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Archive for the ‘GENERE: Dream Pop’ Category

Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA:  Sub Pop
GENERE: Dream pop

TRACKLIST:
1. Myth
2. Wild
3. Lazuli
4. Other People
5. The Hours
6. Troublemaker
7. New Year
8. Wishes
9. On The Sea
10. Irene

Voto: 3.5/5

Cʼera unʼaria insolita, sapevo che non era quella di casa, avevo sempre le mie scarpe è vero, ma lo sfondo era diverso.
Cʼera il mare, la sabbia, le persone con lo skateboard che si vedevano tramonti dalla spiaggia.
Era un posto con gente normale e gente strana, forse i più pazzi erano lì, ma sembravano non curanti del loro aspetto allucinato ed insolito. Cera chi maneggiava la chitarra, chi disegnava a terra, chi sparava bolle, chi fumava, chi beveva, chi rideva.
Dopo aver posato un bicchiere da party, chiesi alla ragazza che mi ritrovai di fronte come si chiamasse quel posto, ma lei rispose prendendomi per mano, ridendo.
Lei a tratti ballava con le spalle e con la testa, ed era vero che cʼera una musica che suonava da ore.
Mi guardai attorno per capire da dove potesse venire ma non ci riuscii, potevo solo farmi guidare dalla ragazza che mi portò poco distante: luci, colori, clown, zucchero filato, tiro a segno, ruota panoramica.
Salimmo nella ruota ed era tutto pazzesco: la ragazza che mi aveva portato lì, il cielo sopra, quello che cʼera intorno a noi.
E quella musica continuava ad uscire da non si sa dove, quella musica che era la miglior melodia che si potesse trovare in quellʼ atmosfera intrisa di sogno, dove tutto infondo era perfetto.
Allʼimprovviso la ragazza indicò verso terra, un uomo e una donna stesi, giravano su se stessi e suonavano creando quel suono.
La ragazza disse due nomi: Alex Scally, Victoria Legrand.
Maestri nel creare unʼatmosfera che non esiste, se non dallʼaltra parte del mondo rispetto a dove stai tu: irreale, forse a tratti ripetitiva, quasi banale per semplicità ma allo stesso tempo rara, come i sogni.

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Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Sub Pop Records
GENERE: Dream electro-pop

TRACKLIST:
01. Eyes Be Closed (4:47)
02. Echoes (4:08)
03. Amor Fati (4:26)
04. Soft (5:31)
05. Far Away (4:00)
06. Before (4:46)
07. You and I (Ft. Caroline Polachek) (5:13)
08. Within and Without (3:32)
09. A Dedication (4:17)

Piove ancora, sempre grigio, eppure secondo il calendario l’estate è a un passo, e con il caldo che si avvicina la memoria corre ad un disco del luglio 2011, uno dei più emozionanti dello scorso anno.
Stendetevi di fronte al mare, a maggio, una giornata assolata ma non ancora caldissima, le onde che si rincorrono sulla riva.
Distesi con i Washed Out nelle orecchie, dream electro pop non laccato, una produzione volutamente scarna e vintage per canzoni immaginifiche, quasi timide, una batteria elettronica in lontananza, tastiere ad accompagnare la voce riverberata e stanca, se alzate lo sguardo alle nuvole laboriose e lontane potreste perdervi, col cuore che scoppia.
I Washed Out sanno riprendere suoni puramente anni ’80 con intenti opposti, calma, introspezione e un rilassarsi infinito con l’emozione dell’estate che arriva, pericoloso provarli con l’estate al termine. Viene alla mente il Luca Carboni di “Mare mare” o il Battiato di “La voce del padrone”:

“Mare mare mare voglio annegare
portami lontano a naufragare
via via via da queste sponde
portami lontano sulle onde.”

Il mood è quasi lo stesso, solo che con i Washed Out manca il fiato, la dolce solitudine è ancora maggiore.
Si può immaginarli anche come la colonna sonora di vecchi videogiochi impolverati, che dopo 20 anni acquisiscono un nuovo fascino, il cielo immensamente blu dei giochi della Sega o le lande desolate dove correvano le F-zero, televisori con tubi catodici che generano colori vivi ma ormai sfumati, indefiniti fino ad esser più ricchi, un nuovo modo di approcciarsi al mondo, non si nega più nulla ma lo si guarda fuori dal tempo con un sorriso appena accennato.

Usciti con la storica etichetta Sub Pop, i Washed Out (praticamente l’alter ego di Ernest Greene), portano ad un nuovo livello il glo-fi degli anni ’00, superando di slancio Toro Y Moi e amici, ed è solo il loro primo album, dopo due deliziosi piccoli EP, spero ci faranno sognare ancora.

