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Posts Tagged ‘brit rock’

ETICHETTA: Sound Management Corporation, Believe
GENERE:  Brit rock

TRACKLIST:
1. Rose in the Land of Tears
2. Summer
3. Take Care
4. Standin’ in the Sky
5. Long Day
6. Every aeroplane
7. I Just Wanna Fly
8. Tetris
9. Normal People
10. Nothing

Lunatics dei The Moon è un manifesto di brit fatto nel Friuli, tra Oasis, Beatles, Pulp e un pizzico di rock più carico e moderno, a cavallo tra i Placebo e l’indie di recente fattura. L’originalità non è il pezzo forte di questo piatto, ma la sua qualità lo eleva sicuramente a lavoro di ottimo livello, dove sono i brani più radio-friendly a farla da padroni, a partire dalla ballad “Normal People”, con una struttura piuttosto classica di ispirazione tipicamente britannica e passando ai momenti più rock come “Summer” e la tiratissima “Tetris”, sempre con un occhio di riguardo all’orecchiabilità di versi e ritornelli.
Sentire un Gallagher è molto facile ascoltando “Long Day”, ma sia questo che l’altro prodotto d’estrazione beatlesiana “Take Care” sviluppano soluzioni melodiche senz’altro di caratura più moderna, dando il giusto valore ad ogni singolo membro di questa formazione standard (voce, basso, due chitarre, batteria) che trova nella perfetta sinergia tra sezione ritmica e sezione melodica  il suo punto forte. Le linee vocali sono un’altra fondamentale componente del leitmotiv ultra-catchy che si riscontra in tutta la bella decina di brani di questo disco, che ricorderemo senz’altro come uno dei migliori esperimenti di importazione/traduzione del duemiladodici. Vi sentire brit? Amerete i The Moon.

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WORA WORA WASHINGTON – RADICAL BENDING (Shyrec, 2012)
L’indie rock ballerino dalle forti tendenze electro dei Wora Wora Washington, veneziani già apprezzati con il precedente Techno Lovers, raggiunge la sua forma più perfetta. Migliora la produzione, migliora la costruzione dei brani, si affina la tecnica, non certo eccelsa ma comunque più che adeguata al genere proposto. Il vero lavoro sporco lo fa il sound, in una scelta di suoni veramente azzeccata che impreziosisce piccole perle post-punk/indie come “If It’s So Wow”, “Marbles” e “Dozen Frozen” di una carica notevole che si apprezzerà anche nei loro ottimi live set. Miracoloso? No, l’oceano sterminato di band che fanno la stessa cosa non glielo permette, ma troveranno senz’altro spazio in una scena per certi versi paralitica come quella nordestina e, successivamente, quella italiana, dominata da hipster pronti a negare di aver ascoltato, prima del successo, i Wora Wora Washington.
Radical Bending è un album potente, divertente, spensierato, senz’altro aggiunge del sale radio-friendly ad una produzione già largamente orecchiabile, fatta di melodie indimenticabili e anthem da stadio che, visto dove siamo, riempiranno solo i locali. Ma questo può bastare.

ILENIA VOLPE – RADICAL CHIC UN CAZZO (Disco Dada, 2012)
Ancora una volta Giorgio Canali, davvero onnipresente negli ultimi anni. La contiguità con l’artista prodotto, stavolta, è più palpabile. La rabbiosissima cantautrice romana porta sulla scena un disco veramente rock, ma rock nel senso classico, tra CCCP, primi Litfiba, Estra, Ritmo Tribale. La cattiveria politicizzata dei testi di Canali è presente in egual misura, ma si esplorano territori più grunge che non risparmiano né i Bush né gli Alice In Chains (“La Crocifinzione”, “Le Nostre Vergogne”, nel lato melodico del disco), con spazio nelle atmosfere testualmente più trasognanti ma dalla graffiante carica alt rock di “Gli Incubi di un Tubetto di Crema Arancione”. La cover di Direzioni Diverse del Teatro Degli Orrori arricchisce un pacchetto già di per sé molto ricco, che annovera tra i suoi assi nella manica anche uno splendido ed energico primo singolo estratto dal titolo “La Mia Professoressa di Italiano”.
Niente di nuovo sotto il sole, ma l’energia di Giorgio Canali, incanalata nell’ugola di Ilenia e nella mordacità di certi suoi testi, rivista sotto da una lente femminile, risulta ancora più impetuoso. Ecco perché non potrete ignorare un disco così.

STEREONOISES – COLOURS IN THE SKY (Seahorse Recordings, 2012)
U2, Coldplay, Stereophonics, Oasis. Ecco i riferimenti che, con un pizzico di elettronica, sentiamo in Colours In The Sky, disco molto British che raggiunge con una notevole immediatezza lo status di album commerciale pieno di ballad e momenti di grande godimento radiofonico. L’indice di gradimento cresce quando non si assomiglia troppo agli U2 (“Time”, “I’m Still Here” e “Tonight”), scende quando ci si avvicina in maniera esagerata (la debole title-track). “Makin A Circle” è senz’altro uno di quei momenti di ostinata dolcezza che piace ad un pubblico mediamente molto esteso, e nel disco rappresenta uno dei momenti più alti.
Colours In The Sky non è un gran disco, ma non è neppure drammaticamente brutto come si potrebbe presupporre. E’ troppo derivativo, in tutto, dai titoli dei pezzi al songwriting, ma si può senz’altro godere ed apprezzare quando non si cerca qualcosa di esageratamente complesso. Banale ma godibile, insomma.

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