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facciata Nequaquam

TRACKLIST

Incipit
Precipices
L’Entropico Squallore
To the Center (of the Earth, of the Hearth)
Nequaquam
Orfeo, Banfi Lino-lillà
All this World
Nada Rosso Sangre alla Sera
What hides (or Skyes)

Durata: 25’37”

Tutte le voci e strumenti a cura di Coucou Sélavy

Genere: Teatro/Avantgarde
Redattore: Claudio Milano

Il fratellino piccolo (è in India!) qui, di fronte al tramonto sul prato di garofani.”
(A. Rimbaud)

Coucou Sèlavy è attore, ricercatore vocale, compositore, poeta, drammaturgo (in chiave unicamente teatrale lo pseudonimo fa riferimento anche all’attrice e cantante Silvia Pegah Scaglione).
Invocazione, cercata come in un rito, fatto di fantasmi, morti e resurrezioni, decorticazioni. Farsi tutt’uno col tutto, ridurre il momento a una vita e la vita a un momento. Poesia che diventa immagine, scenario e declamazione teatrale che reclama, anche, il cinema, quello delle prime avanguardie del ‘900. Ma non è in oggetto il parlar di un disco? No. Null’affatto. E’ in oggetto il parlar di vita, quella che abbandona il senso del dovere, per diventare “essere”, sempre, indistintamente. Non è possibile parlare di un “solo” lavoro dell’artista (e in questo caso caso il termine ha un significato “antico”, mitteleuropeo, di chi favorisce nuovi linguaggi a bocche stanche di proferire stessi verbi), perché in contemporanea c’è un intero mondo che si muove appreso ad esso e che tra le tracce di un disco non compare, non dichiaratamente. E’ presente solo per chi ne segue le tracce con costanza. Un canale Youtube in continuo aggiornamento: https://www.youtube.com/channel/UCNniEM3lfIDZnH8_pEgAdsA , una pagina Facebook che diviene diario su cui appuntare intuizioni, incontri, maledizioni, giochi: https://www.facebook.com/silvia.francesco.coucou?fref=ts .

Al centro della poetica è la voce, intesa come strumento d’indagine e manifestazione. In questa Voce, ci sono tutte le voci che l’Europa ha generato dal Barocco almeno, ad oggi. Numi tutelari che a citarli tutti si diventa ridicoli, ma tant’è che son morti nella memoria collettiva, che almeno riportare il fatto che “son stati”, diviene cosa che se a muover qualche interesse, male non farebbe. Chaliapine, ad esempio, “ a cui nessun cantante d’opera piaceva; che preferiva applaudire gli attori russi, che li invidiava quando, con la loro voce, imitavano ed evocavano i colori e gli accenti del contadino, del principe, del soldato, del mendicante, del frate sfratato o del mistico ortodosso, mentre lui, in quanto cantante, era condannato a restare prigioniero di quelle vocali tutte oscurate, omogeneizzate, indifferenziate.” (cit. Matteo Marazzi); Artaud; il primo Carmelo Bene; l’implosione progressiva di Leo De Berardinis. Ma anche Johnny Cash, Leo Ferré, Richard Benson, i caratteristi del cinema, dell’avanspettacolo che fu e i doppiatori, il polimorfismo vocale di Sopor Aeternus e Mario Panciera (Devil Doll), qui imbevuto in ambienti e riverberi ora enormi, ora secchissimi, ma davvero, la lista sarebbe infinita, d’altari (mai tabernacoli, qui non c’è nulla che dia la sensazione di “permanenza”, neanche negli amori, neanche nel ricordo della propria storia personale), come di gente da buttare giù da una torre. In questa Voce, l’ossessione per la ricerca di rotondità nei gravi, si sposa a falsettoni rinforzati d’una eleganza senza pari, medi, mai, spinti, a cercare un lirico “cantar moderno” che celebra l’acuto, ma piuttosto un’antica idea di esprimer suono che cercava emozione e non era figlia della ricerca di un’accordatura di quattro muscoli (queste benedette/maledette) corde vocali, che si fan corpo integro e teso (ma nella lirica la tensione non è abominio? Forse, ma qui c’è teatro, quello che vive anche su un marciapiede), a caccia di stelle da accendere e spengere una a una e non “esibizione circense”. Eppure la tecnica c’è e stupore genera, continuo, persino fino al paradosso assoluto, ma è quello stupore che nasce dalla poesia, dalla percezione di una unicità. Sporcature di una cattiveria senza pari (si è oltre screaming e growling, pur presenti), perché il livello, acido, d’emissione, è tale e tanto, da puzzare d’assenzio, sigari, narghilé, oppio, comunicare un senso di profonda malattia, dell’anima. Pustole purulente a margini di corde invece (si spera) intatte, che non risparmiano urlo e carezza, quando si librano a cercare “il fratellino d’India” del citato (e amato) Rimbaud, come a creare vortici di fantasmi, che rendono la vita, un set dove tutto può accadere e mai nulla cambia, né può cambiare. Un senso di decadentismo che non si astiene in alcun modo all’esser lirismo puro, elegiaco. Apparizioni e assenze, dissolvenze, persistenti bui in sala e la percezione di una volatilità del male, improvvisa, come dopo una boccata di cloroformio, o un’iniezione di morfina a rendere il dolore un puntino sempre più distante, fino al bianco di uno schermo nudo e crudo, che diviene consolazione, ultima e definitiva. Ma c’è anche tanta ironia, del tutto estranea a spauracchi “dark”, gotici, espressionisti, esistenzialisti. Un’ironia che a volte va a pescare in una cultura così trash da rendere la narrazione irresistibile. Quello che qui si coglie è LA vita, non quello che vorrebbe, o “dovrebbe” essere. Si, è vero, non c’è la canzone che gira per radio e neanche quella che è andata a generarla su spoglie chiamate più nobili, pur non essendoci neanche dissonanza, destrutturazione, urgenza di far parte del field: “Ciao! Io sono l’avanguardia-spauracchio è ho la faccia che tutti i Festival del Mondo e The Wire mi chiedono d’avere”. Le strutture che definiscono i brani sono mutevoli, non cercano una “definizione”, non la vogliono e non se ne trova da darne, se non Teatro/Musica/Poesia, che siamoci onesti, sarà mica una definizione!

