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Archive for the ‘TIPO: live report’ Category

“Un’Estate fa, o poco più”
Gianni Lenoci – Enzo Lanzo: gli Architetti Bevitori d'Assenzio

articolo a cura di CLAUDIO MILANO

Ad animare la scorsa estate, non solo di intrattenimenti o di salotti per pseudo-intellettuali a caccia di avventure nella nuova meta del turismo sessuale, il Salento, “Dweto” è stata la Rassegna musicale, consegnata dalla direzione artistica di Enzo Lanzo, ad un pubblico di avventori del linguaggio della musica di confine, nella cornice del suggestivo Jazz Club Quattro Venti, a Fragagnano (TA). Duetti, appunto, per quanto l'assonanza del nome della rassegna, abbia giocato sul tema della primordialità degli spiriti delle culture animiste africane, che come fantasmi, si affacciano alle nostre coscienze, nelle cronache di naufragi. Incontri musicali, nati da progettualità, che hanno avuto l'estro percussivo di Lanzo, presente in ciascun momento performativo, come comune denominatore e che andrà a definire un album, con le incisioni più significative, tratte dalle singole esibizioni, che han visto alternarsi, in singoli eventi, Gaetano PartipiloRoberto Ottaviano, Mirko Signorile e per chiudere, Gianni Lenoci. Un articolo assai meditato questo, per lasciar spazio anche ad ascolti protratti delle produzioni discografiche dei due musicisti di cui, di seguito, si parlerà in sintesi. Ma anche un articolo che ha consapevolezza di come la musica di cui racconterò, non senza emozione, non abbia fretta. E’ già oltre.

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E' della serata, del 14 Giugno 2015, che parlerò, considerandola spunto per tratteggiare i profili dei due protagonisti, compositori e performer, che da almeno due decenni, contribuiscono a ridefinire un linguaggio musicale, che dal jazz parte, ma che altrove giunge, interrogando alle radici il “parlar di nuova musica e il farla concretamente”. Lenoci, è titolare della cattedra jazz presso il Conservatorio di Monopoli. Profondamente legato al valore dell’evoluzione della musica e non alla tradizione, Gianni, è profondo studioso dei percorsi di Lacy, Morton Feldman, di Cage (eccezionali in materia, le due produzioni incise per la Amirani di Gianni Mimmo, la seconda a compendio della funambolica e sensibile Nuova Vocalità di Stefano Luigi Mangia), della musica classica che viene prodotta oggi, quando per oggi, s’intende, Settembre 2016. Nella sua musica, c’è l’ascendenza più diretta del legame tra musica, poesia e vita come forma d’arte, che da Skrjabin in poi, ha trovato percorsi, solo apparentemente laterali alla percezione della forma, che si sarebbe sfaldata, più che nel serialismo, o nella rigida quanto drammatica, numerologia dodecafonica, nel puntillismo pittorico di Mark Tobey e che in musica, avrebbe raggiunto deflagrazione in ColemanAyler, Coxhill. Non solo, è vicino alla scena più progettuale del jazz nordeuropeo, che da Nate Wooley, Nels ClineKamasi Washington, Elliott Sharp, il compianto Derek Bailey, passa per Mats Gustafsson, FIRE! Orchestra, Colin Stetson e il sempiterno Brotzmann. E’ invece di quanto di più distante possibile, dal pianismo jazz popolare d’ascendenza post-moderna (Bollani, l’ultimo Signorile, Mehldau, Craine), quanto dal neo-tribalismo bartokiano di Virelles. Un intellettuale del jazz dunque? Niente di più falso. La sua musica, fatta di nebulose, tasti d’avorio appena accarezzati in cascate luminescenti, che trovano completa autonomia rispetto al pianismo torrenziale di Cecil Taylor, corde nella cassa pizzicate, come nel suonare un’arpa a pedali, s’accende di una passione senza eguali, generando vortici percettivi che in un parallelo di pensiero associativo, neanche Turner, nei suoi gorghi di pigmento, ha rivelato.

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Di contro, Lanzo, batterista dalla tavolozza assai ampia di sfumature, ha fatto della vitalità afroamericana più pura il suo racconto a fuoco. Dalla tradizione e il metodo, il batterista pugliese, si è spostato alla geometria kandinskyana, nella felicissima e matura scrittura per fiati di “Boastful Speeches”, secondo album solista e autentico capolavoro di nuovo jazz, seguito, all’eccezionale esordio Rondonella”, che dalla sanguigna tradizione popolare musicale e verbale dei racconti (“li cunti”), dell’entroterra tarantino, approdava al free jazz e all’astrattismo jazz, per ensemble composto da strumenti tradizionali e auto-costruiti. Nulla è mancato al percorso di Lanzo, il rock, il ricordo dell’esperienza Rock in Opposition (ben espresso nell’album “Tonante.Piango”, che dal ricordo anarcoide dei ’70 trae linfa) e della scena canterburiana, la fusion, il grande amore per Paul Motian, per la mediterraneità più pura (lontana comunque da particolari interessi per la scuola sudamericana), come per i maestri est europei, neanche una fortunatissima e lunga collaborazione con Larry Franco, che dallo swing ha mosso i suoi passi. Il jazz di Lanzo è energia, sorriso, gioco serio e mai serioso, ma, come nella scrittura e nel metodo performativo di Lenoci, non deraglia mai nel fine a sé stesso, nel caos, che tante produzioni di Setola di Maiale, Improvvisatore Involontario, El Gallo Rojo, hanno dispensato nell’ultima decade. E’ sempre presente una progettualità, ben espressa, tra l’altro, nel suo trattato “La Poliritmia nel Jazz”.

Lo scenario:
Più che un'osteria,come Quattro Venti si autotitola, il luogo che accoglie l'evento, già memore della presenza del migliore panorama jazz italiano, teatro e musiche altre, ha il sapore, gli odori, i modi, di un'antica locanda. A contribuire, l'espressionismo pittorico su muri e tele, ad opera di Chiara Chiloiro, autentica trasposizione in chiave cromatico-materica del “sentire” free jazz e le visionarie tavole ad inchiostro, dal sapore street-pop di Damiano Todaro.

Stampe di Escher, accoglienza, buon cibo, vino e birra, preparano al meglio.

