica a fare anche da motivazione visuale per seguire la performance con interesse. Tra le migliori in scaletta “Glitters Like Gold” e “Men’s Needs”.

I Black Keys, in sintonia con il loro periodo di cresta dell’onda, hanno un grandissimo seguito pronto ad accoglierli e infatti la loro oretta di concerto è seguito da urla e salti continui senza sosta, anche nei momenti meno accesi. Accenni di pogo, anche ingiustificato, accendono i singoli più famosi come “Gold On The Ceiling”, “I Got Mine” e “Lonely Boy” ma non si disdegnano i salti nel passato di “Thickfreakness” e “Girl Is On My Mind”. Tecnicamente la band è praticamente perfetta, in particolare Daniel Auerbach, e anche gli elementi aggiunti a seconda chitarra e basso sanno il fatto loro. Sicuramente il loro blues rock non è adattissimo a contesti di questo tipo, ma hanno ormai superato questo periodo, suonando davanti a folle sempre più grandi.

Verso le otto in una fresca Belfast giunge invece il carrozzone di Dave Grohl, attesissimo come in qualunque parte del mondo. Il set di oltre due ore e mezza tocca tutta la discografia della band, con qualche sorpresa: accanto alle solite, ma sempre gradevoli, “My Hero”, “Breakout”, “Everlong” e “The Pretender”, si stagliano tutte le nuove hit del disco nuovo, le carichissime “White Limo” e “Bridge Burning” ma anche le più melodiche ed egualmente fantastiche, soprattutto live, “Dear Rosemary” e “These Days”. Dal passato si recuperano le solite “Hey, Johnny Park!” e “This Is A Call”, che non si possono tralasciare in una scaletta che ripeschi un po’ tutta la storia dei Foos. Toccanti le esibizioni acustiche di “Wheels” e “Times Like These”, in presenza della figlia di Dave, Violet, dietro gli amplificatori. Molti i momenti comici del concerto, orchestrati dal frontman, sempre migliore nel compito di animatore di folle. Dal punto di vista tecnico non serve sprecare caratteri: sono semplicemente perfetti, e un impianto ottimo con un equilibrio dei suoni che riesce a rendergli giustizia trasforma Belfast in una rock discoteca gigante, con la gente egualmente coinvolta dalla prima alla ventiduesima canzone, senza sosta.

I ragazzi di queste zone non ricevono molti di questi festival, ricorda anche Dave. Senz’altro anche la loro presenza, con qualche nota di colore per elementi particolarmente pittoreschi, garantisce la buona riuscita di un festival così, del quale è opportuno ricordare anche l’ottima organizzazione, fantascientifica per noi italiani abituati all’incapacità dei nostri addetti ai lavori. Tutte le band sono uscite a testa alta, così come il pubblico, per una giornata veramente indimenticabile.


SETLISTS

THE CRIBS
Come On, Be A No-One
Hey Scenesters!
Mirror Kissers
Glitters Like Gold
I’m a Realist
Chi-Town
Cheat On Me
Be Safe
City of Bugs
Men’s Needs

BLACK KEYS
Howlin’ For You
Next Girl
Run Right Back
Same Old Thing
Dead and Gone
Gold On The Ceiling
Thickfreakness
Girl Is On My Mind
Your Touch
Little Black Submarines
Money Maker
Strange Times
Nova Baby
Tighten Up
Lonely Boy
I Got Mine

FOO FIGHTERS
White Limo
All My Life
Rope
The Pretender
My Hero
Dear Rosemary
Learn to Fly
Arlandria
Cold Day In The Sun
Generator
Walk
These Days
Monkey Wrench
Hey, Johnny Park!
This Is A Call!
Bridge Burning
In The Flesh? (Pink Floyd cover)
Best of You
-encore-
Wheels
Times Like These
Breakout
Everlong

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Come lo si descrive un concerto dei Gogol Bordello?
Pogo, salti, urla, sudore, divertimento. E’ come partecipare ad una gara di atletica in cui l’unico sport che si può praticare è spintonarsi allegramente in una bolgia di puro calore umano. Molti vorrebbero impartire a performance analoghe un significato politico o perlomeno etnico ma non è quello che faremo qui, giacché basta spiare le biografie dei componenti della band per capire che la diversità delle origini (dall’Ecuador all’Etiopia, passando per Ucraina e Israele) dei membri del gruppo e il gypsy punk che portano in giro possono compromettere molto dell’ordine socio-politicamente precostituito che orbita anche nel campo delle arti. In una gara di resistenza di forza muscolare, capacità polmonare e tenacia delle corde vocali se ne vanno velocemente due ore di frenesia ritmica a metà tra cultura gitana, balcanica, reggae, punk e ska. Solo con questa multietnicità è possibile spiegare il loro enorme successo, ovviamente impreziosito da una tecnica che gli permette di fare praticamente qualsiasi cosa sul palco, scatenando tutto il caos di cui sopra. Noi c’eravamo e basta indicare la scaletta per far capire, a chi li conosce e forse a chi non li conosce, cosa significa un concerto dei Gogol Bordello.

intro
ultimate
immigrant punk
not a crime
my companjera
sally
immigraniada (we comin’ rougher)
wonderlust king
trans-continental hustle
break the spell
tribal connection
pala tute
think locally, fuck globally
start wearing purple
-encore-
jam jelem
santa marinella
harem in tuscany
alcohol

Ovviamente i presenti erano molti, come dimostra qualcuno dei video sottoriportati. Non serve giustificare il divertimento dei presenti quando si può avere tutto questo, dalle bestemmie di “Santa Marinella” (in realtà un collage di parole sentite dal carismatico e singolare frontman della band Eugene Hutz durante un soggiorno nella nostra capitale) all’impossibilità di stare fermi che scaturisce da “Pala Tute”, “Immigrant Punk” e, sostanzialmente, una qualsiasi delle altre loro hit.

I live dei Gogol Bordello sono esperienze che consigliamo a chiunque non sia debole di cuore. Nella nostra Italia anestetizzata dalle preoccupazioni che attanagliano quotidianità, futuro e società forse un buon concerto liberatorio servirebbe. Magari con una birretta e una cannetta, giusto per corollare il tutto.


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Se un giorno gli Afterhours finissero di entusiasmare non potremo più chiamarli col loro nome. L’odio degli hipster non può scalfire delle macchine da guerra di questo calibro. Lo sport di detestare chi ha influenzato e plasmato i tuoi idoli è diventato talmente diffuso che i milanesi non possono che beneficiarne e difatti da un paio d’anni, dal ritorno di Iriondo ma non solo grazie a lui, i loro concerti sono ritornati ad essere granitici e ruvidi come agli inizi, un vero pugno dritto in faccia chi li definisce invecchiati, commerciali, rincoglioniti e tutto il resto.

