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Archive for the ‘GENERE: New Wave’ Category

ETICHETTA: Produzioni Dada
GENERE: Pop rock, new wave

TRACKLIST:
1. Enemy
2. I Hate You
3. Love Is A Warmgun
4. I Can’t Stay
5. My Doll
6. Teen Attitude
7. Wake Up
8. Ghost Town
9. Change
10. Without You

La scena gardesana non sfiorisce: gli Speedliner, da Desenzano, nati appena un anno fa, arrivano al primo full-length senza passare dal via, prodotti direttamente da Fausto Zanardelli, in arte Edipo. La pulizia del sound che lui sempre ricerca si riverbera quindi anche nel disco di questi ragazzi, che non sembrano certo dei neofiti vista la raffinatezza di alcuni arrangiamenti.
New-wave e synth-pop tra le chiavi di lettura più semplici da carpire, mentre si scende in sentieri più determinati dall’introspezione indie rock, sporcandosi di The Bravery e parzialmente dei nuovi Band of Horses.
Non stupisce la presenza di filtri depechemodiani più o meno diffusi, laddove l’ispirazione prima di questo mondo oscuro, quasi dark, è proprio il cantato di Dave Gahan. Non ci si abbandona a particolari momenti di riflessione, certo, ma i contenuti sono validi, soprattutto dal punto di vista musicale e letterario: contestualmente, si sceglie la critica della società per fare un viaggio all’interno del mondo di tutti i giorni, dei rapporti interpersonali e del quotidiano. Le formulazioni più evidenti sono quelle del pop-rock, manifestazioni evidenti di una scelta di ricerca dell’orecchiabilità, anche nelle scelte lessicali.

In sostanza, un disco semplice, che non aggiunge niente di nuovo alla nostra scena, né tantomeno al suo riferimento più esplicito: quello indie dalle venature dark, se vogliamo post-punk. Gli Speedliner possono senz’altro personalizzare ulteriormente la loro produzione, e le venature più caratteristiche che si riscontrano in momenti come “My Doll”, “Teen Attitude” e “Change” senz’altro lasciano ben sperare. Li rivaluteremo a tempo debito.

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ETICHETTA: Smoking Kills
GENERE: New Wave, Post-Punk

TRACKLIST:
1. Intro Leviatano
2. RUV
3. Zion
4. L’Incredibile
5. Nudo
6. Il Cattivo
7. Martin Eden
8. Sciamenna
9. Luminoso & Nero

Sono gli Yut o sono i Litfiba che non riuscendo più a proporre canzoni di una certa rivelanza provano a tornare reincarnandosi in altri corpi?
Sostanzialmente questa formazione si occupa di dare sfogo ad una tradizione new wave che sembra quasi uno stato d’animo, o d’essere, della musica italiana, una sorta di modo di interpretare la musica che dal 1980 ad oggi si è sempre ripresentato con una costanza che nessun altro genere ha saputo avere. E’ per questo che spesso la critica non elogia questo tipo di band, perché innestate in un tipo di revival che non porta più da nessuna parte: è il caso degli Yut, ovviamente, che propongono quel post-punk trito e ritrito di cui molti hanno le scatole piene. Qual è il bello? Che a noi il disco è piaciuto. E ora vi diremo perché.
Yut!, ma con il punto esclamativo, è un album ben forgiato, creato sui presupposti dell’esistenza di una scena che ancora si disseti all’abbeveratoio della Toscana che fu culla del genere (Diaframma e Litfiba, da lì, ma andando verso nord anche i Frigidaire Tango), che sprigiona un’energia post dark di notevole impatto, sollevato, nei risultati, da alcuni accenni di punk più puro e di funk rivisto in chiave new wave, elemento di sicuro interesse perché dimenticato da questo stuolo di “imitatori del non ritorno” che comunque continuano a battere sempre sugli stessi punti. E’ vero che anche gli Yut lo fanno, ma con un modo diverso di interpretare la new wave: se vogliamo, più personale, come sentiamo in “Luminoso & Nero”, “Zion” e “RUV”, brani che negli anni ottanta avrebbero avuto un peso, possibilmente, ancora maggiore.
Diciamolo senza troppi peli sulla lingua: se non sapessero suonare, se non avessero una così buona produzione e se non ci fossero quei piccoli fronzoli funk punk non saremo arrivati alla fine del secondo ascolto. Che dire, un disco che piacerà ai fissati, non piacerà alla critica più dura, ma che è piaciuto, in parte, a noi.
Ora però chi me la fa passare la voglia di tirare fuori i vecchi dischi con Miro Sassolini?