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Il concerto:
Dedicata alla recente scomparsa di Ornette Coleman, la scaletta si apre con “Black and Blue” di Fats Waller. Guida affidata a Lenoci. Chiara la capacità di definire geometrie che spaziano dal linguaggio jazz più tradizionale ad una dimensione assai eterea, dove il riferimento tonale diviene più vago. A seguire, “Deadline” (Lacy), uno dei momenti più alti dell’esibizione. Si esprime la volontà di creare una musica profondamente “bella”. Via via, il linguaggio free prende il sopravvento e ci si avvicina ad un flusso che ha familiarità con la musique concrete e l’astrattismo informale di Pollock. Lenoci illustra territori che raggiungono davvero il parossismo tecnico/armonico, ben sposati ad un Lanzo ispiratissimo, nella gestione di dinamiche camaleontiche. Dissoluzioni formali astratte, si ricompongono in un mosaico dalla leggibilità melodica immediata, che non rinunciano neanche ad un uso percussivo di tasti e pelli, di più diretta chiave afroamericana. C’è tanta poesia in questa interazione, epidermica, che eccita per alterità. Non solo Coleman, ma Schoenberg, Messiaen, condotti alle propaggini più subliminali, del “sentire e generare” suono. La sequenza “Angel Eyes/Lonely Woman“, apre ad una forma atonale ampiamente esibita, con altrettanto furore percussivo, ma si scioglie in breve in una astratta forma con cadenze blues, per mutare ancora in un delicatissimo romanticismo dal forte impatto emozionale. Lanzo dispensa energie con una ricchezza e varietà timbriche (e di accenti), davvero apprezzabile. L’essenza, ora meditativa del pezzo, si spegne gradualmente in soluzioni armoniche più parche di trascolorazioni, accendendosi, in ritmiche che tornano a dare fuoco. Lenoci disegna ragnatele impervie di suono, pari a schegge d’eruzione emotiva. “L’arte dell’elasticità dell’intervallo”, la si potrebbe definire. Nell’alternanza di tempo e spazio sonico, il semitono diviene sempre più vago e si percepisce pulviscolo. Nulla a che vedere con microtonalità e Oriente. E’ nuova mitteleuropa. E’ grande il disegno interiore appresso a questo flusso, che torna a definire una cosa, che è, certo, storia, ma che si sta perdendo appresso a necessità di consenso e auto-referenzialità: “jazz è auto-consapevolezza che diviene libertà”. Per carità, ogni genere ha avuto i suoi eroi, con un carico appresso di manifestazione di “bravura”, ma più il tempo passa, più le opere jazz che rimangono nella memoria collettiva, sono i grandi affreschi, dove è un disegno comune a definire i tratti di una bellezza che non cede passo al trascorrere dei decenni. Il percorso di note e pulsioni, torna a raccogliersi reptineo, nel definire una poesia melodica conclusiva, davvero struggente. “Snake Out” (Waldrom), è invece essenza del ritmo che incontra le estremizzazioni più improbabili del fraseggio su tastiera. Una medusa che si sfrangia, seminando ovunque propaggini di sé. Lenoci ritesse metempsicosi, dando lezione di instant composing lontana da stasi alcuna. Lanzo lo sostiene, disegnando contrappunti di una bellezza assai vicina all’arte orientale (che qui, ora, fa capolino) di produrre alternanza tra suono, tocco/colore e misuratissimi silenzi. Il furore che nasce dalle accensioni percussive, è pari a quello di benzina lanciata su petali di fiori, a disegnare sadicamente, contorni appresso alla luce del sole. La padronanza di linguaggio del pianista pugliese è pari a quella di un ago di bilancia. Ida Lupino (Carla Bley), ritorna a dar timone allo strumento di cui la Bley è stata ed è, gigante. Il romanticismo in cui Lenoci affoga la poetica dell’artista statunitense, è pregno di vita, umori, presenza, consapevolezza della precarietà dell’essere. Non è un caso, che io abbia parlato in precedenza di mitteleuropa. Profondità sondabilissima a fior di pelle e stilettate. Pensoso e crudo, quanto creato in questo brano, non ha possibilità di essere raccolto in parole, E’ Il senso di tensione ammutolisce lo sparuto pubblico, che non appare molto avvezzo a queste dinamiche, segue con attenzione, ma pare non cogliere altro se non la manifestazione più tecnica del percorso, come ad aspettare la classica alternanza di soli, in dialoghi che qui, invece, sono giunti. Un racconto del sé senza mestiere esibito, o cadute di tono, dunque. Vita che non accetta intrattenimento. Lanzo, lascia che tutto scorra, per rientrare con maestria, nella sezione conclusiva. Da vedere, oltre che da ascoltare, per cogliere segreti nascosti tra smorfie, rughe, sorrisi, riflessi. In breve, l’arte di Lenoci, indaga il piano con un fare che attraversa massimalismo e minimalismo all’occorrenza, impiegando ciò che è utile al momento, un fare “contemporaneo”, che nulla ha a che spartire con i retaggi post-modernisti, in voga più che mai, nel citazionismo pianistico di blasonati danzatori dei tasti d’avorio fratelli in musica della Transavanguardia. E’ come se John Zorn rimanesse comunque e senza possibilità di deviazione, il faro a cui volgersi per dichiararsi “nuovi” (per quanto tempo ancora, si continueranno a chiamare i The Necks, band post-rock?), quando, oggettivamente, molto è cambiato nel giro di pochi anni, tutti se ne sono accorti, ma si è nell’attesa di uno scatto di lancetta, da secolarismo integralista, che più nobile rende percorsi come la classica contemporanea e, qui in questione, il verbo jazzistico. Questa sera, per grazia ricevuta, solo integrazione organica al moto emotivo. Ci si avvia alla conclusione del viaggio e lo si fa con una tensione “altra”. Dare è importante su un palco, ma lo è altrettanto ricevere e il risultato di una performance è comunque, figlio del legame col pubblico. Palco è sempre arena e da quella di questa sera, se ne vien fuori in modo memorabile, ma per chi ha accolto. Ora è tempo di qualche concessione. Curiosamente, questo “accordo”, arriva con un pezzo di Coleman, “Latin Genetics“. Pianoforte pizzicato, cassa percossa. Lanzo invece, tramuta con leggerezza, una batteria in un coro di percussioni africane, imbevute di memorie europee. C’è una grazia intellegibile, forse ricercata, ma godibile. L’intera esecuzione si articola su un ostinato, che lentamente va a spegnersi, senza trovare un centro energetico nel mezzo. Maestria, con qualche cenno di stanchezza, che incontra però, felice accoglienza del pubblico. La richiesta del bis, vede una “All the Things you are“, dall’eccellente interplay, ma con un‘urgenza espressiva, anche in termini di cronometro, di porre un ultimo accento, gradevole, al concerto più bello del 2015, a cui mi sia stata data l’opportunità di essere presente.