A Padova, in una delle serate clou (ma non una delle più frequentate) del carrozzone del tradizionale Sherwood Festival, Manuel Agnelli e soci distorcono le orecchie fumanti di qualche migliaio di presenti con un repertorio lungo due ore (con infiniti bis, tre per l’esattezza, come da copione), che da Germi a oggi ripesca un po’ da tutti gli album qualche perla che è parte integrante del vero fan degli Afterhours, come in una storia che è fatta di momenti più intimi e di scatti d’ira più accesi e fulminei senza mai rifiutarsi di rendere partecipe chi si ha davanti di un’emozione infinita. “Posso Avere il Tuo Deserto”, “Pelle” (nella versione ormai consueta con Manuel al piano), “Bungee Jumping” e “Voglio Una Pelle Splendida”, nonché “Sulle Labbra” e “Il Sangue di Giuda” fanno accapponare la pelle come sempre, grazie ad un’esecuzione magistrale (tranne qualche pecca ritmica di basso e batteria) che punta soprattutto sull’apertura sonora delle chitarre, dotate di quella sorprendente nuova pacca che ormai contraddistingue il nuovo corso dei lombardi (l’avete sentito Padania vero? ringraziate Ciccarelli). Il tour è però consacrato a pubblicizzare l’ultimo e molto interessante lavoro e per questo la maggior parte delle canzoni proviene da lì: la title-track, “Metamorfosi”, “Terra di Nessuno” e “Spreca Una Vita” tra le migliori, ma non si può omettere dalla lista la splendida “La Terra Promessa si Scioglie di Colpo”. La voce di Manuel raggiunge picchi che mancavano da tempo, con una graffiante potenza e una precisione che sicuramente lascerebbero sbigottiti anche i molti detrattori del suo timbro (si ride ancora per le polemiche di chi ha criticato insensatamente Karma Police dei Radiohead da lui eseguita perfettamente il Primo Maggio a Roma). Nota di colore la comparsata per “Lasciami Leccare l’Adrenalina” e “Dea” di Giulio Favero del Teatro degli Orrori/One Dimensional Man al basso.

Invecchiare è una cosa per tutti, farlo così è per pochi. La nostra intuizione è che li seguiremo con lo stesso entusiasmo ancora per molti anni.

SETLIST:
metamorfosi
terra di nessuno
la verità che ricordavo
male di miele
costruire per distruggere
spreca una vita
padania
ci sarà una bella luce
ballata per la mia piccola iena
è solo febbre
bungee jumping
il paese è reale
sulle labbra
nostro anche se ci fa male
io so chi sono
la terra promessa si scioglie di colpo
-encore-
tutto fa un po’ male
la vedova bianca
lasciami leccare l’adrenalina
dea
bye bye bombay
-encore 2-
pelle
quello che non c’è
posso avere il tuo deserto
-encore 3-
voglio una pelle splendida



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E arriva così uno dei migliori episodi di questo bel Sherwood Festival. A Padova, come sempre, tra le migliori band italiane e qualche ospite straniero i ragazzi della foresta di Sherwood ci hanno portato a beneficiare della visione di uno degli show migliori al mondo: un concerto i Flaming Lips. Ma cominciamo con la guest band in apertura, i nostrani Verdena, in una delle loro due uniche date del duemiladodici.

Set di cinquantacinque minuti circa con una scaletta interamente occupata da brani di Requiem e, soprattutto Wow. La più potente Loniterp, insieme alla raramente eseguita Attonito e l’ormai classica Canos; le più interessanti le tranquille Letto di Mosche e Sorriso in Spiaggia parte 1 e 2, combo che apre il set. Performance perfetta dal punto di vista tecnico, qualche carenza di suono, ma l’equilibrio generale e l’esecuzione molto precisa risollevano il tutto. Strano vedere più gente per loro che per i Flaming Lips, ma del resto siamo in Italia. Si confermano, comunque, la miglior band italiana. Senza se e senza ma.

SCALETTA:
Sorriso in Spiaggia Parte 1
Sorriso in Spiaggia Parte 2
Scegli Me (Un Mondo che tu Non Vuoi)
Il Caos Strisciante
Badea Blues
Muori Delay
Tu e Me
Letto di Mosche
Miglioramento
E’ Solo Lunedì
Canos
Attonito
Loniterp
Isacco Nucleare

Il carrozzone dei Flaming Lips, nella prima delle due tappe italiane (la seconda a Torino l’undici luglio), giunge puntuale a Padova con tutta la sua caleidoscopica verve, tra palloncini, ballerini sul palco vestiti da mostri di videogiochi giapponesi e trovate sceniche come il pallone gigante dentro il quale cantante ha deciso di surfare il pubblico. Tutta la loro discografia battuta in lungo e in largo in un set tirato, precisissimo, per certi versi schizofrenico: proprio come sono i Flaming Lips. Un live veramente geniale che non può far altro che sorprendere, per una band che fa innamorare della sua incredibile capacità di rappresentare una novità anche dopo averla ascoltata milioni di volte. Non ci sono altri così, diciamoci la verità. E così in novanta minuti snocciolano successi come la coinvolgente “The Yeah Yeah Yeah Song”, la strana “Drug Chart” e la simpatica “I’m Working At Nasa on Acid”, non sbagliando un secondo, non smettendo mai di lanciare palloni e coriandoli, con uno schermo enorme dietro a colorare ulteriormente un palco quasi circense. Con l’encore raggiungono il picco massimo di qualità, nonostante la scarsa attenzione di parte del pubblico verdeniano, con “Ashes in the Air” e “Do You Realize??”.
Stupefacenti, non ci sono altre parole.

SCALETTA THE FLAMING LIPS:
Race For the Prize
The Yeah Yeah Yeah Song (With All Your Power)
On The Run (Pink Floyd cover)
Is David Bowie Dying?
I’m Working at Nasa on Acid
Ego Tripping at the Gates of Hell
See the Leaves
Laser Hands
Drug Chart
What is the Light?
The Observer
-encore-
Ashes in the Air
Do You Realize??


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Località balneare per l’ennesima tappa dell’Istantanee Tour, nella sua seconda incarnazione non più concentrato in particolare sul primo disco ma con una scaletta che abbraccia tutto il repertorio dei piemontesi. Eseguono, tra le altre, in ordine sparso, “Preso Blu”, “Piombo”, “Il Centro della Fiamma”, “Depre”, “Ratto”, “Corpo a Corpo” e l’immancabile “Disco Labirinto”. A grande richiesta “Tutti i Miei Sbagli”, assente per motivi di tempo dal set che abbiamo seguito pochi giorni fa a Padova, rispetto al quale hanno stralciato un paio di brani (“L’Odore” e “Strade”, che molti avrebbero gradito sentire). La serata fila comunque liscia tra salti nel passato fortemente apprezzabili come “Perfezione” e “Cose che Non Ho” e le più recenti e movimentate “Benzina Ogoshi” e “Up Patriots to Arms”, cover di Battiato. Un’altra cover è l’interessante “I Chase the Devil” di Max Romeo, mentre a far saltare per bene i presenti, tanti nonostante la sconvolgente tribù di zanzare killer che imperversano in Marina Julia, ci pensano momenti più disco-oriented come “La Glaciazione” e l’imprescindibile “Nuova Ossessione”, in una veste leggermente più ballabile.

