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Archive for aprile 2013

Il FIM è la Fiera Internazionale della Musica organizzata in Liguria all’interno dell’Ippodromo dei Fiori di Villanova d’Albenga, in un’area di quasi 200.000 mq. nel cuore della Riviera dei Fiori.
Unica nel suo genere in Italia, il FIM concentra tutto il necessario per fare musica. 
Due giorni di incontri, dimostrazioni, concerti, eventi, strumenti musicali, esposizioni, discografia, masterclass, seminari, concorsi, idee e talenti.

Una fiera dove la musica è protagonista. Laboratori, mostre, workshop, dibattiti, dischi, show-case, seminari, jam session, merchandising , e tanto altro in una miscela esplosiva di grandi eventi. Due giorni di musica full-time. Un luogo di incontro fra artisti, musicisti professionisti e cantanti, endorser, gruppi musicali, cover band, docenti ed allievi, critici musicali, deejay, liutai, professionisti del settore, tecnici del suono, manager, produttori, editori, scuole di musica e case discografiche. Un punto di riferimento per gli appassionati e per gli esperti del settore riuniti in un’unica kermesse per presentare e condividere esperienze e passioni.

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Il 19 Aprile all’Estragon di Bologna c’era la première del nuovo tour degli Aucan, attesissima anteprima di quello che sarà il nuovo spettacolo con cui gireranno l’Europa nel 2013. Le tag degli eventi ufficiali su Facebook parlano chiaro: #visualize (nome del tour), #basstonate, #clubcore. L’effetto bastonata, obiettivamente, si sente, così come si sentono clubcore. Molti successi di Black Rainbows, con un impianto (per una volta) settato alla perfezione, suonano da dio e nel set completo, di circa un’ora, quasi tutto collegato in una sorta di traccia unica, risultano comunque sempre fresche, nonostante le ventate di novità portate da alcune canzoni del futuro disco. L’obiettivo di questo live, lo si avverte subito, era stupire anche con l’impatto di qualcosa di inaspettato, e mai come in questo concerto ci sono riusciti: sferzate hardcore quasi terrorcore sul finale, roba da Rotterdam Records per intenderci; momenti più ballabili che ti fanno pensare ad una svolta Swedish House Mafia ma ti riportano subito alla più violenta dubstep degli ultimi anni, tra Niveau Zero e Porter Robinson, ma con quelle venature dark ultrapotenti che solo gli Aucan in Europa sanno tirare fuori in maniera così gradevole ed egualmente devastante; techno, ma più rallentata di quella tedesca; dubstep e ancora dubstep. Effettivamente il genere è cambiato solo in maniera relativa e marginale, ma si avvertono già dei linguaggi e degli orientamenti che apparterranno probabilmente al futuro dell’elettronica mondiale, come del resto si intuisce dagli ultimi lavori di molti mostri sacri dei vari generi citati. Gli Aucan non sono alieni a queste logiche evolutive ormai inarrestabili.

L’esecuzione dal vivo, specialmente a livello ritmico, è notevole. Si punta anche sull’intrattenimento scenografico ma i visuals non sono certo all’altezza dell’ottimo livello dei suoni, calibrati nella maniera giusta anche se nelle prime file i bassi sfondano la cassa toracica in maniera abbastanza improponibile. Dire che quando si ascolta un concerto del genere è giusto così, è d’obbligo. 
L’accoglienza del pubblico è molto calorosa, sicuramente più tiepida di quella rifilata ai bresciani Pink Holy Days, band vicina agli Aucan e a ciò che ruota attorno a loro, che sfoggiano un dj set techno con influenze house, ballabile ma nulla più. In ogni caso, divertenti.

