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Posts Tagged ‘new wave’

ETICHETTA: MyPlace Records

Human Machine dei nostrani NODe viene spiegato dal quintetto come un prodotto “electro-punk” e “electro-pop”, per citare le definizioni presenti nel loro profilo Facebook. Di fatto, sono etichette calzanti, che descrivono, se non la polpa, lo smalto del disco. Si tratta di un viaggio elettronico che trova però nelle sfumature più dark del rock e della new wave anni ’80 la sua strada verso una smaliziata riproposizione di materiale invero non così originale. Novità non sono senz’altro l’uso del vocoder e dei sequencer, che, prendendo a piene mani dai Kraftwerk e dai Daft Punk, fanno rintracciare in una parte dei pezzi l’evidenza di una tendenza esterofila un po’ forzata. Risulta invece estremamente piacevole l’atmosfera da club di alcuni brani – che richiamano anche qualche elemento techno tedesco, come Paul Kalkbrenner, Anthony Rother, ma non solo – dove il ballo e l’accompagnamento fisico sono suggeriti da cantati catchy, cassa dritta e suoni gonfiati al punto giusto grazie da un mastering equilibrato, caldo e tagliente.
La composizione presenta caratteristiche latenti che si scoprono solo con l’ascolto ripetuto, come la progressione dei brani con echi e rimandi anni ’90, sporcata di synth-pop alla Depeche Mode, sebbene sia il più banale dei paragoni che possiamo fare. Il pantheon dei NODe ci mostra anche l’influenza di Autechre, Front 242, l’album Looking for St. Tropez dei Telex e gli esordi dei Nine Inch Nails, rendendo l’album radiofonico e leggero. A suo modo, questa rilettura italiana non stona, facendo proprie tematiche noir e un’estetica industrial che un sound moderno nei synth e nelle ritmiche rende attuali.
I riferimenti psicanalitici, religiosi e filosofici, quali una pretesa di indagine esistenziale attraverso le tracce di questo disco, non risultano così evidenti e lampanti, e scegliamo così di tralasciare questa particolarità di cui comunque la band restituisce già una chiara descrizione in tutti i vari link online.

Come molti dischi “di derivazione” ha perlomeno la qualità di collocarsi in maniera chiara dentro un filone, quello della nuova musica elettronica italiana, che sta scalzando il rock dal podio dei generi più ascoltati, o forse l’ha già fatto. Dai NODe ci possiamo aspettare, in ogni caso, una scalata e un miglioramento che già si possono intravedere considerando come songwriting e produzione siano in linea con le più recenti e criticamente apprezzate uscite nel genere.

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Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

Bergamo è ormai tradizionalmente considerata un terreno fertile per il rock, soprattutto in lingua italiana. Anche se la scelta linguistica dei ventenni Kingshouters nel loro esordio discografico You vs Me intraprendere una direzione anglosassone, la prolificità del territorio orobico sembra aver attecchito, innestandosi nel loro DNA. Come molte band nate qui, gli inizi di carriera seguono la strada dell’imitazione dei propri beniamini: furono i Nirvana per i Verdena del Demotape, sono band del settore post-grunge o post-punk (Smashing Pumpkins, White Lies, Editors) quelli dei Kingshouters. Specificare che non si tratta di una sterile riproposizione-fotocopia d’altro è però più che opportuno visto che il sottobosco nineties e “anni zero” di cui i quattro dimostrano e dichiarano di essersi nutriti appare più che altro come una guida verso una rotta più personale che guarda da lontano anche alla scena anni ottanta inglese e alla nuova ondata new wave anche italiana. Nella liberazione dalle catene che li imbriglia alle loro origini negli ascolti, si commette però comunque più di qualche leggerezza, cambiando a volte registro ma non struttura, così in “Dance”, ballad quasi indie rock (definizione orrenda ed imprecisa, lo sappiamo) pare di sentire un featuring tra i Franz Ferdinand e Billy Corgan oppure in “Jane” sentiamo Jared Leto riprendere le atmosfere più dark ma comunque pop dei Depeche Mode e degli Editors più recenti. I momenti di pop più riuscito (“Levels”, “Sometimes I Can’t Sleep”) mancano dell’appeal radio-friendly di certi altri capitoli di  questo lavoro, come il singolo “Friend” o la scurissima “The Last Emperor’s Day”, ma è forse l’assenza di passaggi banali a donare loro brillantezza. Musicalmente, inoltre, la band ha in essa i germi di una prosecuzione in crescita, che già lascia intravedere una maturità compositiva quasi raggiunta. Suonano già bene, e questo è fuor di dubbio.