Claudio Milano

Settembre 2016
Rassegna “Dweto”
Quarto incontro, 14 Giugno 2015

Enzo Lanzo: batteria, percussioni
Gianni Lenoci: pianoforte

Osteria Jazz Club “Quattro Venti”, Fragagnano (TA): http://osteriaquattroventi.blogspot.it/

Setlist:
Black and Blue
Deadline
Angel Eyes/Lonely Woman
Snake Out
Ida Lupino
Latin Genetics
encore:
All the Things you are

Links:
Enzo Lanzo:
http://www.enzolanzo.com/
http://www.jazzitalia.net/artisti/enzolanzo.asp#.V9011COLSuU

Gianni Lenoci:
https://en.wikipedia.org/wiki/Gianni_Lenoci
http://www.traccedijazz.it/index.php/primo-piano/30- sulle-tracce- di/673-sulle- tracce-di- gianni-lenoci

Video:
Lenoci: https://www.youtube.com/watch?v=oxRO2-_biwg
Lanzo: https://www.youtube.com/watch?v=0s7xgQxM5qA

 

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ARTICOLO DI ENRICA A.

Finalmente, dopo un secolo, ritorno a scrivere.

Background story: Sono in vacanza con mia mamma al Lido di Jesolo, è la sera del 18 luglio e ci stiamo un po’ annoiando, quindi decidiamo di andare verso “il centro città” (che a questo punto, non so neanche se esiste), ma mentre siamo in macchina veniamo attratte dal suono di una batteria. Dopo aver perso 40 anni di vita per trovare parcheggio, seguiamo le note di “Holiday” dei Green Day che ci portano in una piazzetta piena di gente, circondata da acqua. Dietro al palco c’è una fontana.

Mi avvicino e inizio a scattare foto. Il cantante sembra essere Billie Joe con i capelli ricci e biondi (e magari qualche hanno in meno), il batterista è talmente potente da smontare (!?) la batteria a ogni colpo, le due ragazze sono delle badass e il chitarrista è il più amato e acclamato (dal pubblico e dalla band stessa).
La maggior parte della gente è seduta, guarda il concerto in silenzio, ridendo eventualmente alle battute e agli accenni del cantante; parecchia gente però si è radunata intorno alle fontane, attirata dalla musica.
La serata scorre molto veloce, la band suona più di due ore senza mai fermarsi (roba che io non ho mai visto, giuro). Si esibisce soprattutto in cover delle grandi canzoni dei Green Day, qualcosa dei Nirvana, dei Blink e qualcosa loro. Suonano tantissimo, con passione e con grinta.
Aggiungerei, quasi fin troppa: il cantante si diverte a salire e a scendere la palco, ad andare prendere gli amici dal pubblico per farli cantare o per salutarli, a saltare e a sdraiarsi; la batteria ogni tanto perde qualche pezzo, che vola in aria.
Tra i ragazzi c’è molta complicità, tra di loro si parlano e si consigliano, si seguono l’un l’altro, improvvisano. Ogni canzone ha una intro dettata da uno di loro, ha una storia o un segno particolare.
L’ultima si chiama “Stay The Night” e viene presentata con un lungo discorso del frontman su come “dobbiamo diventare quelli che vogliamo diventare” e che “dobbiamo fregarcene degli altri”, perché “noi siamo padroni di noi stessi”. Se state pensando che sia banale, non avete la minima idea del cuore con cui ha pronunciato quelle parole.

Ecco, questi sono i Money For Nothing, trovati per caso in una noiosa sera di luglio; una band di ragazzi pronti a spaccare il mondo, che ti lasciano il dolce in bocca, che sorprendono veramente.

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Saggio a cura di Claudio Milano. Il saggio include anche informazioni sullo show di presentazione tenuto il 5 Aprile 2013 all’FOA Boccaccio di Monza.

Etichetta: Vololibero Edizioni/BTF
Anno: 2013
Genere: Teatro musicale
Durata: 24’45”
Nazionalità: Italia

Formazione
Damiano Casanova / guitars
Franz Casanova / voice, keyboards
Andrea Dicò / drums, background vocals

Tracklist:
1 Danza Macabra (5:10)
2 La Pestilenza (3:35)
3 Il Ballo Mascherato (3:38)
4 Dodici I Rintocchi (5:43)
5 La Morte Rossa (1:58)
6 Dissoluzione Finale (4:37)
Contatti: www.myspace.com/ilbabauimaledetticretini; damiano.casanova@gmail.com; www.sirogarrone.it,

Voto: 8,5

Il concerto

Trovare il F.O.A. Boccaccio nell’iper-borghese Monza può essere un’impresa, sappiatelo. Che poi a condurvi lì vicino siano un’assurda coppia incontrata per strada, uno ultra-magro, l’altro obeso, il primo a parlare molto lentamente, l’altro in panico completo e alla guida, credo non capiti spesso. Salutati i due stralunati cocchieri probabilmente scappati dalle pagine di un booklet dei Massimo Volume, vengo immediatamente accolto da gente del Centro, assai gentile, che mi offre da mangiare e bere (non male eh?). M’imbatto presto con la band alla fine del soundcheck. Con loro, un’elegantissima Femina Faber, si discute a lungo, di due altri due dischi già pronti, di cosa io vedo nella loro musica, ma che nessun dei miei interlocutori pare conoscere, il che mi predispone anche meglio, annuso autenticità. A seguire performance cyberpunk con bolle di sapone (!), un’ora d’attesa e un paio di birre perché il concerto abbia inizio. Ovunque, per il Boccaccio, splendidi murales, sul soffitto è talmente bello da far sembrare il posto, un’autentica Cappella Sistina neo-espressionista e primitivista.

Poi il Babau dà suono al suo concerto.

Un trio che dispensa atmosfere lisergiche-ipnotiche (come per incanto mi rivedo vent’anni prima al Leoncavallo nell’ascoltare gli Ozric Tentacles), con suoni di tastiera analogici ma con riferimenti post-rock, assoluta l’originalità della proposta che si presenta con una fantastica intro dilatata e intervento di canto gregoriano di Femina Faber, sul palco con pergamena e maschera. La vocalità dell’artista, mezzo-soprano di gran lirismo e colore, è straordinaria, a seguirla in osmosi, gli interventi misurati della band a creare inedite fusioni tra il percorso dei Dead Can Dance e dei Popol Vuh di “Hosianna Mantra”.

Poi, la presentazione dell’album. Suoni naturali riprodotti in tempo reale, crescendo ritmico, assoluta intesa musicale. Un suono capace di accontentare tanto i seguaci dell’indie rock, quanto gli estimatori delle avanguardie nuove e antiche.

Eccezionale il contributo ritmico netto, deciso di Andrea Dicò (incredibile come l’assenza del basso non sia minimamente percepibile). Notevole intervento di teatro danza con bellissimi costumi, qualcosa di surreale, completamente distante da qualsiasi cosa possa accadere fuori. Il recitativo di Franz Casanova, anche alle tastiere, ha grande potenza comunicativa, la chitarra elettrica di Damiano Casanova disegna linee reiterate quanto efficaci, quasi ragnatele a sostenere l’intero impianto musicale. Torno a casa felicemente stordito.