La serata, anche per il suo aspetto di debutto del nuovo tour, è sicuramente ben riuscita. L’alto livello dello show proposto ha mantenuto fede alle aspettative permettendo anche di sviluppare ulteriori attese su quello che sarà il nuovo disco in studio che, a questo punto, sarà una riconferma delle capacità degli Aucan, già pienamente dimostrate dai lavori precedenti. E, come sempre, avrà più successo all’estero ma noi non ci faremo troppe domande. 

video tratto dal concerto al Magnolia

prossimi concerti
24 aprile 2013 – URBAN, Perugia
25 aprile 2013 – CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
25 maggio 2013 – HALLE 28, Bolzano 

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Recensione inclusa nel circuito Music Opinion Network


La prima cosa da chiarire riguardo L’Amore E’ Un Precario, secondo lavoro del pugliese Uross, è che con l’amore inteso come sentimento provato e vissuto con la banalità di una canzone pop qualunque non ha nulla a che spartire. Condivide con esso, soltanto, la voglia di parlarne, come un’urgenza che viene da brandelli d’esperienza forse diventati anche cicatrici. E’ strano, nel nostro paese che tanto ama l’indagine sull’amore fin dalle origini della letteratura, sentire qualcuno che parli dei rapporti o degli stati d’animo con meno leggerezza della media. L’appiattimento cui siamo abituati finisce dunque per rendere il disco meno appetitoso per le radio e gli ascoltatori più superficiali, liricamente più adeguato e compatibile con un uditorio con un background culturale medio-alto. Bisogna capirle queste metafore, queste canzoni, i riferimenti alla ricerca di sé stesso, alla polvere che sembra la cenere simbolo dell’aridità, anche di spirito, nel Grande Gatsby di Fitzgerald, al cielo (citato non solo nella strana ma splendida cover di Gaetano). Il sound effonde in ambienti diversi, con una base che riecheggia di sonorità mediterranee ma propaggini che si allontanano fino all’America nera. Non solo folk, ma anche psichedelia, viaggi spazio-temporali nei linguaggi blues e jazz, soul e musica d’autore tipica delle nostre decadi passate. Non c’è il solito De Andrè, ma ci si accontenta anche di assomigliare a qualcun altro oggi, no?

Il senso di non appartenenza a nessuna categoria musicale o letteraria ben precisa è evidente in tutte le canzoni, nel loro impianto testuale mai banale, nel loro esoscheletro che non è mai retto da un’ossatura fragile e semplicistica, ma sempre da solide architetture sonore che trovano la loro stabilità in impalcature geniali e originali. Soluzioni più popolareggianti servono solo a sostenere che questo album comunque potrebbe essere diretto a tutti, se solo la cultura media dell’ascoltatore italiano fosse quella che ha Uross. Ottimo modo di parlare, con una lingua diversa, di cose di cui tutti parlano da sempre. Farlo adesso che siamo tutti più vuoti è la vera novità.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock, pop, revival

TRACKLIST:
1. Tap Out
2.All The Time
3. One Way Trigger
4. Welcome to Japan
5. 80ʼs Comedown Machine
6. 50 50
7.Slow Animals
8.Partners in Crime
9. Chances
10.Happy Ending
11.Call It Fate Call It Karma

Voto: 4/5

Dopo essere stati forse lʼunica band ad aver segnato gli ʼ00 con qualcosa di “autentico” nel panorama rock mondiale e, dopo aver cercato di ripetere forse troppo forzatamente il tanto amato esordio, gli Strokes a sto giro devono aver avuto due palle così per aprire il loro nuovo lavoro con Tap Out.
La prima volta che la ascolti rimani basito e non sai ancora se in modo positivo o negativo; la seconda o butti via il disco o la ascolti per tre giorni di fila.

Io lʼho ascoltata per tre giorni, e badate bene che gli anni ʼ80 e il loro sound mi hanno sempre fatto vomitare.
Eʼ questo il nuovo corso della band: Casablancas in falsetto e sonorità anni ʼ80 mescolate al loro garage lo-fi di sempre, come nel primo singolo rilasciato One Way Trigger.
Poi, non sempre la sintesi riesce nel modo migliore come nella trasognante Partners in Crime, o in Slow Animals o in Happy Ending ma il risultato è comunque accettabile per le ultime due.
Eʼ bene cambiare ma non troppo e All The Time, Welcome To Japan e 80’s Comedown Machine ricordano che in mano abbiamo un disco degli Strokes (per fortuna sʼintende). Chiude la notturna Call It Fate Call It Karma che tenta di emulare Iʼll Try Anything inserita in Somewhere di Sofia Coppola, ma il risultato non è alto come in precedenza. Comedown Machine è un disco che gode di unʼottima produzione ma sopratutto è un disco che spiazza, nel bene o nel male, e sinceramente se paragonato ai lavori post Room On Fire io dico: era ora.