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ETICHETTA: bE Records
GENERE: Pop Rock, New wave

TRACKLIST:
1. Non Sogno L’Estate
2. La Malattia
3. Limiti Privati Accantonati
4. Funzioni Vitali
5. Lunedì
6. Lentormento (lento-tormento)

La forma canzone, o meglio il prototipo di canzone, che presenta questo disco è una rielaborazione new wave fatta da Andy dei Bluvertigo che incontra i Depeche Mode sulla via di Damasco con i New Order nelle orecchie. E un filo di De André, giusto per le pittoresche venature cantautorali che filtrano tra i pochi lampi di luce che abbagliano dalle fronde di questa fitta boscaglia eighties.

No, per favore, non mischiamo troppo gli ingredienti. Giovanni Marton dimostra, con questo EP, una consapevolezza a livello compositivo che stupirà chiunque non lo abbia mai sentito nominare, così come si tende a schernire l’emergente che se la tira. Ma Marton non è una primadonna, non è un emergente, e forse non è neppure un musicista: limitiamoci a chiamarlo artista, la parola che forse vuole più sentire riferita a sé stesso.
Sarebbe riduttivo accostarlo a personaggi del pop italiano che già sono stati tirati in ballo per descriverlo, e noi parleremo solo di “decadenza”, una tematica che viene profondamente e largamente tributata da queste liriche, nonché sviscerata ed analizzata con la vista di un post-bohemién che solo negli ultimi anni può aver trovato il giusto contesto sociopolitico per questo “male” che cova dentro. Il “lentormento”, titolo di un ottimo brano in cui l’organo Hammond regge il passo a ritmiche molto sostenute a livello di intensità e progressivo ammorbidimento del vocabolario utilizzato, sottilmente elaborato fin dalle prime battute per calibrare ogni singola parola, le scudisciate che vengono inferte all’ascoltatore quando si sente parlare di “limiti privati accantonati”, “funzioni vitali” di Bluvertighiana memoria e i vaghi disagi di una persona che evidentemente nella musica trova il giusto metro di espressione.

Musicalmente, bisogna ammetterlo, qualcosa non funziona. La new wave è dosata in maniera perfetta, non è mai troppa né troppo poca, ma in alcuni momenti sembra mancare un elemento che funga da collante, o da schiarisci-idee per un eventuale subdolo sputasentenze che volesse, semmai, capire di cosa parlano le canzoni associando note e parole. Perché il senso di questo genere dovrebbe essere quello.
La bilancia alla fine protende verso la sufficienza: ottimi i testi, a livello espressivo e letterario; buona la musica, o se non altro l’apporto di strumenti inconsueti come il glockenspiel e le percussioni ricavate da qualsiasi cosa abbia un minimo di suono “percussivo” (shaker, una Olivetti Lexikon 80, nacchere, ecc.). Quando lo ascoltate, però, ponete attenzione: se non posizionerete in maniera corretta gli accenti sui contenuti di questo disco, vi troverete le mani una vuota rappresentazione new wave di un disagio diffuso che hanno già espresso tutti, in ogni forma. Marton ha scelto una maniera poco personale per farlo, e forse ne pagherà le conseguenze. Ma a noi, dopotutto, l’EP è piaciuto.

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ETICHETTA: RareNoise Records
GENERE: Dark, new wave

TRACKLIST:
1. Hide and Seek
2. The Night Stays
3. God Is Right
4. Come Back
5. Idiot’s Waltz
6. The New Parade
7. I Am
8. We Took This Land
9. Strange Kind of Beauty
10. All Gone