Il disco

Parole d’ordine, ancora, teatro e visione, immediatamente dichiarati con l’opener “Danza Macabra” e riproposizione di belati onomatopeici a rendere una dimensione fortemente pastorale sostenuta da campanacci e un cristallino arpeggio di acustica. La ritmica marziale che ne segue dà enfasi, appoggiandosi ad un’elettrica dal suono sporco e marcatamente sixties. Così anche le tastiere, minimali ma come detto, analogiche. Tutto assai retrò ma gestito in maniera meticolosamente descrittiva e più che fiabesca, (come nella tradizione “progressive”, rinnegata di fatto solo da certo Rock in Opposition e qualche sparuto esempio) da cartoon direi. E’ proprio questa caratteristica che fa del Babau, qualcosa di “altro”. Ascoltarli è come sfogliare un fumetto di pregio, dove è solo lo scenario a presentarsi talvolta “antico”, ma mai la sostanza, essenziale, minimale quanto compiuta.

Con il secondo episodio, “La pestilenza”, ancora onomatopee, i readings di Franz Casanova sono fascinosi come pochi nell’impiego delle corde vocali false ed accentuata iperventilazione nell’aspirare aria quasi a voler consumare il fiato di chi ascolta. A sostenerlo una meravigliosa litania sussurrata dai cori di Dicò, abilissimo nel colorare di sfumature percussive assortite il variopinto quadro speziato di ossessione per il sublime neo gotico. Fiabe per adulti svezzati, ma anche per bambini educati alla consapevolezza.

Chi l’ascolterà all’estero avrà idea di un disco che affianca la tradizione di dischi come “Concerto delle Menti” dei Pholas Dactylus, i dischi dei Fiaba, quel “De la Tempesta l’oscuro Piacere” degli Aufklärung che tanto fece parlare di sé nei primi ’90 e soprattuto “Trans Vita Express (Racconto Psicofonico dall’Aldilà)” di Marcello Giombini, in una tradizione avant folk gotica, ben espressa in “Il Ballo Mascherati”. Paul Roland ne sarebbe davvero invidioso, lo sentisse di sfuggita. Chi l’ascolterà in Italia invece, non potrà non trovare elementi di quella teatralità incantata di Alessio Bonomo (chi lo ricorda a Sanremo con “La Croce”, Fausto Mesolella alla chitarra e video di Oliviero Toscani?), felicemente riemersa con Vito Antonio Indolfo degli AcomeandromedA, più apprezzata nella ben più banale (e dunque leggibile a forza di sottotitoli in bella evidenza) teatralità di Tre Allegri Ragazzi Morti e Teatro degli Orrori. Questo è si indie performativo, ma di lusso…

E’ sempre in presenza del racconto che la musica si fa irresistibilmente fascinosa, in “Dodici i Rintocchi” con impianto rumoristico di percussioni, sostenuto da un’efficace elettrica in reverse, bordone di synth, analogico of course. Splendido momento che collassa direttamente nella successiva “La Morte Rossa” e “Dissoluzione Finale” compendio ben più mesto a chiudere in modo inquieto (fantastici qui gli effetti su piatti, cassa – quasi grancassa – e voci).

L’intero racconto, o “fonodramma”, come sottolineato dalla band, va ascoltato d’un fiato, lungo i 24 minuti che lo definiscono. Non un EP, per carità, una performance non si definisce sulla base della durata, ma sulla base del suo essere compiuta e questo lavoro è assolutamente compiuto. Si può scegliere o meno di farsi suggestionare dalle meravigliose tavole di Siro Garrone che accompagnano il libro accluso come in una globale manifestazione felliniana traslata in un cupo Ottocento, oppure, di goderne a sé, perché i semi della visione sono parte attiva e costituente del suono, ma bisogna avere l’oggetto per assaporarlo, annusarlo, viverlo come in un teatro a portata propria e gelosamente esclusiva di ogni senso. Assoluto rispetto anche al Dr Mattia Scheller per aver investito nel progetto, non solo in termini di produzione, ma anche con una bizzarra quanto godibile prefazione e alla produzione artistica di Roberto Rizzo.

Per chi scrive, il disco italiano più interessante dello scorso anno assieme al triplice atto dei Deadburger. Ecco, una sola cosa mi resta da dire, che pur trattandosi di una fiaba noir, nel racconto del Babau, questo Poe, fa paura lo stesso tanto più suona come strana metafora dei giorni nostri…

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Pubblicare filmati o documentari relativi a concerti direttamente nelle sale cinematografiche sembra essere diventata una moda, soprattutto per quelle band che sono in grado di permettersi grosse spese di ripresa e di distribuzione. Lo hanno fatto di recente i One Direction e i Metallica, ora è toccato a Marco Mengoni e ai Muse. Va da sé che il trio (quartetto sul palco) britannico, ormai celebre per mettere in piedi concerti spettacolari sia dal punto di vista tecnico-musicale che scenografico, supera in qualità e forse anche in stile gli artisti citati, producendo non a caso una piccola perla di cui si parlerà per molto.

Allo Stadio Olimpico di Roma, filmano così il primo live della storia ad essere ripreso in 4K, selezionando una ventina di canzoni delle ventisette lì eseguite per farne un pacchetto di circa un’ora e mezza che, a visione terminata, lascia veramente di stucco. Innanzitutto, toglie il dubbio anche ai detrattori del trio, accusati spesso di essersi commercializzati e di aver perso la carica e la precisione degli esordi, che in un live come questo sono invece presenti nonostante una scaletta ovviamente concentrata più che altro sugli ultimi dischi (nessun brano di Showbiz, ad esempio, anche se comunque l’unico eseguito sarebbe stato Unintended). La nitidezza e la perfezione delle immagini in 4k permettono di cogliere i più minimi dettagli del gigantesco palco, dei visual sempre diversi canzone per canzone, anch’essi degni di un concerto mastodontico in ogni suo aspetto (e difatti Bellamy e soci non hanno potuto nascondere che si tratti del loro tour più grosso anche dal punto di vista della produzione, e non serviva certo una loro dichiarazione per notarlo), del pubblico, spesso ripreso in pose ed espressioni facciali ai limiti del ridicolo, i costumi di scena abbastanza pessimi, le mille chitarre del frontman. Non sembra esserci neppure molto lavoro di sovraincisione di voci o altra postproduzione, anche perché stiamo parlando di una band la cui eccellenza sul palco è indiscussa anche da chi li taccia di essersi venduti già dai tempi di Time is Running Out, della cui resa live in questo video toglie il fiato la panoramica dei sessantamila dello Stadio Olimpico che saltano tutti insieme, lusso che si possono permettere pochissime band in questo momento. Tra i brani tolti che potevano risultare molto bene in questa versione cinematografica dispiace soprattutto per Stockholm Syndrome, non tanto invece per Blackout e la solita Map of the Problematique, mentre si possono ammirare in versioni molto più grezze che su disco le nuove Panic Station, SurvivalFollow Me, quest’ultima tra le più apprezzate dal pubblico. Altri momenti salienti sono stati senz’altro il finale con Starlight, Uprising, ResistancePlug In Baby, anche questa fortunatamente capace di agitare un pubblico formato principalmente di giovanissimi che all’epoca di Origin of Symmetry probabilmente non erano mai andati a un concerto. Durante alcune canzoni, come AnimalsFeeling Good, la band porta sul palco, e sopra il palco nel caso della ballerina appesa alla lampadina gigante di Guiding Light,  attori in carne ed ossa, in momenti tragicomici che con altre band risulterebbero pacchiani e inutili, ma che i Muse riescono invece ad incastrare perfettamente in uno show pomposo e dai toni epici dal primo all’ultimo secondo. Bastano le ciminiere che eruttano fuoco continuamente da sopra il palco per capire di cosa stiamo parlando.