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16/04/2013 – LOW LEAF @ EDEN CAFE, Treviso
19/04/2013 – LOMBROSO @ THE BLACK STUFF, Udine
19/04/2013 – TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI @ LOCOMOTIV CLUB, Bologna
19/04/2013 – AUCAN @ ESTRAGON, Bologna
19/04/2013 – ALKENE @ TETRIS, Trieste
19/04/2013 – MARCO LIGABUE @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
19/04/2013 – BODY/HEAD feat. KIM GORDON @ COVO CLUB, Bologna
20/04/2013 – EVA @ ZONA ROVERI, Bologna
20/04/2013 – MODENA CITY RAMBLERS @ RIVOLTA PVC, Marghera (VE)
20/04/2013 – MAX GAZZE’ @ ESTRAGON, Bologna
20/04/2013 – LOW LEAF e AWESOME TAPES FROM AFRICA @ URBAN SCAPE, Padova
20/04/2013 – CALL ME KAT @ TETRIS, Trieste
20/04/2013 – THE COURTENEERS @ COVO CLUB, Bologna
20/04/2013 – FAST ANIMALS AND SLOW KIDS @ BENTIVOGLIO CLUB, Bologna
20/04/2013 – LORDI @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
21/04/2013 – WELCOME COFFEE @ TETRIS, Trieste
21/04/2013 – UOCHI TOKI @ WUNDERKAMMER, Ferrara
22/04/2013 – ELIO E LE STORIE TESE @ TEATRO FILARMONICO, Verona
22/04/2013 – UOCHI TOKI @ TBA, Padova
24/04/2013 – LA PEGATINA@ ESTRAGON, Bologna
24/04/2013 – IL PAN DEL DIAVOLO @ TBA, Padova
24/04/2013 – THE PROXY @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
24/04/2013 – ARISA @ GRAN TEATRO GEOX, Padova
24/04/2013 – GLI SPORTIVI @ SOUND VITO, Legnago (VR)
24/04/2013 – STEVE HACKETT @ TEATRO COMUNALE, Vicenza
25/04/2013 – HOT HEAD SHOW @ SENZA FILTRO, Bologna
26/04/2013 – FUN @ ESTRAGON, Bologna
26/04/2013 – MIKE TRAMP @ TETRIS, Trieste
26/04/2013 – IL PAN DEL DIAVOLO @ FESTA DELLA LIBERAZIONE, Codroipo (UD)
26/04/2013 – PINK HOLY DAYS @ GIORNATE RESISTENTI, Montebelluna (TV)
26/04/2013 – LA PEGATINA @ SCARPE ROTTE FESTIVAL, Mestre (VE)
26/04/2013 – MALIKA AYANE @ GRAN TEATRO GEOX, Padova
26/04/2013 – BLUE WILLA @ COVO CLUB, Bologna
26/04/2013 – RAMMSTEIN @ UNIPOL ARENA, Bologna
27/04/2013 – CRISTIANO DE ANDRE’ @ GRAN TEATRO GEOX, Padova
27/04/2013 – VILLAGERS @ COVO CLUB, Bologna
27/04/2013 – THE SOCKS e GLORY OWL @ TETRIS, Trieste
27/04/2013 – THE CHARLESTONES @ SENZA FILTRO, Bologna
27/04/2013 – TALCO @ SCARPE ROTTE FESTIVAL, Marghera (VE)
27/04/2013 – STEVE HACKETT @ TEATRO MANZONI, Bologna
27/04/2013 – HARDCORE TAMBURO @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)
27/04/2013 – ALESSANDRO GRAZIAN @ STUDIO 2, Vigonovo (VE)
27/04/2013 – LOMBROSO @ SENZA FILTRO, Bologna
28/04/2013 – MAC DEMARCO @ PULSE, Padova
29/04/2013 – FRANCESCO DE GREGORI @ TEATRO FILARMONICO, Verona
29/04/2013 – PERSIANA JONES @ SCARPE ROTTE FESTIVAL, Mestre (VE)
30/04/2013 – MAC DEMARCO @ COVO CLUB, Bologna
30/04/2013 – CRISTINA D’AVENA e I GEMBOY @ ESTRAGON, Bologna
30/04/2013 – MEGANOIDI @ HOME, Treviso
30/04/2013 – MESHUGGAH @ NEW AGE CLUB, Roncade (TV)