Dura poco più di 25 minuti, ma la tale densità del percorso è tale da parlare di CD e non EP. Nequaquam Voodoo Wake”. Il viatico: da i due movimenti, uno dei quali, Precipices, primo singolo estratto, che introducono all’opera, ambedue sospesi tra citazioni neoclassiche ed elettronica deviata e più semplicemente “sospesi” come etere, carichi di bagliori e voci che come tante parti del sé raccontano di ciò che si è stati e forse si sarà, si giunge a L’Entropico Squallore, primo episodio dove la cupezza diviene necessaria quanto respirare, quando d’aria inizia a scarseggiarne. La voce, prima profonda e progressivamente articolata su più piani e registri emotivi e d’appartenenza di range, si presenta talmente a fior di lacrime da favorire l’immagine di un’anima strappata a brandelli e donata a chi ascolta. To the Center (of the Earth, of the Heart) è sarabanda di ritmiche cerimoniali poggiate su un organo chiesastico, fiati elettrici, chitarre sintetiche, voci che più che avvicinarsi al Vocal Frei, vanno a raschiare il barile di una cassa di whisky abbandonata da Tom Waits, per ergersi solenni ad altezzosità da controtenore con risonanze chiare da mezzosoprano ed incepparsi in un ossessivo, reiterato, distorto declamare in ritmo dispari. Su una struttura minimale, fatta di chitarra, basso e pianoforte, in Nequaquam le voci, disegnano, su poche sillabe, un canovaccio di suoni che esplorano l’intero mondo possibile di emissioni, a partire da cavernosità abissali, acidità stregonesche, sovracuti che scomodano i grandi soprani dei primi del ‘900, timbriche che sposano il Medio Oriente. Un graffiare organi, muscoli e nervi, riportando Roma (qui nasce Coucou Sèlavy) alle fiamme e privandola dell’acqua che l’han resa “caput mundi”. L’orgia vocale si fa ancora più estrema, stregonesca, in Orfeo, Banfi, Lino-lillà, agitata da monsoni di scariche elettriche e un ossessivo incidere dark wave, che si stempera in un inciso fantastico, dove le ritmiche sembrano un gioco di battito di mani a due persone; la melodia diviene canto folk senza tempo, sublime il bridge, il finale deraglia in un cameo Kosmische Musik. Uno di quei pezzi che scaraventano avanti ad oggi e molto, molto più in là, le poetiche di Bauhaus e Virgin Prunes, senza avere necessità di produzioni importanti di chi ha mezzi ma meno sostanza (Zola Jesus, Pharmakon). Ritorna un po’ di pace nello splendido folk di All This World, apocalittico, direbbe qualcuno, se certo David Tibet e i Black Sun Productions, fossero calati direttamente in una rupe, tra effluvi magmatici e baluginio di farfalle tropicali. Ancora furore in Nada Rosso Sangre alla Sera e conclusione con ritmiche EBM, che si raffreddano in un drone mesmerico, nella conclusiva What hides (or Skyes). Nella dimora dei fantasmi, non poteva mancare una ghost track, che ironicamente è 24.000 Baci, certo, proprio quella. Un’ironico rimando a quel “Cara o Che?”, disco dello scorso anno, dove rilettura dei brani è pretesto per re-invenzione assoluta (leggere, scomposizione, ri-composizione e definizione ultima), capacità di giocare con icone, mode e modi, piegando l’intero mondo alla propria estetica, senza “se e ma”, con stile, irriverenza, passionalità abrasiva.