Tra le infinite dediche all’Italia, paese di adozione di Bellamy per un periodo, i saluti al pubblico, le esplosioni di fuochi d’artificio e fumogeni, i giochi con le telecamere, i cambi d’abito, gli occhiali tamarrissimi di Matthew con il testo in scorrimento sulle lenti durante Madness, papa Bergoglio, Hollande e la Merkel che ballano in caricature sul megaschermo, è sorprendente come la musica rimanga a farla da padrona non facendosi mettere in secondo piano dall’aspetto visuale, che rimane comunque uno dei motivi per cui questo live doveva assolutamente finire al cinema.

NME l’ha definito “un divertimento esagerato” e, vogliate crederci o no, non è nient’altro che questo. Si spera in un’edizione DVD completa dei brani stralciati, ma in ogni caso ne consigliamo caldamente l’acquisto, attendendo il tour europeo che, purtroppo, vista la vomitevole situazione dei nostri festival, non arriverà in Italia.

il video di anteprima rilasciato da Nexo Digital

la scaletta del concerto di Roma. In grassetto quelle incluse anche nel DVD
Supremacy
Panic Station
Plug In Baby
Map of the Problematique
Resistance
Animals
Knights of Cydonia
Dracula Mountain (Lightning Bolt cover)
Explorers
Interlude
Hysteria
Monty Jam
Feeling Good
Follow Me
Liquid State
Madness
Time is Running Out
Stockholm Syndrome
Unintended
Guiding Light
Blackout
Undisclosed Desires
encore
The 2nd Law: Unsustainable
Supermassive Black Hole
Survival
encore 2
The 2nd Law: Isolated System
Uprising
Starlight

* l’immagine a inizio articolo è ripresa da Troublezine.it che ringraziamo

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Sheffield, Regno Unito. South Yorkshire, più a nord di Londra, più a sud di Glasgow, lontana dalla frenesia metropolitana ma non per questo piccola e aliena da quella sottocultura britannica che da sempre partorisce sia grandi nomi del pop che realtà più sommerse ma di eguale spessore sociale e culturale. Stiamo parlando, non a caso, della città di icone come Jarvis Cocker e dei suoi Pulp, dei Cabaret Voltaire e dei Def Leppard, senza dimenticare The Human League, i Little Man Tate, gli Arctic Monkeys, Reverend & the Makers, i While She Sleeps e molti altri. In ogni genere, questa zona ha partorito eccellenze di fama mondiale, e non poteva andare diversamente con gli ormai leggendari 65daysofstatic.

Al Locomotiv Club di Bologna, per l’ennesima volta, hanno dato prova di una tenuta di palco sconvolgente, svezzata ormai una delle città che in Italia li supporta di più, dove non hanno mai mancato di portare i loro tour e dove sicuramente non mancheranno di ritornare. In quasi un’ora e mezza di set li abbiamo visti snocciolare con disinvoltura brani da tutta la loro carriera, alcuni riletti con quelle nuove influenze elettroniche subentrate alle sonorità inizialmente post-rock da We Were Exploding Anyway in poi. Rudimentali, primordiali, gutturali, ma anche precisi e impeccabili dal punto di vista tecnico, i quattro ipnotizzano il pubblico con movimenti lisergici e un modo di stare sul palco che in un certo senso è diventato ormai il loro marchio di fabbrica. A spiccare su qualsiasi cosa è la brutalità implacabile del batterista Rob Jones (e dei suoi capelli inguardabili ma sostanzialmente tramutati in un metronomo), mentre, dal punto di vista elettronico, stupisce la scioltezza con cui si passa da launchpad, drum machine, tastiere, synth, effettistica di ogni genere a chitarre elettriche assordanti, granitiche, che ricordano i loro esordi.
I momenti salienti della scaletta, se togliamo le richiestissime Retreat! Retreat!Radio Protector, sono senz’altro Crash Tactics e la sua anfetaminica batteria drum’n’bass su arpeggi post-rock, Safe Passage e la conclusiva I Swallowed Hard, Like I Understood, unico encore concesso al centinaio di presenti. I brani più vecchi hanno provveduto a scatenare anche qualche accenno di pogo (come su Dance Dance Dance) mentre gli estratti dal nuovo Wild Light, ovvero sette pezzi su un totale di quattordici, suonano leggermente più deboli ma assolutamente degni di appartenere alla medesima setlist di un altro brano storico, Piano Fights. Di questi momenti più nuovi, la migliore sembra essere Taipei, anche come accoglienza.

In apertura ai 65dos, si sono esibiti i Sleepmakeswaves, quartetto post-rock australiano di eguale potenza e presenza scenica, suonando molti brani dell’unico full-length finora uscito, risalente a due anni fa, …And So We Destroyed Anything. Compatti, selvaggi, si distinguono dall’ammasso di molte band di questo genere per delle ritmiche più sbilenche, controbilanciate da chitarre che evitano i classici crescendo con esplosione finale per virare verso una distensione minore dei brani, che dia maggiore concretezza al tutto. Apprezzati dal pubblico quanto basta per lasciare poi spazio agli inglesi.

Vale la pena citare l’esagerata calura del Locomotiv Club che comunque, nonostante il prezzo del biglietto un pochino esagerato considerata la presenza anche di una tessera, si conferma ancora una volta fondamentale nella scena underground bolognese ed italiana tutta, richiamando nomi che, come i 65dos, hanno fatto la storia del panorama alternativo mondiale. Concerto da dieci e lode.

