Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘rock italiano’

Recensione a cura di Cristina Commedini

ETICHETTA: Nessuna (autoproduz.)

copertina (1)

TRACKLIST:
1 Agenzia delle entrate
2 Marlene
3 Buoni propositi (per l’anno nuovo)
4 Don Bastiano
5 Radiosi saluti da Fukushima
6 Linda
7 Centerbe
8 7 titoli

Sul finire del 2014 arriva un disco che fa bene alla musica emergente italiana. Gli artefici sono I PICARI, band umbra che il 29 Novembre 2014 pubblica questo interessantissimo album dal titolo “Radiosi saluti da Fukushima”. Un disco che non vuole sconvolgere nessuno o colpire obbligatoriamente con effetti speciali. No, qui non sentirete nulla di straordinario e credeteci per una volta questo non è per niente un male, anzi. Un disco sincero, onesto, come non se ne sentivano da tanto tempo. Testi comprensibili e mai banali, atmosfere folk-rock e storie in cui tutti si possono rispecchiare. Sono questi gli ingredienti che fanno di questo debutto, un disco degno di nota e da consigliare. Attendiamo quindi fiduciosi gli sviluppi di questa nuova band andandoli a vedere dal vivo alla prima occasione (fatelo anche voi dopo aver ascoltato il disco) e fiduciosi di un secondo disco all’altezza delle premesse.

Read Full Post »

Recensione scritta per Music Opinion Network

Inquadramento geografico: i Misfatto sono di Piacenza, ma la città a cui si ispirano per Heleonor Rosencrutz è Lisbona. La base di partenza di questa opera è infatti il libro “La Chiesa Senza Tetto: 35 Giorni a Lisbona”, il cui autore è lo stesso Gabriele Finotti, chitarrista, scrittore e fondatore della band. L’opera possiede il medesimo nucleo del libro, il fulcro attorno al quale il contenuto musicale gravita in maniera molto equilibrata: il tema del viaggio. Lo strumento che calamita di più l’attenzione è la chitarra, indubbiamente il perno dell’intero lavoro, che sta sempre girovagando lungo assoli e atmosfere che ondeggiano per temperatura, atmosfera, rosa di colori. Il risultato è brillante, riuscendo ad evitare la ridondanza e il barocchismo nonostante il notevole apporto tecnico. L’anima è pop, vuole parlare a più persone possibili, ma mantenendo alto il livello medio, nella struttura dei brani, nella qualità degli arrangiamenti, nel contenuto culturalmente valido, facendo sorgere spontaneamente una certa curiosità nell’andare ad individuare il significato di alcuni termini nominati nei brani o nei titoli: ad esempio, a cosa si riferisce Xoringiket? Una sorta di malinconia vena tutto il disco, dove tutti e nove i pezzi, introdotti da Heleonor con il commiato finale di Goodnight, regalano momenti di sospensione, di vero e proprio trip. Non bisogna comunque perdere di vista la stella polare che guida il disco, l’ispirazione madre, quel rock vero, autentico – classic/hard rock anni ’70, prog italiano del medesimo decennio, la grinta del grunge – lontano dalle accidiose imitazioni d’oggigiorno.

Cosa possiamo dire ancora di Heleonor Rosencrutz? Ascoltatelo per capire, pronti ad affrontare un vero e proprio viaggio non solo nella capitale portoghese, ma anche nella mente di un pugno di ottimi musicisti italiani.

Read Full Post »

Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Altipiani, Audioglobe
GENERE: Alternative

“Panico” è il secondo sforzo discografico dei romani La Malareputazione, un trio alternative rock compatto e convincente, di chiara matrice indie. I testi in italiano regalano al tutto un pregio maggiore, andando ad innalzare l’asticella della qualità. Piccole perle come Conosco il tuo SegretoLa Parte Più Sana possiedono molta di quella liricità anni novanta che ha reso celebri Emidio Clementi, Manuel Agnelli, Cesare Malfatti ma anche Piero Pelù, Francesco Renga e Stefano Edda Rampoldi. Il tuffo in quel periodo continua anche con Ora Che E’ Semplice e la title-track, dove invece le chitarre e la ritmica pescano anche in ambiti più moderni, quelli appunto dell’alternative e dell’indie d’oltreoceano e oltremanica. Laddove l’album non arriva in freschezza e originalità, riguadagna terreno con l’aggressività e l’incisività di alcune aperture ma anche con un impeto di fondo che erutta come una colata lavica di punk, grunge e hard rock. Di certo più di qualche pezzo si distingue per un impatto maggiore, anche se tendenzialmente parlando non ci sono picchi di qualità o di prepotenza tra questi brani.

