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Archive for giugno 2011

ETICHETTA: Produzioni Dada
GENERE: Pop rock, new wave

TRACKLIST:
1. Enemy
2. I Hate You
3. Love Is A Warmgun
4. I Can’t Stay
5. My Doll
6. Teen Attitude
7. Wake Up
8. Ghost Town
9. Change
10. Without You

La scena gardesana non sfiorisce: gli Speedliner, da Desenzano, nati appena un anno fa, arrivano al primo full-length senza passare dal via, prodotti direttamente da Fausto Zanardelli, in arte Edipo. La pulizia del sound che lui sempre ricerca si riverbera quindi anche nel disco di questi ragazzi, che non sembrano certo dei neofiti vista la raffinatezza di alcuni arrangiamenti.
New-wave e synth-pop tra le chiavi di lettura più semplici da carpire, mentre si scende in sentieri più determinati dall’introspezione indie rock, sporcandosi di The Bravery e parzialmente dei nuovi Band of Horses.
Non stupisce la presenza di filtri depechemodiani più o meno diffusi, laddove l’ispirazione prima di questo mondo oscuro, quasi dark, è proprio il cantato di Dave Gahan. Non ci si abbandona a particolari momenti di riflessione, certo, ma i contenuti sono validi, soprattutto dal punto di vista musicale e letterario: contestualmente, si sceglie la critica della società per fare un viaggio all’interno del mondo di tutti i giorni, dei rapporti interpersonali e del quotidiano. Le formulazioni più evidenti sono quelle del pop-rock, manifestazioni evidenti di una scelta di ricerca dell’orecchiabilità, anche nelle scelte lessicali.

In sostanza, un disco semplice, che non aggiunge niente di nuovo alla nostra scena, né tantomeno al suo riferimento più esplicito: quello indie dalle venature dark, se vogliamo post-punk. Gli Speedliner possono senz’altro personalizzare ulteriormente la loro produzione, e le venature più caratteristiche che si riscontrano in momenti come “My Doll”, “Teen Attitude” e “Change” senz’altro lasciano ben sperare. Li rivaluteremo a tempo debito.

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Sonisphere. Per parlarne ci dobbiamo dividere il lavoro in capitoli perché le cose da dire non sono poche.
Il divertimento, stavolta, non è stato smorzato da sviste organizzative che hanno alterato il buonumore a molti fan dei Foo Fighters o dei System of A Down, per citare alcuni degli appuntamenti più attesi e criticati (in primis per i prezzi). Vediamo nel dettaglio cos’è toccato a noi di The Webzine nella trasferta imolese.

LA MUSICA
– Il cartellone
Le band che si sono alternate sul palco del Sonisphere sono state molte, tutte straniere, ma meno di quante si era annunciato. A pochi giorni dall’inizio dei concerti i gruppi che si sarebbero dovuti esibire sullo stage secondario sono stati spostati al main o tolti dal calendario, con conseguente sdegno di alcuni che lamentavano la necessità di diminuire il prezzo del biglietto. In realtà era ovvio che a biglietti già venduti in grandi cifre non si poteva fare granché, ma la strategia di cancellazione dell’Apollo Stage si può senz’altro spiegare come un taglio delle spese per arginare i pochi guadagni. Meno personale e meno consumi. Ma ne parleremo poi.
Nella distribuzione delle band si nota una concentrazione metal il primo giorno, con Apocalyptica, Rob Zombie, Motorhead, Slipknot e Iron Maiden, mentre gli Alter Bridge, esibitisi nel giorno successivo, potevano essere la ciliegina sulla torta che è invece rimasta inserita altrove come una specie di macchia nera. In generale però il pubblico era abbastanza omogeneo così come si poteva apprezzare la “vicinanza di genere” delle band del primo giorno, e quella di “target” del secondo.