Tra i salti di Boosta (che rivelano qualche playback a volte necessario), la simpatia ritrovata di un Samuel più coinvolto in questo tour e gli interventi del buon Max, le quasi due ore scorrono fluide denotando anche una carica e una precisione che sinceramente, nonostante siano tecnicamente una band superba da sempre, stupiscono ogni volta. La scaletta, inoltre, non era così banale (mancava, ma ne siamo parzialmente contenti, parte della peggiore produzione recente come “La Funzione). Un plauso va inoltre attribuito ad un’organizzazione molto accurata ed ordinata come raramente accade nel lucrativo mondo della musica live.
Sicuramente un’ottima occasione per festeggiare il “Friuli-Venezia Groova” (cit. Max Casacci)

Video del check:

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I Tre Allegri Ragazzi Morti resistono sempre. Passano gli anni ma ci si ritrova sempre davanti al palco, più o meno sempre gli stessi che li seguivano lungo la dura reincarnazione da pop punk band adolescenziale a sperimentazione reggae di sicuro impatto grazie ad un genere (purtroppo) abbastanza modaiolo, ma non perdendo mai la loro identità di ragazzi morti. In effetti è anche l’estetica di questa band, al di là delle maschere, che comunica molto oltre a dei testi semplici ma particolari, se vogliamo caratteristici. Signorina PrimavoltaIl Principe in BiciclettaQuasi AdattiMai Come Voi, tra le più amate, sparate sull’iniziare del concerto, una scelta convincente anche se poi il centro reggae scarica troppo la tensione (Codalunga, meglio quand’era chitarra e voce; La Faccia della LunaPuoi Dirlo a Tutti, le migliori dell’ultimo album, immancabili; ci voleva anche Primitivi del Futuro, ma ci s’accontenta di tutto il resto). Pogata finale con Ogni Adolescenza, l’imprescindibile inno di gioventù bruciata che li ha resi celebri anche al di fuori delle nicchie. Un po’ scarichi dal punto di vista della “pacca” sonora, rimangono i coinvolgenti treallegri di sempre e di questo non ci si può lamentare.

L’interminabile storia dei TARM continuerà prossimamente con un nuovo full-length. Sotto il palco ci saremo di nuovo.

Qui l’intervista dal profilo ufficiale di Radio Sherwood

Prossime date Tarm
http://www.virusconcerti.it
06.07 SPAZIALE FESTIVAL, Torino
13.07 MAZZUMAJA FESTIVAL, Comunanza (AP)
19.07 NEAPOLIS FESTIVAL, Giffoni (SA)
21.07 FESTAMBIENTE SUD, Monte Sant’Angelo (FG)
25.07 MAGNOLIA, Segrate (MI)
09.09 STILE LIBERO FESTIVAL (TARM IN “PASOLINI, L’INCONTRO”), Bassano del Grappa (VI)

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Un po’ di introduzione.
Rovigo non è una città rock. I timidi tentativi di risvegliare un sentore di interesse nel piccolo pubblico nei confronti della musica dal vivo da anni falliscono, lasciando qualche oasi felice che giace comunque sempre sull’orlo del baratro. Tra i casi che spiccano vi è senz’altro Arci Ridada, associazione che opera nell’organizzazione degli eventi da qualche anno nel Polesine con l’ottimo festival estivo Savoir Fest, con una direzione artistica di qualità e un buon seguito ma, quest’anno, interrotto. Era logico che ragazzi così interessati nei confronti della cultura del territorio e per il territorio fossero in prima linea in iniziative di solidarietà nei confronti delle popolazioni colpite dagli eventi sismici di maggio tra Veneto, Lombardia e, soprattutto, Emilia ed è così che nasce la giornata del ventitré giugno. Per gli abitanti della zona più colpita, quella intorno a Finale Emilia, è stato concepito questo concerto, un incontro con le migliori band italiane che senza percepire nulla si prestano, come i tecnici e gli organizzatori, gratuitamente. I presenti sono stati circa 1.500, una buona cifra se consideriamo l’area geografica, la dormiente provincia rodigina,  ma meno di quanti avrebbero dovuto essere considerando il calibro dell’evento Le band che si sono esibite sono state, infatti: Il Disordine delle Cose, Gr3ta, Il Teatro degli Orrori, Marta Sui Tubi, Linea 77, Africa Unite e Marlene Kuntz. Un cartellone di tutto rispetto, dunque, che a The Webzine siamo riusciti a seguire, sfortunatamente, solo dal terzo gruppo in poi.

Il Teatro degli Orrori si presentano sul parcheggio del polo fieristico rodigino con un set potente ma una mediocre scelta dei suoni. La performance, tecnicamente nella media per quei buoni esecutori che sono Capovilla e soci, ha visto i veneti divincolarsi lungo tutta la loro produzione, eseguendo tre brani dall’ultimo scarso disco (“Non Vedo L’Ora”, “Doris” e “Skopje”), altri tre dal primo (“La Canzone di Tom”, “Compagna Teresa” e “E Lei Venne!”, non dimenticando neppure “E’ Colpa Mia” e “Alt!” dal fortunato A Sangue Freddo. Da un set intenso e coinvolgente, con un pubblico ancora poco numeroso, si passa alla vera sorpresa della serata: i grandissimi Marta Sui Tubi stupiscono con la loro follia elettroacustica di stampo cantautorale, indefinibile a dire il vero, che ripercorre per quaranta minuti la loro corta ma sorprendente carriera. Innegabili il carisma di Giovanni Gulino sul palco, abile sia nel cantare che nell’intrattenere, e la travolgente precisione di Pipitone alla sei corde. Highlight della scaletta tutte le nuove: “Cromatica”, “Al Guinzaglio”, “Camerieri” e “Di Vino” ma, ovviamente, anche la carichissima “L’Unica Cosa” e la ballad strappalacrime ormai classica nel loro repertorio “L’Abbandono”. Semplicemente perfetta anche “La Spesa”, una delle migliori della loro intera produzione.
Anello debole, dal punto di vista tecnico, i Linea 77, potenti ma sgraziati, in un set un po’ rallentato ma che riesce comunque a scatenare il pogo selvaggio dei presenti. “Moka” e “Il Mostro” d’obbligo in scaletta, mentre si soffre un po’ l’assenza di qualche momento di stacco come “Inno All’Odio”. Tolta qualche carenza a livello strumentale e nella scelta dei suoni, si può senz’altro confermare la tenuta di palco e l’aggressività live di una delle band che hanno fatto la storia del crossover italiano.
Essenziale poi il momento reggae degli Africa Unite, tassello storico della musica italiana tutta. In un set che ripercorre tutta la loro carriera la platea è subito trascinata nelle dolci danze dei ritmi in levare a cui la band è particolarmente avvezza. Tecnicamente perfetti, in grado anche di spazzare via l’unico neo di questo genere, ovvero la monotonia, con una buona variazione nei toni grazie ad una scelta dei brani ponderata e un’esecuzione intensa e personale.
A concludere la serata i sempre spettacolari Marlene Kuntz, seppur ormai evidentemente in fase di declino. La band, nonostante la generale propensione al cantautorato che gli ultimi due dischi dimostrano, mantiene inalterata una carica noise di tutto rispetto e la scaletta pesca a piene mani dai momenti migliori del passato (“1° 2° 3°” su tutti, ma anche le immancabili “Sonica” e “Festa Mesta”) e la meno conosciuta  e recente “Stato d’Animo”, tratta da Uno. La scelta di includere all’inizio di una scaletta particolare come questa la ormai immancabile cover della PFM, “Impressioni di Settembre”, risulta poco coerente nei confronti del resto del set, ma tutto sommato la si dimentica presto, complici una potenza e un’impatto sonoro di inattingibile caratterizzazione. Chi li definisce defunti o scaduti avrà dovuto ricredersi, perlomeno sul piano dell’esecuzione dei brani.

