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Posts Tagged ‘post-rock’

Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: XL Recordings
GENERE: Ambient/post rock

TRACKLIST:
Brennisteinn
Hrafntinna
Isjaki
Yfirbord
Stormur
Kveikur
Rafstraumur
Blàpràdur
Var

VOTO: 4.5 su 5

Solamente un anno dopo aver dato alla luce Valtari, la band islandese ritorna in scena con un nuovo lavoro. Ed è lecito, per lʼascoltatore, chiedersi il motivo di unʼuscita così ravvicinata, e questo perchè dai Sigur Ros, con tutto il dovuto rispetto, sai più o meno cosa aspettarti. Non è il caso di Kveikur, dove fin da Brennisteinn, traccia di apertura del disco, non fosse per la voce di Jonsi, nessuno capirebbe di avere sottʼorecchio un album dei Sigur Ros.
Eccezion fatta per Isjaki che riporta la mente alle sonorità più pop di Með suð í Eyrum við Spilum Endalaust e per il pianoforte immerso nella nebbia dellla conclusiva Var, le restanti tracce sono teatro di sonorità inedite.
Percussioni industriali, distorsioni potenti e un sound decisamente più duro rispetto al passato, fanno di Kveikur un album che traccia una nuova direzione nel percorso della band, e che se confrontato col precedente, diviene senza dubbio lʼaltra faccia della medaglia.
Rimane invariato il timbro di voce del leader, che diviene sempre più centrale rispetto al passato, ma forse proprio sulla linea vocale, sarebbe stato interessante osare di più.
In ogni caso Kveikur è un disco notevole, nuovo biglietto da visita, se ce ne fosse stato bisogno, di una grande band.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Rock Action
GENERE: Post rock, colonne sonore

TRACKLIST:
Hungry Face
Jaguar
The Huts
Kill Jester
This Messiah Needs Watching
Whisky Time
Special N
Relative Hysteria
Fridge Magic
Portugal
Eagle Tax
Modern
What Are They Doing In The Afternoon?
Wizard Motor

Voto: 3.5/5

Dopo il documentario su Zidane, i Mogwai si cimentano nuovamente con la composizione di colonne sonore.
Stavolta servono adattamenti per un telefilm francese dove i morti tornano in vita e il quintetto scozzese è chiamato a comporli: non si poteva delegare band migliore, a mio avviso, per farlo. Nella prima metà del disco i classici muri di distorsioni fanno spazio a synth e pianoforti dando alla luce brani dal sapore spettrale, quasi angoscioso, un p ripetitivi nellʼinsieme ma sicuramente adatti al tipo di scene che il telefilm dovrebbe fornire: il carillon di Hungry Face che riappare anche in Fridge Magic rende a perfezione lʼidea. Poi la composizione si incupisce ancora di più sfiorando temi ossessivi e sonorità più dure come in Portugal, Modern e nella conclusiva Wizard Motor, brani che sembrano tratti da Mr. Beast. Non manca neppure la formula consolidata à la Mogwai in Relative Hysteria e soprattutto nella bellissima Special N con il suo vortice dalle cadenze malinconiche. Rappresenta invece una sorpresa What Are They Doing In The Afternoon? ballata accompagnata da voce.
Eʼ chiaro che questo disco va preso per quello che è, ovvero una raccolta di colonne sonore, fossero usciti con un album così come nuovo lavoro, non sarebbe stata gran cosa, ma anche non avendo mai visto la serie tv, i brani fanno intuire di aver svolto discretamente il compito a loro richiesto, mostrandoci una nuova sfumatura della band di Glasgow.

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ETICHETTA: Garrincha Dischi
GENERE: Post-rock, noise, alt-rock

TRACKLIST
Mario in diretta tv
Dal diario, a mia madre
Scusami
Ed ecco l’alba
Una garzantina
A mio padre
Dimmi se è vero
In Toscana
La strada