Iniziando ad ascoltare dischi del genere l’impressione iniziale è sempre molto simile. Paura di doversi rompere le palle e dover ammettere che l’imitazione è il nuovo trend vincente per la musica italiana. Ma cosa stiamo dicendo? Questi sono gli Owls!
Effettivamente, una volta che la nebbia si dirada e rivela la vera identità di Bernocchi, Esposito e Wakeford, possiamo ammirare in tutto il suo splendore un miracoloso, se non imprescindibile, miscuglio di new wave, dark e trip-hop come pochissimi in Italia stanno avendo il coraggio (e le capacità) di fare. Eleganza, raffinatezza e una buia vena che sia veramente dark, e non solo per stereotipi, che tra Smith e Curtis pone paletti che ci ricordano perfino dei Portishead di Dummy, con un dolce pulsare elettronico che comunque si soffoca spesso nei cupi deliri à-la-Death In June; forse anche i meno conosciuti Der Blutharsch, per i contributi elettronici. Un dolce altalenare di emozioni che se non ricordano certe esperienze musicali gotiche (sarebbe bene che non lo facessero), ci riportano in mente gli anni ’80 dove era pop anche la new wave, ma senza esagerare. Esacerbazioni di sorta si possono sentire in alcuni inserti di chitarra che in alcune parti colorano benissimo l’ambiente, riproponendo atmosfere che ancora una volta rimandano ai Joy Division più elettrificati. E poi la risposta: penso gli piacciano i Dernière Volonté, se non sono sordo.

“Idiot’s Waltz”, “We Took This Land”, “Hide and Seek” e “I Am”, contengono i momenti più adatti a definire il sound, per capire di cosa stavamo parlando. Se poi volete approfondire la questione, la ricetta è questa: due buone birre, silenzio totale e volume a palla con due o tre riproduzioni complete di The Night Stays trattenendo il fiato. Un disco di cui ce n’era il bisogno, per far capire che la vera wave può vivere solo di rielaborazione, non di imitazione. In alto i calici per gli Owls.

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ETICHETTA: Fiction Records
GENERE: New Wave, Post-Punk, Indie rock

TRACKLIST:
1. Is Love
2. Strangers
3. Bigger Than Us
4. Peace & Quiet
5. Streetlights
6. Holy Ghost
7. Turn The Bells
8. The Power & The Glory
9. Bad Love
10. Come Down

RECENSIONE:
Quando si ascoltano dischi come questi la prima considerazione che arriva alla mente è: da quando fare successo vuol dire per forza aver imitato qualcosa che ha fatto successo prima? Forse nel mondo dell’arte e della cultura questa cosa è sempre stata in voga, quando c’erano artisti che copiavano i quadri di Picasso o di Van Gogh e li vendevano a prezzi stracciati guadagnando come o più dell’ideatore originale. Ma noi sappiamo che è comunque importante il valore dell’originalità, almeno in un’opera musicale, e quindi valuteremo questo disco in base a quello che in realtà contiene, cioè niente, o quasi.
Ritual arriva a un paio d’anni di distanza dal disco di debutto, che li ha consacrati al successo come band spalla di praticamente tutti (soprattutto nel tour degli stadi dei Coldplay), e come portavoce di un filone new wave revival di enorme successo, quello più commerciale che li ha visti addirittura includere in classifiche del decennio insieme a nomi come Arctic Monkeys, Editors, Interpol e Franz Ferdinand che, se permettete, hanno una levatura molto maggiore.
Perché effettivamente Ritual non è un brutto disco, e non lo sono neanche i nuovi degli Interpol. La delusione sta nel fatto che imitare band che già imitavano i grandi della new wave anni ’80, gli antesignani di un genere che mai si sarebbe pensato avrebbe prodotto una così incredibile serie di emuli e beceri scopiazzatori trent’anni dopo. Eppure è così, e i White Lies lo sanno bene, e con canzoni orecchiabili nonostante il loro mood iperdepresso, riescono a conquistare un pubblico esageratamente esteso ed entusiasta, grazie a refrains molto catchy (“Turn The Bells” su tutte), strutture semplici e ad effetto (“Street Lights”, “Bad Love”), e tanta tanta voglia di vendere di più, ove possibile. Senti la voce baritonale che è ancora più baritonale, levigata e resa vendibile, senti le melodie che sono ancora le stesse ma sono più radiofoniche (nel singolo “Bigger Than Us” in particolare), senti il groove di basso e batteria che incalza proprio nei momenti adatti a scatenare l’interesse dei “fanecchi” degli indie dj-set che stanno rovinando tutta la scena (intrugli di musica che sembrano essere preferiti ai concerti da alcune, permettetemi, categorie di persone che non mi permetto di definire perché mi scapperebbe, forse, qualche insulto di troppo). La produzione non è comunque delle migliori e per quanto ci si impegni a smussare gli angoli alcune imprecisioni di basso e voce rimangono, proprio come nei live. Per il resto, i brani sono comunque tutti sopra la sufficienza, se valutati con il metro dell’orecchiabilità, sottoterra se si volta pagina e si parla di originalità. Si perché essenzialmente, il disco è la replica del primo, con gli stessi punti di forza, e gli stessi punti deboli. Per questo non lo bolleremo in nessun altro modo che così: i revivalisti della new wave ci hanno rotto i coglioni, ma qualcosa nella loro musica ci continua a convincere nell’ascoltarli, come se in tutto quello che l’album contiene ci fossero anche delle sostanze psicotrope che ci impediscono di liberarci dalla loro dipendenza.
Ci si poteva, complessivamente, aspettare che questo titolo più che una dichiarazione d’intenti fosse un semplice titolo; invece Ritual è la definizione giusta per questo album, così rituale da risultare quasi liturgico, con quei coretti da stadio, i suoi cambi di tempo al punto giusto, quasi una fenomenologia di NME e altre riviste di settore (o di moda?).