La giornata è stata senz’altro storica per la musica di Rovigo e per i rodigini, capaci di risvegliare un sentimento di interessamento comune nei confronti della musica, spinti anche dalla ragione di beneficenza che sottostava al concerto in sé. Affrontare il cemento del parcheggio della fiera fin dal pomeriggio, con il solleone di questo giugno infuocato, non era per tutti.
Quindici euro assolutamente versati con piacere nelle mani di un’associazione che, come ha promesso, traccerà il percorso dei soldi fino alle tasche di chi ne ha bisogno, senza gli sprechi e i latrocini tipicamente italiani che, purtroppo, anche in casi tragici come lo sciame sismico quasi terminato, si riscontrano. Mondo della musica compreso: chiedetelo alla Siae.
Una maratona di musica che si spera apra le porte ad ulteriori eventi in zona e che svegli la coscienza collettiva di una popolazione giovane ma assonnata. Partecipare ai concerti, soprattutto quando sono di questa qualità e con un’anima solidale alle loro spalle, dovrebbe essere, del resto, quasi un dovere. Lo avranno imparato i rodigini?

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Descrivere un concerto dei Subsonica può essere banale, perché il livello dello spettacolo negli anni si mantiene inalterato. Dopo il tour del mediocre Eden e l’Istantanee Tour a ripercorrere i primi anni di corriera, questa tranche estiva è invece strutturata come una carrellata di tutta la loro produzione, lasciando in disparte buona parte della produzione recente (solo due canzoni dall’ultimo disco, fortunatamente).
Nelle circa due ore di concerto, tagliato dell’ultimo brano (“Tutti i Miei Sbagli”) per sforamento del tempo limite, i Subsonica sono riusciti a far ballare e pogare con i brani più “tamarri” e potenti, da “Il Centro della Fiamma” a “Veleno,” gli immancabili singoli “Disco Labirinto” e “Nuova Ossessione”, fino a “La Glaciazione” e “Up Patriots to Arms”, rivisitazione dello storico brano di Battiato (non unica cover, in verità, c’era anche la poco conosciuta “Out of Space” di Peter Tosh). Per i momenti più brillanti bisogna però risalire alle più tranquille ma fantastiche perle dei primi dischi “Cose Che Non Ho”, “Strade”, “Preso Blu”, “Depre” e “Perfezione”. “Ratto”, “Corpo a Corpo” e “L’Odore” sottolineano invece un certo interesse ritornato verso uno dei loro migliori album, ovvero il sottovalutato Terrestre.
In generale il live visualizza una band ancora in grande spolvero dal punto di vista tecnico e strumentale, capace di far ballare anche con i più brani più fragili e di scherzare con la propria condizione di gruppo in bilico tra formazione commerciale e inserimento d’eccezione nel gruppo popolosissimo dell’alternative italiano. La cosa principale da dire rimane che andare a un concerto dei Subsonica significa perdere qualche chilo a saltare, urlando ogni singola parola per due ore (forse di più, in certe altre tappe) e andare a casa con il cerchio alla testa. La presunzione dimostrata da un testo come “Benzina Ogoshi” e tutte le scenette che ci girano attorno può venire lavata via solo da uno spettacolo degno di questo nome, e i torinesi in questo sono dei campioni.
Tra i migliori performers in Italia e continuano a dimostrarlo.

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Il progetto di Mario Riso, celebre batterista di band come Movida e Royal Air Force e ambasciatore Amref, continua a girare in tutto il paese. Più di cento gli artisti che vi hanno preso parte e la macchina instancabile che è stata messa in moto ormai da qualche anno non accenna a fermarsi, racimolando pubblico e affezionati legati non solo alla musica ma anche alla causa che sta dietro il nome Rezophonic: la costruzione di pozzi d’acqua in Africa, con un rilevante numero di obiettivi già raggiunti in questi ultimi anni.

Al circolo Arci Voodoo di San Giuseppe, piccola frazione del comacchiese, nonostante il periodo piuttosto nero per la provincia di Ferrara a seguito degli eventi sismici che non accennano a placarsi, la gente è accorsa numerosa. Il carrozzone ha portato sul palco, come sempre, una lunghissima lista di artisti più o meno noti della scena alternativa italiana, che trovate indicati in fondo a questo articolo.
Concentrandosi sull’aspetto musicale si può parlare di una serata carica fin dai primi momenti, con il set di un’ora in apertura dei Rock From The Girl, cover band con una potentissima e precisissima frontwoman che oltre a coinvolgere il pubblico è riuscita anche ad interpretare canzoni storicamente “maschili” come Helter Skelter, Toxicity dei System of a Down e l’immancabile Sweet Child O’ Mine dei Guns. Anche i musicisti, soprattutto il batterista, evidentemente molto conosciuto ed apprezzato in zona, hanno dato prova di una performance di tutto rispetto, complice anche l’ovvia conoscenza da parte di tutti i presenti del repertorio eseguito.
Verso mezzanotte inizia il set dei Rezophonic che porterà un clima d’amicizia e di festa al Voodoo per ben due ore. Presentato da Elena di Cioccio e Alteria, lo spettacolo ha visto per quasi tutto il tempo (salvo un pezzo eseguito dai Bastard Sons of Dioniso al completo) Mario Riso alla batteria e Marco “Garrincha” Castellani al basso, mentre tutti gli artisti musicisti si ruotavano sul palco. Si citano soprattutto un eccentrico KG Man dei Quartiere Coffee, Cristina Scabbia, Olly, Max Zanotti (ex Deasonika), tutti i Movida, Sasha Torrisi (ex Timoria), Pier Ferrantini dei Velvet e Eva Poles (attualmente EVA, ex Prozac +). Le canzoni più famose dei Rezophonic sono state eseguite con un livello strumentale veramente notevole, complicità la grande professionalità e tecnica di quasi tutti i musicisti coinvolti. Da segnalare “Ci Vuole Un Fiore”, “Spasimo”, “Can You Hear Me?” e “L’Uomo di Plastica”. Molto meglio live che su disco anche i nuovi singoli “Regina Veleno” e “Sono Un Acrobata”. Tra le cover a scatenare il pubblico particolarmente sono soprattutto la storica “Acido Acida” dei Prozac + e, ovviamente, “Blitzkrieg Bop” dei Ramones (stralciata dalla scaletta, invece, “God Save The Queen” dei Sex Pistols). Potente e commovente, come sempre, “Senza Vento” dei Timoria, con un Torrisi veramente molto abile nel raggiungere ancora la qualità dell’originale di Renga.

