Feeds:
Articoli
Commenti

Posts contrassegnato dai tag ‘pop’

ETICHETTA: Dischi Soviet Studio
GENERE: Garage, indie rock

TRACKLIST:
Figlio Illegittimo di Kurt Cobain
Apridenti
Retromania
12 Giugno
Il Nostro Paese Diviso in Due
Dr. Lennon
La Partita di Calcetto Infrasettimanale
Tasche Piene
Smaltire tra le Scimmie
Aiutaci Matteo
Scheletri Nascosti

Il primo full-length dei padovani MiSaCheNevica giunge così, di nuovo, come l’ottimo primo EP, per Dischi Soviet Studio, a segnare una svolta nell’ormai immobile scena veneta. Rispetto alla prima produzione, Come Pecore in Mezzo ai Lupi cambia passo e si fregia di un incedere più nineties e di sonorità più taglienti, garage e, in generale, più sporche. Il baricentro si è spostato, evidentemente, dai testi alla confezione intesa come un tutt’uno di ciò che suonano i tre musicisti, non intendendo, con questo, che le liriche non siano di grande qualità. Le parole del frontman Walter Zanon sono, di nuovo, intrise di una vivace ironia, in grado di mettere alla berlina molti dei luoghi comuni delle attuali generazioni sempre troppo impegnate a riconoscere la superiorità di quelle passate, incapaci di astrarre dal particolare e di trovare nuovi percorsi da inseguire. Il risultato, testualmente parlando, è superbo, e cerca la decadenza con spirito costruttivo riuscendo a destrutturare molte delle banalità dette da molti musicisti italiani con una caparbietà nel perseguire un messaggio che rende impossibile non riceverlo (Il Nostro Paese Diviso in Due, Figlio Illegittimo di Kurt Cobain), non tralasciando neppure venature di appariscente critica sociale e attenzione a tematiche più “serie”, come ben nasconde una delle canzoni più riuscite del disco, La Partita di Calcio Infrasettimanale. La nuova direzione, sicuramente più congeniale ad una certa urgenza comunicativa che la band non cela mai, lascia a margine le pur sempre percettibili influenze più brit in salsa alternative di Suede, Belle & Sebastien e Manic Street Preachers, ripescando da Pavement e Wire linguaggi senz’altro più ruvidi, nell’approccio chitarristico, e marziali in quello ritmico. Il livello del songwriting è in linea con il passato, pertanto la qualità è assicurata.

C’è poco da aggiungere quando si ascolta un disco così ben concepito e realizzato. In Veneto la musica coi coglioni esiste ancora, basta solo saperla cercare e ascoltare. Sarà una delle uscite del 2013, perlomeno nell’Italia settentrionale.

Read Full Post »

ETICHETTA: Atlantic Records
GENERE: Rock, pop, shoegaze

TRACKLIST:
1. This Ladder Is Ours
2. Cholla
3. Tendons
4. Little Blimp
5. Bats
6. Silent Treatment
7. Maw Maw Song
8. Forest Serenade
9. The Leopard & The Lung
10.The Hurdle
11.The Turnaround

Voto 3/5

Io mi impegno a non partire prevenuto quando mi accorgo che una band passa da unʼ indipendente ad una major. Mi impegno anche stavolta, con sti Joy Formidable che avevano fatto un bel dischetto, e mi riferisco al primo, non al secondo che è uguale al primo con lʼ aggiunta di qualche brano ed in generale una ri-registrazione dei brani con una qualità migliore.
Mi impegno; e allora se questo The Walfʼs Law parte bene con This Ladder Is Ours e Cholla, brani che comunque ricalcano la formula già consolidata dei vecchi lavori, come succederà in Forest Serenade, The Leopard & The Lungs e in The Hurdle, subisce un calo arrivati a Tendons e Little Blimp dove appaiono dei suoni di chitarra tipo synth che non dicono nulla. In Bats si ritorna fedeli al vecchio corso, Maw Maw Song invece tenta di variare percorso, convincendomi del proverbio “mai lasciare la strada vecchia per la nuova”. Unico “esperimento” positivo lo si trova nellʼ acustica Silent Treatment. Chiude lʼopera lʼ agrodolce The Turnaround con tratti quasi epici nel ritornello, anche se la vera chiusura dellʼ opera è la crescente title track nascosta, singolo uscito lo scorso agosto per annunciare la futura uscita.
Il nuovo disco dei Joy Formidable quindi, non offre nulla di nuovo rispetto al passato e dove ci prova, non si ottiene il risultato sperato, con degli alti e bassi che si muovono per tutto lʼ album senza mostrare una direzione decisa. Questo dispiace perchè la band aveva fatto presagire che i presupposti per poter fare passi avanti cʼerano. In ogni caso ci si ritrova nelle mani un disco orecchiabile, dal linguaggio rock ma dal suono pop, che arriva ad un livello standard che andrà benissimo per le radio nei prossimi sei mesi e poi un saluto. E un vaffanculo anche alle major.

Read Full Post »

ETICHETTA: Moscow Lab
GENERE: Pop, funky

Canzoni per la Colazione, forse, vuol dire che nell’intento della band udinese fondata nel 2008, questo disco dev’essere semplice e di facile digestione. Se è così, ci sono riusciti. Forse, con uno sforzo interpretativo maggiore, potrebbero anche aver voluto produrre qualcosa di energetico e in grado di dare la carica, e pure in questo caso le sfumature funky intervengono a supportare le tesi. I FilmDaFuga, effettivamente, hanno prodotto una bella opera di pop, ballerino, semplice, ponderato e conciso. Niente complicazioni smisurate né fronzoli, solo strutture quanto più spoglie possibile che investono i pezzi di una funzione d’intrattenimento molto ben individuabile fin dall’inizio del disco, con la bella “Le Parole della Gente”. Solitamente i brani sono dritti, melodici e semplici, ma non particolarmente radiofonici (“Niente da Capire”), altri più commerciali (“E Poi Parlerò di Te”) ed è, in verità, udibile un certo tentativo di spostarsi verso territori che potrebbero apprezzare le giovani fans di band come Lost e Finley, band fortunatamente cadute nell’oblio mediatico. I FilmDaFuga, a differenza di formazioni di quel tipo, hanno una cultura musicale e una maturità compositiva di tutt’altro calibro, e si sente nella scrittura di brani leggermente più complessi della media del disco, ovvero “Sono Qui” e “Se Ci Penserai”, che pescano da linguaggi latini un diverso approccio percussionistico ai brani.
Tendenzialmente, ciò che manca a questo disco è la profondità dei testi, che rimangono sempre molto inespressivi, soprattutto a livello rimico e semantico, mentre ritmicamente le cadenze della voce battono bene formando più di qualche melodia memorabile. Il songwriting è senz’altro di buon livello e anche quando si tenta di fare pop si rimane ad un’alta capacità di arrangiamento e di scrittura. Fondendo pregi e difetti di questo disco emerge comunque un prodotto più che buono, distante dalla mediocrità di molti prodotti pop dell’ultimo periodo, costituendo inevitabilmente e piacevolmente un gradevole palliativo all’assenza di felicità di molta musica italiana.