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ETICHETTA: RareNoise
GENERE: Alternative rock, dream-pop

TRACKLIST:
1. Atsmm
2. Heads or Tails
3. Death Baby Chicco
4. The Wolf
5. Trieste
6. Blue Army
7. Harlequin
8. Constellations
9. Slow Motion
10. Fast Forward
11. Manao Tupapau

La formazione dei partenopei è senz’altro notevole: contratto con Arghh! Records, split con i God Is An Astronaut, un acclamatissimo EP (Rooms); oggi arriva un nuovo (il secondo) sensazionale full-length, ed è Ghost Dance, uscito per l’ottima etichetta inglese RareNoise. Neanche a farlo apposta, è una vera e propria sorpresa. A partire dalla voce sottile ma profonda di Adriana Salomone, passando necessariamente per l’ottima preparazione strumentale di ogni altro componente di questa formazione dall’interessantissimo nome, le dodici tracce che compongono questo debutto sono un breve ma coraggioso viaggio sospeso tra dream-pop, synth-pop e il trip-hop, con qualche venatura garage (la prima parte di “Trieste”) che, confondendosi con le caratteristiche più basilari dei generi appena citati, diventa uno spettacolare diversivo per un disco variegato, complesso e sicuramente lontano dal risultare freddo e sterile. Un sound che ricorda vagamente Pj Harvey e Bjork, non solo per la voce della frontwoman, esplode lento ma inesorabile in “The Wolf” e “Death Baby Chicco”. Mentre alcuni caratteristici interludi separano i brani causando lievi cali d’attenzione, il lavoro rimane compatto e non fa stancare, aumentando la percezione di un blocco unico di tracce dove non mancano anche echi post-rock (gli arpeggi di “Blue Army”) e la sognante, ipermalinconica e tranquilla ballad “Harlequin”. Inconfondibili anche gli inserimenti di elettronica che derivano da una discretamente udibile devozione a band come Air (anche del progetto solista di Jean-Benoit Dunckel, uno dei due Air) e Massive Attack. Nonostante ogni singolo strumentista trovi modo di apportare il suo personale contributo al disco, rispetto al passato della band troviamo qui un utilizzo più diffuso della voce, che con melodie molto orecchiabili instaura un rapporto diretto con l’ascoltatore, diventando protagonista soprattutto dei brani più dolci (caratteristica che ben si unisce con il timbro vocale di Adriana).

Il disco non è senz’altro da annoverare tra le uscite sensazionali del periodo, anche a causa di un tipo di promozione più underground che li ha mantenuti parte di un universo che corre lateralmente a quello più patinato dell’alternative italiano. Per loro, questo, è senz’altro una fortuna, potendo così coltivare un sound maturo e particolare, che in Italia pochi fanno, e attirare attenzione dai critici più settoriali. Una band che senz’altro farà strada, se gliene saranno date le possibilità. Ghost Dance è un ottimo disco, non c’è dubbio.

PROSSIMI CONCERTI:
* tutte le date sono in apertura del nuovo tour del TEATRO DEGLI ORRORI tranne quella a Messina
http://www.virusconcerti.it

02 marzo – DEPOSITO GIORDANI, Pordenone
03 marzo – LATTE +, Brescia
17 marzo – ORION CLUB, Ciampino (RM)
23 marzo – ESTRAGON, Bologna
29 marzo – ALCATRAZ, Milano
12 maggio – RETRONOUVEAU, Messina

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ETICHETTA: Deutsche Grammophon
GENERE: Pop da camera, chamber music

TRACKLIST:
1. Shattering Sea
2. Snowblind
3. Battle of Trees
4. Fearlessness
5. Cactus Practice
6. Star Whisperer
7. Job’s Coffin
8. Nautical Twilight
9. Your Ghost
10. Edge of the Moon
11. The Chase
12. Night of Hunters
13. Seven Sisters
14. Carry