Il progetto, giustamente, continua a riscuotere successo e interesse. Le esibizioni sono divertenti, simpatiche e molto coinvolgenti, grazie all’idea di far “presentare” il concerto e le interazioni continue tra musicisti e pubblico. La gentilezza di molti dei componenti, abili a giocarsi il pubblico sopra e sotto il palco, prima e dopo il concerto, fa il resto. Tra le partite di calcetto di Mario Riso e le torte per il festeggiamento del compleanno del tour manager dei Rezophonic offerte anche al pubblico, lo spettacolo si è fatto anche fuori.
Rezophonic è un collettivo di musicisti che ci mettono il cuore per suonare, divertirsi e divertire, collegando tutto questo ad una causa socialmente utile con un altruismo veramente degno di nota. The Webzine seguirà ancora questo progetto, potete scommetterci.

Video di Tittigru

REZOPHONIC PRESENTI:
MARIO RISO (Rock TV e Ambasciatore AMREF)
CRISTINA SCABBIA (Lacuna Coil)
NOYSE (Punkreas)
EVA POLES (Prozac+)
ELENA DI CIOCCIO (dalla trasmissione di Italia 1 “LE IENE”)
PIER FERRANTINI (Velvet)
OLLY (Shandon – The Fire)
MARCO “GARRINCHA” CASTELLANI (Le Vibrazioni – Octopus)
THE BASTARD SONS OF DIONISO
MOVIDA
KG MAN (Quartiere Coffee)
MAX ZANOTTI (Deasonika)
SASHA TORRISI (Timoria)
ALTERIA (Rock Tv – NoMoreSpeech)

Prossime date del tour:
01.06 – Notte Verde 2012, Rovereto (TN)
23.06 – Alghero (SS)
29.06 – Gorgo Al Monticano (TV)
07.07 – Forest Summer Fest, Foresto Sparso (BG)
11.07 – Bagnolo in Beer, Bagnolo in Piano (RE)
13.07 – Carroponte, Sesto San Giovanni (MI) – con Caparezza
14.07 – Sea Legend, Pozzuoli (NA)
20.07 – Artifusione, Lariano (RM)
21.07 – Festival Este 2012, Este (PD)
28.07 – Birrando, Larciano (PT)
13.08 – Monterotaro Rock Festival, Casalnuovo Monterotaro (FG)
24.08 – Frogstock Festival, Riolo Terme (RA)

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Peter Hammill, fondatore dei Van Der Graaf Generator, è ritornato di recente in Italia in tre tappe che sono state seguite, recensite e documentate dal nostro collaboratore Claudio Milano.
Le date sono state:
10 maggio 2012 – TEATRO MIELA, Trieste
11 maggio 2012 – TEATRO ASTRA, Schio (VI)
13 maggio 2012 – LA SALUMERIA DELLA MUSICA, Milano

Ecco le setlists:
TRIESTE
The Siren Song
Too Many of my Yesterdays

Just Good Friends
Bravest Face
Time Heals
Comfortable
Shingle Song
Central Hotel
Stumbled
Amnesiac
Patient
Faculty X
The Mercy
A Better Time
A Run of Luck
Traintime
Encore: Modern

SCHIO
The Comet, The Course, The Tail
If I Could
Driven
Sitting Targets
Been Alone So Long
Last Frame
Easy to Slip AwayThe Unconscious Life
Close to Me
Losing Faith in Words
Undone
Slender Threads
The Habit of the Broken Hearts
– On Tuesdays She Used To Do – Yoga
A Run of Luck
Stranger Still
Encore: Ophelia

MILANO
My Room – Waiting for Wonderland
That Wasn’t What I Said
Autumn
Meanwhile My Mother
Your Time Starts Now
Vision
Last Frame
The Birds
Stumbled
Afterwards
Modern
– This Side Of – Looking Glass
Bravest Face
The Mercy
A Run Of Luck
Still Life
Encore: House With No Door

Dalla “Terra Incognita”, il cantore delle stelle e dei vuoti interiori e il suo tour italiano

Le canzoni per me sono solo un pretesto, un vestito attorno all’emozione che raccolgo dall’aria e porto alla gente. Io sento quello di cui chi mi ascolta ha bisogno in un certo momento e suono quell’emozione, nessuna mia interpretazione sarà mai uguale all’altra”.

A cena, dopo il concerto di Trieste, queste le parole di un Peter Hammill intento a consumare a fatica mezza cotoletta con una foglia d’insalata.

Un uomo di un’eleganza e una cordialità estranee ad un paese chiassoso come il nostro che pure la sua musica ha amato più di qualsiasi altro, perchè teatrale, altamente manifestata, come in un “nostro” rito cristiano e pagano al contempo, tra donne urlatrici ma pie, dal viso coperto con un velo nero, mentre i fiori dispensano un tripudio di colori e il sole incendia il bianco delle case.

Perennemente sospeso tra una vitalità estrema e il senso di morte, il dramma nell’accezione più arcaica del termine e la grazia, Hammill, ha voluto dedicare all’Italia tre date davvero speciali per presentare il suo nuovo album Consequences, qui recensito poco tempo fa.

Una forma vocale eccezionale, capace di abissi sempre più terrifici con gli anni e vette ora urlate, ora appena sussurrate in un sofferto falsettone rinforzato da contraltista di formazione gesuita, quale è stato, che traghetta in una frazione di secondo al boato in voce piena.

L’immagine che resta è quella di un corpo esile che si contorce in continui spasmi su una chitarra e un pianoforte strazia(n)ti. Un uomo che non ha bisogno di vestirsi in un modo particolare (una lunga camicia bianca e un pantalone di tuta nera per tutte e tre le date) e che può permettersi anche indifferenza nei riguardi della perfezione esecutiva, relegandola come lui dice “ai cultori della musica classica”. Un’artista che non ha necessità di risultare presente sul palco in altro modo che non sia la messa in scena di sé, di ciò che gli è dato nel momento, con un’autenticità che non ha termini di paragone passati e presenti, ma moltissimi epigoni, dichiarati e non.

Tre date differenti, più misurata quella di Trieste, inventiva e a suo modo “perfetta” nel dispensare emozione senza riserve e accuratezza esecutiva quella di Schio, estremamente passionale quella milanese.

Il Teatro Miela a Trieste è gremito e l’organizzazione di Davide Casali e Musica Libera ineccepibile. Eccellente l’audio, pianoforte Yamaha gran coda, chitarra acustica, graditissima la presenza del Peter Hammill & Van Der Graaf Generator Study Group, uno dei massimi organi di studio mondiali della musica del cantore inglese.

L’inizio è dei migliori con una The Siren Song cantata con fervore e nitidezza vocale, il suono della voce tenuto alto sul palato e “di testa” con una risonanza, un pathos e un controllo di dinamiche che letteralmente “scuote” il pubblico dalle poltrone. I migliori episodi della serata sono le esecuzioni di Bravest Face, dal nuovo album, di gran lunga più apprezzabile dal vivo e di A Better Time, qui proposta in una versione inedita, sommessa, fino all’esplosione in un liberatorio, lungo acuto finale. Quando a cena gli chiedo del perchè di una performance così differente da quella in studio e dai live precedenti che mi sono passati tra le mani, Hammill, sicuro, risponde “quando ho scritto il pezzo era importante comunicare alla gente che non c’era alcun migliore momento per svegliarsi alla propria vita e il brano era un inno, oggi… ogni periodo storico merita di essere cantato in modo diverso”. I primi secondi di Shingle Song, cantati a cappella, sono da pelle d’oca. Ancora una volta, la performance di Patience, mostra come questo sia il brano che per quanto tecnicamente tra i più impegnativi, l’interprete inglese sa affrontare con una sicurezza senza riserve e grande resa emotiva, un capolavoro di classe compositiva e partecipazione interpretativa che merita l’entusiasmo del pubblico.