Non è questo, disco di cui si può “parlare”. Non è questo, artista, o meglio, genio, perché davvero “a tutto alieno, dentro il suo tempo e in un posto di cui un giorno (forse), sapremo raccontare”, di cui si deve “parlare”. Soprattutto, non è uno scribaccino di bassa leva, in assenza di poesia e talentuosità artistiche come il sottoscritto, il più indicato a farlo e questo scritto non vuole essere in alcun modo “critica”, solo una “personale introduzione”. Fosse nata da chi, tra i grandi indagatori della musica del proprio tempo, come nell’800, ma anche banalmente, tra gli ultimi critici degni di questo nome del ‘900 (un nome “a caso”, Luigi Pestalozza), che davvero conoscevano tutto quanto prodotto (ammesso oggi sia possibile farlo…) e la materia musicale nella sostanza sua più profonda, forse queste parole avrebbero un senso. Proviamo dunque a darglielo assieme, uno che sia. Non ci sarà oltremodo alcun voto. Questa musica, questo percorso, che non hanno pretese di vendita (30 copie stampate del CD), che vorrebbero rivolgersi a tutti quanti disposti ad accoglierli, ma DEVONO starsene, loro malgrado in un angolo, richiedono una cosa sola: essere VISTI, ASCOLTATI, LETTI.

Signori, a voi, Coucou Sélavy:
“Quando rientro in case che dicono non essere le mie
Altro che aspettare
Pietrificato, ibernato per stagioni a venire, immobili gli epicentri, eppure ai margini,
tutt’attorno e dentro è un agitarsi come di insetti attorno alla luce
E quegli insetti a soffiare ancora stelle, alberi, vie
Che ci aspettano nelle case che abitammo”

(da “Case”)

Link:
Orfeo, Banfi Lino-lillà:

Più baccano faccia il temporale (da Céline su Boccherini):

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Recensione di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Owl Records
GENERE: Avantgarde

TRACKLIST:
1. Frammenti di Myrta I
2. Blossom on the Three
3. Milioni di Lune
4. Nero
5. Moondust
6. Vuoti
7. Ka’s Mantra – Maha Mrtyunjaya
8. Derriére Le Miroir
9. Deserti
10. Black Lotus
11. Elegia
12. Il Tagliatore di Luce
13. Lunalba
14. Song to the Siren
15. Frammenti di Myrta II