Read Full Post »

ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Pop, folk, reggae

TRACKLIST:
Come Mi Guardi Tu
I Cacciatori
Bugiardo
La Mia Vita Senza Te
Alle Anime Perse
La Fine del Giorno (Canto n° 3)
La Via di Casa
Bene Che Sia
E Poi Si Canta
Il Nuovo Ordine
Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone

I Tre Allegri Ragazzi Morti sono ormai un pezzo imprescindibile della storia della musica italiana. Connessi in maniera inscindibile alla realtà discografica più importante della scena indipendente, ovvero La Tempesta Dischi, sono portavoce di un linguaggio e di un modo di fare musica che riesce a collegare pop, rock e linguaggi radicalmente rivoluzionari in maniera comunque radiofonica ed immediata. Lo stile dei testi di Toffolo, noto anche come fumettista, si ripercuote da sempre sull’immaginario della band, portando le sue liriche ad un livello superiore, quasi come fossero disegni, schizzi di colore, dipinti. E’ stato cantato molte volte con essi l’amore, in termini a volte bambineschi a volte tragici, palesando comunque uno spirito adolescenziale che, nonostante gli anni dei componenti, non si è mai sopito, e facendo leva anche sulla vocazione comunicativa di un progetto che comunque trova nelle sue origini punk una sorta di senso sotterraneo di rivoluzione e di ribellione. Nel Giardino dei Fantasmi è il gradino ultimo di una scala che li porta ad aver raggiunto il modo perfetto di parlare di questo sentimento interno di sollevazione, appropriatisi concretamente di un linguaggio semplice ma che può trasmettere, sia ai giovani che ai meno giovani, l’idea che la musica possa anche avere un messaggio esortativo in grado di sobillare ed innalzare l’animo di una persona, spingendola a fare qualcosa per cambiare la situazione. I “fantasmi” contenuti in questo disco prendono la forma di persone defunte, di persone che non sono riuscite a realizzare il proprio sogno, che si sono smarrite. Un tragitto di evocazione, preghiera ed invocazione permea le undici tracce. Il tutto, dal punto di vista musicale, è realizzato strizzando l’occhio alle nuove contaminazioni che nella scena italiana stanno penetrando in maniera solida nell’impianto strutturale di molte delle storiche band nostrane, TARM inclusi: ecco quindi stabilizzate le influenze reggae, introiettate a dovere dopo lo shock dato dal repentino cambio di linguaggio avuto in Primitivi del Futuro, onnipresenti anche qui, fuse con una sorta di collezione di incursioni etniche, funk, blues, soul, guardando quindi più fuori che dentro il nostro panorama. E’ uno solo, difatti, il brano che ci può ricordare da dove derivano i Tre Allegri Ragazzi Morti più aggressivi e diretti, ovvero “La Via di Casa”, mentre si sfocia nella ballad melodica nella conclusiva “Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone”. Sono invece instant classic della loro discografia gli estratti che per primi sono stati dati in pasto al pubblico, ovvero “La Mia Vita Senza Te” e “La Fine del Giorno (Canto n° 3)”, fondamentali passaggi di un disco che riesce a raccontare con la semplicità di poche frasi, a mo’ di filastrocca, molto più di quanto le tonalità epiche e letterariamente dense di molti testi italiani degli ultimi anni riescano a fare. Necessario l’ascolto attento anche della cupa “Alle Anime Perse”, felicemente inscritta in un circolo di canzoni più tetre che da sempre fa capolino nelle tracklist dei dischi dei TARM, a tratteggiare un filo comune con l’estetica post-gotica e tetra dei disegni di Davide Toffolo.

Concludendo, i Tre Allegri Ragazzi Morti non hanno deluso le aspettative con un disco che ne attesta una maturità ormai raggiunta da tempo, che li costringe ad esplorare nuovi terreni per non ritrovarsi a ripetere cose già dette e già fatte. Che il risultato riesca ad emozionare non è cosa da poco, in un duemiladodici musicalmente vuoto dove i tentativi di dare allo snobismo della comunicazione hipster la palma di vera rappresentazione della musica italiana ha prodotto solo band passeggere infelicemente entrate e uscite nel cuore degli ascoltatori in una mezza stagione di intensi passaggi radio. La decennale carriera dei TARM ci ricorda che loro sono tra i pochi a non essere mai usciti dal cuore della gente, nonostante le evoluzioni, nonostante la semplicità della loro musica. Qualcosa vorrà dire.

Read Full Post »

Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Arecibo
GENERE: Pop

TRACKLIST:
Morire d’Amore
Nata Ieri
Orientamento
Eri con Me
Un Mondo a Parte
Come il Mare
Cambio Casa
Il Cielo
Sui Giardini del Mondo
Autunno Già
‘A Ccchiù Bella
Al Mattino

Voto: 5

14 anni di pausa con un disco di inediti sono molti, soprattutto se a seguire è un disco che non riesce a ripagare le attese. Fa bene ricordarlo, ma Alice, apparentemente scomparsa agli occhi del grande pubblico, a partire almeno dal 1986, oltre che con Franco Battiato, il cui sodalizio artistico è noto a tutti, ha avuto l’onore e il merito di collaborare negli anni successivi con alcuni dei più influenti musicisti d’avanguardia del mondo: Jerry Marotta eKudsi Erguner (Peter Gabriel), Phil Manzanera (Roxy Music), Tony Levin e Trey Gunn (King Crimson), Paolo Fresu, Steve Jansen, Richard Barbieri e Mick Karn (Japan), Dave Gregory degli XTC, John Hassell, Peter Hammill (Van Der Graaf Generator), Jakko Jakszyk (Level 42), Gavin Harrison (Porcupine Tree), Danny Thompson (Pentangle, Tim Buckley), Skye (Morcheeba), Tim Bowness (No-Man), Ben Coleman, la straordinaria arpa di Vincenzo Zitello e il violino di Stuart Gordon; il talento di autori quali Juri Camisasca; le riletture in musica di Pier Paolo Pasolini. Il tutto mostrandosi aperta alla collaborazione con chi ha valutato come talento di rilievo, nel caso delle fortunate interazioni con Bluvertigo e Soerba.

Annunciato in grande stile, Samsara è un album che raccoglie in sintesi le caratteristiche della carriera di Carla Bissi, in arte Alice, in un’ottica ambiziosa ma davvero troppo dispersiva e incoerente. Un album delicatamente pop che sfiora l’avanguardia cantautoriale nostrana più nobile ma anche più abusata. Un disco che non trova e forse non vuole trovare, una sua collocazione. Il tentativo è di quelli “importanti” si diceva, provare a proporre una canzone colta quanto fruibile, senza risultare elitari, oggi. La cosa riuscita in passato con un capolavoro assoluto, Il sole nella pioggia e in buona misura anche con episodi quali Capo NordAlicePark HotelMezzogiorno sulle AlpiCharade e le affascinanti incursioni nella musica colta dell’ampiamente sottovalutato Mélodie passagère, di God is my Dj e del progetto, tristemente mai pubblicato, Art & Decorationoltre che nelle riletture di Alice canta Battiato, Gioielli Rubati e Viaggio in Italia, qui non riesce se non occasionalmente. 12 Brani più una bonus track, ma è difficile, escludendo le splendide Un mondo a parte eAutunno Già a firma Di Martino, la notevole ‘a Cchiu bella di Totò e Giuni Russo, (in una versione ben più interessante nel live Lungo la Strada) e la sorprendente rilettura di Al Mattino dei Califfi, trovare episodi che in cui questa direzione siano conseguiti appieno. Non aiuta la produzione di Steve Jansen, esasperatamente levigata, quando non leziosa e con sonorità ormai davvero superate. Episodi come Morire d’amore, ispirato alla figura di Giovanna D’Arco e ancora a firma Di Martino, unico vero vincitore della scommessa di questo disco; Sui giardini del mondo della stessa Alice e Marco Pancaldi, ex Bluvertigo; l’inquieta Eri con me di Battiato e Sgalambro, sono di discreta levatura ma non convincono del tutto a causa di una scrittura dei testi a tratti appesantita o per una ricercata immediatezza melodica, in particolare negli incisi. Il Cielo, celebre brano di Lucio Dalla, se nelle versioni dal vivo è risultato brano emozionante, qui su disco non convince affatto. Se l’estensione e il fascino della voce appaiono immutati, non lo è invece il timbro dell’interprete che risulta nasalizzato e fastidioso quando ricerca potenza. Alice si muove con grazia tra i brani ma solo nelle versioni più scarne riesce a trovare perfetta aderenza, levità e grazia interpretativa che la maturità le ha donato, non caso i pezzi citati come i più riusciti sono quelli che trovano nell’essenzialità degli arrangiamenti la formula vincente. In tal senso è davvero imbarazzante il remix di Cambio casa, che tenta la carta dance su di un testo null’affatto immediato con un esito disastroso. La tanto rimarcata collaborazione con Tiziano Ferro in realtà non produce nulla di interessante se non l’incontro delle due voci in Nata Ieri, primo singolo dell’album, davvero rimarchevole solo per congruenze timbriche e che ci si aspetta possa avere un seguito con quel tipo di melodie di gran respiro a cui Ferro ci ha abituato e che qui latitano a favore di un ricercato fare intellettuale che spiace dirlo, proprio non gli compete.

Un’occasione sprecata e un grande dispiacere, soprattutto a considerazione del fatto che il precedente Exit, era stato un altro episodio altrettanto discutibile di una carriera che non vorremmo relegata solo ad un pur straordinario passato. Sarebbe davvero un peccato mortale.