Da un concerto bellissimo a Trieste ad uno meraviglioso a Schio.

A rendere peculiare la data, felicemente organizzata dall’associazione ‘Schiolife’ e Claudio Canova, la scelta di esibirsi inizialmente alla chitarra e, poi, al piano – un insolito Yamaha digitale – attraverso una formula inconsueta con ben 4 set diversi: chitarra – piano- chitarra e pianoforte ancora, un inedito nella storia delle esibizioni di questo artista. Poi, la dedica introduttiva a Driven e Sitting targets: scelte per ‘il paese della macchina’. Schio, appunto. Dove nel 1892 viene acquistata – da Gaetano Rossi – la prima autovettura italiana.

Ma ancora… Levitas. Ecco come meglio qualificare l’approccio di Hammill al palcoscenico di Schio, Teatro Astra. Anche a fronte delle liriche più ‘pesanti’. Si veda la divertita spiegazione a corollario dei (drammatici) versi di Close to me. “Non sono io in pericolo” – afferma PH – riferendosi, sorridendo, al testo. Non tutto è autobiografico, aggiunge, in italiano: “Io scrivo delle storie”. E subito – mettendo(ci) in guardia dal rischio, costante, dell’equivoco, dell’incomprensione – si lancia in una indimenticabileLosing faith in words, gemma assoluta del concerto. La fonte: A Black box, 1980. L’album che ogni seguace di Tom Yorke “dovrebbe” accostare. Il concerto ha inizio con una Comet, magica come non mai, al piano apre invece una splendida Easy to slip away dal primo vero disco solista del 1973. Magie anche nel secondo set di chitarra:Slender Threads e Yoga con Been alone so long e la inattesa accoppiata Last Frame eThe habit of the broken heart, pescate dall’ultimo album dei “vecchi” Van der Graaf.

Un’altra sorpresa il secondo set di piano con la splendida A run of luck prima della conclusiva Stranger Still, sussurrata, con il finale – “a stranger, a wordly man”– rivolto al pubblico, intonato senza microfono.

La sobria, concisa eleganza nei gesti, la sicurezza esecutiva – rade le imperfezioni, pure pensando al recente passato – ed i frequenti sorrisi – incluso il consueto saluto: “grazie per la sera” – hanno catturato per cento minuti gli oltre duecento presenti. Sino all’ovazione finale. Con Hammill – sfinito – indotto a scusarsi per la mancata concessione di un secondo bis, richiesto a gran voce, dopo Ophelia, alla chitarra, con un pathos in più. Difficile esprimere giudizi diversi dal superlativo. Hammill a Schio ha confermato la grande forma vocale ma ha aggiunto una cura nella esecuzione strumentale in un concerto bellissimo, con una scelta di brani assolutamente inedita e dilatata in un passato importante quanto in un presente rappresentato con grande urgenza interpretativa.

Pausa di un giorno e poi Milano, la Salumeria della Musica. Tra i pochi templi della musica ormai sopravvissuti in una città che “era”, anche, culla culturale e che ora è divenuta sintesi della nevrotica sopravvivenza, di chi “fa” e non sa perché.

Un club ben più raccolto rispetto alle precedenti location, cosa che consente di accogliere e amplificare (grazie anche ad un’eccellente regia audio) ogni minima sfumatura interpretativa della voce di questo cantore delle stelle e dei vuoti interiori, qui spesso condotta a un drammatico canto gutturale con prolungati kargyraa che manifestano con cupa chiarezza il valore espressionista delle “canzoni”. Il tema della serata, dirà Hammill è “Il passato e il presente” e su tale assunto è organizzata la scaletta. Il primo è ben presentato da intense versioni di Last FrameVisionModern eHouse With No Door, le ultime due, giustamente, salutate dalle standing ovation di un pubblico calorosissimo, con la presenza, tra le altre, di una folta e colorita rappresentanza del sito rockprogressive.it, che ha raccolto preziosi documenti dell’evento. Hammill, ha saputo, a modo suo, ringraziare con una serata che resterà nella memoria collettiva molto a lungo. Al presente sono ascrivibili le versioni di That Wasn’t What I Said e A Run Of Luck da ConsequencesThe Mercy e Stumbled daThin AirYour Time Starts Now da A Grounding in Numbers dei Van Der Graaf Generator, per chi scrive, mai apprezzate in versioni così vibranti e pulite in un’esecuzione dal vivo, tali da creare una distanza non colmabile nel confronto con quelle in studio.

Assai riduttivo, come nei due precedenti appuntamenti, parlare di “concerto”. Unrecital, che riduce la dimensione temporale ad una piega davvero imperscrutabile, che toglie significato alle categorie musicali e che ha il potere di impaurire, commuovere, stranire. L’alieno (al mondo) Rikki Nadir di Nadir’s Big Chance (concept proto punk del 1975), ha voluto salutare ancora l’Italia da vicino e tra un sorriso e un’increspatura del viso sempre più scavato a fondo dal tempo, ha fatto ritorno in quella “Terra Incognita”, studio dove prendono forma le sue lucide e drammatiche visioni, “per studiare i brani della prossima tournée con i Van Der Graaf Generator” come ci racconta dal palco lui stesso. A Giugno il prossimo capitolo discografico di una carriera che, ormai, ha dell’incredibile.

“Modern” live @ La Salumeria della Musica, Milano – 13.05.2012



Articolo di Claudio Milano
Contributi per Schio di Emilio Maestri (Van Der Graaf Generator Study Group) e Alberto della Rovere
Foto e video di Massimiliano Cusano (rockprogressive.it)