SETLIST COMPLETA

Heat Death Infinity Splitter
Prisms
Crash Tactics
Dance Dance Dance
Piano Fights
Install a Beak in the Heart that Clucks Time in Arabic
The Undertow
Sleepwalk City
Unmake the Wild Light
Taipei
Retreat! Retreat!
Radio Protector
Safe Passage
encore
I Swallowed Hard, Like I Understood

video di hardkore79.c0m

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L’ultima tappa del tour di presentazione del nuovo capitolo discografico di Elio e Le Storie Tese, l’Album Biango, arriva a Padova, dove per l’ennesima volta i milanesi fanno registrare un’affluenza di folla clamorosa e un’accoglienza calorosissima. Salta subito all’occhio, come accade sempre a un loro live, la trasversalità del pubblico, che abbraccia una fascia d’età tra i quindici e i cinquant’anni senza alcun problema, sebbene la concentrazione maggiore sia situata più dalla parte dei giovanissimi. Il passaggio da band iperdemenziale, per certi versi di nicchia, a band mainstream che riesce a “rappresentare” qualcosa segna ormai una sorta di spartiacque rispetto al vecchio corso della band, sia questo “qualcosa” la loro supremazia tecnica sulla maggior parte dei progetti italiani dotati di questa risonanza mediatica, oppure l’enorme impatto dell’iconografia che gli Elii hanno imposto per decenni, creando un linguaggio che ad ogni nuova uscita genera tormentoni indimenticabili a prescindere dalla qualità dei brani (Complesso del Primo Maggio e Dannati Forever ne sono un esempio).
L’Album Biango è un lavoro di un livello un po’ inferiore rispetto ai suoi due immediati predecessori e live si pensava potesse assumere una verve diversa, perlomeno vista l’eccezionale capacità strumentale della band che ormai si dà talmente tanto per assodata che non vale nemmeno più la pena di commentarla. In realtà, Il Tutor di Nerone, Il Ritmo della Sala Prove e soprattutto Lampo non hanno né il mordente né quella carica di simpatia che rendeva accessibili brani altrettanto sopravvalutati come Tristezza e Ignudi tra i Nudisti, estratti dal precedente Studentessi (e, per la cronaca, non suonati al Geox ieri). Tolto questo, l’unica segnalazione negativa da fare riguarda l’acustica terribile del Gran Teatro Geox, un tendone più che una sala concerti, anche se sembra che lavori programmati all’impianto siano destinati a risolvere l’annoso problema. Il resto della scaletta, che conta ovviamente le stupende hit storiche Parco Sempione, El Pube, TVUMDB e Discomusic, immancabili ormai da diversi tour, e la vera vincitrice di Sanremo 2013, l’ottima (anche dal vivo) La Canzone Mononota, sorprende per il reinserimento dopo lungo tempo di Supergiovane, con un Mangoni in grande spolvero, rimanendo per il resto attaccata ai cliché delle ultime costruzioni di setlist. Quella di ieri la potete leggere qui sotto:

INSTRUMENTAL INTRO
SERVI DELLA GLEBA
DANNATI FOREVER
LA CANZONE MONONOTA
LAMPO
IL TUTOR DI NERONE
IL RITMO DELLA SALA PROVE
T.V.U.M.D.B.
COME GLI AREA
SUPERGIOVANE
EL PUBE
DISCOMUSIC
COMPLESSO DEL PRIMO MAGGIO
IL ROCK AND ROLL
BORN TO BE ABRAMO

PARCO SEMPIONE
TAPPARELLA

La scelta è evidentemente piuttosto banale, ma si spera che essendo il tour dell’Album Biango concluso, ci vengano regalati in futuro momenti di maggior originalità nella selezione dei brani da eseguire dal vivo (l’anno scorso al Geox ci fu questo show, davvero all’altezza dei vecchi tempi).

Gli Elii sono come sempre una band impeccabile dal punto di vista tecnico, coesi quanto basta per raggiungere sempre la coerenza necessaria a rendere il concerto spettacolare anche nella sua veste “teatrale”. Si tratta, come sempre, di un’intelligente mescolanza di musica e siparietti comico-grotteschi, talvolta dal retrogusto politico, e le interazioni con Vittorio Cosma, ribattezzato Carmelo, sostituto storico di Rocco Tanica nei suoi periodi di assenza, si convertono nei momenti più divertenti dei segmenti non suonati dello show. Non è possibile, neppure stavolta, dire che il concerto non sia stato divertente, nonostante le pecche nell’acustica e qualche visibile problemino sul palco, soprattutto dalle parti di Faso. Il già citato Cosma, inoltre, suona esattamente come Rocco Tanica e l’accoppiata con Jantoman crea un feeling che si situa solo pochi millimetri dietro quella che è la vera macchina da guerra della band da sempre: la sezione ritmica Faso-Meyer. Non sono solo le capacità strumentali a risaltare quando sul palco ci sono Elio e le Storie Tese, ma anche il rapporto che dopo tutto questo tempo ancora regge la baracca. Non è raro infatti, vedere Elio strappare qualche sincero sorriso all’ormai perfettamente integrata corista Paola Folli, così come Mangoni, capace come sempre di creare, in senso positivo, un discreto imbarazzo sia tra i presenti che tra i suoi colleghi.

Prima della conclusione, una nota di colore: prima degli Elii, si è esibita la vincitrice di X Factor 5, la vicentina Francesca Michelin, che però non siamo stati in gradi di seguire. Per quanto si possano fare commenti riguardo la scelta dell’artista d’apertura, non avendo potuto valutare il live dal vivo, conviene astenersi. Sicuramente c’è da dire che la giovane cantante veneta ha dimostrato in televisione capacità canore che non stonano rispetto alle altrettanto ottime abilità di Elio.

Impossibile dire che il concerto sia stato brutto. Difficile anche poter pretendere di più, al di fuori della scelta dei brani. Anche questo conferma che tra le uniche band che riescono a fare arte nel duemilatredici in Italia ci sono loro, come si è già detto tante volte. Anche se Un Tour Biango è giunto al termine (ed è finito così), The Webzine, senza dubbio, li seguirà ancora.

foto di Paola Folli fatta da un membro della crew di Elio durante “Lampo”, che parla appunto di foto

PRECEDENTI ARTICOLI RIGUARDANTI ELIO E LE STORIE TESE SU “THE WEBZINE”
fotoreport di Elio e Le Storie Tese live @ Teatro Filarmonico di Verona, 27.07.2012 by LaMyrtha

SEGNALAZIONE FINALE:
A seguire con noi la serata c’era Jacopo Muneratti, con il quale il sottoscritto condivide da anni un altro blog di critica musicale, Good Times Bad Times. Il suo articolo è a questo link.

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Recensione  e intervista a cura di Enrika S.A. Scream

LIVE REPORT

Dopo aver visto MTV Spit 2013, non ce lo fai un giro a vedere Shade live? Ovvio. E quindi io e la mia amica alle 20.30 del 7 settembre siamo a Cologne, in provincia di Brescia a vedere se Shade è veramente così bravo come sembra in TV. E la risposta è sì. Ma andiamo per gradi.

