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Archive for the ‘ARTISTA: unòrsominòre’ Category

L’abbiamo intervistato pochi giorni fa qui e speriamo di aver suscitato un po’ d’interesse intorno a questo artista. Ecco i suoi prossimi live:

minitour della provincia culturale 2012
gio 1 nov – Napoli, Mamamù (concerto in solitaria)
ven 2 nov – S. Maria Capua Vetere (Caserta), TerapiaInfettiva c/o CSOA Spartaco (concerto in solitaria)
sab 3 nov – Potenza Picena (Macerata), Groove (in trio)
gio 8 nov – Milano, Magnolia (in trio, apertura per Julie’s Haircut)
ven 9 nov – Bergamo, Neverlab @ Polaresco (in trio)

http://www.unorsominore.it

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Le nostre interessanti chiacchierate coinvolgono oggi uno degli artisti più importanti della scena veneta: unòrsominòre. Buona lettura.

Ciao Emiliano. Innanzitutto grazie di aver accettato di partecipare a questa breve intervista per The Webzine.
Una domanda subito a bruciapelo: cosa ti ha trasformato in unòrsominòre. (so che ci tieni molto anche a questa grafia del tuo nome d’arte, se vuoi spiegarci perché)?
Ciao, grazie a te. Probabilmente sono sempre stato unòrsominòre., ma è stata la fine dell’esperienza con il mio gruppo, i Lecrevisse, ormai 8 anni fa, a spingermi a mettermi in gioco in solitaria, con gli ovvi pro e contro della cosa. Sul nome, come ripeto sempre: ho scelto questa grafia particolare perché detesto l’approssimazione e amo curare i dettagli, e poi per mettere in difficoltà gli addetti ai lavori spingendoli a mettere la giusta attenzione in quello che fanno; raramente però ottengo qualcherisultato (nel tuo caso è andata bene, bravo! 🙂 )

La tua biografia di musicista ti colloca qualche anno fa nel progetto veronese Lecrevisse. Ora che sei in piena attività come unòrsominòre., trasferito nel padovano, cosa ti resta di quella esperienza? Qualcosa dei Lecrevisse riecheggia ancora nella tua produzione?
Mi restano un sacco di ricordi bellissimi e qualcuno pure abbastanza brutto; mi resta la sensazione di aver dato vita a qualcosa di importante che poteva fruttare ancora molto, se fossimo stati tutti un po’ più intelligenti e determinati. Credo che l’approccio chitarristico e certi richiami psych siano l’eredità più evidente di quel periodo, che comunque ormai avverto come piuttosto lontano.

Il tuo ultimo disco si intitola La Vita Agra. Sappiamo che deriva da un libro di Luciano Bianciardi di ormai cinquant’anni fa, ma come mai hai scelto proprio questo titolo e cosa ti lega all’autore grossetano?
Il titolo l’ho scelto quando buona parte delle canzoni che avrebbero composto il disco esisteva già; ho visto il film di Lizzani del ’64, con Tognazzi, e poi sono andato a leggermi il libro da cui era tratto, e me ne sono innamorato. Soprattutto, però, mi è parso subito che quelle tre parole riassumessero alla perfezione l’atmosfera generale che cercavo di trasmettere con i miei brani. Ringrazio la famiglia Bianciardi che mi ha concesso l’utilizzo del titolo.

La copertina di La Vita Agra è molto interessante, nel suo minimalismo. Pensi che rappresenti una parte importante dell’essenza di quel disco? Com’è nata?
Penso che rappresenti molto bene le parole che contiene, con il suo richiamare certa arte povera italiana degli anni ’60, e con i suoi colori spenti. E’ stata concepita con un lavoro di squadra fra me e Laura De Salvatore, una bravissima grafica di Verona. Volevo una copertina che desse subito l’idea di un lavoro non consolatorio, impegnativo all’ascolto, senza ammiccamenti.

Scorrendo velocemente la tracklist del disco, ancor prima di averlo ascoltato balza all’occhio che il suo contenuto non sarà certo di facile digestione (“Testamento di Giovanni Passannante, anarchico italiano” è un titolo che colpisce molto in questo senso). La domanda è scontata, ma sicuramente avrai qualcosa di specifico da raccontarci a riguardo: quanto è importante il livello testuale per te? Quali sono le influenze, musica a parte, del tuo modo di scrivere oppure, se sono diverse, del contenuto dei tuoi testi? Infine, pensi che i tuoi messaggi vengano recepiti dal pigro pubblico italico?
Naturalmente i testi contano molto, soprattutto in questo ultimo disco, dove ho concesso loro la possibilità di tiranneggiare sulle musiche, piegando queste ultime alle esigenze delle liriche. Appena le lasciavo libere, però, le musiche riprendevano il sopravvento (le code strumentali de La vita agra I e II, e di Celluloide; il lungo rumorismo di Passannante) riequilibrando un po’ la partita.
Penso di essere stato influenzato molto dal modo di cesellare le parole nelle canzoni di Ivano Fossati, nei racconti di Jorge Luis Borges, e nei romanzi di Michail Bulgakov. I contenuti sono tutti miei invece, ci sono riferimenti più o meno espliciti a tanti, ci sono citazioni di altri artisti (Nanni Moretti per dirne uno), ci sono temi presi in prestito dal romanzo di Bianciardi, ma ho cercato di essere il più possibile autonomo e lontano da modelli di riferimento.
Infine: penso che i miei messaggi vengano recepiti? No. No, se non in minima parte, e senza un reale coinvolgimento.

