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Posts Tagged ‘shoegaze’

ETICHETTA: Atlantic Records
GENERE: Rock, pop, shoegaze

TRACKLIST:
1. This Ladder Is Ours
2. Cholla
3. Tendons
4. Little Blimp
5. Bats
6. Silent Treatment
7. Maw Maw Song
8. Forest Serenade
9. The Leopard & The Lung
10.The Hurdle
11.The Turnaround

Voto 3/5

Io mi impegno a non partire prevenuto quando mi accorgo che una band passa da unʼ indipendente ad una major. Mi impegno anche stavolta, con sti Joy Formidable che avevano fatto un bel dischetto, e mi riferisco al primo, non al secondo che è uguale al primo con lʼ aggiunta di qualche brano ed in generale una ri-registrazione dei brani con una qualità migliore.
Mi impegno; e allora se questo The Walfʼs Law parte bene con This Ladder Is Ours e Cholla, brani che comunque ricalcano la formula già consolidata dei vecchi lavori, come succederà in Forest Serenade, The Leopard & The Lungs e in The Hurdle, subisce un calo arrivati a Tendons e Little Blimp dove appaiono dei suoni di chitarra tipo synth che non dicono nulla. In Bats si ritorna fedeli al vecchio corso, Maw Maw Song invece tenta di variare percorso, convincendomi del proverbio “mai lasciare la strada vecchia per la nuova”. Unico “esperimento” positivo lo si trova nellʼ acustica Silent Treatment. Chiude lʼopera lʼ agrodolce The Turnaround con tratti quasi epici nel ritornello, anche se la vera chiusura dellʼ opera è la crescente title track nascosta, singolo uscito lo scorso agosto per annunciare la futura uscita.
Il nuovo disco dei Joy Formidable quindi, non offre nulla di nuovo rispetto al passato e dove ci prova, non si ottiene il risultato sperato, con degli alti e bassi che si muovono per tutto lʼ album senza mostrare una direzione decisa. Questo dispiace perchè la band aveva fatto presagire che i presupposti per poter fare passi avanti cʼerano. In ogni caso ci si ritrova nelle mani un disco orecchiabile, dal linguaggio rock ma dal suono pop, che arriva ad un livello standard che andrà benissimo per le radio nei prossimi sei mesi e poi un saluto. E un vaffanculo anche alle major.

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ETICHETTA: Dangerbid
GENERE: Alternative rock, shoegaze

TRACKLIST:
1. Skin Graph
2. Make Believe
3.  Bloody Mary (Nerve Endings)
4. Busy Bees
5. Here We Are (Chancer)
6. Mean Spirits
7. Simmer
8. The Pit
9. Dots And Dashes (Enough Already)
10. Gun-Shy Sunshine
11. Out of Breath

La creatura Silversun Pickups è in continua evoluzione. Trasformista e camaleontico, il quartetto losangelino ormai alla ribalta dal duemilasei raggiunge un punto di svolta con un disco (il terzo, più cinque EP di cui un paio di live e uno di remix) che rappresenta il loro asso nella manica. Iniziati ad interessare per derivazioni pressoché noise e grunge, a cavallo tra Sonic Youth e Smashing Pumpkins, sono discesi verso stanze dalle metrature più ampie e scure, intrise di dark wave e costruite su fondamenta anni ottanta. Senza lasciar perdere la vena malinconica che qui emerge in una sorta di dream-pop dalle forti tentazioni shoegaze e da qualche elegante frangia melodica à la Einsturzende Neubaten. Di tutto e di più, ma in una confezione nitidamente forbita, a rappresentare la poliedricità di un fenomeno del marketing sommerso, con una pubblicità fatta sull’equivoco e sul dire tutto e niente.
Neck Of The Woods sguazza nelle tonalità disciolte di undici acquerelli dalle tinte forti, vibrazioni rock più effimere (“Skin Graph”, “Make Believe”), frequentazioni cantautorali dall’aria new wave (“Out of Breath”, “Bloody Mary”) e gli svolazzamenti vocali leggiadri e volatili di “Here We Are (Chancer)”, unico pezzo a ricordare molti dei brani più ghiotti del pre-capolavoro che era Swoon. In “Busy Bees” spuntano anche venature depressive di un Curtis rinato nel duemila, ma sopravvive in tutto il disco (“Dots and Dashes”, “Simmer”, “The Pit”) l’idea di un sound chitarristico molto intenso ma disteso, senza particolari tensioni e nervosismi, lasciando spazio a radi momenti d’impeto studiato e contenuto per lasciarlo esplodere nei momenti più adeguati.

I quattro troveranno certo modo di affermare nuovamente la loro superba capacità di scrivere, di rinnovarsi, di presentarsi affinando sempre più i loro linguaggi già approfonditissimi. E’ un disco, questo, che non tutti potranno digerire al primo colpo ma che si fa senz’altro apprezzare in virtù anche di una connessione logica compatta e omnicomprensibile tra orecchiabilità e ricercatezza, tra genuinità e un songwriting mai contraffatto da esagerazioni fuorvianti. Tutto ciò che serve per essere un bel disco del duemiladodici si trova in questo splendido Neck Of The Woods.