Read Full Post »

ETICHETTA: Controrecords
GENERE: Cantautorato

TRACKLIST:
Venire al Mondo (Prima)
E’ Successo
La Lingua
Facciamo Pace
Quasi Quasi
English Soup
Uomo Bianco
La Via Lattea
Un Diritto Mio
Fuori di Me
Cambiare Musica
Venire al Mondo (Dopo)

In passato The Webzine trattò già l’ironia tagliente e pulsante di Paolo Rigotto, nel suo ottimo Corpi Celesti. E’ passato poco tempo e Uomo Bianco è un’altra eccezionale prova di humor crudo e poliedricità come volevamo sentire nuovamente. Da “Venire al Mondo”, nella versione (Prima), iniziale, e (Dopo), conclusiva, fino alle impegnate “Quasi a Quasi” e “E’ Successo”, brandelli di espressionismo e quotidianità si fondono per raccontare con pratico realismo la concretezza di alcuni problemi, sociali o politici, nei quali trova sempre il modo migliore di riversare su traccia quella mordacità quasi satirica che lo contraddistingue. Anche religione in “Un Diritto Mio”, mentre “Cambiare Musica” e “Fuori di Me” mostrano un po’ di più della concezione personale di Rigotto nel fare musica, senza mai dimenticarsi una certa soggettività delle liriche. Difficile etichettarlo, questo oceano di pop, rock, elettronica e testi che talvolta schizzano in una sorta di rappato d’oltreoceano, e ci piacerebbe, pertanto, definirlo con una frase di Paolo:

Sono bianco quindi con imbarazzo riconosco di essere io stesso l’Uomo Bianco

E’ così che si riporta questo disco a tutti noi, come fosse un manifesto di una civiltà corrotta e a suo modo caotica. Caotica come la musica di Rigotto, un pot-pourri di generi mescolati con così tanta attenzione e originalità che al ventesimo ascolto può ancora stupire. Siamo ancora qui ad ascoltarlo, chissà per quanto tempo ancora.

Read Full Post »

ETICHETTA: Killer Pool Records
GENERE: pop, rock, elettronica

TRACKLIST:
La Stabilità
Rondini
Settembre
Shooting Stars
Hiroshima
Suore
La Tempesta
Etica
Vincoli
L’Inganno
Vertigine

No. E’ questo il titolo scelto dai romani Kardia per la nuova uscita, che tentano con questo lavoro di abbandonare il terreno vastissimo dell’underground laziale per raggiungere i lidi meno affollati dell’alternative rock più mainstream. Non è casuale, quindi, il sound denso ma ripulito che costella questo disco, la forma-canzone concentrata in poche formule pop che sentiamo abbastanza ciclicamente ripetute nel disco e sferzate di elettronica modaiola. Detta così sembrerebbe che questo album non si faccia granché apprezzare, ma in realtà è sorprendente la coerenza del suo scorrere: piuttosto corto, nelle sue undici canzoni riesce in realtà a dare e darsi la possente concretezza synth-pop del primo Battiato, non disdegnando neppure i Bluvertigo e i nuovi lavori di Andy, qualche capatina nella new wave (Joy Division ma anche New Order), i The Smiths oppure il punk che contraddistinse il loro passato. “Rondini”, “Hiroshima”, “Suore” e “Vertigine” basterebbero, come quartetto, a far capire di cosa parliamo.

Concettualmente un’uscita discografica interessante, che punta in alto senza svendersi, per questo originale produzione seminale che può ingenerare novità di grande rilievo nella loro carriera e, eventualmente, in qualche imitatore.

Read Full Post »

ETICHETTA: Eclectic Circus, Universal
GENERE: Pop

TRACKLIST:
1. Dorian (Postmodern Parte 1)
2. I Giorni di Urano Contro
3. Tutti Usciamo di Casa
4. Da Uomo a Uomo
5. La Stanza
6. Di Gioia e Rivolta
7. Dorian (Postmodern Parte 2)
8. Un Figlio Lo Sa
9. Tempo Prendimi per Mano
10. …
11. L’Ultimo Viaggio di Argo

Dopo un grandissimo EP di debutto, il full-length dei lombardi Mascara arriva come un fulmine a ciel sereno a sbigottire di nuovo la scena italiana con un prodotto di gran pregio. Undici brani, pubblicati per Eclectic Circus e Universal, confezionati in una veste teatrale dal sapore lirico, impreziositi da una fluidissima narrazione che nonostante le radici pesantemente affossate nella mitologia e nella letteratura riesce a non essere mai né noiosa né ridondante. Dalla nascita alla morte, questo il concept cui l’album fa riferimento, e la crescita collettiva di tutti noi sembra essere pienamente compresa dalle raggelanti parole che sferzano tutti i brani (“Tutti Usciamo di Casa”, “La Stanza”), in un ensemble ricchissimo di undici papabili hit radiofoniche che sicuramente spiazzerà i fan del primo EP, più nichilista, complesso e filosofeggiante. “Tempo Prendimi Per Mano” e “I Giorni di Urano Contro” risollevano la questione morale della new wave, linguaggio dietro il quale tantissima musica italiana si barrica traendone una linfa vitale che sa di muffa e di stantìo, ma che nel caso dei Mascara è invece fagocitato, digerito e rivomitato con una grandissima capacità compositiva che ne allontana tutto il senso di ripetitività che anche in grandi nomi internazionali s’avverte (vedi l’ultimo Editors). Anche i primi Litfiba, i La Crus meno spinti e i Cure sono tra le band che andrebbero citate come influenze fondamentali dei Mascara, ma è quasi offensivo pensare che Tutti Usciamo di Casa sia materiale derivativo: l’originalità di questa band sta proprio nel saper riciclare elementi triti e ritriti in un frullato totalmente nuovo, dove la monumentalità delle liriche e degli arrangiamenti riesce a torcere le membra dell’ascoltatore e a restituire in un semplice pop dressing i mille rivoli dietro cui si disperde tutta la loro sorprendente e disorientante furia. Perché l’enorme impatto che ha questo lavoro esprime una sincera voglia comunicativa che non disperde nessuna energia, ma anzi la convoglia in un mezzo unico, che arriva come un macigno all’ascoltatore. Pop per tutti ma che capiranno in pochi. Piccolo capolavoro.

Read Full Post »

Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Polyvinyl Records
GENERE: Pop, psichedelico, sperimentale

1. Gelid Ascent
2. Spiteful Intervention
3. Dour Percentage
4. We Will Commit Wolf Murder
5. Malefic Dowery
6. Ye, Renew the Plaintiff
7. Wintered Debts
8. Exorcism Breeding Knife
9. Authentic Pyrrhic Remission

Voto 4.5/5

Parlare di un disco non è mai cosa facile, chi scrive predilige comunque dei generi rispetto ad altri, ma cerca di essere il più obiettivo possibile.
Capita poi che ti ritrovi a recensire dischi di artisti che non avresti mai ascoltato, perchè dopo il primo ascolto li avresti relegati (o regalati) in un angolo, in un cassetto che non apri mai.
Sei cosciente del fatto però che certe opere devono essere menzionate, quindi metti da parte le tue fisse musicali, e ti fai guidare dallʼoggettività.
Sai che se parli di Kevin Barnes hai due opzioni: amare la sua opera oppure non essere toccato da ciò che egli compone.
Queste due possibilità vengono unite dal fatto che in ogni caso sei costretto per forza ad apprezzare quello che unʼ artista con la a maiuscola è in grado di fare, indipendentemente dal fatto che a te possa piacere oppure no.
In Paralytic Stalks questo bivio è più presente che mai, ed escludendo i fan, chi è per la seconda delle opzioni, deve cambiare registro stavolta, come ho fatto io.
Non dovete assolutamente far divenire questo disco un soprammobile ma dovete ascoltarlo, non sentirlo.
Ascoltarlo.
Lentamente se necessario, perchè i continui cambi di tempo che allʼ inizio vi sembreranno inconcludenti, i più diversi generi che codesto americano riesce a mischiare così abilmente (pop-indie-hip hop-funky-rock-boh) che sembrano essere unʼ esausta ricerca di un fine che sembra non arrivare mai, la troppa ricchezza sonora (chitarre, pianoforti, tastiere, archi, voci, cori, percussioni, flauti, effetti sonori) che allʼ inizio vi farà ubriacare fino a vomitare, poi vi porterà a vedere il lavoro vorticoso di un artista, di un genio che adopera la musica per descrivere in suoni il proprio tempo.
Ci troviamo di fronte ad un musicista che fa arte, perchè la sua musica è arte, e lʼ arte è per tutti, anche se non tutti vogliono capirla o darle attenzione.
Un genio capace di leggere 50 anni di musica, la storia della musica, farla sua e saperla adattare al nostro tempo in modo magistrale, scomodando nientemeno che Beatles e il Brian Wilson di Smile.
Roba da geni si.
Canzoni allucinate, corte e lunghe, che in qualche episodio spingono volentieri oltre i 5 minuti, se non i 10.
Viaggi, che si dividono in percorsi diversi, per essere uniti in un qualche modo che solo un folle può riuscirci.