Il locale a quell’ora è già pieno, non chiedetemi il motivo. Noi entriamo convinte, chiediamo dell’artista per l’intervista. Ci chiedono se possiamo aspettare una mezz’oretta, sta ordinando da mangiare. Rispondiamo di sì, tranquille, tanto, mica cambia qualcosa. Poi arriva lui e ci dice che vuole aspettare, che intanto ordina, ma prima di cenare vuole fare l’intervista. Ci chiede chi siamo, di dove siamo, e per che rivista scriviamo. E già qui mi fermo e vi dico che in tre anni da giornalista non mi sono mai, e dico mai, sentita chiedere da qualcuno ‘per che rivista scrivi?’ e tanto meno chiedere cose su di me. Mai. Senza contare che esistono anche persone che mangiano tranquillamente mentre tu gli parli o che non ti dicono niente e spariscono, lasciandoti a metà. Vabbè, lasciamo perdere; diciamo solo che il ragazzo ci piace. Comunque, iniziamo, tra battute e scherzi in poco tempo finiamo e lasciamo che Vito possa cenare, ma solo con la promessa che ci rivedremo dopo.
A questo punto abbiamo tempo di guardarci intorno e di analizzare l’ambiente. Questo è un locale dove, quando ci venivo spesso, tipo uno due anni fa, ci giravano le migliori persone. Ci ho visto band bravissime, rock, metal, pop e anche rap. Adesso che mi guardo intorno vedo solo ragazzi e ragazze con massimo 12 anni, con vestiti decisamente molto discutibili e l’immancabile alcolico in mano. Della musica proveniente dall’interno del locale ci salva dal pronunciare ulteriori pareri non ripetibili: la battle freestyle è iniziata e non vogliamo perdercela.

Entriamo, il locale è pieno e i freestylers si passano il microfono l’uno all’altro. Non so dirvi bene come è andata la sfida, in realtà, per il semplice motivo che ho visto solo la prima selezione e su circa dieci che hanno cantato, me ne è piaciuto uno (e neanche tanto), quindi ho abbandonato l’impresa. Sinceramente mi aspettavo di trovare qualche piccolo talento, o boh non lo so. Invece niente. Peccato. Visto che, oltretutto, c’è anche pieno di gente che ci guarda male (?!), usciamo e aspettiamo che prendano posto Rew e Shade. Dopo un tempo interminabile, rientriamo. Il locale è pieno. Ci mettiamo in prima fila, io sul palco a fare le foto. Il concerto non dura molto, circa un’oretta, ma il duo dimostra di aver grinta fin dall’inizio. Il pubblico, confermando la nostra ipotesi di ‘persone senza gusto’, diminuisce, ma chi rimane è in estasi. Rew e Shade non si lasciano scoraggiare e continuano a richiamarlo all’attenzione e a coinvolgere la gente, ora urlando di cantare, ora di alzare le mani. Sono proprio bravi. Decisamente troppo presto, il concerto finisce, ma prima di scendere dallo stage, i torinesi dedicano un po’ di tempo al freestyle. E in realtà, se fino ad adesso sono piaciuti, beh, è in questo momento che ti innamori, perché è nel freestyle che vedi la vera bravura dell’artista. Che Shade avesse una vena comica lo sapevo, che facesse veramente ridere no; e idem Rew. Che piacevole scoperta! I ragazzi si sfidano, prendono oggetti dal pubblico, ci rimano sopra, poi li restituiscono. Come gran finale Rew prende addirittura un ragazzo dal pubblico. Se dovessi dare un voto da uno a dieci, sarebbe undici. Sarà che io magari avevo delle basse aspettative, ma mi hanno proprio sorpreso.

Alla fine del live, i rapper scendono dal palco per fare foto e autografi ai fans. Io passo molto alla svelta a complimentarmi e a salutarli per l’ultima volta, con la promessa di vederli presto in provincia.

INTERVISTA A SHADE

Bene, iniziamo. Come prima cosa ti dico che non voglio farti un’ intervista noiosa, ma preferisco andare a fondo, scoprire il vero Shade. Quindi, presentati.

Sono un coglione, ho 25 anni, sono di Torino. Studio, o almeno mi piace dire che studio recitazione in una accademia. Siccome sono un ragazzo molto egocentrico, il rap non mi bastava e ho incanalato tutto il mio egocentrismo nella recitazione. Ho anche fatto e faccio tutt’ora il comico. Direi che con ‘sono un coglione’ avevo riassunto bene la risposta.

Sappiamo che i tuoi interessi sono molto ampi. Ho sentito che fai anche il comico. Hai iniziato prima a fare quello o hai iniziato prima a fare rap?

No, ho iniziato prima a fare rap. E’ nato abbastanza per caso: ho sempre avuto un’attitudine molto comica, anche nei live, nei pezzi: racconto sempre cazzate, storielle. E’ successo per caso, due o tre anni fa, allo Zelig, mi ero trovato lì, ad un contest, avevo vinto e fatto amicizia con i comici. Quindi, gli ho fatto leggere un po’ di roba che scrivevo io e abbiamo fatto delle serate insieme. E da lì ho iniziato a fare lo stand-up comedian.

Quindi non hai abbandonato quel mondo?

Al momento sono così preso dalle faccende musicali, che non riesco a dedicarci molto tempo, però sto lavorando anche a quello. Vorrei girare una webseries, insieme ad Alessandro Regaldo, il mio sceneggiatore. Lui mette le cose serie, io le cazzate, così esce una cosa decente.

Da Zelig al freestyle però è un bel salto, soprattutto insolito. Come ti sei avvicinato a quel mondo?

Beh, a 16 anni, andando in skateboard, che cosa ascolti? Ascolti rap. Ero fan di Eminem (e lo sono tutt’ora), e avendo visto 8 Mile, ho visto le battle freestyle e mi sono innamorato di quel mondo lì. Anche perché, oltre a essere egocentrico, io sono anche uno stronzo, e mi diverto un mondo a prendere in giro la gente: fare le battle freestyle è stato il passo successivo. E mischiare comicità e rap è stato così spontaneo che non saprei dirti neanche come, è proprio come sono fatto io.

Ora, vero che la musica viene prima di tutto, ma è anche vero che il come con cui ti presenti lascia la prima impronta nella mente dell’ascoltatore. Come hai scelto il tuo nome d’arte?

Mi sono studiato tipo una ventina di spiegazioni strafighe sul mio nome. La realtà è che mi piaceva come suonava. No, vabbè, c’è questo discorso dietro: volevo chiamarmi Fede, ma c’era già uno che si chiamava così a Torino, nei Lyricalz, un gruppo rap storico degli anni ’90, che è stato il periodo d’oro del rap. E io, che comunque ho iniziato a rappare nel 2005, li ascoltavo e avevo grande rispetto, quindi non mi sarei mai permesso di chiamarmi come uno di loro. Poi c’era Yoshi, che era Tormento dei Sottotono. Allora ho fuso Yoshi e Fede ed è uscito Shade.