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Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Go Down Records, Epic and Fantasy
GENERE: Rock, alternative

TRACKLIST:
1. Camilla’s Theme
2. Il Giorno dell’Assenza
3. Dune
4. Bulletto
5. Mata Hari
6. Il Sesso delle Ciliegie
7. Mancubus
8. *acqua
9. Messalina: la Terza
10. *trombetta
11. Consigli d’un Bruco
12. I Cieli di Munch
13. Honey

Voto: 3/5

La band veneta con Il Giorno dellʼAssenza arriva al quarto lavoro.
Iniziamo con il dire che questo disco è un gran passo in avanti per i Love In Elevator.
Primo: Anna Carazzai sʼè decisa a cantare (anche) in italiano. Secondo: la struttura dei pezzi è molto ricercata ma allo stesso tempo riesce ad essere diretta arrivando a creare una botta di suono che poche band riescono a fare.
Rallegriamoci quindi, abbiamo un altro buon disco italiano da ascoltare e possiamo sperare che lʼunderground made in Italy sia sempre più di valore.

Poco importa se i testi vogliono dire tutto o niente, poco importa se molte parole sono prese dai Verdena, poco importa se anche qualche passaggio musicale, ricorda la band dei fratelli Ferrari.
I Love In Elevator riescono a mischiare una rabbia furiosa dal tocco grunge che si sposta verso lo shoegaze delle migliori band nord europee, “Mancubus”, “Dune”, questʼultima una cavalcata da paura.
Furiosa è “I Cieli di Munch”, dolcissime sono “Camilla’s Theme” e “Honey”.
Semplici ma più che discreti, i due brani scelti come singoli, “Mata Hari” e “Il Giorno dell’Assenza”, con cambi di ritmica, chitarre graffianti e melodiche e la voce mai così bella di Anna.
Rabbia, furia, punk, marcio, dolore, emozione, dolcezza, disperazione, calma.
Il giorno e la notte.
Un trip.
Montagne russe.

Spaccano di brutto i veneziani in questo disco, non sempre riescono a tenere alti tutti i brani, nel senso che qualcuno si perde nellʼinsieme, ma il tiro non cala mai e la voce è una colonna portante.
Aspettiamo il prossimo disco per vedere se i LIE vanno avanti o tornano indietro.
Intanto siamo a buon punto.

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ETICHETTA: DeAmbula Records, DeAmbula/Acid Cobra Digital
GENERE: Post-rock, sperimentale

TRACKLIST:
1. Canto Primo
2. Quale Luce
3. Negli Angoli
4. Xenon
5. Finis Terrae
6. O Cabreiro
7. Gaia
8. Boulier Violette
9. In Cerchio
10. Maree
11. Penombra
12. Montagne

“Xenon” è il nome britannico dello xeno, il gas nobile dal numero atomico cinquantaquattro. La luce azzurra che emana è una manifestazione elettrica che ben rappresenta le scariche chimiche di rabbia, le funeste pulsazioni d’ira che fanno trasalire le chitarre e la loro magia elettrificata nei dodici brani che compongono il nuovo lavoro dei Buenretiro. Shoegaze, post-rock, noise: tre termini che ben si coniugano nel descrivere In Penombra, la sperimentazione obsolescente dei post-generi che molte formazioni, ancora in tempo per farlo, riescono a proporre in maniera personale, avendo scelto inequivocabilmente come numi tutelari Sonic Youth, Mogwai, Slint e My Bloody Valentine. In Italia, nonostante l’eutrofizzazione del sistema che l’eccessiva proliferazione di band analoghe può causare saturandolo, rimane una scelta coraggiosa e per farlo come piace agli abitanti di questo angolo di mondo i pescaresi hanno imboccato la strada tortuosa, ma ultimamente sempre in discesa grazie alla sempre più scarsa richiesta di qualità da parte del pubblico, del cantato nella lingua autoctona. Al cenacolo degli alternativi, frequentatissimo ricettacolo di esperienze musicali italiche che sembrano essere riconducibili tutte quante a tre soli filoni (chi evolve dai CCCP, chi dai Litfiba usciti dalla new wave dei primordi, chi dal rude grunge dell’esordio dei Verdena), l’album arriva come una lettera firmata, il cui destinatario è piuttosto chiaro. I Marlene Kuntz si notano subito come fondamentale ispirazione, tanto per l’ipertesa ruvidità esplosiva di Catartica (deportata pienamente in “Quale Luce”, udibile anche in “Gaia”, “In Cerchio” e “Penombra”), mentre in “Xenon” di Godano e soci viene ricordato lo stupro delle sei corde portato avanti con indelicata ma precisa veemenza nei capitoli successivi della loro discografia (in particolare in Senza Peso), virando verso rumorismi che alternano la potenza degli Slowdive e la rudimentale visceralità pre-grunge dei Jesus and Mary Chain.
I brani non sono mai troppo lunghi, segno della corretta interpretazione dei gusti dei compatrioti: dilatare eccessivamente questo tipo di musica può effettivamente stancare, e dal lato opposto giova all’equilibrio complessivo dell’album che l’unico pezzo mediamente più esteso degli altri (“Negli Angoli”) sia in realtà uno dei meno noiosi.

Pur con un minimo di incertezza, i Buenretiro ci hanno impressionati. Una produzione forbita ma che mantiene decentemente inelegante l’ascolto, per la scabrosità dell’impasto ritmico-armonico, giocato su alti e bassi, crescendo e cambi d’intensità veramente ben fatti, sintomo di un songwriting strutturato con grande attenzione e ingegno, e favorisce l’impatto di una band che avoca il potere decisionale del fruitore, ipnotizzandolo grazie ad una continua estasi elettrico-meccanica.
A noi questa roba piace. Aspettiamo buone nuove.

 

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