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Posts Tagged ‘pop italiano’

Recensione scritta per Music Opinion Network

Stefania Bianconi è al suo debutto discografico e imposta con questo Troppo Rumore un percorso arduo ma che pare avere tutte le carte in regola per procedere in maniera limpida e priva di ostacoli. La cantante di Latina sforna con leggiadra maestria un’abbondante dozzina di brani, pezzi che se da un lato non dicono nulla di nuovo nella scena italiana (e chi lo fa oramai?), dall’altro dimostrano come la piena padronanza di diversi linguaggi, rock e pop in questo caso, per quanto semplici, unita con una competenza tecnica più che ottima, possono insieme trasformare il già sentito in un prodotto che trova nella costruzione “di pancia”, forse addirittura “di cuore”, una sua squisita raffinatezza. La title-track e il pezzo iniziale “Anche la Luna” svelano subito gli assi nella manica della giovane laziale: voce potente ma suadente, arrangiamenti non troppo articolati ma tali da garantire scioltezza e fluidità al tutto, strutture atte a conferire un piglio discretamente radiofonico alle canzoni e, non da ultimi, testi magari non così caratteristici ma di impatto immediato. Traslare queste caratteristiche alle altre dieci tracce è sostanzialmente il processo da fare per riassumere Troppo Rumore: un disco tiepido, molto intimo e personale, che districandosi dentro a tante cose recupera da un calderone di tradizione italiana un gusto cantautorale/neomelodico quasi campanilistico. Che possa non piacere non lo possiamo escludere ma essendo vero anche il suo contrario sia soddisfatta Steby di un esordio non invasivo ma comunque penetrante, delicato e ben confezionato.

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ETICHETTA: Dischi Soviet Studio (distrib. Audioglobe)
GENERE: Pop italiano

TRACKLIST:
Aperitivo?
Assomigliavi a Marte
Lettera ad un Produttore
Proiettile di Lana
Chi Sono Io?
Luce d’Agosto
La Festa di San Menaio
Per Tre
Beatrice
Suo Figlio E’ Pazzo

L’attività dell’etichetta padovana Dischi Soviet Studio continua a stupire, anche stavolta. Limone, nome d’arte di Filippo Fantinato, è prima di tutto un personaggio che interpreta uno stato d’animo del suo creatore nel voler comunicare alcuni dei suoi punti di vista riguardo delle tematiche che non sono senz’altro rare nei discorsi dei giovani italiani di questo periodo. L’urgenza di dire qualcosa è sottolineata, non a caso, da una precisa puntualizzazione dentro il packaging del disco, che vuole chiarire a cosa si riferisce ogni singolo brano, come a non volersi lasciar sfuggire la possibilità di raggiungere direttamente ogni singolo ascoltatore.

Musicalmente, Spazio, Tempo e Circostanze, orbita in una sorta di sospensione tra il pop e la musica d’autore italiana, laddove i due linguaggi si fondono anche con una elettronica sintetica e minimale, quella che non punta né a far ballare con la cassa dritta né a rumoreggiare con istinti shoegaze e sperimentali. Le tinte sono fredde, semplici, i testi molto intimistici, l’atmosfera non è mai tetra ma la voce quasi sussurrata di alcuni cantati riporta sempre ad un contesto che ammicca sia a Bersani che a Silvestri e, d’altro canto, anche a certa musica d’oltremanica di quindici/venti anni fa. Il risultato delle basi è quello di un background originale e pienamente riuscito, che confeziona, insieme a testi semplici che prendono la forma di una favola avventurosa e bambinesca, pur riferendosi talvolta a tematiche più “cresciute” (Aperitivo?, La Festa di San Menaio, Suo Figlio E’ Pazzo), una nuova estetica in bilico tra fiaba, canzone italiana, ironia caricaturale e decadenza, sempre mantenendo centrale l’impianto basilare delle parole scelte. Questo poiché, così come appare il disco, la sua genialità sta tutta nel modo di narrare di questi argomenti, passando senza scatti repentini né sfumature iperboliche da un romanticismo affettato e lezioso (Assomigliavi a Marte) ad una satira non troppo mordace, ma che fa della sua scarsa audacia un punto di estrema forza. In sostanza, buona parte della qualità di questo album proviene dal songwriting inteso meramente come scrittura di parole in musica.