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Venticinque maggio, Palasport di Pordenone.
Il Michele Salvemini nazionale, nella terza tranche dell’acclamato quanto fortunato Eretico Tour, giunge in terra friulana con il suo carrozzone, in un palazzetto quasi sold-out dove già prima dell’inizio del concerto l’attesa è fervida e vibrante. Gli amanti del Capa sanno benissimo che una sua performance non è solo musica, ma anche una serie di scenette che riempiono lo spazio tra un brano e l’altro, caratterizzate da una giocosa ironia tesa a scherzare sull’attualità o su immagini che la collettività  riconosce immediatamente (videogiochi, film, riprendendo i temi delle canzoni più amate, come il nuovo singolo con video losangelino “Kevin Spacey” e l’evergreen “Abiura di Me”). Il pubblico è, per questo, divertito anche prescindendo dalla parte musicale dello spettacolo proposto. Passando alla porzione suonata, i cento minuti  circa di set presentano un’andatura leggermente più zoppicante rispetto ai primi due “tour eretici”, con la presenza di alcuni pezzi un po’ pesanti e che rallentano il  ritmo frenetico della serata: i due brani più deboli del nuovo eccellente disco (“House Credibility” e “Cose Che Non Capisco”) e l’eccellente “Epocalisse”, che in apertura, nonostante l’intelligente connessione tematica con “La Fine di Gaia”, perfetta come opener, smorza troppo presto i toni. Ma non disperiamo troppo, la parte critica della recensione è già finita perché tutti gli altri brani proposti tengono altissimo l’onore di un concerto veramente eccelso, con una setlist ben costruita spaziando negli ultimi quattro dischi senza stralciare le amatissime “Eroe”, “Vieni a Ballare in Puglia” (con il classico bagno di folla selvaggio), “La Mia Parte Intollerante” e “Vengo dalla Luna”. Interessanti ripescaggi dal bistrattato Verità Supposte, ovvero “Dagli all’Untore” e “Jodellavitanonhocapitouncazzo”, completano il cerchio, così come risulta piacevole la presenza della splendida “Cacca nello Spazio” e del sempre attualissimo “Inno Verdano”, con il ritorno delle classiche bandiere finto-leghiste già viste nei passati tour.
Dal nuovo disco quasi tutti i pezzi: stranamente escluso il secondo singolo “Chi Se Ne Frega della Musica”, presenti invece l’amatissima “Legalize the Premier” e “Goodbye  Malinconia” in chiusura, prima dell’encore con tre brani concluso dall’apprezzabile “Nell’Acqua”, il featuring di Caparezza con il collettivo Rezophonic. Non si discute la  presenza di una canzone di questo tipo, giusta per variare un po’ nel set, ma la scelta di utilizzarla come brano per concludere un concerto così divertente può risultare un’arma a doppio taglio.

L’appassionante, allegra e spensierata musica di Caparezza continua a spopolare, a stupire, ad affascinare. Persone di tutte le età si innamorano di queste canzoni e i motivi sono facili da individuare: ad album meravigliosi caratterizzati da ritornelli orecchiabili e liriche quasi enigmistiche che comunque trovano il modo di rimanere in testa, si appoggia una serie di iniziative fuori dall’aspetto discografico (i numerosi featuring, i concerti, ma anche le interviste e le apparizioni TV) che tengono viva l’attenzione per uno degli unici veri artisti rimasti in Italia. Perché, voi ne conoscete tanti altri?

SETLIST:
La Fine di Gaia
Epocalisse
House Credibility
Jodellavitanonhocapitouncazzo
Kevin Spacey
La Mia Parte Intollerante
Ti Sorrido Mentre Affogo
Legalize The Premier
Inno Verdano
La Ghigliottina
Vengo dalla Luna
Cacca nello Spazio
Dagli all’Untore
Eroe
Sono il Tuo Sogno Eretico
Vieni a Ballare in Puglia
Abiura di Me
Goodbye Malinconia
(bis)
Il Dito Medio di Galileo
Cose Che Non Capisco
Nell’Acqua (Rezophonic)

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Inizierei dicendo che i Calibro 35 sono il vero gioiellino della musica strumentale italiana degli ultimi anni. Sono già cinque anni che circolano e l’attenzione mediatica non si placa, con continui tour e ben tre dischi (quattro contando la collezione di rarità) che li stanno consacrando sia localmente che internazionalmente come una formazione pioneristica e, se vogliamo, avanguardista. Almeno nei confronti del resto del panorama nazionale contemporaneo.
I Calibro 35 (ovvero Enrico Gabrielli, fiati e tastiere, Fabio Rondanini alla batteria, Luca Cavina al basso e Massimo Martellotta alla chitarra) sono un fenomeno a parte nella scena attuale e il loro intenso lavoro di recupero di vecchie colonne sonore, impreziosito da riarrangiamenti personali e riproposizioni totalmente autografe, ne ha stabilito fermamente il contesto nel quale operano. In un’ora e mezza di concerto rispolverano tutta la loro produzione, non trascurando il bellissimo self-titled di debutto del 2008, dal quale ricordiamo in maniera particolare “Summertime Killer” (che molti conosceranno come colonna sonora di Kill Bill Vol. 2, ma è originariamente un brano di Luis Enriquez Bacalov) e la splendida “Milano Calibro 9 (Bouchet Funk)”. Seguendo l’ordine cronologico incontriamo la splendida “Convergere in Giambellino”, tratta dall’altro vero capolavoro della band, il secondo album “Ritornano Quelli di…Calibro 35”, dal quale non mancano anche “Eurocrime!” e “Milano Odia La Polizia Non Può Sparare”, quest’ultima una rivisitazione del tema che Ennio Morricone scrisse per il celebre noir del 1974 di Umberto Lenzi. Inevitabile la presenza massiccia di tracce dal nuovo album, il recentemente uscito “Ogni Riferimento a Persone Esistenti o a Fatti Realmente Accaduti è Puramente Casuale”. La chiusura della prima parte del set, precedente l’encore di tre brani che ha concluso un apprezzatissimo concerto nonostante la posizione geografica un po’ infelice (il Voodoo è disperso nelle lande comacchiesi, demograficamente piuttosto disabitate), è affidata a “Massacro all’Alba”, un’atmosfera perfetta per sciogliere un pubblico calamitato all’attenzione da un’esibizione non solo superba dal punto di vista tecnico, giacché i Calibro sono notoriamente quattro musicisti impeccabili (forse tra i migliori in circolazione), ma costruita in maniera leggera e non noiosa anche a livello di scelte in scaletta. Difficile, per il pubblico medio che segue i Calibro come parte di una scena in cui non rientrano (quella alt-rock italiano, mentre si possono tranquillamente contestualizzare in un universo più prog che oramai non esiste più), digerire novanta minuti di musica strumentale, ma un’esecuzione tiepida e coinvolgente riesce a rompere la barriera della diffidenza e a creare un certo rapporto di fiducia con i presenti: interessante notare anche come ci sia chi si abbandona ad un accompagnamento fisico delle canzoni più sostenute, segno di una partecipazione che è anche emotiva.

Non c’è molto altro da aggiungere. Chi conosce i Calibro 35 sa benissimo cosa significa avere la fortuna di vedere una delle band più spettacolari degli ultimi anni, mentre difficilmente si apprezzerà una band di questo tipo senza una buona dose di preparazione musicale alle spalle. Se poi si è fan anche di quel cinema poliziesco anni ’70 a cui gran parte della loro produzione è devota, non potrete far altro che innamorarvi di questa band.

Ps. Un paio di note di colore: 1) l’apertura è affidata ad una band locale, i Nolatzco, potente quartetto (caratterizzato dalla presenza di due bassi) tipicamente alt-rock, con influssi punk e garage, che oltre ad essere prodotto da Giovanni Fanelli dei Rossofuoco, la band di Canali, ricorda proprio l’ex CCCP nell’uso della voce e in alcuni testi. La performance è, se vogliamo, molto fisica, e stupisce l’accostamento di una band come questa ai Calibro 35. Per la giovane età di alcuni dei loro componenti, sono una band piuttosto preparata e che può lasciar presagire un’evoluzione verso direzioni molto interessanti nel futuro recente; 2) l’eclettico Gabrielli si è dilettato, a metà set, nel proporre un veloce quiz al pubblico presente, chiedendo di indovinare una linea di piano che altro non era se non il tema di La Casa Dalle Finestre Che Ridono, celeberrimo horror del 1976 diretto da Pupi Avati e girato a pochi chilometri dal Voodoo Arci Club, tra Ferrara e Bologna. Neanche a dirlo: nessuno, o quasi, lo sapeva.