Ed ecco il dodicesimo capitolo della discografia di Tori Amos, la cantautrice/pianista del North Carolina che da venticinque anni presenzia senza sosta nella scena pop con la sua voce e il suo art rock mai troppo arzigogolato, tutto sommato molto godibile. In una dozzina di album l’evoluzione naturale di un sound comunque sempre molto melodico l’ha portata dalle parti di certe band chamber pop (o dream pop) che poco hanno a che fare con le classifiche. Ma Tori Amos è pur sempre Tori Amos, e le sue gesta attirano sempre un minimo di “indie”-attenzione. C’è chi l’accusa di aver gettato al vento la carriera, mandando al macero i già marginali contenuti rock degli albori, chi invece ne supporta la scelta radicale di svoltare verso sonorità molto diverse da quelle iniziali.
Night of Hunters a The Webzine è stato percepito in maniera molto individuale, regalando alla soggettività dell’ascolto il pregio di essere ancora protagonista dell’assorbimento musicale come esperienza di trasporto emotivo. Le quattordici tracce appaiono in superficie tutte molto simili, ad essere sinceri, rappresentazioni solipsistiche di un viaggio interiore che ha a che fare sicuramente più con il proprio io piuttosto che con un sentimento presumibile dai più. Tagliando così fuori gli ascoltatori, ancora una volta, da un’interpretazione univoca, la cantante riveste in realtà Night of Hunters di un’aura lucente di mistero, a partire dalla ricerca di un significato che difficilmente si riesce ad attribuire senza scandagliare attentamente le brillanti liriche. Gli arrangiamenti, come e forse più del precedente Midwinter Graces, esemplificano uno stile barocco di concepire il pop, riconnettendolo alle sue origini classiche (tant’è che brani come “Fearlessness”, “Battle of Trees” e “Shattering Sea”, le tre migliori dell’intero lavoro, presentano sia melodie vocali che svolazzamenti strumentali degni dei migliori Debussy e Chopin). Nei vocalizzi tipici della Amos, grazie a quella timbrica bambinesca che spesso in altri dischi recenti ha rappresentato un aspetto negativo, ad esempio nei comunque belli The Beekeper e Abnormally Attracted to Sin, si ritrova il suo gusto rock dei primi tempi, seppur trasportato in una sorta di mondo fatato e fiabesco che evoca atmosfere dark ma, ripetendo, immerse in un contesto più antico, con innesti strumentali che assumono in pieno l’aspetto di ballad pianistiche à-la-Bach nonostante toni di epicità moderna più radiofonica. Superando la scontatezza di un paio di momenti (“Star Whisperer” e “Job’s Coffin”), in ogni caso degni di un ascolto approfondito per carpirne l’essenza popolaresca più celata, abbiamo un lavoro maturo, equilibrato e completo, senza momenti stantìi ne ripetizioni troppo evidenti di episodi già visti nella sua carriera. Sostanzialmente, il dodicesimo capitolo di una saga ancora tutta da scrivere. Qualche momento lento in meno e sarebbe stato molto più godibile, ma Tori Amos e la sua leggiadria sono anche questo. Impossibile gridare al miracolo, ma altrettanto impossibile non apprezzare un album veramente ben concepito. Per (quasi) tutti.

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ETICHETTA: Hell Yes!
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
1. Wave Goodbye
2. Blackeye
3. Leather Glove
4. Can’t Be Wrong
5. Skeleton Key
6. Down and Out
7. Too Wild
8. Rock On
9. In My Dreams
10. Too Late

Dall’America che più di tutte ha rimpinguato le fila del cosiddetto indie pop, forse più dei compagni d’Oltremanica (sicuramente più dei nostri conterranei), un act come i Love Inks, un act di cui non c’era bisogno ma che ha bisogno di dire qualcosa, altrimenti non sarebbe qui.
Il mondo sommerso del revival degli eighties e dei nineties già da un decennio ormai riempie classifiche e playlist online, nonché dj set e scalette di cover band ad ogni latitudine, ma nel marasma ipercaotico che si è creato ci sono anche delle realtà interessanti. E’ il loro caso, con quei ritornelli delicati e che quasi non meriterebbero di essere definiti tali, con strutture morbide, sognanti, in tipico stile dream-pop (declinazione ormai naturale per l’indie oltreoceano), in costante avanzamento verso l’universo sperimentale dell’elettronica (spesso impropriamente chiamata “indietronica”), dove pulsano drum machine lente ma che cavalcano un certo senso dance. Le chitarre sono rare ma presenti e svolgono un’ottima funzione catalitica all’interno del principale focolare di interesse in questo disco: “Blackeye” è infatti il brano più complesso, anche se non si dovrebbe parlare di complessità, ma di profondità espressiva, ad essere sinceri. “Rock On” tra i riempitivi, sempre funzionale al resto dell’album, mentre “Can’t Be Wrong” e “Skeleton Key” sono l’anima di tutto il lavoro. Sono questi i contesti e i linguaggi in cui i tre dimostrano di sentirsi più a proprio agio.