La prima uscita del cantautore bassanese è semplicemente una novità, uno slancio di ottimismo e una boccata d’aria fresca, in particolare per la stantia scena veneta. Questo dovrebbe bastare a renderlo fondamentale per l’attenzione di quei produttori cui la splendida e malinconica Lettera ad un Produttore si rivolge, ma in Italia la qualità è percepita diversamente. Lontano, comunque, dalla rassegnata mestizia di molti artisti italiani dell’ultimo quinquennio, riesce a risultare simpatico, a solleticare un certo entusiasmo per la musica nostrana di stampo immediato e personale, senza mai scadere nel banale. Complessivamente è un esordio senza nessuna sbavatura, perfetto anche nel suo modo di dire cose importanti senza gli arzigogoli barocchi di molti artisti sfavillanti la cui luce si è spenta da tempo (qualcuno ha detto Godano?). Piacevolissima sorpresa d’inizio anno da un’artista e un’etichetta che sono ormai un punto di riferimento nell’underground italiano.

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Big Fish lavora un po’ con chiunque in Italia, spesso gente mediocre (Mondo Marcio, Vacca, Entics) o che è diventata mediocre (Fabri Fibra, Ensi, Emis Killa). Morgan è finito da tempo, ammettendo a X Factor che le critiche iper moraliste seguite alla sua dichiarazione di dipendenza da crack prima della partecipazione a Sanremo qualche anno fa “l’hanno spento”. Insieme, dunque, per motivi non ben spiegabili ma che riescono a tirare fuori del buono da entrambi.
Partiamo da un paio di presupposti.
La musica italiana di solito fa cagare (Emma Marrone e i Modà ne sono, per forza, l’esempio, ma anche le ultime perle di Jovanotti, i sopracitati rapper e molto altro). La musica elettronica italiana di solito fa cagare (gli Eiffel 65, si, simpatici, ma vaffanculo se pensi che quella sia musica o anche solo che sia europop fatto bene), specie se un artista che non ha mai cagato il genere si mette a farla costretto ad usare il vocoder. La dubstep fatta dagli italiani di solito fa cagare. I rapper che rivendicano di fare una cosa “nuova” se mischiano hip hop e dubstep (definita “techno” impropriamente) di solito fanno cagare. Big Fish ha fatto anche basi di merda, Morgan ha fatto anche canzoni di merda, ma in questa canzone insieme non si capisce bene cosa siano riusciti a fare. Testo impalpabilmente mediocre, ma che tenta di comunicare qualcosa, riuscendoci recapitando messaggio non ben contestualizzabili attorno al personaggio che ha scritto le medesime cose. “Dentro di me il peccato non c’è”, dice Morgan, e tant’è. Il tentativo di aggiornamento di un artista come Morgan, di ispirazione classica o perlomeno “vecchia”, risulta piacevole, per nulla scontato, anche per l’effetto “l’elettronica ormai la fanno tutti, ma Morgan, con questa elettronica, che cazzo c’entra?”. La sua voce effettata, si era già sentita, dunque non stona troppo. Il testo è carino, va analizzato a dovere, diventa un suo viaggio interiore o una dimostrazione di voler lottare contro l’inazione (“io faccio”, nel senso che “io produco”, “io che sono artista creo”, o forse “mi faccio”, o forse “io esisto”, in ogni caso è presente, vivo e condivide pensieri, cosa che Marco Mengoni, pur essendo stato un suo pupillo, inizialmente, con i suoi testi NON SAPEVA e NON SA, se esiste ancora, fare).

Questo brano è, in definitiva, una pugnalata alle spalle, musicalmente. Ti fa capire come le mode abbiano sempre un ruolo determinante nella svolta di ogni artista, che voglia esso salire alle stelle, riconfermarsi una star, o semplicemente risorgere dalle sue ceneri. L’elettronica è la moda di questi tempi e Tensione Evolutiva di Jovanotti è talmente tanto passata in radio che ne abbiamo due coglioni così, tanto da dire “Morgan e Big Fish, il pezzo è bello, non sarà un capolavoro, ma se sentissimo solo questo in radio varrebbe ancora la pena avere un autoradio senza penna USB”.
Passabile tentativo di rinnovamento.

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