Voto: 8

La poesia della ricerca, la poesia nella ricerca, sonora e interiore.
Paola Tagliaferro è la nostra sirena dell’avanguardia “morbida”. Riesce a trovare tra questi solchi il migliore slancio creativo di Amelia Cuni ma in una dimensione assolutamente propria, guidata dalla direzione che Max Marchini riesce a imprimere al suono come il più nobile dei sound painters.
Questo album sorprende immediatamente per la capacità di raccontare con leggerezza e profondità, un disco lunare che ha la magia dei primi King Crimson e dei Popol Vuh di Hosianna Mantra, la contemporaneità del suono e il minimalismo reiterato e colto dell’ultimo Kate Bush, ma si tratta solo di referenze che oscillano nella mente di chi ascolta e scrive, come richiami lontani e nebbiosi, perché quello che qui alberga chiaramente è l’assoluta originalità con la quale la materia sonora e narrativa accarezzano dolcemente, come in un sogno senza tempo. Gli strumenti disseminano in polvere d’oro, scenari ampi e rarefatti con superba cognizione di causa. Su tutti il trombone di Angelo Contini capace di graffiare dolcemente increspando la superficie del suono, come spuma di onde e le chitarre di Max Marchini (anche a un fascinoso piano acustico) che lavorano su frequenze acute cullando dolcemente come nel migliore carillon del dolore dei Velvet Underground.
Quando la chitarra diviene elettrica trova invece un terreno fertile nelle avanguardie che dagli anni ’70 sono arrivate ad oggi fresche e vitali, da Fripp a Trey Gunn alla infinite guitar di Michael Brook, al biglietto per il più dolce dei viaggi che sa regalarci Jonsi dei Sigur Ros. Marchini è responsabile dell’intero progetto sonoro che cura come in un dipinto sfuggente al limite delle possibilità percettive. Un mix misterioso, intenso oltre che originale.
La voce da contralto leggero di Paola che sa spingersi su frequenze da mezzosprano come nella bella Vuoti, avvicina il canto più colto e dolce di Alice (Carla Bissi), quella di God is my DJ, giusto per intenderci. Moondust è un autentico gioiello, senza luogo e tempo, così sospesa tra latitudini ora a oriente e immediatamente dopo a occidente.
Il linguaggio misterioso di Ka’s Mantra – Maha Mrtyunjaya, incontra il suono microtonale della tamboura sostenuto da un trombone profondissimo e i suono delle percussioni, mentre soundscapes usciti da una radio smarrita ci raccontano di popoli lontani. Una forma di misticismo contemporaneo che niente ha a che vedere con la new age, perchè questo mantra sa essere profondo quanto inquieto alle orecchie di chi non sa avvicinarlo con uno spirito libero da condizionamenti temporali.
Derrière Le Miroir è il capolavoro del disco tra nenie dolcissime e un pianoforte scordato che evoca le avanguardie classiche più atonali.
Splendidi gli intrecci vocali di Elegia, con chitarre rovesciate a fornire colore e un testo bellissimo.
I paesaggi di Kim Ki Duk nella bellissima ghost track, La Casa del Tantra, dove la magia della voce di Paola e la rarefazione contemplativa delle liriche e degli arrangiamenti (da segnalare qui le meravigliose ritmiche) raggiungono il loro apice.
Da segnalare la partecipazione al missaggio del regista d’avanguardia Francesco Paolo Paladino.
Ulteriore cameo come la più dolce delle benedizioni, la partecipazione di Peter Sinfield, che scrive le liriche visionarie di Blossom on the Three e le declama con intensità. Un disco da bere in un sorso perché acquista valore nell’idea di concept che l’accompagna dal primo all’ultimo secondo come in una dichiarazione d’amore per chi andrà ad ascoltarlo. Un dono.

Il segreto degli alchimisti è racchiuso tra queste 15 + 1 tracce, lasciarselo sfuggire è scegliere di continuare a compiacersi di navigare sulla nave dei folli…

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Avant, space rock

TRACKLIST:
1. 7th Moon of Mars
2. Emerson Laura Palmer
3. Everything is Smiling From The Ceiling
4. Help Me Grampa
5. La Corsa del Lupo
6. Sargasso Sea
7. Mr. Sandman
8. Harmonium
9. Anguane

I numi tutelari di questo quintetto padovano sono senz’altro i Jennifer Gentle: Marco Fasolo, presente sia in regia che in fase di arrangiamento, è in effetti parte integrante di questo progetto che, giunto al secondo disco, segna in maniera indelebile la discografia italiana con un’uscita di grandissimo rilievo.
Le atmosfere sono dark, scure, soffuse, non brilla molta luce ma le ombre proiettano comunque immagini caleidoscopiche di grande varietà, dando vita ad un universo psichedelico di indubbio valore estetico. I contenuti sono originali, ricordando vagamente primi Pink Floyd, Yellow Swans e Birchville Cat Motel. Drone e avant-garde sono tra gli ingredienti più abbondantemente disseminati lungo tutti i nove brani, dal folk ultrapsichedelico di “Everything Is Smiling From The Ceiling” alla chiusura lenta e trascinata che strizza l’occhio a Burning Star Core e Hair Police (la title-track “Anguane”). Rispetto all’ottimo Yawling Night Songs la crescita è evidente, una rilettura senz’altro più originale di certo space rock à-la Motorpsycho, anche se le vere sorprese sono le lente e quasi militari “Harmonium” e Sargasso Sea”, che non risparmiano capatine in un genere che sta diventando piuttosto di moda nell’ambiente indie: il glitch di “La Corsa del Lupo”.