Questo è un disco pazzesco.

Read Full Post »

ETICHETTA: Jestrai
GENERE: Psichedelia

TRACKLIST:
1. Taglia le Paranoie
2. La Molla di Chaplin
3. Ossitocina
4. Pensiero Magico
5. Giulietta ha le Chiavi

Omid Jazi non è ancora un nome celebre, ma il suo curriculum parla per lui. Prima a fianco del Nevruz Joku reso famoso dalla penultima edizione di X Factor nella band Water In Face, poi con i Supravisitors e infine spalla dell’estenuante e spettacolare Wow! Tour 2011 dei Verdena. Raggiunge oggi la possibilità di pubblicare un EP solista con Jestrai. Un progetto che si presenta più che altro come una one-man band, immerso in territori psichedelici che non possono che attingere da Flaming Lips, Pink Floyd e Mercury Rev, band che hanno caleidoscopicamente sporcato anche tutti i lavori dei Verdena, crescendo progressivamente in influenza.
Le cinque tracce di questo EP sono uno spaziale variegato sonico di dimensioni ridotte ma dal gusto veramente appagante, per una complessità nelle trame che si ammira dalla prima all’ultima nota. Archi, sintetizzatori e chitarra in “Ossitocina”, la pop “Giulietta Ha Le Chiavi” con un cantato che, come nel resto del lavoro, strizza l’occhiolino ad una cantata popolare italiana di stampo classico, tra Battisti e Tenco, e infine la tradizionalissima “Pensiero Magico”, ballad psichedelica che rivela tutta l’anima malinconica di un Omid che si dimostra anche ottimo e abile interprete vocale.
Le tracce non si discostano molto dalle tracce più psichedeliche di Wow! dei suoi compari bergamaschi, ma trovano comunque originalità nei continui cambi di atmosfera che lo caratterizzano in tutta la sua durata. Omid è un grande compositore e il suo compatto e straziante songwriting troverà senz’altro modo di presentarsi in maniera più elaborata e personale in un full-length di cui caldeggiamo assolutamente la produzione. Lenea, ottimo esordio solista.

TOUR 2012:
24.03.2012 HEMINGWAY CLUB, Catanzaro
25.03.2012 CELLAR THEORY, Napoli
30.03.2012 RATATOJ, Saluzzo (CN)
31.03.2012 MATTATOIO, Carpi (MO)
01.04.2012 LA LOCOMOTIVA, Vimercate (MB)
05.04.2012 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
07.04.2012 SPAZIO 211, Torino
08.04.2012 EDONE’, Bergamo

Read Full Post »

Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA:  Tomobiki Music
GENERE: Pop rock

TRACKLIST:
1. Latito
2. Cartolina
3. Fieno
4. Chetamina
5. Apotheke

Voto: 2/5

Tra le varie sfaccettature che le band possono prendere in considerazione per la propria carriera, vi è quella che porta a dire che il musicista è un lavoro e non si può più fare se non ci si conforma agli standard musicali imposti da major e tv.
Oggigiorno, in Italia, pare proprio sia così.
Le ragazzine si fanno le foto allo specchio da mettere nei social network e le All Star vanno di moda.
Il Fieno è una band milanese, di fresca nascita (2010) e i testi di questo EP rappresentano bene la visuale della nuova generazione del nostro tempo: avere a che fare con la noia, mancanza di emozioni, senso di vuoto, menefreghismo.
Propongono questo lavoro di cinque brani dove si sente la volontà di entrare nel mainstream musicale, usando la formula del puro pop radiofonico italiano mascherato di rock, che si nota di più nell’attitudine fotografica che nel sound. In tutti i pezzi aleggia  lo spettro del già sentito, ma pare proprio che l’intento della band sia questo, il non distinguersi dalle altre mille band che cercano di fare la medesima cosa. Ricordano dei Modà meno lagnosi (per fortuna) e soprattutto i Caponord (ex Karnea).
Come tradizione italiana vuole, la voce è messa in primo piano, comunque ben supportata dalle doti canore del cantante. Non c’è molto da dire sui brani in sé, è pop italiano del giorno d’oggi per un pubblico da TRL.
Il peccato è che i quattro milanesi parrebbero anche capaci d’altro, come nella traccia di chiusura “Apotheke”, dove si percepisce la voglia di cercare di andare per una strada leggermente più personale, che se inseguita con più coraggio potrebbe portarli al grande salto con un giusto compromesso.

Consigliati se vi piacciono i Modà meno lagnosi e i Caponord.

Read Full Post »

Rccensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: LaFameDischi
GENERE: Pop, sperimentale, indie

TRACKLIST:
1. Lʼ Alba, Dentro
2. Di Roccia
3. Cara Vana
4. Correnti del Nord VS Correnti del Sud
5. Ciuri
6. Delfini
7. Delfino io, Delfino Tu
8. Le Nuvole

Voto 3.5/5

Davide Iacono, è il cuore pulsante di VeiveCura, le sue dita sono quelle che toccano i tasti del pianoforte, strumento che è la colonna portante dellʼ intero album.
Oltre al pianoforte, firma anche le percussioni e la voce, sempre posta leggera, sussurrata ma incisiva tra le melodie.
Quello che si ritrova in questo disco, oltre agli strumenti citati, è unʼimpressionante carrellata di altri strumenti, suonati da altrettanti musicisti: archi, trombe, flauti, bassi, chitarre, suoni atmosferici, tastiere, che tracciano melodie poetiche, che vanno a ricordare quelle dei Sigur Ros, i Sigur Ros meno intimi e più orchestrali, portando il tutto in direzioni trasognanti, quasi magiche, ma dal gusto pop.Unʼ influenza che si sente quella della band islandese ma che è resa propria dallʼuso di strumenti popolari che richiamano i nativi dellʼautore: la Sicilia.
Le prime due tracce sono due perle: “L’Alba Dentro” è una nascita, “Di Roccia” una marcia gioiosa. “Cara Vana” cambia rotta e diventa più introspettiva, “Correnti del Nord vs Correnti del Sud” riprende gli stilemi di una marcia: un continuo crescendo che mostra sempre di più i contorni dellʼ immaginario tracciato da Iacono, facendo emergere la maestria dellʼartista nel contrapporre le due correnti musicali (nord e sud), dando come risultato un gradevole racconto in note.
In “Ciuri” il pianoforte è un vortice dipinto da altri mille strumenti, un sali e scendi che porta ad un deciso finale di coda.
Quello che emerge dallʼ ascolto del disco, è un amore verso i più vari colori che la musica può offrire, colori che creano visioni, emozioni, sensazioni che si spingono allʼ orizzonte. Il limite da scavalcare (se si vuole cercare un limite) è forse la ripetitività che le tracce in qualche frangente presentano.
“Le Nuvole”, brano di chiusura, è un omaggio al pianoforte, una composizione con il reverse in eco della stessa, che forse lasciato solo nella seconda versione, avrebbe detto di più.