– Le esibizioni
Quasi tutte le band hanno fatto la loro porca figura. Non si può parlare di grandi errori o performance scarse: dagli headliner fino alle band del mattino, sul palco si sono alternati grandi professionisti e bestie da palco d’ogni sorta. Iron Maiden, Motorhead, Rob Zombie, Mastodon e The Cult hanno fatto registrare le esibizioni tecnicamente più buone, e ovviamente Linkin Park, Slipknot e Maiden si sono anche goduti il calore del pubblico che era lì quasi solo per loro. In scaletta per tutti e tre i singoli storici, e brani più nuovi dei recenti lavori (per gli Iron si denota la buona scelta di inserire in setlist solo i pezzi migliori del mediocre The Final Frontier, in particolare “The Talisman”, ottima dal vivo). Chester Bennington si è reso protagonista di una performance vocale spettacolare che recupera lo screaming perduto negli ultimi anni per restituire uno show unico: anche la loro scaletta è stata molto buona, riprendendo anche rarità come “From The Inside”; decenti anche le canzoni più recenti, che all’interno di un concerto abbastanza breve sono riuscite a ricavarsi uno spazietto intermedio che ha giovato alla loro buona resa. Deboli invece le esibizioni di Funeral For A Friend e i Guano Apes.
Anche i Sum 41 si sono guadagnati il rispetto di molti presenti, tra i quali non mancavano i detrattori; lo show è stato piuttosto debole dal punto di vista tecnico, ma il coinvolgimento ha spostato l’ago della bilancia in posizione favorevole. “In Too Deep”, “Still Waiting” e “The Hell Song”, da singoloni quali sono, hanno anche scatenato un pogo notevole, trascinando la folla anche nel momento del “metal medley”, con ovvia presenza di “Master of Puppets” (lo avevano fatto anche gli Apocalyptica il giorno prima, insieme all’inno di Mameli).
I My Chemical Romance, che avevo parzialmente gradito al loro live al Palasharp di qualche mese fa, hanno invece patito il tipico comportamento deleterio da pubblico italiano: fischi e oggetti lanciati, principalmente per pregiudizi, perché la performance è stata intensa e carica. Gerard e soci hanno così lasciato il palco prima di terminare il set in maniera piuttosto sbrigativa e indelicata, ma comprensibile.
La perfezione di Motorhead e Mastodon, invece, non si tocca. Classe allo stato puro, specialmente per i rispettivi batteristi.
Slipknot interessanti, con il basso nascosto (com’era prevedibile), ma non più carichi come un tempo: Joey Jordison si è reso protagonista di un concerto pessimo, incapace di sostenere ritmi precisi con la doppia cassa. Gli anni passano per tutti, ma la gente sembra ancora amarli. Eccellenti “The Heretic Anthem” e “People=Shit”.
Assolutamente da sottolineare l’impianto pessimo, che cambiava di volume ogni metro di spostamento, non arrivando a “colpire” appieno chi si trovava a 100 metri dal palco. Da notare come anche Bruce Dickinson abbia maledetto l’impianto pubblicamente, con grande felicità degli organizzatori. O anche questa volta se ne fregheranno?

L’ORGANIZZAZIONE
Sicuramente sopra il livello di chi ha organizzato Rock in Idrho e altri festival. La location era abbastanza ben gestita, nelle sue dimensioni ridotte: i prezzi di parcheggio e consumazioni erano nella media, anche se continuo a definire delinquenti tutte le situazioni in cui l’acqua costa più di un euro e il parcheggio più di due euro. Questione di umanità e buonsenso, no?
Il prezzo del biglietto è stato parzialmente ripagato dalla qualità delle band e dal campeggio gratuito, mentre la fontanella per rinfrescarsi e la distribuzione gratuita d’acqua davanti alle transenne sotto il palco erano davvero necessarie per non morire sotto la cappa d’afa creatasi su questa enorme distesa di cemento. L’autodromo di Imola non è certo la location perfetta, ma del resto individuare posti migliori in zona non doveva essere facile, e quindi non criticheremo questa scelta. Una nota di colore s’ha da fare: i preservativi distribuiti gratis dalle promoter di Control sono finiti per volare gonfiati a palloncino sopra le teste della gente, con un simpatico siparietto del cantante dei Papa Roach che ne ha “catturato” uno giunto sul palco.

PUBBLICO E CIFRE
Le cifre sono contorte: 25.000 il primo giorno, dato condiviso da molte fonti, mentre per il giorno successivo si oscilla insicuramente tra 8.000 e 15.000. Non solo non sono grandi numeri, ma non sfiorano minimamente le affluenze record dei festival internazionali e sono due le cause prime: la concomitanza con molti eventi importanti, molto costosi, in tutta Italia e per tutto l’anno, e il prezzo del biglietto. Un festival italiano, con il regime di vita che abbiamo qui, può costare MASSIMO 40 euro per valere quello che viene speso. In caso contrario sarà impossibile.
In ogni caso il pubblico è stato molto caloroso, dimostrandosi freddo solo con alcuni nomi (MCR, Mastodon, certi momenti dei Bring Me The Horizon), seguendo con voce e corpo quasi tutte le performance: i big erano ovviamente i più attesi, nonostante alcuni abbiamo mostrato disinteresse andandosene dopo Slipknot e Sum 41. Kyuss Lives! in grande spolvero con il recupero della loro tradizione desert, ma il nocciolo meno duro dei fans (il 90%) non ha gradito.