Geograficamente siamo a Chioggia. Discograficamente siamo con Garrincha Dischi. Duplice garanzia di qualità, dunque.
Questa formazione da qualche anno si diverte a confezionare prodotti molto originali, con riferimenti al post-rock e al noise di anni ’90 e duemila, preoccupandosi meno della forma e più del contenuto. Una cosa banale da dire, ma che nella sostanza non significa proprio pochissimo. Cucina Povera, come altro materiale datoci in pasto dalla band in passato, è un disco emozionante, che sembra far fluire come un intenso stream of consciousness di memoria letteraria joyciana (o richardsoniana) parte del proprio inconscio, in questo caso su pentagramma piuttosto che su pagina di libro. Luigi Tenca in veste di narratore sempre più dentro il suo personaggio, sempre più a suo agio nel raccontare, nel dipingere, nel delineare personalità e anime dei protagonisti dei suoi testi, veri e propri attori caratteristi di un mondo a parte, crudele e provinciale, rozzo e limitaneo, sincero e sconsolato. Strumentalmente la band non si esalta mai in preziosi virtuosismi né in vezzosi manierismi ma si occupa, con calcoli quasi scientifici, di inserire all’interno della struttura della canzone solo ciò che serve a renderla psicologicamente e musicalmente più efficacemente penetrante. Rari i momenti martellanti tipici del post-rock più ordinario, con le sfuriate finali, che comunque non mancano. Sufficiente per capire il piglio del disco è la scabrosa “Mario in Diretta Tv”, vero manifesto del resto di questa Cucina Povera, cucina bucolica ma realistica, con tutte le insofferenze e le sdegnose verità insinuate tra le pieghe più corrucciate della vita dell’italiano medio, presenti addentro a questi testi e a queste musiche in abbondanza.

Dischi come questi forniscono un’appariscente consolazione nel mondo dell’apparenza tristemente considerata virtù. Il duemiladodici sta per finire portandosi in grembo lo scadente declino di una scena italiana sempre più stanca e incapace di innovare e sperimentare. I ManzOni sono l’eccezione che conferma la regola, la band che si trova al posto giusto al momento giusto. Con un disco giusto.

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ETICHETTA: Seahorse Recordings
GENERE: Dream-pop

TRACKLIST:
Prologo
Per Elisa
Angelo
Distant Places
Sogno Lucido
Candy
Martire
Animanera
Occhi
Epilogo
Animanera (Andelm Caminada remix)
Distant Places (Shuffle & Boost remix)

A volte ci si chiede se nelle retrovie della musica indipendente italiana (in questo caso, svizzera italiana) si celi qualche sorpresa, oltre al mare magnum di prodotti sorprendentemente uguali che una webzine riceve per recensirli. Settore Giada è un progetto che non può che lasciare basiti, in questo senso. Di una potenza comunicativa abnorme, in grado di stimolare a livello sensoriale un livello di interpretazione tutto suo, è come un fulmine a ciel sereno in un duemiladodici particolarmente vuoto, qui. Divagare in maniera così sana e stringente, nel senso buono del termine, tra le urgenze espressive tipiche del post-rock e il dream pop più esausto e meccanico, con i suoi momenti di sapida elettronica, non è cosa facile ma la perfezione anche mentale con cui questa band si avvicina a questa formula di impeccabile mescolanza di generi produce un risultato spettacolare. In una sorta di golosa emancipazione tutta svizzera dagli schemi precostituiti di generi che, comunque, nonostante qualche glorioso momento, si sono ultimamente involuti in qualcosa di  banalmente già sentito (non solo il post-rock, ma anche il trip-hop), Per Elisa diventa il disco perfetto per suggellare il fatto che pubblicare un album, di questi tempi, nonostante la facilità con cui è possibile produrlo, stamparlo e venderlo, rimane un’esperienza valida per pochi. L’importante è saperlo riconoscere.
Spettacolare.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: EMI
GENERE: Ambient, post-rock

TRACKLIST:
1. Ég Anda
2. Ekki Múkk
3. Varúð
4. Rembihnútur
5. Dauðalogn
6. Varðeldur
7. Valtari
8. Fjögur Píanó

Voto 4.5/5

I campi e i monti
sottratti dalla neve
è il nulla.
Joso Naito

La letteratura giapponese consegna dei particolari componimenti poetici, gli Haiku, che  rappresentano un lato fondamentale dellʼ essenza più profonda della loro cultura,  attraverso una poesia infetta di inadeguatezza, per quanto concerne lʼ uso del linguaggio.
Si tratta di concezione Zen applicata al componimento, dove lo scopo è quello di riportare  il linguaggio alla sua essenza pura.
Lʼ intento è quello di condurre ogni manifestazione della realtà allʼ esaltazione, attraverso  la scarnificazione del razionale per arrivare ad una pienezza dove lʼ essere (uomo) si  fonde con essa (la natura).
Il vuoto è il modo più valido per rappresentare lʼ essere in Giappone, lʼ essere è colui che  sta nel vuoto, che non riempie.
Cʼè molto di tutto ciò nel nuovo lavoro della band di Reykjavik: lʼ esaltazione di ogni  singola sfumatura sonora che riporta ad una concezione di armonia pura.
Levati i passaggi più solari e ritmati dal suono pop degli ultimi due album, i Sigur Ros  ritornano alle sonorità tipiche dei primi lavori, rischio che può condurre lʼ ascoltatore a  pensare alla scelta di una soluzione “comoda”, ma con più attenzione, si nota come lʼ
approccio sia totalmente differente, con soluzioni meno post-rock e più ambientali/orchestrali.
Le tracce di Valtari sono perfette colonne sonore dei più preziosi e precari stati dʼ animo,  marchiati ad hoc dal tipico sound nordico che i Sigur Ros stessi hanno mostrato al mondo.
Fjögur Píanó chiude lʼ album con una nuova prospettiva per la band, brano che strizza lʼ occhio ai componimenti di classica minimale di Sakamoto.
Che sia solo un caso?