Il disco è vario, complesso, non manca di trascinare l’ascoltatore per i sentieri impervi dell’ambient e del drone, del post-rock e dello space. L’eccessiva presenza di diversi linguaggi è straordinariamente declinata in nove brani perfetti dalla prima all’ultima nota, come poche altre band, soprattutto in un panorama vuoto come quello nordestino, riescono a fare negli ultimi anni. Il viaggio personale di questa realtà onirica e ancestrale che sono gli Slumberwood non può che attestare il raggiungimento di un livello di maturità incredibile per la discografia italiana.

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ETICHETTA: RareNoise
GENERE: Fusion, elettronica

TRACKLIST
(cd1)
1. Pharaoh’s Dance
2. Bitches Brew
3. John McLaughlin
4. Miles Runs The Voodoo Down
5. Spanish Key
6. Sanctuary
(cd2) – remix delle sei tracce

Bob Belden, Tim Hagans, Scott Kinsey, Matt Garrison e Guy Licata. Cinque nomi che significano molto in questa scena. Cinque nomi che difficilmente possono deludere, visto di chi stiamo parlando. Agemo è un disco poliedrico, graffiante, che spurga qualità nel suo continuo variare (il titolo richiama il dio Vodun della trasformazione), mutando registro nonostante la sua anima per natura poco originale, essendo una rilettura di un lavoro già fatto. Fusion, psichedelia, ostinate atmosfere trip-hop, elettronica che palpita tra fiati e scintille techno-ballabili. Musicalmente ottimo, compositivamente eccelso e maturo, non può mancare di stupire neanche nel secondo disco di remix, accuratissime riconsiderazioni dei sei pezzi che gracchiano senza difficoltà tutta l’impavida emozione della devastazione digitale. Avvince il tentativo di autoredarguirsi continuamente, cercando di sperimentare oltre il semplice rifacimento. La precisione come termine di paragone per continuare ad analizzare il progressivo miglioramento del prodotto all’interno dei suoi sei pezzi, di cui il migliore è senz’altro la combo “John McLaughlin” e “Miles Runs the Voodoo Down”.
Per patiti, ma vista l’esperienza molto profonda d’ascolto che garantisce lo consigliamo caldamente a chiunque abbia un minimo di esperienza musicale. Candido e particolare, a suo modo spettacolare.

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Elettronica, avantgarde

TRACKLIST:
1. Another World
2. C12H17N204P
3. Free Tibet
4. Il Primo Volo Parte I
5. Il Primo Volo Parte II
6. Sinfonia (Preludio)
7. Sinfonia (Elettronica Contemporanea)
8. Hermes
9. Trismegisto
10. Musicogeny

Spettro visibile od udibile? Si direbbe quasi che tutta la cultura degli ultimi trent’anni in fatto di musica elettronica sia contenuta in questo lavoro di un duo (all’anagrafe Beltramini e Zattera), i Cyber Society, che se ne esce con un prodotto di grande qualità, la cui levatura scalfisce involontariamente tutti i dischi italiani più importanti nel genere per accostarsi a loro. Per scoprire tutto questo basta un ascolto, per abbeverare la propria mente di un miscuglio eterogeneo ma perfettamente congeniato di elettronica d’avanguardia, jazz, breakbeat, electrofunk, percussionistica tribaleggiante e schizzi classico-orchestrali. Solo dieci i brani, molti di più gli ingredienti che contengono. Vacillando tra distensioni quasi prog (“Sinfonia”) e rimbombi acid jazz (“Trismegisto”), ci si colloca agilmente negli spazi ancora liberi dell’avanguardia italiana, evitando tutta la fuffa dark resuscitata negli ultimi anni per proporre un vero e proprio manifesto di “elettronica contemporanea”, grazie ad una genialità nella composizione che stupisce da “Another World”, brillante quanto tetra introduzione (ma degna di questo titolo), fino al neo-ambient di “Musicogeny”, elemento che scorrazza lungo tutto il disco rendendolo variopinto anche grazie ad un range di suoni vastissimo che non risparmia i campionamenti al di là degli strumenti suonati, che comunque esistono e fanno un gran lavoro, fiati compresi. Schizofrenia puramente ambient è reperibile in “Free Tibet”, mentre con “Hermes” si emigra nella troposfera dei Portishead.
Poco spazio a qualche comunque scintillante momento danzereccio, mentre Aphex Twin e Four Tet insieme ad Amon Tobin brindano ad una nuova band ben contaminata dalla loro nevrastenia.

Uno dei migliori, se non il migliore, dischi di elettronica dell’ultimo decennio. Immancabile nella collezione di tutti gli elettronicofili.

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