Nulla di sconveniente per La Malareputazione. Se non è chiaramente possibile strapparsi i capelli per l’avvento di una nuova band destinata a scrivere la storia del rock italiano, al cuore arriva un gradevole afflusso di sangue nostrano, pregno di quella cultura che ha investito come una valanga tutta la produzione degli ultimi quindici anni, nel bene o nel male. In questo caso, più nel bene. Si attende una futura uscita per dare un giudizio più completo riguardo le capacità compositive di questa band, finora attestatasi su un buon livello, più o meno corrispondente allo standard degli ultimi anni.

Read Full Post »

Recensione scritta per Music Opinion Network

Stefania Bianconi è al suo debutto discografico e imposta con questo Troppo Rumore un percorso arduo ma che pare avere tutte le carte in regola per procedere in maniera limpida e priva di ostacoli. La cantante di Latina sforna con leggiadra maestria un’abbondante dozzina di brani, pezzi che se da un lato non dicono nulla di nuovo nella scena italiana (e chi lo fa oramai?), dall’altro dimostrano come la piena padronanza di diversi linguaggi, rock e pop in questo caso, per quanto semplici, unita con una competenza tecnica più che ottima, possono insieme trasformare il già sentito in un prodotto che trova nella costruzione “di pancia”, forse addirittura “di cuore”, una sua squisita raffinatezza. La title-track e il pezzo iniziale “Anche la Luna” svelano subito gli assi nella manica della giovane laziale: voce potente ma suadente, arrangiamenti non troppo articolati ma tali da garantire scioltezza e fluidità al tutto, strutture atte a conferire un piglio discretamente radiofonico alle canzoni e, non da ultimi, testi magari non così caratteristici ma di impatto immediato. Traslare queste caratteristiche alle altre dieci tracce è sostanzialmente il processo da fare per riassumere Troppo Rumore: un disco tiepido, molto intimo e personale, che districandosi dentro a tante cose recupera da un calderone di tradizione italiana un gusto cantautorale/neomelodico quasi campanilistico. Che possa non piacere non lo possiamo escludere ma essendo vero anche il suo contrario sia soddisfatta Steby di un esordio non invasivo ma comunque penetrante, delicato e ben confezionato.

Read Full Post »

Recensione pubblicata sul circuito Music Opinion Network

Il nuovo lavoro di Benny Moschini esce come un fulmine a ciel sereno da una scena musicalmente non molto fervida, negli ultimi tempi: quella napoletana. Lontano dal folk, dalla neomelodica e dalla musica pop dai toni patriottici, Benny, giovane cantautore di soli 31 anni (non molti nel nuovo millennio in cui non si sfonda più da minorenni se non sei un prodotto per ragazzine) che ha intrapreso un percorso non dissimile da altri in Italia, anche se comunque rivissuto con una personalità notevole, ovvero quello del rock americano, un orientamento internazionale solo a malapena sporcato da un’impalpabile italianità. Il lavoro di Droghetti, celebre produttore di Bennato e altri, è molto raffinato, così come la scelta dei suoni che vivacizza una musica aggressiva al punto giusto, senza mai sfociare nel tagliente, mantenendosi nei limiti che si confanno a una venatura da musica d’autore. Non mancano ballate e influenze elettroniche che ricordano il suo passato nel DJing e nel soul, anche se testualmente è difficile incasellare l’artista in definizioni di sorta. Il modo di narrare delle privazioni e delle emozioni, delle conquiste, delle metafore che rappresentano l’autore e il suo scrivere, è assolutamente personale e imparagonabile, a meno che non tiriamo in ballo artisti che esulano dal contesto musicale, come un certo Foscolo o un certo Saba. I toni sono talvolta giocosi (“Matta”), altri più grigi e cupi, ma di nuovo riferendosi alla follia come nel pezzo precedente (“Amaro”), collerici e sporchi di bile (“Rabbia”), meno lucidi ma pur sempre ficcanti (“L’Amore E'”), pezzo di un’evidente scontatezza ma che sorprende sulle lunghe distanze.