Sconvolgere l’ossatura un pochino prevedibile di questi brani potrebbe, in sintesi, essere la chiave per un piccolo gioiellino, strada che ai giovani lombardi consigliamo di battere. In definitiva, questo You vs Me è il debutto migliore che si potesse avere viste le premesse e in questo la band deve senz’altro trovare conforto e voglia di migliorarsi. Quanti dischi mediocri sono usciti in questo genere nell’ultimo lustro? La risposta è: un’infinità. You vs Me non è tra questi ed è già un risultato di cui gioire.

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ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: New wave, indie rock

TRACKLIST:
Terza Persona
Nel Paese degli Umani
Tutto Finisce all’Alba
Naufragheremo

Consultando la stampa riguardo questa band, si trovano molte critiche riguardo il nome: scontato per la scelta di includere il nome femminile, banale, scomodo. Pochi sanno che Non Violentate Jennifer è il titolo di uno storico rape & revenge movie di Meir Zarchi, di trentaquattro anni fa. Se si può considerare importante il nome di una band, lo si dovrebbe fare perlomeno sul piano del significato, cercando di riportare alla luce l’oscuro legame che connette l’identità onomastica di un gruppo e la loro produzione: su questo piano, pur provando ad illuminare a giorno il perché la new wave dei fiorentini riporti il pensiero indietro a quel sanguinolento film, si fatica, e molto. Ma la critica musicale dovrebbe occuparsi delle canzoni, giusto?
Questo EP, composto di quattro canzoni, è una prova sicuramente passabile. E’ pieno il sound, tra indie rock e new wave, sixties quando serve, anni zero quasi sempre, ma con uno sguardo al passato. Devoto ad un’estetica puramente curtisiana, sembra l’ennesimo revival ma cela un certo studio nei testi che non è cosa comune in questo genere. “Terza Persona” e “Tutto Finisce all’Alba” ingannano, grazie ad un saggio mimetismo, chi pensa che si tratti di normalissimi pezzi tirati all’italiana: le influenze sono anglosassoni, risalgono a qualche decennio addietro, e stanno non tanto nel sound ma nell’attitudine pre-punk rozzissima degli Who di My Generation. A salvare particolarmente questo disco, che non brilla certo per l’originalità, è la maniera grossolana ma efficace con cui si sono inserite un po’ dovunque velature e venature dark, malinconiche, cupe, tetre, come se piovesse. Ed ecco il ritorno a quel richiamo cinematografico, forse è questa la quadra…un lavoro che va ascoltato a dovere, come oggi non si fa più. Sforzo più che coraggioso, niente di nuovo sotto il sole, ma diciamola papale papale e senza gargarismi verbali né barocchismi…ci è piaciuto.

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ETICHETTA: Baffo Music
GENERE: Elettronica

Open Ending è il titolo del nuovo lavoro in studio degli Holiday in Arabia, duo elettronico (all’anagrafe Marco Ghidelli e Sebastiano Confetta) che pubblica per Baffo Music, etichetta francese, questo nuovo lavoro, sperimentazione in salsa post-electro che meriterebbe più di qualche parola per essere descritto: meriterebbe un ascolto. Una dichiarazione, questa, che esprime sinceramente la difficoltà di rendere con delle semplici lettere la bellezza di un disco, un po’ come Dante Alighieri che davanti alla visione celestiale del Paradiso nella Divina Commedia iniziò ad aver paura di non saperne descrivere lo splendore. Non siamo a livelli così trascendentali, ma la diversità di influenze che sono state inserite dentro questa calamita di generi richiede un’attenzione descrittiva che passa per vie difficilmente percorribili.
Ci si prova così, a dire che il disco inizia con uno space rock rivisitato con dell’elettronica vecchio stile, tra Kraftwerk e ambient più moderno, con “1960”, per poi piombare nella malinconica “Around Me”, perla del disco, tetra rappresentazione di un synth-pop aggiornato e riproposto secondo visioni più progressive. “Petrolio” riprende forme ambient, si pesca da linguaggi trip-hop in “Tegel”, che ha anche del post-rock, e gli Aucan degli esordi non sembrano così distanti, pur con una qualità maggiore della composizione. Che sostanzialmente si ruota dentro un contesto dark, new wave, post-punk, però senza le chitarre graffianti e banali della nuova scena revival.
L’ontologia, ovvero la scienza dell’essere in quanto essere, ci porta a speculare su cosa siano gli Holiday in Arabia, oltre ad un duo elettronico italiano. Sono un raffinato collage di ciò che l’elettronica è stata dalla sua invenzione, di cosa si può fare con degli strumenti veri filtrati attraverso l’immaginazione, la tecnologia, le idee più contorte. Sono l’evoluzione di un concetto di musica tecnica che diventa anche un sorprendente percorso artistico, limitato solo dalla difficoltà a comprendere alcune scelte, non per errori di songwriting ma per l’ignoranza dell’ascoltatore medio. Il metodo degli HiA non li farà mai uscire da un angolino, ma la qualità, si sa, non si trova in cima alle classifiche di vendite. Top.