“Tutto è vanità” è un vortice pazzesco di colori che si riflettono ovunque, memorie scordate che tornano in mente, sensazioni che fanno pulsare le vene, un lavoro sorprendente, che lascia ben sperare per lʼartista siculo e per il pubblico italiano.
Un album che può e deve essere apprezzato, soprattutto nel 2012, soprattutto in Italia

Read Full Post »

ETICHETTA: 42
GENERE: Folk pop

TRACKLIST:
1. Restiamo in Casa
2. Satellite
3. La Zona Rossa
4. Un Giorno di Festa
5. Oasi
6. Le Foglie Appese
7. Quando Tutto Diventò Blu
8. I Barbari
9. La Distruzione di un Amore
10. Sottotitoli
11. S’Illumina
12. Il Mattino dei Morti Viventi
13. Bogotà

Quando nel 2010 Lorenzo Urciullo, esponente non certo di scarsa importanza degli ottimi Albanopower, decise di formare i Colapesce, probabilmente non si aspettava l’attenzione mediatica poi raggiunta. Con una vaga tensione ad un folk trapiantato a forza nei territori più agibili dell’indie pop, e testi in italiano che, nonostante la lieve ridondanza di alcune scelte lessicali, non sfigurano affatto nel loro insieme, questo lavoro si presenta come uno straordinaria prova di coraggio e di maturità musicale, frutto di una crescita artistica raggiunta dentro e fuori il progetto Colapesce, in anni spesi a comporre musica ispirandosi anche al contesto sociale siracusano, per questo tiepido e pieno di colori.
“Il Mattino dei Morti Viventi” e “I Barbari” nascondono venature storico-culturali che attingono alla quotidianità, malcelando una tipologia descrittiva, nella scelta delle parole, che ammicca a De André o, guardando altrove, a Dickens. E’ realismo che non prescinde dai sentimenti (“Bogotà”, “Restiamo in Casa”), comprendente anche una capatina veloce nel mondo della critica politica in “La Zona Rossa”. Musicalmente regna sempre quell’atmosfera folkeggiante che nei momenti più quieti si avvicina a Yo La Tengo e Grizzly Bear, in quelli più tesi ai Band of Horses (“Quando Tutto Diventò Blu”). I testi, dicevamo, scadono a volte in una sorta di atrofia espressiva, ma a controbilanciarne la debolezza c’è il comparto suonato, l’anima pulsante di questo “meraviglioso declino” che, nonostante nessun episodio in grado di farlo decollare e brillare come un pezzo memorabile della discografia nostrana, è di per sé un imprescindibile viaggio all’interno del racconto in puro stile pop italiano (e non è un caso se molti lo accostano a Battisti), che difficilmente si potrà ignorare nei mesi a venire. Emotivamente, la sua tranquillità solare e immaginifica ci può sicuramente far sentire tutti un poco meglio.
Infine, è lodevole in particolare notare che questo disco manca di una delle manie dei nuovi artisti italiani: volersi inserire forzatamente dentro i binari dell’alternative italiano, in quel settore che fa prosperare le grosse webzine abili a “creare scene”, inseguendo i soliti grossi nomi (Verdena, Marlene Kuntz, CCCP, ecc.) che da vent’anni ormai influenzano la maggior parte del nuovo rock. Colapesce è infatti un progetto a sé stante, latentemente influenzato dai grossi nomi del folk statunitense (ci sono almeno tre brani dei Fleet Foxes che possono spiegare benissimo questa interpretazione: “Mykonos”, “Meadowlarks” e “Grown Ocean”), ma che vive di luce propria, senza la terribile necessità di somigliare a qualcuno che localmente faccia tendenza; insanità tipica, quest’ultima, dei cantautori della “nuova leva”.

Niente di miracoloso, ma almeno ascoltiamo qualcosa di diverso, di non particolarmente derivativo, con una strizzata d’occhio al focus psicologico e all’empatia di molti testi di Amor Fou e La Crus. Più che un meraviglioso declino, un sorprendente debutto.

Read Full Post »

Recensione di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Moss Stories
GENERE: Pop, indie, sperimentale

TRACKLIST:
1. Your Stories
2. Tree Roots Turn to Forts
3. Where Were You?

Voto: 3/5 su 5 

Ci sono due indizi: il primo è l’Islanda, il secondo è Reykjavik.
Chi vi è venuto in mente? Le risposte sono due: “niente” oppure i Sigur Ròs. Quella giusta è Sigur Ròs.
Bene, i Parachutes sono identici ai Sigur Ròs, ma veramente identici. Il problema è che essendo identici è impossibile disprezzarli, succede l’esatto contrario: se ti piacciono i primi, ti piacciono anche i secondi.
La band prende il nome dai semi di un fiore di tarassaco e hanno iniziato nel 2003 registrandosi i dischi da sé, in camera.
Alex Somers (Alex & Jonsy) e Scott Alario sono in due. Nella band comunque ci sono un’infinità di personaggi che suonano di tutto: chitarre acustiche, una carrellata di tastiere, giocattoli, percussioni, batterie, bassi, fiati, archi.
La voce è sommersa, dietro si apre un’esplosione di archi e cori.
Quello che traspare da questo EP è un impressionante stratificarsi di suoni nordici, è un trionfo, un risveglio della natura, percussioni di marcia, vecchie e dolci.
Sappiate che i Parachutes si sono anche sciolti, lasciando due album dove la sperimentazione faceva da padrona. Nel 2008 questo EP che sta per “chiusura della carriera”, ed è un peccato perché a differenza dei due dischi precedenti, troppo “di nicchia”, questo lasciava intravedere una strada che poteva aprirsi verso orizzonti più ampi.
Credo non troverete mai questi album in vendita, ma nella pagina MySpace della band li potrete scaricare gratuitamente.
Se vi mancano i Sigur Ròs perché è un po’che non fanno un album, potete consolarvi con i Parachutes che tra poco è primavera, la neve si sta sciogliendo, i tarassachi fioriranno. Avete la colonna sonora dell’opera.

Read Full Post »

Recensione di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Seahorse Recording, New Model Label
GENERE: Pop, new wave, indie rock

TRACKLIST:
1. Sleeping Pills
2. You’ll Like It
3. Something Left
4. Down in here
5. Sugare Cane
6. Little Girl
7. After the day
8. We’re swimming
9. No Title
10. Astronauts

Astronauti acquatici che esplorano sereni un lago sotterraneo, illuminati e confortati dalle calde luci di Tom Verlaine, Michael Stipe e soprattutto Morrissey, vero faro della band.

I Formanta sono un quartetto romano che, dopo un demo e un gustoso EP, il prossimo 21 febbraio pubblicherà il suo primo lavoro sulla lunga durata.
Mantengono la sana abitudine di distribuire copie fisiche: custodia cartacea dall’apertura originale che fa anche da copertina, opera del fotografo americano Matthew South; una misteriosa ragazza di nome Amelia persa in malinconici pensieri tinti d’arancio che, come dice il titolo dell’album, visti da lontano son nitidi ma da vicino sfuocati. Pure il cd vuole farsi notare, imita un 45 giri, ci son pure i solchi, che funzioni?

Ma è di musica che si vuole parlare, inseriamo il cd nell’impianto e vediamo cosa ci si presenta.
La grancassa bussa, “prego, accomodatevi”, entra un piacevolissimo intreccio di chitarre acustiche e la calda voce di Sabrina Gabrielli, subito colpisce la produzione per l’alta qualità, equilibrata e coinvolgente, si inseriscono le chitarre piene di chorus degli Smiths e un basso pulsante, il vero perno portante dell’opera, e infine pure qualche dissonanza che ricorda più i conterranei Marlene Kuntz che i Sonic Youth, questa “Sleeping Pills” è un bellissimo biglietto da visita.
Segue “You’ll Like It” che si inoltra in territori Dinosaur Jr., quelli più dolci e rassicuranti, si dice che una buona canzone pop debba saper reggersi anche solo chitarra acustica e voce, i Formanta confermano in pieno questo detto ma la grazia e la cura degli arrangiamenti danno un grande valore aggiuntivo, tutto è a suo posto, fin troppo, nulla stona e tutto scivola sinuoso nelle profondità nostro lago sotterraneo. Con “Something Left” ecco gli A Toys Orchestra, pianoforte e voce filtrata, un carillon solare per una felice giornata in campagna con gli amici, in cui qualche accenno di malinconia viene facilmente lavato via.

Il brano che piace di più è “After The Day”, accompagnato da un azzeccatissimo video, una ragazza con un velo danza nelle profondità marine, alla ricetta si aggiungono spruzzate di shoegaze e di new wave contemporanea, Interpol, Editors e Chapel Club su tutti, eppure la voce resiste su territori anni ’90.