L’album è concepito in maniera congeniale al suo apprendimento ed è un lavoro più apprezzabile sulle singole tracce che nel complesso. La visione d’insieme perde un po’ del collante psicologico che si avverte in certe sue sezioni, in taluni momenti, sebbene sia più che gradevole, nonché palpabile ed evidente, l’impalcatura ideologica e letteraria su cui i testi sono composti. Le tesi dell’autore sono sempre ben riconoscibili, malgrado qualche espressione macchinosa o troppo banale, e questo aiuta nella comprensione dell’emozionante viaggio cui ha voluto rendere partecipi i suoi ascoltatori. Un disco sincero ma da capire per non rischiare di sottovalutarlo.

Read Full Post »

ETICHETTA: Milano Sta Bruciando Records
GENERE: Rock

TRACKLIST:
D.S.M.
Poveri Suonatori
Binario 21
Reality Show
Il Mondo Libero
La Droga Più Pesante
Il Porno E’ La Democrazia
Sulla Linea di Confine
Come Una Goccia d’Acqua
Solo Per Te Stesso
E’ Il Nostro Destino
La Fine del Mondo

E’ un po’ di tempo che si sente parlare dei Grenouille. La curiosità, logicamente, finisce in un frullatore insieme ai nomi di mille altre band fino a che qualcuno ti dà motivo di approfondire quel discorso e portarlo ad una conclusione critica. Il Mondo Libero è un disco spettacolare, e bastano pochissimi ascolti (che dico, accenni d’ascolto…) per capirlo. E’ la dimostrazione di quanto potente possa essere sia sul piano discografico che su quello comunicativo il rock nostrano in lingua italiana. Una colata unica di potenza, graffiante ed essenzialmente punk nella sua indole, che si dimostra tutt’altro che inconcludente, caratteristica tipica di molti seppur bei dischi che hanno rappresentativo anche iconograficamente l’ultimo decennio. Si fonde con una cattiveria post-adolescenziale tutto lo squallore della nostra società attuale (la rabbiosa Reality Show) e l’emblematica malinconia che sembra insita nella musica del Belpaese, forse perché dentro ci portiamo qualcosa di doloroso, forse perché semplicemente ci piace così (La Fine del Mondo). Con un’urgenza espressiva che esce da ogni poro, sfilacciata e sfibrata, ruvida e in grado di lasciare il segno, ci si sente davvero liberi dopo lo sfogo dato dall’ascolto di un disco così, segnale definitivo che qualcosa ci ha comunicato.
A fine 2012, dopo undici mesi di vuoto, i Grenouille ci dicono che la musica italiana è ancora viva.

Read Full Post »

Recensione a cura di EMANUELE BRIZZANTE
ETICHETTA: Germi
GENERE: Rock italiano

TRACKLIST:
1. Metamorfosi
2. Terra di Nessuno
3. La Tempesta E’ In Arrivo
4. Costruire per Distruggere
5. Fosforo e Blu
6. Padania
7. Ci Sarà Una Bella Luce
8. Messaggio Promozionale N° 1
9. Spreca Una Vita
10. Nostro Anche Se Ci Fa Male
11. Giù Nei Tuoi Occhi
12. Messaggio Promozionale N° 2
13. Io So Chi Sono
14. Iceberg
15. La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo

La verità è che tra l’amore sconsiderato dei fan dell’ultima ora, quello sconsolato di quelli della prima, e quello di coloro che proprio gli Afterhours li detestano senza neppure ascoltare quello che producono da dieci anni a questa parte, questo disco sta nel mezzo. Dà buone ragioni a tutti quanti per essere contenti delle loro posizioni, ma si pavoneggia di una ritrovata qualità nel songwriting che attesta una maturità raggiunta con Ballate per Piccole Iene e poi lasciata decantare troppo a lungo negli ultimi sette lunghi anni di presenza un pochino forzata nella scena nazionale. Il ritorno di Xabier è il modo che Agnelli ha scelto per giocare sporco, per tornare giovane, per distorcere anche le altre chitarre, che altrimenti si sarebbero sentite vecchie e stanche come nell’apprezzabile singolo sanremese di qualche tempo fa. D’Erasmo è finalmente sé stesso, e si abbandona a dissonanze, esperimenti inaspettati di atonalità e linee melodiche di un certo vigore. Un pochino sotto la media la batteria di un Prette caricato a molla, ma che picchia come da tempo non faceva più. Discorso a parte per Manuel Agnelli, in versione edulcorata, come siamo abituati già da Quello Che Non C’è, che tenta di rifarsi a uno dei suoi numi tutelari (Stratos) per poi unire il tutto con Kurt Cobain e Lou Reed. Il risultato, detta così, non sembra neppure troppo strano. Occorre specificare che invece questo disco è fin troppo strano, fuori dal comune, inatteso. Nel suo periodo storico ha un valore testuale che va oltre i sensazionalismi che accompagnano ogni uscita discografica della formazione nelle sue innumerevoli incarnazioni, e il criticatissimo titolo dopo aver spiazzato un po’ chiunque rende giustizia a delle liriche molto più aggressive e politiche che negli ultimi tempi, se vogliamo anche meno ostiche e criptiche da comprendere, e assocerà per sempre questo album non solo all’anno di uscita ma all’era della caduta del berlusconismo dove anche l’identità culturale del cosiddetto popolo padano ha trovato prosperità e poi tragica fine. Nell’album abbiamo tutto, i chitarroni pesanti vecchio stile di “La Tempesta E’ In Arrivo” e “Metamorfosi” come le ballad orecchiabili ma un po’ particolari come la title-track e “Terra di Nessuno”. Verso la conclusione l’album perde di lucidità, ma termina con un brano assolutamente imprescindibile, che con il senno di poi potrebbe diventare un classico della band, ovvero “La Terra Promessa Si Scioglie di Colpo”. “Fosforo e Blu” è di un’atroce cattiveria, ed è facile perdere la bussola nei continui e troppo repentini cambi di registro che sinceramente si potevano appiattire leggermente per rendere il disco meno barocco. Guardando però l’altra faccia della medaglia, è lodevole l’ammirevole tentativo di non risultare autoreferenziali, di non sfondare una porta aperta con la ripetizione, di usare linguaggi che è impossibile associare a qualche altro episodio degli Afterhours.
Padania è diverso, non poteva essere altrimenti, per una band che ha sempre spiazzato, nel bene o nel male, e che ha assunto nell’immaginario collettivo della scena alternativa italiana un’iconografia che comprende sia la loro genialità che la loro tetra discesa verso il basso. Questo lavoro è la parte matura e invecchiata di una band mai nostalgica, che non ripudia né ricorda troppo volentieri il suo passato, e che guarda ancora ad un futuro roseo e prospero, nonostante le battute di una rete sempre più incapace di ascoltare un album nella sua interezza. Troverà un posto nella lista degli album preferiti di poche persone, ed è questo il suo principale merito.