E’ arrivata l’ora del metadone? O delle “grandi purghe” staliniane, ad hoc.

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Nettwerk Music Group ha reso disponibile dal 17 Gennaio un’edizione ristampata (ed estesa con alcune bonus track) dei primi tre dischi della formazione synth-pop di Liverpool. Gli album in questione sono 604, Light&Magic e Witchin Hour, dischi di cui vi proponiamo tre brevi recensioni, giusto per capire se vale la pena appropriarsi di questa ristampa.

LADYTRON – 604
Disco uscito nel 2001 per Emperor Records, rappresentò una svolta per la musica elettronica inglese. Non riuscendo a ricavarsi uno spazio nella storia del genere, ha comunque significato molto per chi ha considerato la rampante evoluzione del synth-pop che, soprattutto negli ambienti indie britannici, ha avuto una spaventosa attenzione mediatica. 604 è un disco quasi ambientale, che si abbandona ai suoi toni diffusi di synth adamantino per riportarci a quella tipica atmosfera eighties che piace tanto ai revivalisti del 2011 (e piaceva tanto anche dieci anni fa). Esempio perfetto è “Cska Sofia”, con quelle basi molto vintage che ricordano se non altro il panorama new wave degli anni ottanta, riferimento che vi servirà assolutamente per digerire un album come questo, orecchiabile ma senza la cadenza troppo pop dei Cure e dei Depeche Mode, a cui i Ladytron aggiungono tanto vocoder che canta testi di assoluta rilevanza progressivo-emozionale; se non che possano strappare qualche lacrima a qualcuno, almeno che gliela possano far immaginare. Un disco essenziale per i fan di questo filone musicale di grande successo.

LADYTRON – LIGHT & MAGIC
Con Light & Magic è bastato poco ai Ladytron: si è partito da dove avevano lasciato il (non-pop)pubblico con il disco precedente.
Stavolta i Cure sono diventati New Order, e i Depeche Mode si sono trasformati nei Kraftwerk, nei riferimenti che la band più o meno direttamente cita. “Evil” e “Cracked LCD” tra i brani più riusciti, che da soli bastano a fagocitare gran parte della new wave moderna che si basa solo sulla rielaborazione dei Joy Division, senza passare dal via. I Ladytron invece sanno il fatto loro e con quel piglio ballabile che campionatori e sequencer contribuiscono a formare, hanno dimostrato di saper crescere anche dove c’era poco di migliorare. Due brani in meno e sarebbe stata una chicca non da poco.