Non fatevi ingannare da tutti questi riferimenti, solo in alcuni momenti si calca troppo la mano, come in “Sugar Cane”, omaggio fin troppo sentito agli Smiths di “This Charming Man”; la pasta sonora è personale e non sta certo nella sua parziale derivatività il difetto, che forse va cercato nelle orecchie di chi ascolta, che alla fine pongono un fastidioso interrogativo: dove stanno i Formanta?
Date le buone capacità melodiche sarebbe stato facile per loro sfornare delle hit radiofoniche ma questo lavoro non cede mai a ritornelli e strutture eccessivamente easy, sarà forse per l’anima troppo elegante; tuttavia non si percorre nemmeno la via opposta, non c’è nessuna ruggine o tensione, non si rischia mai qualcosa in più, tutto è controllato e misurato anche nella poesia rischiando di impantanarsi nel lago della monotonia. I Formanta sono così privi sia dello spirito underground che di quello commerciale, ma che sia davvero un difetto? Forse è davvero solo un problema delle nostre orecchie, provate a calarvi nei loro vortici subacquei, non vi porteranno al nirvana dei My Bloody Valentine ma di certo vi faranno sorridere il cuore.

Read Full Post »

Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Eclectic Circus
GENERE: Pop, indie

TRACKLIST:
1. Your Symphony
2. Zombie My Dear
3. Down the Shades

“Lights On Lights Out” è il nuovo lavoro di Ed, progetto musicale attivo dal 2007 incentrato su uno stile pop/folk di chiara influenza inglese. Si tratta di un ep di breve durata dall’atmosfera intimista e malinconica, composto da tre brani prodotti dalla cantautrice marchigiana Beatrice Antolini. L’opener “Your Symphony” è davvero molto interessante; parte come la più classica delle ballate folk per poi esplodere nel bellissimo ritornello, dove il mood del pezzo cambia radicalmente diventando più scuro ed escono fuori influenze alternative rock anni ’90. Questa commistione di generi che caratterizzerà tutte e tre le tracce di “Lights On Lights Out”, ha dato luce ad un sound abbastanza convincente e personale che potrebbe essere la chiave di volta per il futuro del progetto. Si prosegue con “Zombie My Dear”, il brano apre le danze con chitarre distorte e un riff a singhiozzo molto simile a quello di “The Hardest Button To Button” dei White Stripes, per poi passare alla parte cantata che ricalca il sound del periodo psichedelico dei Beatles. La traccia mostra una parte più rock di ED ma non riesce mai a convincere appieno. Molto meglio la conclusiva “Down the Shades”, ballata dolce e malinconica che culla l’ascoltatore fino allo splendido crescendo finale.
Che dire, questo ep è un gran bel passo in avanti rispetto ai due album precedenti e proietta ED tra gli artisti nostrani da tenere d’occhio per gli anni a venire. In attesa di un prossimo lavoro più completo intanto consiglio di dare un’ascolto a “Lights On Lights Out”, visto che si tratta di una buona anticipazione.

Read Full Post »

ETICHETTA: Novunque/Self
GENERE: Cantautorato italiano

TRACKLIST:
1. Come Ieri
2. Caos
3. Non Capiranno
4. Retrocattiva
5. L’Ultimo Giorno Che Ho
6. Stanze Vuote
7. Io Qui Ci Sono Già Stato
8. Cercando Un Senso
9. Via di Qui
10. Senza Una Ragione
11. Non Ci Sono Altre Domande

Passare dai tour con la Nannini agli album solisti non dev’essere proprio automatico. Sarà che spesso fare il “turnista”, insomma quello che interpreta canzoni altrui senza metterci mano, induce un certo sopore creativo che ha anestetizzato molti grandi; sarà che uno non riesce a farsi l’idea veramente di cosa girare con Pelù ti possa suscitare nel cervello; per questi e altri motivi, noi il debutto di Davide Ferrario ce lo immaginavamo diverso.
Pensavamo fosse un disco fragile, commerciale e banale; pensavamo fosse un disco insipido e up-to-date, avvezzo all’orecchiabilità di coretti da stadio e liriche melodrammatiche e scontate. Davamo anche per certo che non ci sarebbe piaciuto. E invece no.
F, l’iniziale del suo cognome, è una piacevole sorpresa, un bunker esplosivo di pop italiano come pochi ancora fanno, abile nel mescolare la pesantezza lirica di Bianconi con le schizofrenie del suo ex compagno di palco Franco Battiato, senza disdegnare Zampaglione, Tenco, Morgan, e non passando neppure tanto al largo dell’influenza impalpabile dei nuovi cantautori, soprattutto Brunori SAS. Si raccontano storie che per intensità assumono una compostezza più folk-indie (“Non Capiranno”, “Io Qui Ci Sono Già Stato”), ma anche ballad un pochino più downgraded, maggiormente radio-friendly, come l’introversa “Senza Una Ragione”.
Musica italiana vera e propria, che attinge dal suo universo e dallo stesso vuole fuggire. Che si compone di aria ogni giorno respirata pur volendola rigettare e distruggere. F è un esordio più che discreto, che se non altro, nella gradevolezza che il suo ascolto produce, induce anche il cauto ottimismo di chi pensa ancora che in Italia si possa fare musica senza farsi fagocitare dai meccanismi ben oliati dei talent e dei gradi network radiotelevisivi. Il pollice? Verso l’alto, naturalmente.

Read Full Post »

ETICHETTA: K Brothers
GENERE: Pop Cantautorale

TRACKLIST:
1. Così
2. Per Morire Con Più Stile
3. Un Po’ Per I Tuoi Occhi
4. Grigio
5. Se Dipingessi Cristo
6. L’Acqua Spacca i Ponti
7. Nino Aveva Due Femmine
8. Non Lo So
9. Fagiolino nel Vento
10. Boccuccia
11. La Telefonata

Dalla straziante vita del suicida fallito di “Per Morire Con Più Stile” all’insoddisfazione del vivere alla giornata di “Non Lo So”, Ezio è un disco neoromantico e nichilista, devastante per la totale immersione in un pessimismo cosmico a cui costringe, malinconicamente tentennando tra le blande cornici pop di un folk cantautorale d’antan e qualche lieve schizzo rock che impenna i toni illuminando solo raramente il buio paranoico contorno che circonda gli undici brani. Undici pezzi pregiati, schemi semplici ma del tutto anticonformisti che con la saggezza del cantautore indie d’oggigiorno, intento a disegnare abbozzi di vita vissuta per il piacere del grande pubblico pur rimanendo nella ristretta nicchia dei cultori di genere (Brunori Sas vi dice niente?), che per quaranta minuti trasportano un’immensa mole di materiale dentro le nostre vene cementandosi come parte di noi, tanto è penetrante il linguaggio utilizzato.
Dal punto di vista della produzione il disco perde un po’ di botta, forse troppo compresso, per durata e per scelta dei sound; forse un po’ pretenzioso, negli arrangiamenti, ma i contenuti lo risollevano da qualsiasi difetto classificandolo immediatamente come una piccola gemma del gelido duemilaundici cantautorale italiano.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop cantautorale

TRACKLIST:
1. Libera Estate
2. Hold Me Tight
3. Segno del Destino
4. Ciao Come Stai
5. Crossfinger
6. Il Ferdinandeo
7. La Fine del Mondo
8. Magic 39
9. Prega Per Noi
10. Second Choice

Definire un disco pop nel duemiladodici può significare vezzeggiarlo ma anche criticarlo. Sarà che spesso questa etichetta si appiccica sempre più spesso a prodotti di scarso valore e che proprio per questo vendono, ma il suo significato dovrebbe essere quello di avere un contenuto “popolare”, accessibile, orecchiabile, se vogliamo alla portata di tutti. E’ proprio questo Miticaffé, del triestino Lorenzo Fragiacomo, un cantautore che ha deciso di raccontare alcune delle storie del suo vissuto personale, rielaborandola con un linguaggio volutamente semplice e una superficie ombrosa, un’atmosfera cupa e tetra che malcela la solarità di alcuni momenti più sconsolati, come l’apertura di “Libera Estate” e il divertissement semi-estivo di “Hold Me Tight”. Nei dieci episodi di questo lavoro fanno la loro comparsata numerosi interlocutori, distesi lungo innumerevoli storie che portano con la genialità della semplicità cantautorale tipicamente italiana (Paolo Conte, il Luca Carboni meno oscuro, il Vinicio Capossela meno schizzato) all’esplorazione di un mondo pesantemente intriso di quotidianità e realismo, percorrendo le ripide vie del romanticismo e dell’estetismo per tracciare testi facili da comprendere e storie in cui chiunque può immedesimarsi, pur non comprendendo tutti i riferimenti geografici che non si rifanno solo a Trieste (sbucano anche La Spezia ed altri toponimi). “Il Ferdinandeo”, “Prega Per Noi” e “Ciao Come Stai” sono le tracce più evocative, forse anche le più adeguate a descrivere, con la banalità di un italiano striminzito e ripulito, sentimenti, amarezze e delusioni di persone comuni. Comuni come le tracce, che portano con loro una genuinità dal gusto tipicamente pop che sa di “storia da bar”, da caffé italiano come le nostre strade sono piene, luoghi d’incontro che anche nella musica possono essere vivide e immaginifiche realtà dove scambiarsi informazioni, episodi ed esperienze di vita.