Read Full Post »

ETICHETTA: MyPlace
GENERE: Rock italiano

TRACKLIST:
1. Chiara Lavora in Politica
2. Le Macchine da Scrivere
3. Il Giorno Più Bello
4. Il Futuro che ho Dimenticato
5. Soffiaci Sopra
6. Tutto il Freddo
7. Oltre Tutto Questo
8. Colore
9. Come Esther Greenwood
10. Gli Anni del Piombo

I Karenina sono una di quelle band che nonostante sia una sbiadita copia di tutti i mostri sacri del periodo migliore del rock italiano (gli anni novanta di Litfiba, Afterhours, Marlene Kuntz, CCCP, ecc.) riesce comunque a farsi ascoltare bene. Lo fa perché offre un prodotto molto interessante, rielaborato secondo linguaggi pop di respiro internazionale, tra Muse e Placebo nei momenti più elettronici dei loro lavori recenti, e una certa vena melodica à-la Coldplay. “Il Futuro Che Ho Dimenticato”  è quella più pop in questo senso, con inserimenti elettronici interessanti per i sintetizzatori che riportano il tutto in un’atmosfera più tranquilla, come in “Il Giorno Più Bello”, che apre la strada alla parte più tranquilla di un disco neanche troppo vario nei toni, ma che abbraccia comunque diversi modi di analizzare quella scena italiana che partì negli anni ottanta del primo Ferretti e si consuma oggi in tantissime imitazioni, mentre sorge un nuovo modo di intendere l’italianità: quello dei Marta Sui Tubi, presenti sia come ispirazione (“Colore”, “Gli Anni del Piombo”) che direttamente in regia, tant’è che il disco da Paolo Pischedda.
La band promette bene, esplora tutto l’esplorabile della nostra scena, e lo fa con un certo stile. Originalità a parte, un disco che ci si può godere in diverse maniere perché adatto ad ogni situazione. Nuovi sviluppi calorosamente attesi.

Read Full Post »

WORA WORA WASHINGTON – RADICAL BENDING (Shyrec, 2012)
L’indie rock ballerino dalle forti tendenze electro dei Wora Wora Washington, veneziani già apprezzati con il precedente Techno Lovers, raggiunge la sua forma più perfetta. Migliora la produzione, migliora la costruzione dei brani, si affina la tecnica, non certo eccelsa ma comunque più che adeguata al genere proposto. Il vero lavoro sporco lo fa il sound, in una scelta di suoni veramente azzeccata che impreziosisce piccole perle post-punk/indie come “If It’s So Wow”, “Marbles” e “Dozen Frozen” di una carica notevole che si apprezzerà anche nei loro ottimi live set. Miracoloso? No, l’oceano sterminato di band che fanno la stessa cosa non glielo permette, ma troveranno senz’altro spazio in una scena per certi versi paralitica come quella nordestina e, successivamente, quella italiana, dominata da hipster pronti a negare di aver ascoltato, prima del successo, i Wora Wora Washington.
Radical Bending è un album potente, divertente, spensierato, senz’altro aggiunge del sale radio-friendly ad una produzione già largamente orecchiabile, fatta di melodie indimenticabili e anthem da stadio che, visto dove siamo, riempiranno solo i locali. Ma questo può bastare.

ILENIA VOLPE – RADICAL CHIC UN CAZZO (Disco Dada, 2012)
Ancora una volta Giorgio Canali, davvero onnipresente negli ultimi anni. La contiguità con l’artista prodotto, stavolta, è più palpabile. La rabbiosissima cantautrice romana porta sulla scena un disco veramente rock, ma rock nel senso classico, tra CCCP, primi Litfiba, Estra, Ritmo Tribale. La cattiveria politicizzata dei testi di Canali è presente in egual misura, ma si esplorano territori più grunge che non risparmiano né i Bush né gli Alice In Chains (“La Crocifinzione”, “Le Nostre Vergogne”, nel lato melodico del disco), con spazio nelle atmosfere testualmente più trasognanti ma dalla graffiante carica alt rock di “Gli Incubi di un Tubetto di Crema Arancione”. La cover di Direzioni Diverse del Teatro Degli Orrori arricchisce un pacchetto già di per sé molto ricco, che annovera tra i suoi assi nella manica anche uno splendido ed energico primo singolo estratto dal titolo “La Mia Professoressa di Italiano”.
Niente di nuovo sotto il sole, ma l’energia di Giorgio Canali, incanalata nell’ugola di Ilenia e nella mordacità di certi suoi testi, rivista sotto da una lente femminile, risulta ancora più impetuoso. Ecco perché non potrete ignorare un disco così.