Un tuo nuovo brano, che sta avendo un ottimo successo, “pezzali”, figura tra le diciannove tracce della compilation per il decennale dell’etichetta veneta Fosbury Records. Oltre ad un legame di natura puramente discografica ti lega qualcos’altro a questa realtà? Che porzione, qualitativamente parlando, della scena veneta rappresentano questa uscita e le band che vi hanno preso parte? Se ce n’è uno, hai un pezzo preferito tra quelli inclusi?
I ragazzi della Fosbury sono tutti amici, ma lo sono diventati dopo essere entrati in contatto per motivi musicali e non viceversa, il che mi rasserena molto perché non mi sento complice del solito intrighetto amicale mafiosetto all’italiana, che vige sempre e comunque a tutti i livelli, dagli scranni del parlamento fino alle produzioni discografiche indipendenti. La Fosbury ha vissuto un periodo di gloria qualche anno fa, ora è un po’ meno hype; però mi sembra che abbia raccolto in questa compilation un buon numero di artisti, quali più e quali meno validi.
Alcuni come i Valentina dorme sono rappresentanti storici della musica indipendente veneta e italiana. Mi piacciono molto i brani di Public e Planet Brain.

Rimanendo in argomento con questa tua ultima canzone. Intanto il titolo, “pezzali”, è il cognome di un noto artista pop italiano che però vediamo qui indicato con l’iniziale minuscola. Immagino che sia una scelta. Perché? Il contenuto del testo, piuttosto chiaro nella sua disillusione e brillante amarezza, pensi sia riassumibile semplicemente con questo titolo? Di attuale abbiamo anche Internazionale e Pasolini tra quelle parole…
La minuscola è un espediente minimo per lasciar intendere che non sono interessato in alcun modo all’artista di cui parli dal punto di vista personale, ma solo come un simbolo. Ci sono artisti ben peggiori di lui, in Italia, ma lui sta venendo rivalutato dalla sedicente cultura indipendente. Il che non è un problema che riguardi lui, è un problema che riguarda tale sedicente cultura indipendente. L’incapacità (o il rifiuto) di discernere fra ciò che ha valore e ciò che non ne ha ma che essendo facile fa presa ed è redditizio è, alla fine dei conti, puro berlusconismo applicato, e la controcultura dovrebbe averne ribrezzo, mentre invece ci sguazza.
Naturalmente il brano parla di molto altro, e in buona sostanza prende le mosse dal citato esempio per censurare l’abitudine dei nostri tempi di rivalutare quel che ci dà facile consolazione, anche se misero o senza valore, in nome della “retorica della felicità nelle piccole cose”. Però insieme al produttore (Fabio De Min dei Non voglio che Clara) abbiamo optato per questo “titolo furbetto”, come le “canzoni ammiccanti” di cui canto nel testo stesso. Un meta-riferimento sarcastico, direi.

La scena italiana risulta abbastanza stantia negli ultimi anni, complice non solo la scadenza di certa produzione ma anche della scarsa attenzione di discografia e pubblico. Quanto ritieni vera questa mia affermazione, ovviamente frutto di un’elaborazione puramente personale? Pensi che ci sia qualcosa da cambiare nel modo in cui si produce e, poi, si ascolta musica al giorno d’oggi?
Berlusconi è il responsabile del degrado, o è frutto del clima in cui versava il Paese quando lui è diventato protagonista? E’ la vecchia storia del cane che si morde la coda. Il pubblico è spesso becero (anzi, è “di merda”, come dicevano Nanni e Freak Antoni). Ma chi lo ha reso tale? Chi, avendone i mezzi, non ha insistito sulla qualità e ha scelto la strada più semplice per fare mercato? Alla fin fine ritengo che sia impossibile districare cause ed effetti. E comunque anche la decadenza della scena musicale italiana ha origini lontane e non attinenti strettamente alla musica – cosa che quando provi a dirla agli addetti ai lavori quelli subito ti guardano stortissimo e ti accusano di fare il moralista e di non saperti divertire e di far di tutta l’erba un fascio 🙂 … certo che c’è da cambiare. L’atteggiamento, come ho detto tante volte, è per lo più quello di una confraternita di fraticelli poveri che si esalta delle proprie piccolezze dando in pasto al pubblico facilone esattamente quello che il pubblico facilone desidera. Per prima cosa si dovrebbe recuperare il gusto per la sfida, per l’esplorazione, per l’inconsueto, per quello che richiede attenzione, anche fatica magari, e che poi dà tanta più soddisfazione quando compreso e fatto proprio.