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ETICHETTA: Interbeat
GENERE: New wave

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TRACKLIST:
Tu Non Lo Sai
Stars
Sogni
The Hill
Write Aloud
Names
Il Vostro Mondo
Can’t Explain
Non Ho Creduto Mai
Down Down Down

Ritorna ancora l’iperproduttivo Fausto Rossi, storica figura della new wave italiana, in giro ormai da diversi decenni a dare lustro alla nostra produzione in materia. Blank Times è il titolo di questo nuovo lavoro, l’ennesimo viaggio in un mondo caleidoscopico e anfetaminico, un viaggio all’interno della sua concezione di musica che si aggiorna ogni volta, incontrando sempre nuove influenze, più nei poeti che nei cantanti. “Write Aloud” ricorda le tonalità blues di molte perle dell’accoppiata di dischi Becoming Visible e Below the Line, rispettivamente del 2009 e del 2010, e ancora in “Il Vostro Mondo” sembra di sentire un Chuck Berry affogato nella depressione di una new wave affettatissima, all’italiana, tra Frigidaire Tango e primi Diaframma. “Non Vi Ho Creduto Mai” è forse eccessivamente semplice, ma è grazie alla sua rudimentale elementarità che colpisce l’ascoltatore. “Stars” è invece una sorta di condensato delle influenze rock, new wave e blues del disco, ma il suo effetto è quello di una ballad ambient, che può accompagnare qualche visione invernale fuori dal finestrino del treno piuttosto che di un aereo.
Fausto è comunque molto più di questo. I suoi testi sono in bilico tra una poesia bohemien, un raffinato estetismo e un surrealismo quasi futurista che non disdegna accostamenti lessicali strani e all’apparenza sbagliati. E’ effettivamente un universo a parte, dove la conoscenza dei dischi passati e di ciò che ruota intorno al sacilese è fondamentale, perlomeno per avere una visione d’insieme.
Blank Times è sostanzialmente l’ennesima prova che dimostra quanto 34 anni di presenza nella musica italiana non significhino per forza esaurimento della vena creativa, ma anzi siano utilizzabili come un rafforzativo per la conoscenza intrinseca che si ha della parte cupa di questo paese, anche dal punto di vista artistico. Fausto la incarna. Splendida prova in questo 2012.

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ETICHETTA: 42
GENERE: Post-punk

TRACKLIST:
1. Bestie
2. Fango
3. Quando Arriva la Bomba
4. Da Solo Non Basti
5. Cambio la Faccia
6. Lendra
7. Tacchi Alti
8. Adesso Mi Alzo
9. Occhi Bianchi
10. Nel Centro del Mondo

I ventenni pisani più in voga dell’ultimo periodo, ora sotto l’ala dell’ottima etichetta romana 42 Records, fanno, con questo nuovo lavoro intitolato “Bestie”, il vero salto di qualità. Strumentalmente, è un passo in avanti, lungo le strade semplici ma, nel loro caso, intrise di una certa vena personale, del folk rock sporco di new wave e post-punk, e testualmente, con il passaggio alla lingua italiana che senz’altro gioverà al progetto tutto, non solo a livello discografico. Digerire la lingua inglese, in Italia, non è facile, del resto, per un popolo ancora fortemente analfabeta dal punto di vista anglofono.
“Bestie” è più diretto, più melodico, più raffinato e suonato meglio di quello prima, è di un livello senz’altro superiore, colpevole solo di una divisione troppo netta tra le ballate più folk e la new wave sguinzagliata teneramente come un’arma da pista da ballo. La cesura è comunque superata agevolmente dalla grazia con cui in entrambi gli ambiti i due Francesco, Simone e Alice si muovono, dalla splendida “Quando Arriva la Bomba” e le sue aperture da stadio, la perfetta e poetica “Occhi Bianchi”, e “Lendra”, la più joydivisioniana del lotto (ben accompagnata, in questo senso, dalla title-track e “Adesso Mi Alzo”), che vista la diffusione smisurata di un certo tipo di post-punk anni 80, tornato in voga ormai da un decennio, non mancherà di scatenare i fighetti dei dj set indie rock più modaioli.