STEREONOISES – COLOURS IN THE SKY (Seahorse Recordings, 2012)
U2, Coldplay, Stereophonics, Oasis. Ecco i riferimenti che, con un pizzico di elettronica, sentiamo in Colours In The Sky, disco molto British che raggiunge con una notevole immediatezza lo status di album commerciale pieno di ballad e momenti di grande godimento radiofonico. L’indice di gradimento cresce quando non si assomiglia troppo agli U2 (“Time”, “I’m Still Here” e “Tonight”), scende quando ci si avvicina in maniera esagerata (la debole title-track). “Makin A Circle” è senz’altro uno di quei momenti di ostinata dolcezza che piace ad un pubblico mediamente molto esteso, e nel disco rappresenta uno dei momenti più alti.
Colours In The Sky non è un gran disco, ma non è neppure drammaticamente brutto come si potrebbe presupporre. E’ troppo derivativo, in tutto, dai titoli dei pezzi al songwriting, ma si può senz’altro godere ed apprezzare quando non si cerca qualcosa di esageratamente complesso. Banale ma godibile, insomma.

Read Full Post »

ETICHETTA: BlackWidow Records
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. 23.23
2. Habanera
3. Acheronte (featuring Bologna Violenta)
4. Apidistra
5. Gustavo Rol
6. L’Essenza
7. Piombo (featuring Bologna Violenta)
8. Sonata in Re Minore
9. Venere
10. Porpora
11. Vienna Dorme

La prima cosa che si evince da Anamorfosi è che Le Maschere di Clara vogliono sorprendere. Stupire, sbalordire, impressionare, forse addirittura colpire. Cambiare repentinamente l’intensità all’interno di un brano spesso ha un effetto contrario a quello che si vorrebbe ottenere, disorientando l’ascoltatore se non lo si fa con i doverosi accorgimenti. Qui in Italia fare rock alternativo da qualche tempo significa sentirsi obbligati a utilizzare questi espedienti, popolari non solo ma soprattutto grazie al Teatro degli Orrori, che effettivamente sono una delle prime formazioni che vengono in mente ascoltando l’album di questa band veronese. Potrebbero esistere in Italia dei Kyuss prog con la potenza dei Jesus Lizard e la compattezza sonora dei primi Marlene Kuntz? Evidentemente si.
Un sound oscuro, buio, sconcertante perché platealmente cupo, fosco, che non lascia filtrare nemmeno un raggio di luce. I ferraresi Devocka, in questo, gli si avvicinano. Per certi momenti pseudo-progressivi lo sguardo volge al passato degli esordi del genere definito doom che dai Black Sabbath si è involuto nei Candlemass e decine di formazioni spudoratamente copiate l’una dall’altra, ma è qui appannato dalla pesantezza del passo che distorsioni, testi scuri e tetri e un drumming muscolare quanto virulento obbligano ad accettare. Impensierisce parzialmente la presentazione troppo cerebrale di certi arrangiamenti denotanti un songwriting un po’ annebbiato e oppresso da un linguaggio forse troppo impegnato a “sembrare” complesso. Pochi i segni di una certa maturità nella scrittura che però si declinano in una potenza innegabile che riuscirà a donare a tutti questi undici brani una dimensione ipnotizzante soprattutto dal vivo; qualche lontano segno punk sporca e graffia ulteriormente il sound, ma l’effetto “unghie sulla lavagna” è evitato da un’ottima scelta dei suoni. Nessuna distorsione stona, nessun tassello è mal contestualizzato. L’atto di violentare il proprio strumento per eviscerarne tutta la greve malinconia possibile non può che affrescare un’opera veramente grigia, che non lascia scampo a sbagliate interpretazioni. Una nota di colore la dà la presenza di Nicola Manzan ospite in “Acheronte” e “Piombo”, brani già di per sé molto interessanti che risultano valorizzati certo da questa ospitata ma che si spera la schiera d’ascoltatori non fagociterà ciecamente solo per la sua inflazionatissima onnipresenza.