E.S.P. è un disco degno di rispetto, un disco che si è voluto far uscire in pieno periodo revival, per approfittarne o semplicemente perché i Love Inks volevano dire la loro in materia. Un esperimento corto (si perché ci siamo dimenticati di dire che è un disco m

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Recensione scritta per INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: K7!
GENERE: Electro, indie, dance

TRACKLIST:
1. Konkylie
2. Church and Law
3. Parix
4. Chestnut
5. The Same Scissors
6. Jets
7. Kelly
8. On The Move
9. Whoever Made You Stand So Still
10. Add Ends

I When Saints Go Machine sono un premiatissimo quartetto danese che da qualche anno attira una crescente attenzione dei media attraendo, ovviamente, anche la nostra. Konkylie è il primo full-length ma segue un bellissimo EP, Fail Forever, che un po’ ci aveva dimostrato il soffice dance pop di una band delicata ma abile a far ballare in quattro quarti con inserimenti sperimentali levigati ma ancora limitati. E’ con questa nuova uscita che il sound si perfeziona, aprendo le porte a sferzate di electro-pop britannico in grado di balzare dagli MGMT ai TV On The Radio, senza disdegnare Talking Heads e Eurythmics, includendo quindi inserti più banali à-la-nuovanewwave. Il songwriting modesto ma originale della band nordeuropea si sente soprattutto nella title-track, in “Parix” e in “Kelly”, dove furoreggiano con un synth pop semplicistico e di facile comprensione, istantaneo nella presa, e di piena ispirazione scandinava. Non mancano incroci con la musica orchestrale più sinfonica (“Church and Law”), così come non si tengono lontani neppure i Depeche Mode, che lasciano un’ingenua ma indelebile traccia in molti dei brani più pop.

Una produzione fresca, intelligente e normodotata ci presenta un disco genuino e pulito, forse un pochino troppo lindo; le sbavature non sono contemplate e questo può piacere, ma un’anima più live poteva giovare ai momenti più (realmente) dance, come ci insegnano Justice e Does It Offend You Yeah!, giusto per accostare nuovamente la band ad orizzonti indie più moderni.
Essenzialmente il disco non eccelle in nessuna sua caratteristica, ma si colloca in quella fascia in cui originalità, precisione chirurgica e un estro creativo profondo e mai acerbo riescono a renderlo interessante. A prescindere. Lo si ascolta volentieri, ma si aspetta il probabile salto di qualità definitivo.

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CARONTE – CARONTE (Pogoselvaggio! Records, 2011)
Pastone selvaggio di psichedelia, progressive e rock sperimentale di derivazione principalmente americana (noise, funk e metal compresi nel prodotto dei palermitani). La miscela cola in maniera molto produttiva nei due brani del self/titled, un lavoro interessante, vario, completo, dove ogni strumento si prende i suoi momenti da protagonista. Il risultato finale forse risente un po’ di alcune pecche nel songwriting, ma si potrà tutto sistemare al prossimo full-length. Essenzialmente un gran debutto.
VOTO: 3.5 su 5

MATHI’ – PETALIRIDENTI (Autoproduzione, 2011)
Napoli è una fucina di talenti da molto tempo, soprattutto quando si tenta di abbandonare la tradizione popolaresca dialettale. In questo caso si è tentato di coniare il cantautorato italiano con l’alternative più sperimentale della nostra penisola (…A Toys Orchestra, Giardini di Mirò, forse addirittura qualcosa degli Yuppie Flu), con un risultato molto interessante: un disco variopinto, dalle atmosfere poetiche, dove i testi hanno un peso anche troppo evidente e rischiano di fagocitare le bellezze delle categorie strumentali. Dopotutto Petaliridenti è quanto di meglio poteva nascere con le premesse che la band ha messo in atto, gran disco.
VOTO: 3.5 su 5

AMYCANBE – THE WORLD IS ROUND (Open Productions, 2011)
Un quarto d’ora di delizie poetiche, oniriche, ispirato alla Stein, da cui è tratto anche il titolo del disco; un universo sperimentale, tecnicamente perfetto, dove il pianoforte si colloca nel suo mondo di strumento emozionante e d’accompagnamento. Non mancano le influenze classiche, in questo bellissimo album di grande musica italiana cantata in inglese: è tutto molto dolce, come ci insegnano in patria anche gli …A Toys Orchestra, e la voce femminile aiuta. Semplicemente un piccolo miracolo, aspettando ulteriori full-length che possano bissare le bellezze romantiche di questo EP.
VOTO: 4.5 SU 5 

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