LADYTRON – WITCHIN HOUR
Tre anni dopo, stavolta importato in Italia dalla Sleeping Star di Roma, le due ragazze che compongono la formazione hanno pensato di sintetizzare anche un po’ di distorti, alimentando la foga chitarristica che prima, in gran parte dei brani, mancava, dando un’aria più rock e più europea alla band. Scompaiono le comparsate orientali (asiatiche) e appaiono quelle più britanniche, alcuni riff di synth quasi indie e chorus particolarmente radiofonici, a buon rendere. La melodicità dei ritornelli, come nello splendido estratto “Destroy Everything You Touch”, ne guadagna in maniera assolutamente produttiva e positiva. E poi aggiungeteci anche “International Dateline”. Niente di ineccepibile, forse leggermente inferiore ai primi due dischi, ma con tanto, tanto, da ascoltare ed apprezzare, ancora una volta per i fan del genere, ma con uno sguardo più ampio al mondo delle classifiche e della musica mainstream.

Le ristampe di Nettwerk contengono alcune bonus track e preziosi remix. Su tutti segnaliamo lo Snap Ant remix di Playgirl, riedizione contenuta nella ristampa di 404.
Potete leggere le tracklist dei tre dischi in versione ristampa a questo link. Premendo sui titoli sopra le minirecensioni, vedrete le copertine.

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ETICHETTA: Lo Scafandro
GENERE: New Wave

TRACKLIST:
1. Sea Of My Madness
2. Better Day
3. Grossa Sorpresa
4. Hello I Love You
5. Extraordinary Average
6. Popo Coca
7. Ugly
8. Windows Song
9. Wrong Song
10. Atomika Kakato

RECENSIONE:
Un postulato degli anni zero è senz’altro il seguente: il revival, se fatto bene, è una formula sempre vincente, valevole anche per le inarrestabili fughe di copie che di solito seguono all’esplosione di mode di questo tipo. E un’altra cosa è certa in maniera altrettanto palese: una moda, in questo senso, che ha trovato il momento migliore per rimanifestarsi e ritornare in vita, è proprio la new wave, in tutte le forme che può prendere (che non sono poi molte).
Gli Atomika Kakato, proprio come le decine di band anglosassoni che hanno deciso di diventare portabandiera di questa ondata di imitatori, si innestano in questo settore, vivido e vivace, che in maniera molto colorita sta spopolando anche in Italia, da quando band più evolute come i Trabant, i Thoc! o i Wora Wora Washington l’hanno fuso con del sano indie inglese nuova maniera che, guarda caso, deriva sempre da lì, dalla new wave anni ottanta. E gli Atomika Kakato lo sanno bene, solo che a popolare il loro universo fatto di tonalità cupe e dark inserite in un contesto in cui in realtà troviamo anche le ballad spensierate tipiche dell’indie movement di recente data, è anche l’immensità della scena new wave italiana. Tre nomi su tutti: Diaframma, Frigidaire Tango e Litfiba del primo disco. Per comporre le prime due tracce di questo disco (e per capirle), “Sea Of My Madness” e “Better Day” all’anagrafe, occorre assolutamente ascoltarsi i capolavori delle band appena citate, anche se la formula proposta dalla formazione è di per sé contaminata più direttamente dalle band che ultimamente hanno pensato di riproporla (o dalle versioni recenti delle stesse band, come l’ultimo dei Frigidaire Tango). Stravincono la lotteria degli strumenti più suonati e più importanti a livello melodico chitarra e sintetizzatore, presenti copiosamente in tutte le canzoni e sempre d’assoluto impatto e imprescindibile profondità nel forgiare melodie ed arpeggi funzionali alla causa new wave, come dimostra il trittico “Extraordinary Average”, “Popo Coca” e “Ugly”, con la seconda prima in questa classifica (e anche il brano in cui è più evidente la natura new wave della band). Riferimento, inafferrabile in quanto a qualità per queste canzoni, è la sigla XTC, direttamente da Swindon.
Ciò che stupisce è che un genere ormai impossibile da rimanipolare in maniera originale sia comunque proposto in una veste personale dove la mediocrità degli arrangiamenti e della voce è in realtà immediatamente e violentemente subissata da un songwriting molto sensibile alle dinamiche e alla semplicità dei cambi di tempo, che si aiuta anche con le linee vocali tipiche del genere (molto uso della variazione tra voce di testa e falsetto, sillabazione ben scandita, voce spezzata). Per questo gli Atomika Kakato vincono il premio di band new wave revival più “funzionante” di gennaio, anche perché non saranno gli unici ad averci pensato. Scherzi a parte, un bel disco che piacerà a tutti gli esperti e gli aficionados (ah oh!) del genere.

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