Read Full Post »

ETICHETTA: Fosbury Records, Audioglobe
GENERE: Pop, cantautorale

TRACKLIST:
1. Un Significato
2. Carta
3. Siamo Sempre Stati Solidi
4. In Favore del Vento
5. I Giorni della Lepre
6. Rompere il Limite
7. Chi Sei?
8. Un Inverno per Noi
9. In Un Pozzo di Idee
10. Non Dimentico
11. Bonjour Tristèsse
12. Nell’Acqua

Pop d’autore. Una definizione scomoda nell’epoca delle etichette svuotate di significato, ma che rappresenta senza sofisticazioni l’anima autentica e genuina della band, pretendendo con dodici pezzi di squarciare il velo dell’assenza triennale dalle scene e penetrare nuovamente nel cuore dei fans precedentemente accaparrati con grande attenzione. Lo fanno in grande stile, e con un capolavoro come Spigoli alle spalle le aspettative erano facili da tradire. Ma non l’hanno fatto.
Il disco è sostanzialmente la semplificazione più intelligente di quel linguaggio rock leggero e friabile che si respirava nel passato recente della band, rivolgendo nuovamente lo sguardo, come già fecero tempo fa, ad atmosfere acustiche pervase di pop melodico che però ammicca all’indie rarefatto e ipnotico d’oltreoceano. Barcelona, Blue October e Paper Route sono le più rock delle influenze percepibili, ma il panorama di riferimento è soprattutto quello italiano. “I Giorni della Lepre” e “Siamo Sempre Stati Solidi” sono i brani più tesi, lasciando intravedere una certa irrequietezza che si appoggia e fonda anche sull’acredine e il livore di alcuni testi particolarmente amari. L’asprezza però collima con la dolcezza e la benignità di certo lessico delicato e raffinato che ricorda il cantautorato classico quanto l’attenzione per i dettagli nel descrivere emozioni e sensazioni di Cristiano Godano e Cesare Basile. L’indice di gradevolezza schizza in alto, appunto, soprattutto quando ci si sofferma a valutare i testi, vera anima del disco, grazie a perle come “Un Inverno per Noi”, “Nell’Acqua” in conclusione e “Un Significato”, le gemme più propriamente “poetiche” della dozzina che compone Ne’ Uomini Ne’ Ragazzi. Riempitivi non ne esistono, anche se per i suoi toni un po’ dimessi ai meno avveduti risulterà un disco incapace di decollare, stravolto da una piattezza glaciale; è invece palese come nello scorrere e quindi nell’evolvere delle canzoni si riesca a scorgere un pacchetto unico di tensione e inquietudine, un blocco compatto di grande autocompiacimento pop che malcela la grandissima vena compositiva di una band matura, professionale e sicuramente avanzata rispetto alla deriva neocantautorale art-pop che in Italia scade spesso in risultati vergognosi. Di lavoro dietro questo disco ce ne dev’essere stato parecchio, e i risultati sono ovviamente chiaramente udibili.

Da Genova, un disco che non si dimenticherà tanto facilmente.

Read Full Post »

Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Brown, Fat Possum, Columbia
GENERE: Pop, rock

TRACKLIST:
1. Factory
2. Compliments
3. Laredo
4. Blue Beard
5. On My Way Back Home
6. Infinite Arms
7. Dilly
8. Evening Kitchen
9. Older
10. For Annabelle
11. NW Apartment
12. Neighbour

VOTO: 4/5

Per la gioia mia (ma forse non dei vecchi fans) i Band Of Horses non sono più indie-rock come nei due album precedenti.
Quando ho dovuto etichettare con un genere questo disco, sono andato in paranoia.
Ero sicuro di recensire un disco indie-rock targato Band Of Horses, ma non era corretto in questo caso.
Guardai la copertina dellʼ album: un cielo blu, e le stelle.
Un cielo che profuma di America, quella con la polvere e gli stivali di pelle.
Lo ascoltai e pensai al country, ma non bastava perchè sbucava anche del rock, tutto orchestrato in chiave pop.
Ascoltai bene la voce, quella voce bellissima di Ben Bridwell supportata da cori continui, calibrati ma incisivi in modo magistrale dai suoi compari Tyler Ramsey e Ryan Monroe.
Allora forse capii che era la voce che trainava il tutto ed avevo ragione.
Si ma non bastava.
Le chitarre? La batteria riverberatissima? Si ci sono, poste appena più sotto, ma contano.
Ero sicuro, è pop. Poi rock.
O forse rock e poi pop.
Allora indossai una camicia a quadri e misi il disco in auto, guidai per le valli e capii sempre di più che tutti i generi citati erano lì.
E che è un album che dura un giorno. E va in base al meteo.
Alla mattina, partii con il sole, mi prendeva bene, cʼ era poco da fare, sorridevo, ”Compliments”, “Dilly”, “NW Apartment” e “Laredo” (questʼ ultima gasa davvero!) volume alto e buon umore.
Continuai a guidare, io, il sole e i colli, pensando a cosa avrei dovuto fare e non facevo ”Infinite Arms”, “Older” sorretto da atmosfere trasognanti sporcate di country.
Il tempo scorreva e il cielo cambiava.
Guardando lʼ orologio accanto al bracciale, che mi aveva regalato la mia donna quando era ancora mia, iniziò a piovere, le gocce cadevano tristi sul vetro e allora mi fermai a fumare una sigaretta pensando che lei era bella davvero “For Annabelle”, “Neighbour”, e
forse mi mancava “Evening Kitchen”.
I pensieri andavano e guardavo il panorama.
Decisi di tornare a casa, ora che era quasi sera e non pioveva più.
Con la pioggia se nʼ erano andati anche i pensieri più malinconici e il tramonto finiva il suo lavoro e mi guidava verso casa “Factory”, “On My Way Back Home”.
Mi stesi a letto, non mi preoccupavo più del genere, aspettavo di addormentarmi con le cuffie nelle orecchie.
Guardai fuori dalla finestra, “Blue Beard” e c era il cielo blu, e le stelle

SITO UFFICIALE

VIDEO DI “Is There A Ghost” DAL DISCO “Cease to Begin”

Read Full Post »

ETICHETTA: Deutsche Grammophon
GENERE: Pop da camera, chamber music

TRACKLIST:
1. Shattering Sea
2. Snowblind
3. Battle of Trees
4. Fearlessness
5. Cactus Practice
6. Star Whisperer
7. Job’s Coffin
8. Nautical Twilight
9. Your Ghost
10. Edge of the Moon
11. The Chase
12. Night of Hunters
13. Seven Sisters
14. Carry