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Abstract Dragon
GENERE: Rock, alternative, garage

TRACKLIST:
Fire walker
Let the day begin
Returning
Lullaby
Hate the taste
Rival
Teenage disease
Some kind of ghost
Sometimes the light
Funny games
Sell it
Lose yourself

Voto: 3.5/5

Senza spendere troppe parole su questa band di Los Angeles di cui si è (quasi) sempre sentito parlar gran bene, e senza dar peso come sempre al fatto che in qualche modo ricordano gli Oasis, dirò soltanto che il nuovo disco dei BRMC non è per niente malaccio, anche se qualcosa di più ce lo si aspettava.
La formula è un pò variata dal precedente e da Baby 81: lʼintro di Fire Walker, il finale di Let The Day Begin e Sometimes The Light sono esempio di una sorta di sperimentazione dai tratti lisergici e spettrali, Returning si distende in una nebbia lenta sfiorando le parti chitarristiche dei Kings Of Leon nel ritornello.
Poi Turner e Hayes arrivano a premere il pedale su quello che sanno fare meglio ovvero del sano rockʼnʼroll sporco di blues con chitarroni belli potenti come in Rival, Teenage Disease e Funny Games e pezzi dal sapore più blues-maledetto in chiave acustica come in Some Kind of Ghost.
Buona la ballata Lullaby, discreta la conclusiva Lose Yourself.
La pecca di Specter At The Feast sta però nel fatto che se lo si confronta con il precedente Beat The Devilʼs Tattoo, ne vien fuori che il vecchio era migliore per idee e per risultato: qui è come se diversi brani fossero incagliati in una nebbia schifosa dalla quale non riescono ad uscire mai completamente.
Restano comunque due fatti insindacabili: questo è comunque un buon lavoro e il loro nome resta sempre uno dei migliori.

 

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Recensione inserita nel circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Valery Records
GENERE: Post-grunge

TRACKLIST:
1991
Altrove
Didone
Radio Varsavia
Igreja de Santa Maria
Non Conta
Cuccurucucu
Special 50
Mr Davis
Alta Velocità
Fiato Trattenuto
1000 Miglia Sotto La Norma

1991 è l’anno di Nevermind e, non serve dirlo, lo si ricorda soprattutto per quello che fu, più per gli effetti del suo successo che per i contenuti (più innovativi, forse, quelli del precedente Bleach), il requiem finale alla musica tastierosa e spensierata degli anni ottanta. Tagliare i ponti col passato non sembra una cosa che interessa ai vicentini Bad Black Sheep che scelgono, seppur con molta cura e un buon grado di originalità, di rifarsi a linguaggi piuttosto frequentemente battuti negli ultimi anni anche in terra veneta (i già citati Nirvana, ma anche i Germs, i Foo Fighters, il punk dei NOFX, forse qualcosa di più californiano e mainstream). Il risultato è un’accozzaglia che riesce in qualche modo, principalmente per una buona grinta e una personalità che traspare da alcuni arrangiamenti di particolare bellezza e compostezza (“Radio Varsavia”), nonché per un intelligente alternarsi di soluzioni melodiche ad altre più aggressive che riesce a non stonare mai (la lenta “Didone” non stona con l’irruenta “Mr. Davis”), a mantenersi dentro una trama di concreta coerenza che è, tra l’altro, ciò che manca a molte band di analoga età e analogo genere in Italia in questo periodo.
Non c’è un pezzo che butti giù il livello complessivo del disco e, anche per questo, raggiunge pienamente un voto sopra la linea del discreto. I testi sono simpatici, la rilettura del classico di Battiato “Cuccurucucu” è pure una novità nell’oceano sterminato di riedizioni punk di classici vecchi e nuovi a cui assistiamo quotidianamente. Insomma, qui di sostanza ce n’è, e si attende già con fervore di poterli vedere dal vivo per vedere se sono in grado di emettere la stessa carica di rabbia post-adolescenziale che i beniamini del grunge hanno saputo incarnare tanto bene due decenni fa.

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