Un concerto di Unòrsominòre com’è?
Piuttosto raro.
Poi dipende dalla situazione. Ho suonato in posti minuscoli con solo la chitarra acustica, in power trio in locali più o meno capienti, in full band con violini e sintetizzatori sui palchi di festival all’aperto. Ci si deve adattare a quel che passa il convento. Credo che in ogni caso comunque resti sempre di fondo un’attitudine rock poco “cantautorale”, che mi porto dietro dai miei anni nei Lecrevisse, come dicevamo sopra.
Ringrazio i musicisti che mi seguono con pazienza per pochi euri alla volta.

Oltre a ringraziarti per aver partecipato a questa intervista hai ovviamente questo ultimo spazio per ricordarci dove possiamo ascoltare ed acquistare il tuo materiale e quali sono i tuoi prossimi appuntamenti dal vivo.
Stiamo chiudendo le date di un mini-tour i primi di novembre: dall’1 al 3 sarò a Napoli, Caserta e Potenza Picena, l’8 aprirò il concerto dei Julie’s Haircut al Magnolia di Milano, e il 9 novembre sarò a Neverlab Polaresco, nel bergamasco. Le date aggiornate sono sulla mia pagina Facebook (cercate unòrsominòre. , non potete sbagliare). “La vita agra” è in vendita nei negozi di dischi oppure può essere ordinato via mail order da Bandcamp o scrivendo un’email alla mia label, Lavorare Stanca; oppure naturalmente acquistandolo ai miei concerti. I contatti sono anche sul mio minisito www.unorsominore.it . Grazie a te, ciao!

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Dopo l’uscita del suo ultimo album “La vita agra” (pubblicato per Lavorare Stanca lo scorso 7 novembre), unòrsominòre presenterà le nuove canzoni in concerto.
Ecco le prossime date:

ven 24 febbraio, Padova, Reality Shock
sab 3 marzo, Verona, The Brothers (con ospite specialissimo)
gio 8 marzo, Benevento, Morgana
ven 9 marzo, Ortona, Abbey Road
mer 25 apr, Rimini, Neon (con ospite specialissimo)
mar 1 maggio, Valeggio s/m, Villa Zamboni (con ospite specialissimo)
sab 12 maggio, Parma, Giovane Italia (con ospite specialissimo)
INFORMAZIONI SUL DISCO:
Il disco prende il nome da un romanzo di Luciano Bianciardi nel quale si racconta la lenta e inesorabile omologazione di un potenziale rivoluzionario piccolo-borghese attraverso la quale, demolendo il mito del boom economico italiano, si comprendono le radici del degrado sociale e culturale del nostro paese: è la cronaca di un fallito tentativo di rivolta, affogato nel grigiore della vita di ogni giorno, ridotta ad una stanca lotta per la sopravvivenza giornaliera dove, citando Gaber, “non si riesce mai a dare fastidio a nessuno”.
Il tema del romanzo è il punto di partenza per un’amara, a tratti sarcastica, spesso rabbiosa riflessione in musica attorno alle miserie della società italiana di oggi.
Il disco, ispirato ai grandi album politici degli anni settanta anche nella veste grafica, è denso di un linguaggio crudo e di immagini vivide; parole dirette, poche metafore, nessuna ricerca di leggerezza, di ironia, di scioglimento della tensione. “La vita agra” ricerca e raggiunge una spietatezza verbale e concettuale senza concessioni, mentre racconta dell’insensatezza delle nostre abitudini, del futuro e del passato rubati a un’intera nazione, della superficialità di una generazione distratta, o dell’impossibilità oggettiva di intervenire per cambiare il corso degli eventi.
Il suono dell’album si completa nella collaborazione fra l’òrso e Fabio De Min (Non voglio che Clara), produttore del disco e co-arrangiatore di molti dei brani, che ha impreziosito il lavoro con interventi di pianoforte e sintetizzatori, arricchendo le canzoni costruite dall’òrso attorno alla sua voce, alle sue chitarre, basso e batteria (strumenti che su “La vita agra” sono  suonati tutti dallo stesso òrso).
facebook: unòrsominòre.

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