Cioè tra Yoshi e Fede ti è uscito ‘Shade’?

Sì! Lo so, è una cazzata clamorosa. Però una volta un tipo viene e mi dice ‘Ti chiami Shade perché significa ‘peccato’ in tedesco?’ e io ho detto ‘Sì, mi hai beccato.’ Mi piaceva molto di più.

Una delle più grandi soddisfazioni che tu abbia mai provato immagino sia stata vincere MTV Spit 2013. Come è stato? Te lo aspettavi?

Ti sembrerà da Miss Italia la risposta, ma non me lo aspettavo veramente. E se devo dirti come è stato, la parola che riassume tutto è ‘emozionante’. E’ stata davvero una bella emozione che non ho ancora metabolizzato. Probabilmente se prima di Spit fosse arrivato uno Shade dal futuro, con la Delorean, a dirmi ‘Oh! Guarda che lo vinci tu Spit!’ mi sarei messo a piangere e gli avrei risposto ‘Ma vaffanculo non è vero.” Invece, dopo aver vinto, non ho mai avuto quella roba da dire ‘Minchia, ho vinto.’ Cioè, non mi è mai balzato in mente, non l’ho ancora metabolizzato. Però è stato bello. È stato diverso dalle altre battle, perché quando hai delle telecamere davanti è tutto diverso, hai una pressione differente.

E come è l’ambiente?

Guarda, ti dirò la verità: ti mette nella condizione peggiore. Sei uno che deve improvvisare. Stai lì dalla mattina fino alla sera, non sai su cosa dovrai rappare, cosa dovrai dire e, insomma, stare lì così per otto ore ti spegne un po’ la fantasia. Fortunatamente è un programma con il pubblico, quindi se sei un rapper, il tuo istinto è di prendere il pubblico, far prendere bene la gente. Quello ti aiuta molto. Se non ci fosse il pubblico sarebbe deleterio, quindi diciamo che il fatto che ci fosse molta gente mi ha stimolato molto.

E cosa fate dalla mattina alla sera?

Eh, ti mandavano lì dalla mattina. In realtà poi preparavano lo studio, facevano le prove con i check, arrivavano i guest. Quindi era necessario essere lì dalla mattina.

A dirla tutta, hai vinto un sacco di soldi, 5 mila euro se non erro. In cosa li hai spesi?

Sono ancora lì, illibati, nel forziere di MTV. Non lì ho ancora spesi.

E non hai idee?

Guarda, mi sono ripromesso di fare un regalo a mia madre, ma ancora non le ho preso niente. Sono un pessimo figlio. Non so neanche cosa regalarle, anche perché mia mamma ha dei gusti di merda, quindi per farla felice dovrei regalarle un cd di Gigi D’Alessio e entrare in un negozio a prendere un cd di Gigi D’Alessio per me è una vergogna. Metti che mi vede qualcuno!

Magari ti riconoscono.

Eh sì! No, comunque, pensavo a un viaggio. Magari a Los Angeles a fare un giro agli Actor Studios.

Se ti serve qualcuno che la accompagni mi offro.

Il posto c’è.

Spit non è l’unico concorso che hai vinto. Ci sveli il tuo segreto? E’ tutta farina del tuo sacco o hai degli oggetti o dei riti porta fortuna?

Non ci sono rituali particolari. In realtà quello che secondo me mi fa vincere è il fatto che mi diverto. Quello è il segreto. Tanti rapper con cui mi incontro sono tesi, concentrati sul far prevalere la loro personalità. Io sono tranquillo, sorrido, mi diverto e mi diverto ancora adesso a fare freestyle alle serate. Avendo vinto Spit, arriva sempre il rapper di turno che ti dice ‘ti voglio sfidare’.

Hai detto che c’è sempre qualcuno teso sparaci qualche nome, dai! Fai un po’ di gossip.

(Walter, in parte a Shade): Emis Killa.

Emis Killa?

Mah, io con Emis ho un bel rapporto. Cioè, adesso non ci vediamo da un po’, forse un annetto. Però con lui mi sono sempre trovato bene. E’ un ragazzo che tanti dicono ‘Se la tira’ eccetera, ma magari lo hanno solo conosciuto in certe situazioni dove c’è la pressione del tour manager, della data e tutto. In realtà è un ragazzo molto tranquillo, con lui ti diverti anche a fare freestyle.

E gli altri di Spit invece? Tipo, non so, Ensi, Nitro..

Io quando sono arrivato a Spit loro li conoscevo già tutti. L’unico che non conoscevo con cui mi sono sfidato era Debbit, e tra l’altro, è stato una piacevole scoperta, perché mi sono trovato bene a fare freestyle con lui, è simpatico, ironico, eccetera. Ti dirò, ovviamente, il miglior freestyler di quelli che sono stati a Spit è Ensi, abbastanza scontato. Un gradino, ma proprio un briciolo sotto Ensi, ci metto Kiave.

Quindi, Ensi sopra tutti?

Ensi sopra tutti. Subito sotto, Kiave.

Stai riscuotendo un successone. Quali sono i prossimi progetti? Qualcosa riguardo il freestyle, undisco da solista, un tour o che altro?

Ci sono tutte e tre queste cose. Ho un disco da solista in lavorazione: l’ho scritto tutto, lo devo solo registrare. Ovviamente non posso svelare quali sono i featuring, quali sono le produzioni.

Ci speravamo.

No (ride). Sono tutti artisti che stimo tantissimo, mi sono tolto i miei sogni di quando ero un ragazzino.

Dai su, dicci qualcosa! Abbiamo tutte e due sedici anni. Vabbè la mia amica un po’ di più.

(ride) Diciamo che uno di questi è il mio rapper preferito. Gli altri sono rapper che stimo tantissimo, che mi hanno sempre emozionato. Invece, per quanto riguarda il freestyle: se va in porto questa web series, in ogni puntata ci sarà il mio momento freestyle. Poi ho in programma anche dei video virali, in cui farò cazzate in giro. Quello che mi riesce meglio.

Per ultimo, ti faccio una domanda diretta al concerto di oggi. Che cosa ti aspetti dai fan bresciani? E dai freestylers?

Mi aspetto un livello abbastanza alto dei freestylers, anche perché quelli del nord sono tutti molto improntati sulle punch-line e difficilmente sono come quelli deil sud, che fanno freestyle più tranquilli, più chillin’, usando un termine tecnico. Mi aspetto una battle in cui ci si scanni abbastanza, mi voglio divertire. Per quanto riguarda la gente, sono sicuro che saranno caldi.

Grazie mille per il tuo tempo! Ci vediamo più tardi.

Figurati, grazie mille a voi.

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