Sostanzialmente un edizione sottotono rispetto a quanto poteva essere. Spazi poco utilizzati, artisti alla rinfusa, pubblico dei piccoli eventi (c’era più gente a vedere Jovanotti a Casalecchio di Reno che a vedere i Linkin Park, ad esempio). Poteva andar meglio, ma l’autodromo più rock d’Italia è stato comunque un importante teatro di vera musica in questo caldo giugno, e ancora una volta c’è stata la dimostrazione palese di quanto inarrestabili siano Lemmy e Bruce Dickinson. Up the irons e ci vediamo alle prossime edizioni del Sonisphere italiano, di nuovo all’Enzo Ferrari.

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alcune setlist

IRON MAIDEN
Satellite 15…The Final Frontier
El Dorado
2 Minutes to Midnight
The Talisman
Coming Home
Dance of Death
The Trooper
The Wicker Man
Blood Brothers
When the Wild Wind Blows
The Evil That Men Do
Fear of the Dark
Iron Maiden
(encore)
The Number of the Beast
Hallowed Be Thy Name
Running Free

SLIPKNOT
(sic)
Eyeless
Wait and Bleed
The Blister Exists
Before I Forget
Disasterpiece
Psychosocial
The Heretic Anthem
Duality
Spit It Out
People=Shit
Surfacing

PAPA ROACH
Getting Away With Murder
…To Be Loved
Kick In The Teeth
Forever
Between Angels and Insects
Hollywood Whore
Lifeline
Burn
Dead Cell
Scars
Last Resort

MOTORHEAD
Iron Fist
Stay Clean
Get Back in Line
Metropolis
Over the Top
One Night Stand
The Chase is Better Than the Catch
In the Name of Tragedy
I Know How to Die
Going to Brazil
Killed by Death
Ace of Spades
Overkill

GUANO APES
Quietly
Oh What A Night
You Can’t Stop Me
Open Your Eyes
Sunday Lover
Big in Japan
Lords of the Boards

LINKIN PARK
The Requiem
Faint
Lying From You
Given Up
What I’ve Done
No More Sorrow
From the Inside
Jornada del Muerto
Waiting for the End
Numb
The Radiance
Iridescent
The Catalyst
In The End
Bleed it Out
Empty Spaces
When They Come for Me
Papercut
New Divide
Crawling
One Step Closer

MY CHEMICAL ROMANCE
Na Na Na (Na Na Na Na Na Na Na Na Na)
Give ‘em Hell Kid
Planetary (GO!)
Hang ‘em High
The Only Hope for Me is You
House of Wolves
Bulletproof Heart
Mama
Vampire Money
Teenagers
Welcome To the Black Parade
Helena
I’m Not Okay (I Promise)

SUM 41
Reason to Believe
The Hell Song
Skumfuck
We’re All To Blame
Walking Disaster
Sick of Everyone
Over My Head (Better Off Dead)
Motivation
Screaming Bloody Murder
Metal Mayhem
Fat Lip
In Too Deep
Still Waiting

THE CULT
Rain
Every Man and Woman Is A Star
Electric Ocean
Sweet Soul Sister
Horse Nation
Rise
Lil’ Devil
Dirty Little Rockstar
Phoenix
Wild Flower
She Sells Sanctuary
Love Removal Machine

KYUSS LIVES!
Gardenia
Thumb
One Inch Man
Supa Scoopa and Mighty Scoop
Odyssey
Green Machine