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Recensione a cura di MARCO BERGAMI
ETICHETTA: Streamhammer/SPV
GENERE:  Post-rock

TRACKLIST:
1. Intro
2. The Beginning
3. Agenda
4. Transition
5. Isp
6. Insomnia
7. Driving Head
8. Intermission
9. Horizon
10. Audacity
11. M

Ve lo dico in tutta franchezza, raramente mi capita di trovarmi inaspettatamente sorpreso di fronte ad un ascolto, ma questa nuova band di Hannover -Germania- ha avuto subito una forte influenza su di me, ancor prima di iniziare ad assaporare la loro arte di fare musica.
La grafica utilizzata per presentare Mosaik instaura subito un forte legame con la persona che lo sta guardando; la cover dall’eleganza distinguibile, si presenta con un preminente bianco usato come fondo, mentre in primo piano spicca la figura di un rabbino, seduto a gambe incrociate su un prato multi-color dalle combinazioni cromatiche molto distensive ed attraenti.
L’importanza del lato grafico in una cover viene sempre sottovalutato, forse perchè è estremamente difficile riuscire a raffigurare una composizione, ma se si ha la bravura di riuscire a raggiungere un perfetto parallelismo tra arte grafica ed arte musicale il piacere d’ascolto dilata.
Mosaik, full-length di debutto dei Frames, basa la propria chiave di lettura sull’armonia musicale e sulla concatenazione sinusoidale di stili, correndo al limite tra avant-garde, post-rock e symphonic-prog, mantenendo caratteristiche di unicità e distinguendosi per la perfetta concettualità compositiva.
Le undici tracce presenti in questo platter, sono legate da un unico filo conduttore privo di pause ed interruzioni, una lega di strumentazioni ed ambientazioni che plasmano la loro essenza all’interno di una trama univoca e satura di dilaniante malinconia. Non esistono voci. Tastiere, chitarre, synth, batteria, basso, archi e xilofono sono i principali protagonisti di questo platter, assemblati reiteratamente con raffinatezza, eleganza e classe, acclimatati in composizioni pure e proporzionate con la filosofia dell’intera opera. Il “mosaico” si presenta con un intro dall’ambientazione ultraterrena rappacificante, morbida e depurante, biglietto d’ingresso a quella che sarà la vera essenza dell’album. Spinti dall’ascetica introduzione, i Frames proseguono alternando momenti di morbidezza con periodi aggressivi, intercalando calde chitarre clean, arricchite con eleganti ambient effect a forti distorsioni dall’altalenante quantità di delay, modellando il colore delle ambientazioni traslandole da configurazioni surreali ad ossature concretamente prog..
L’apice della qualità artistica si raggiunge con l’ascolto di Insomnia e con le successive Driving Head ed Horizon, strutturate con la maestria che solo i grandi sanno esprimere, alternano e fondendo la liricità del pianoforte alle vibrazioni degli archi alla ricchezza delle distorsioni ariose di uno straordinario Jonas Meyer, dalle doti eccelse. Audacity dallo scheletro decisamente prog e dai fraseggi sincopati, dona energia al platter, arricchendo l’opera già di persè perfetta, scuotendo l’ascoltatore ed imprimendo un’indelebile legame con questa straordinaria band. M ristabilisce l’equilibrio in apertura, riproponendo un tappeto surreale e arioso, accompagnando serenamente l’ascolto verso la bonus track nascosta nella grotta seminterrata dove di custodiscono i vini più buoni.
Veramente un album di grande livello quello che i Frames sono riusciti a creare, un potente deterrente per contrastare l’ossessionante stato di ansia prodotta da questa società malata da frenesia, ossessionata dalla perenne visione di un mondo saturo da delirio fluttuante.

Anche se non estremamente innovativi e dalle strutture compositive abbastanza semplici, consiglio vivamente di non farsi perdere l’occasione di acquistare questo album, vi distenderà e vi farà vedere un mondo più colorato ed alleggerito.

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