E’ la fisicità la parte più evidente, mentre la distensione quasi cantautorale di certi cedimenti folk più che completare il disco mette sul tavolo nuovi terreni che andrebbero esplorati più a fondo con un EP acustico, o qualcosa del genere. Le due anime, comunque, ci mostrano una band che, nonostante la giovane età, compone e suona meglio di molte persone di due decenni più vecchie, portando in giro per l’Italia il cuore e la potenza che solo un vero musicista sa convogliare nella sua musica. Pronti a fare il salto, senza dubbio.

TOUR:
04.10 CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
06.10 INTERNET FESTIVAL, Pisa
12.10 COVO, Bologna
13.10 BLAH BLAH, Torino
19.10 TAMBOURINE, Seregno (MB)
26.10 LIO BAR, Brescia
03.11 KAREMASKI, Arezzo
01.12 SONAR, Colle Val d’Elsa (SI)

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ETICHETTA: Eclectic Circus, Universal
GENERE: Pop

TRACKLIST:
1. Dorian (Postmodern Parte 1)
2. I Giorni di Urano Contro
3. Tutti Usciamo di Casa
4. Da Uomo a Uomo
5. La Stanza
6. Di Gioia e Rivolta
7. Dorian (Postmodern Parte 2)
8. Un Figlio Lo Sa
9. Tempo Prendimi per Mano
10. …
11. L’Ultimo Viaggio di Argo

Dopo un grandissimo EP di debutto, il full-length dei lombardi Mascara arriva come un fulmine a ciel sereno a sbigottire di nuovo la scena italiana con un prodotto di gran pregio. Undici brani, pubblicati per Eclectic Circus e Universal, confezionati in una veste teatrale dal sapore lirico, impreziositi da una fluidissima narrazione che nonostante le radici pesantemente affossate nella mitologia e nella letteratura riesce a non essere mai né noiosa né ridondante. Dalla nascita alla morte, questo il concept cui l’album fa riferimento, e la crescita collettiva di tutti noi sembra essere pienamente compresa dalle raggelanti parole che sferzano tutti i brani (“Tutti Usciamo di Casa”, “La Stanza”), in un ensemble ricchissimo di undici papabili hit radiofoniche che sicuramente spiazzerà i fan del primo EP, più nichilista, complesso e filosofeggiante. “Tempo Prendimi Per Mano” e “I Giorni di Urano Contro” risollevano la questione morale della new wave, linguaggio dietro il quale tantissima musica italiana si barrica traendone una linfa vitale che sa di muffa e di stantìo, ma che nel caso dei Mascara è invece fagocitato, digerito e rivomitato con una grandissima capacità compositiva che ne allontana tutto il senso di ripetitività che anche in grandi nomi internazionali s’avverte (vedi l’ultimo Editors). Anche i primi Litfiba, i La Crus meno spinti e i Cure sono tra le band che andrebbero citate come influenze fondamentali dei Mascara, ma è quasi offensivo pensare che Tutti Usciamo di Casa sia materiale derivativo: l’originalità di questa band sta proprio nel saper riciclare elementi triti e ritriti in un frullato totalmente nuovo, dove la monumentalità delle liriche e degli arrangiamenti riesce a torcere le membra dell’ascoltatore e a restituire in un semplice pop dressing i mille rivoli dietro cui si disperde tutta la loro sorprendente e disorientante furia. Perché l’enorme impatto che ha questo lavoro esprime una sincera voglia comunicativa che non disperde nessuna energia, ma anzi la convoglia in un mezzo unico, che arriva come un macigno all’ascoltatore. Pop per tutti ma che capiranno in pochi. Piccolo capolavoro.

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