PROSSIME DATE DEI CALIBRO 35:
24.02 BABALULA, Crema (CR)
25.02 THE CAGE THEATRE, Livorno
01.03 LANIFICIO 159, Roma
02.03 MAISON ALEGIA, Giulianello (LT)
03.03 URBAN CLUB, Sant’Andrea delle Fratte (PG)
09.03 MAGNOLIA, Segrate (MI)
10.03 AUDITORIUM FLOG, Firenze
16.03 TPO, Bologna
17.03 DEPOSITO GIORDANI, Pordenone
23.03 CANDELAI, Palermo
24.03 MERCATI GENERALI, Catania
29.03 TOOP, Battipaglia (SA)
30.03 CASA DELLE ARTI, Conversano (BA)
31.03 OFFICINE CANTELMO, Lecce

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Peter Doherty non ha bisogno di presentazioni. E’ un personaggio quantomeno discutibile ma più che mai amato, e chi pensa (o addirittura spera) che tutti i famigerati episodi che hanno fatto impazzire il mondo del giornalismo ne abbiano pregiudicato l’affetto dei fans più cari, si sbaglia. Si sbaglia, ancora di più, la grossa fetta di indie hipster più attenti alle mode del momento che dimostrano, per l’ennesima volta, criticandone la discesa in Italia, di essere il mediocre gruppo di ignoranti musicali che ascoltano solo quello che consiglia Pitchfork. E Peter Doherty, vista l’assenza di uscite discografiche di rilievo negli ultimi tre anni, lì non c’è.

La verità è che il concerto acustico all’Estragon di sabato 11 Febbraio è stato un ottimo live. Quasi un’ora e mezza di canzoni tratte dai due dischi dei Babyshambles, molte le canzoni del sottovalutato ma riuscitissimo disco solista Grace/Wastelands, qualche capatina anche nel territorio dei mai dimenticati Libertines.
Interessante anche notare che, come si dice online, delle quattro date italiane che componevano questo breve tour nel Belpaese, Bologna sembra essere stata quella migliore, in cui Peter non solo ha suonato di più ma ha anche eseguito tutte le hit più attese (soprattutto dal repertorio dei Babyshambles), a volte tagliate dalle scalette dei suoi live solisti. Trattasi di “Albion”, “Delivery” e “Fuck Forever”, neanche a farlo apposta i tre brani che hanno ricevuto più acclamazione dai circa mille fan presenti all’Estragon. Il maltempo ha inoltre impedito a molti di raggiungere il locale, altrimenti si sarebbe arrivati sicuramente ad un inatteso sold out. Fan più fedeli e curiosi hanno senz’altro trovato la serata notevole, con un Peter Doherty in forma, forse fuori dai celebri problemi di droga, che tutto sommato non ci interessano un granché quando il concerto è divertente come quello visto a Bologna. Non è scontato vedere un artista come lui suonare con passione, e dalla performance traspare anche un certo calore dell’artista per i suoi seguaci, con un set molto coinvolgente che fortunatamente smentisce e accantona la prevedibile freddezza dell’abbinata chitarra-voce che si temeva inadeguata ai grandi club. Una cantautrice non meglio identificata (nessuna presentazione e nessuna informazione online), Peter Wolfe dei Wolfman & the Side-Effects e un batterista italiano indicato semplicemente come Francesco, accompagnano alcuni dei brani di Pete, aggiungendo senz’altro del colore ai brani che altrimenti sarebbero risultati più vuoti.
Totalmente indecifrabile quanto inutile la presenza di due ballerine, comunque già viste anche in altre situazioni con Pete presente, che non hanno la minima idea di cosa sia una coreografia. Ma fanno parte dello spettacolo, e quindi gli si perdona tutto.

Innegabile l’importanza di eventi come questi, che denotano anche l’affetto dei fans nei confronti di personaggi che nonostante episodi di notorietà negativa riescono a superare la barriera della cattiva fama grazie alla qualità del proprio repertorio. L’Estragon semipieno nonostante il maltempo ne è stata la dimostrazione. Il lancio di chitarra e microfono finale, dopo un accenno alla storica “Twist & Shout” dei Beatles, concludono più che degnamente una serata tiepida e molto divertente.
In definitiva, ce n’era bisogno.

SCALETTA
1) Beg Steal or Borrow
2) Arcady
3) Don’t Look Back Into the Sun
4) Lady Don’t You Fall Backwards
5) Unbilotitled/Time for Heroes/Well i Wonder
6) Last of the English Roses
7) What a Waster
8) Love Reign Over Me
9) A Fool There Was
10) Music When the Lights Go Out
11) Horror Show
12) The Good Old Days
13) Hooligan On E
14) Prison Of your Mind
15) For Lovers (ft. Wolfman)
16) Delivery
17) The Ha Ha Wall
18) Psycho Killer / Albion
19) What Katie Did
20) Sheepskin Tearaway
21) Fuck Forever
22) Twist and Shout (Beatles Cover)

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La Mela di Newton è uno spazio-sala_concerti-bar di Padova dove da qualche tempo i migliori concerti acustici di artisti veneti e non allietano le serate di un piccolo stormo di musicodipendenti di vario genere. Si dice piccolo, perché, tutto sommato, una quarantina di persone rischia già di sovrappopolare il suo interno che, tra un vinello e l’altro, è ben presto ribollente di un’atmosfera più che favorevole ad esecuzioni live molto intime e raccolte.
Una situazione di questo tipo ha accolto Artemoltobuffa, il progetto di Alberto Muffato che, giocando in casa, ha facilmente entusiasmato un pubblico caloroso fatto soprattutto di amici che presto ritorneranno a seguire la band in virtù della pubblicazione del loro nuovo album. Stanotte/Stamattina e L’Aria Misteriosa, ottimi capitoli nella discografia regionale che ogni buon fan del pop veneto di qualità dovrebbe possedere, vengono sviscerati insieme a qualche pezzo nuovo per un set acustico tiepido e quasi confidenziale, dove vengono messe in risalto le canzoni come delle storie raccontate, perché questo sono. Grazie al contesto molto “privato” della Mela, pezzi ormai storici come “Se Un Giorno”, “Scarpe Nuove” e “La Scena Patetica” riassumono tutta la tradizione di Artemoltobuffa nel fondere cantautorato e pop di classe, resuscitando anche la loro splendida reinterpretazione-traduzione di “Most Beautiful Widow in Town” degli statunitensi Sparklehorse. Elogiato così anche lo scomparso Mark Linkous, ex frontman dei suddetti, si ritorna con un encore che conclude un set ben suonato, grazie all’apporto tecnicamente superbo di tutti i membri della band. A dimostrazione che anche in Veneto, la musica coi coglioni esiste.
Sicuramente da rivedere anche in elettrico per apprezzare quella parte più soft noise che dai dischi traspare (basta ricordare la stupenda “Lucciole”). Se capitate nei pressi di un loro concerto, non lasciateveli scappare.


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