Un disco per certi versi banale ma fortemente evocativo, dove l’assenza di speranza che le sue cupe tonalità rosseggianti dimostrano lo fa avvampare di un coraggioso e pullulante mosaico di diverse scelte estetiche che insieme coesistono perfettamente. Cervelloticità e scarsezza d’originalità a parte, Anamorfosi è davvero bello.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock, rock italiano

TRACKLIST:
1. Big Bonanza
2. Svegliati Enrico
3. UFO
4. Come un Bambino
5. Pseudo Kidney
6. 1999
7. Bananarama
8. La Fine e’ l’Inizio della Fine
9. Zooxantelle
10. In un Attimo
11. #21

E’ un po’ il destino di tantissime formazioni italiane quello che temo toccherà anche ai Maieutica, ovvero finire nel dimenticatoio delle tante band che tentano invano di battere le strade dell’alternative rock nostrano, sebbene alcuni possiedano la cosiddetta “marcia in più”. Non essendo noi qui per fare previsioni, passeremo direttamente a parlare di questo L’Età dell’Oro, e di perché secondo noi di The Webzine semmai le conseguenze fossero quelle nefaste citate sopra, noi saremo i primi a dire che i lametini invece meriterebbero di essere al pari di molte di quelle band che nella loro cartella stampa campeggiano alte.
Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena, e compagnia bella vengono, come sempre più spesso accade, innalzate a desiderato metro di paragone per comprendere il disco ma stavolta il tutto risulta una forzatura; con la produzione pulita e nitida di Dario Brunori, forte anche di un’esperienza alternative passata coi celebri ed apprezzabilissimi Blume, quello che ci consegnano è una sorta di frullato degli anni novanta che non sfugge all’influenza di nessuna delle grandi corrente che in quel periodo andavano forte: il post-hardcore dei Fugazi, il post-punk/indie dei Wire e dei Pavement, il neo-grunge italiano dei Verdena, dei Karnea e di tutti i loro imitatori; non mancano neppure il noise di Slint e Sonic Youth, il primo grunge non-nirvaniano di Smashing Pumpkins, Pearl Jam e le rispettive involuzioni in Bush e Silverchair. Rimescolate tutto in una chiave molto più italica, e avrete i Maieutica.
Le chitarre sono tirate, potenti, caustiche, e le plettrate sono abbandonate spesso a rumori istintivi, quasi animaleschi, che se non richiamano Thurston Moore richiamano perlomeno il chitarrismo più possente del primo periodo di Johnny Greenwood e Ed O’ Berien; la batteria sempre molto composta si aggira su tempi semplici ma cambiando spesso registro, accompagnando splendidamente e in maniera indubbiamente originale tanto le parti più melodiche che quelle più violente. La voce, forse l’elemento a cui è concesso rivendicare meno spazio personale, sbandiera con difficoltà le sue capacità, certamente più di quelle che qui si sentono, ma in tutti i brani una certa ristrettezza tematica dei testi è ben bilanciata da linee vocali sempre adeguate al contesto, in grado di dare il giusto tono a tutti i livelli di intensità dell’album. A ricordare veramente gli Afterhours ci pensa la furia di “Big Bonanza”, pezzo d’apertura che è anche uno dei migliori del disco, sicuramente il più adeguato a descrivere i linguaggi scelti dalla band per incidere la loro versione dell’alternative rock all’italiana. Il vero manifesto è però “La Fine E’ L’Inizio della Fine”, che possiede anche l’approccio più radiofonico che dona un’ulteriore chiave di lettura a questo brillantissimo lavoro.

I riflettori sono puntati. Ora che dai Maieutica ci si aspetta un’ulteriore salto di qualità sarà difficile non deludere le aspettative, ma il materiale dato in pasto al pubblico con L’Età dell’Oro ci basterà per lungo tempo, mettendo da parte le centinaia di band d’imitazione che nessuno dovrebbe ascoltare più. Dalla Calabria, un gruppo che ci sa davvero fare. Brunori SAS certified.

Read Full Post »