Ed ecco il dodicesimo capitolo della discografia di Tori Amos, la cantautrice/pianista del North Carolina che da venticinque anni presenzia senza sosta nella scena pop con la sua voce e il suo art rock mai troppo arzigogolato, tutto sommato molto godibile. In una dozzina di album l’evoluzione naturale di un sound comunque sempre molto melodico l’ha portata dalle parti di certe band chamber pop (o dream pop) che poco hanno a che fare con le classifiche. Ma Tori Amos è pur sempre Tori Amos, e le sue gesta attirano sempre un minimo di “indie”-attenzione. C’è chi l’accusa di aver gettato al vento la carriera, mandando al macero i già marginali contenuti rock degli albori, chi invece ne supporta la scelta radicale di svoltare verso sonorità molto diverse da quelle iniziali.
Night of Hunters a The Webzine è stato percepito in maniera molto individuale, regalando alla soggettività dell’ascolto il pregio di essere ancora protagonista dell’assorbimento musicale come esperienza di trasporto emotivo. Le quattordici tracce appaiono in superficie tutte molto simili, ad essere sinceri, rappresentazioni solipsistiche di un viaggio interiore che ha a che fare sicuramente più con il proprio io piuttosto che con un sentimento presumibile dai più. Tagliando così fuori gli ascoltatori, ancora una volta, da un’interpretazione univoca, la cantante riveste in realtà Night of Hunters di un’aura lucente di mistero, a partire dalla ricerca di un significato che difficilmente si riesce ad attribuire senza scandagliare attentamente le brillanti liriche. Gli arrangiamenti, come e forse più del precedente Midwinter Graces, esemplificano uno stile barocco di concepire il pop, riconnettendolo alle sue origini classiche (tant’è che brani come “Fearlessness”, “Battle of Trees” e “Shattering Sea”, le tre migliori dell’intero lavoro, presentano sia melodie vocali che svolazzamenti strumentali degni dei migliori Debussy e Chopin). Nei vocalizzi tipici della Amos, grazie a quella timbrica bambinesca che spesso in altri dischi recenti ha rappresentato un aspetto negativo, ad esempio nei comunque belli The Beekeper e Abnormally Attracted to Sin, si ritrova il suo gusto rock dei primi tempi, seppur trasportato in una sorta di mondo fatato e fiabesco che evoca atmosfere dark ma, ripetendo, immerse in un contesto più antico, con innesti strumentali che assumono in pieno l’aspetto di ballad pianistiche à-la-Bach nonostante toni di epicità moderna più radiofonica. Superando la scontatezza di un paio di momenti (“Star Whisperer” e “Job’s Coffin”), in ogni caso degni di un ascolto approfondito per carpirne l’essenza popolaresca più celata, abbiamo un lavoro maturo, equilibrato e completo, senza momenti stantìi ne ripetizioni troppo evidenti di episodi già visti nella sua carriera. Sostanzialmente, il dodicesimo capitolo di una saga ancora tutta da scrivere. Qualche momento lento in meno e sarebbe stato molto più godibile, ma Tori Amos e la sua leggiadria sono anche questo. Impossibile gridare al miracolo, ma altrettanto impossibile non apprezzare un album veramente ben concepito. Per (quasi) tutti.

Read Full Post »

ETICHETTA: Grace Orange
GENERE: Pop, musica lirica

TRACKLIST:
1. Inverno
2. Il Mondo E’
3. Di Sole d’Azzurro
4. Il Sole
5. Summertime
6. Qualcosa Che Non C’è
7. Ave Maria

Malena è il nome d’arte di Francesca Vassallo, grandissima interprete vocale di canto lirico di Milano ha già espresso in varie forme e in molteplici eventi le sue abilità sopraffine. Da un artista di tutto rispetto ci si aspetta tantissimo, nella conversione “su disco” delle proprie ambizioni personali, e questo potrebbe mettere soggezione a chi vuole realizzare una vera e propria opera lirica pop, ma Inverno resiste tenacemente alle pressioni, mettendo in campo tutta la bravura della Vassallo anche per quel che riguarda il reparto compositivo.
Tra echi orientaleggianti (“Il Sole”), melodie pop più edulcorate e radio-friendly (“Di Sole e D’Azzurro”, “Qualcosa Che Non C’è”) e un paio di intelligenti riscritture (“Ave Maria” e “Summertime), è la voce a trasformarsi, ovviamente, nella protagonista di questo bellissimo disco che dalla prima alla settima e ultima traccia stupisce per la sua suddivisione ineccepibile tra momenti cristallini e sdolcinati e tensioni più classicheggianti e barocche (“Inverno”) che vibrano di un’intensità veramente melodrammatica. Come ascoltare una versione davvero popolare di una di quelle pesanti opere liriche che pochi sanno digerire; per questo, straordinariamente meritevole.

Read Full Post »

ETICHETTA: Controrecords, New Model Label
GENERE: Alt-funk, folk

TRACKLIST:
1. Buongiorno, Disse il Metronotte
2. E’ Grave
3. In Un Comò
4. Rosso
5. Salsa e Meringhe
6. Un Fratello Come Me
7. Solo Un Gioco
8. Non So Dir di No
9. Il Pirata in Frac (feat. Federico Bianco)
10. Trippa per Gatti
11. Le Cose da Salvare

La Banda Fratelli è un trio torinese che si staglia alto all’orizzonte, per qualità e originalità, in una scena sommersa e sottovalutata fatta di jazz, toccate con fuga in salsa cabarettistica e avanguardia del folk. Le orchestrine televisive, il vecchio Arbore, un funk folkeggiato che ricorda certe colonne sonore, non solo di western movies (ma soprattutto di quelli). Elementi veramente difficili da scovare nella scena alternativa d’oggigiorno, che i piemontesi invece conoscono molto bene e riescono a miscelare con grande conoscenza dei generi in un disco veramente ben fatto, dai toni caldi, con il quale si può ballare ma anche riflettere, muovendosi tra variopinti festoni svolazzanti e storielle da cartone animato. Gatti, storie d’amore, momenti comici, code tragiche e danze scanzonate. Un melodramma continuo che si fregia anche di alcune percussioni latineggianti, trovando anche un modo moderno di riproporle al grande pubblico, dentro episodi ripresi da una nobile tradizione di folk da sala da ballo. Bertolotti, Banchio e Bonavia dimostrano secondo per secondo e brano per brano una grandissima capacità compositiva, nonché una maturità quasi anomala rispetto ad altre band moderne del settore: interpretarne i metodi di lavoro potrebbe svelare un nuovo modo di comporre della musica avanguardistica senza sconfinare nel prog troppo cervellotico.

Difficile individuare quale svolta il loro percorso artistico possa prendere. Per questo, non ci resta che aspettare (ma solo dopo essersi complimentati per questo grandissimo disco).

PROSSIME DATE:
11.11.11 ALTI I TONI, Borgo San Dalmazzo (CN)
12.11.11 CONTESTACCIO, Roma
25.11.11 CIRCOLO MARGOT, Carmagnola (TO)
03.12.11 CIRCOLO RATATOJ, Saluzzo (CN)
17.12.11 ASYLUM, Collegno (TO)

Read Full Post »

ETICHETTA: New Model Label/Innabilis
GENERE: Pop

TRACKLIST:
1. Quello Che
2. Mai
3. Umano
4. A Milano
5. Sto Bene
6. Non Ne Ho
7. Palazzi
8. Responsabilità
9. Qui
10. A Casa Mia

Iosonouncane, I Cani, Vittorio Cane. Quanti cani nel nostro panorama nazionale ma l’unico a veleggiare per i capienti sentieri del pop è quest’ultimo. Giunto al terzo lavoro, con un pizzico di ambizione ricerca la dimostrazione della maturità, con un risultato più che buono. I brani sono tutti adeguati a circoscrivere l’ambito di azione della sua musica, lontana dalla polvere cantautorale da soffitta che in molti si divertono a riesumare ultimamente. I testi non sono così distanti da certi artisti da chart che circolano negli ultimi tempi, ma il contesto è molto diverso: ecco perché il miele di “Sto Bene”, la più giocosa “Quello Che” e l’apparato più retrò-malinconia di “Non Ne Ho” rifuggono le cifre stilistiche e le bassezze adolescenziali di Brondi & co.
Tra satira, divertissement e lacrime in forma di canzonetta solo poco più evoluta di quelle di Bennato o del Tenco meno depresso, Palazzi è un anfratto ricolmo di sentimentalismi e stralci di debole critica, mai troppo piccante né ficcante. Così sinuosamente si riesce a combinare con la giusta densità uno spaccato completo di vita (come in “A Milano”), senza le banalità semantiche delle ultime gesta discografiche di moltissimi artisti italiani.

Efficace, penetrante, incisivo. Un disco pop che difficilmente vi uscirà dalla testa.

PROSSIMI CONCERTI:
25.11.11 HIROSHIMA MON AMOUR, Torino (con Brunori SAS)
02.12.11 PANENKA, Bologna

Read Full Post »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.