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E iniziava così anche il Summer Tour 2011 degli Afterhours, mentre fervono le attese per il prossimo disco di cui si parla molto bene (in un intervista su Rockol ha partecipato al clamore anche Alberto Ferrari dei Verdena, che ha avuto però la fortuna di ascoltarlo) e la band, ritrovato l’ex Xabier Iriondo in pianta più o meno stabile, si era già resa protagonista di una potente esibizione in occasione del concerto pro-Pisapia in pieno periodo elettorale, prima di un tour anglofono all’estero.
Non c’è traccia, ovviamente, della lingua inglese in questa data inaugurale (solo in un misterioso brano difficilmente identificabile): le canzoni che vengono eseguite ricalcano in buona parte la scaletta del Summer Tour 2010, con il giusto spazio dato ai brani più potenti del repertorio vecchio e nuovo, propendendo stavolta più per quest’ultimo: molti i brani presi da Quello Che Non C’è, con la reinclusione in setlist della title-track, “Bye Bye Bombay”, “Sulle Labbra”, “Varanasi Baby” e “Bungee Jumping”. Le danze sono aperte da “La Verità che Ricordavo” e “L’Estate”, che riportano alle atmosfere del precedente tour: si ritorna poi alle preferite dei milanesi, “E’ Solo Febbre” (devastata da alcuni problemi tecnici), “Il Sangue di Giuda”, “La Sottile Linea Bianca” e versioni un po’ più cariche di “Carne Fresca” e “Ci Sono Molti Modi”. Molto sbiadita invece “Pochi Istanti nella Lavatrice”. Stupefacente la parte finale del concerto, con “Il Paese E’ Reale” unplugged, il ritorno glorioso di “Bianca”, assente da quasi dieci anni e un nuovo arrangiamento di “Pop”, anche questa rientrata in scaletta dopo tanto tempo: fantastica. La ciliegina sulla torta, “Voglio Una Pelle Splendida”, unico brano storico proposto, vista l’assenza totale di “Non E’ Per Sempre”, “Male di Miele”, “Dentro Marilyn” e “Strategie”. Per una volta, applaudiamo alla scelta.

La carica degli After nazionali non si sta esaurendo, anzi cresce con il ridefinirsi di un sound che ricorda il periodo di Germi e Hai Paura del Buio. Non si può nascondere la verità: senza Xabier tutto questo non sarebbe possibile. Ottimo Agnelli alla voce, che rischia sempre più di lasciare le corde vocali sul palco, ma riesce comunque a cavarsela bene tra screaming e pulito da pelle d’oca in puro stile Manuel. Tante imprecisioni di basso e batteria, ma ci siamo talmente abituati che ormai non conta più.
Un live ottimo, coinvolgente, in una piazza calda ma dal pubblico troppo variegato (il concerto era gratuito), che includeva quindi tanti curiosi dell’ultim’ora. I fans erano comunque numerosi e il calore si è sentito, complice un set che ha saputo ripercorrere ancora una volta la grande carriera della band di Agnelli, Prette e soci. Incorreggibili geniacci dell’alternative nostrano.

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Il primo numero di PEN MOVES, la nuova rubrica di The Webzine che dà la parola agli artisti che dicono la loro sui loro testi e la loro produzione, parte all’arrembaggio con MEZZAFEMMINA.
Le tracce del disco Storie a Bassa Audience, che avevamo recensito qui, sono state spiegate per noi dall’autore in persona.

L’album, traccia per traccia, raccontato da Mezzafemmina

Articolo 1
La storia amara e surreale di Casale Monferrato e della sua fabbrica Ethernit, raccontate dal punto di vista di un ragazzo che cerca disperatamente di far finta di nulla ma alla fine deve rassegnarsi anche lui “alla grottesca assuefazione di incontrarci puntualmente all’ennesimo funerale”

Le prigioni del 2000
La storia di un ragazzo che subisce la spersonalizzazione dei centri commerciali e vuole urlare al mondo la sua condizione di precarietà, consapevole di “meritare di più”

Insanity show
La storia di una società, della società occidentale che ci riempie di benessere ma ci rende tutti ugualmente vulnerabili alla patologia, in una sorta di tragicomica democrazia.

I pinguini si comprano il cappotto
La storia del mio amore per Torino e per il Sud, raccontate attraverso le metafore del freddo e del caldo

Giochi da grandi
La storia di Walter, un pedofilo che si rende conto di aver bisogno di aiuto ma altrettanto consapevole che “la società pensa soltanto a reprimere”.

Iside
La storia di Iside, una ragazza che racconta le violenze subite in famiglia ma anche la sua decisione di mettere fine a quel circolo vizioso, a quell’ “orrore mentre la famiglia era in festa”.

Brace
La storia di un’illusione, di un attimo inaspettato, di un’estate di irrazionalità, vissuta clandestinamente tra onde e sabbia.

Sorrisi e balle varie
La storia di una società che ha perso il valore della fatica e si culla su una comodità e su una condizione di benessere generale che “rende l’uomo più innocuo e sterile”

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Ve la ricordate la privacy?

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