Recensione pubblicata sul circuito Music Opinion Network
Il nuovo lavoro di Benny Moschini esce come un fulmine a ciel sereno da una scena musicalmente non molto fervida, negli ultimi tempi: quella napoletana. Lontano dal folk, dalla neomelodica e dalla musica pop dai toni patriottici, Benny, giovane cantautore di soli 31 anni (non molti nel nuovo millennio in cui non si sfonda più da minorenni se non sei un prodotto per ragazzine) che ha intrapreso un percorso non dissimile da altri in Italia, anche se comunque rivissuto con una personalità notevole, ovvero quello del rock americano, un orientamento internazionale solo a malapena sporcato da un’impalpabile italianità. Il lavoro di Droghetti, celebre produttore di Bennato e altri, è molto raffinato, così come la scelta dei suoni che vivacizza una musica aggressiva al punto giusto, senza mai sfociare nel tagliente, mantenendosi nei limiti che si confanno a una venatura da musica d’autore. Non mancano ballate e influenze elettroniche che ricordano il suo passato nel DJing e nel soul, anche se testualmente è difficile incasellare l’artista in definizioni di sorta. Il modo di narrare delle privazioni e delle emozioni, delle conquiste, delle metafore che rappresentano l’autore e il suo scrivere, è assolutamente personale e imparagonabile, a meno che non tiriamo in ballo artisti che esulano dal contesto musicale, come un certo Foscolo o un certo Saba. I toni sono talvolta giocosi (“Matta”), altri più grigi e cupi, ma di nuovo riferendosi alla follia come nel pezzo precedente (“Amaro”), collerici e sporchi di bile (“Rabbia”), meno lucidi ma pur sempre ficcanti (“L’Amore E’”), pezzo di un’evidente scontatezza ma che sorprende sulle lunghe distanze.
L’album è concepito in maniera congeniale al suo apprendimento ed è un lavoro più apprezzabile sulle singole tracce che nel complesso. La visione d’insieme perde un po’ del collante psicologico che si avverte in certe sue sezioni, in taluni momenti, sebbene sia più che gradevole, nonché palpabile ed evidente, l’impalcatura ideologica e letteraria su cui i testi sono composti. Le tesi dell’autore sono sempre ben riconoscibili, malgrado qualche espressione macchinosa o troppo banale, e questo aiuta nella comprensione dell’emozionante viaggio cui ha voluto rendere partecipi i suoi ascoltatori. Un disco sincero ma da capire per non rischiare di sottovalutarlo.
TRACKLIST:
1. La Rebellion
2. Amore Amore Amore
3. Dal Carcere
4. Il Ragazzo e la Città
5. Dimenticata
6. A Night at Holiday Inn
7. L’Ultima Parola
8. Un Nome Che Sia Vento
9. Il Concerto
10. Sol Major para Comandante
11. Opera du Sahel
Su Paolo Andreoni, cantautore bergamasco, si potrebbe speculare e dissertare a lungo. Che genere faccia, che direzione voglia dare al disco, quale sia il succo o il filo comune di queste undici tracce, tutto ciò sembra sfuggire. Una cosa innegabile e certa c’è: non siamo di fronte ad un personaggio normale, piuttosto all’incarnazione di una fenomenologia cantautorale tutta italiana che muove i suoi passi distinguendosi a pieno titolo da tutta la superficie mainstream (Brunori Sas, Dente, Vasco Brondi, ecc.) per stropicciare spartiti delle vecchie glorie di Santercole, Lauzi e, perché no, Paoli e Dalla, ricoltivando quella passione per la musica di contenuto che, diciamoci la verità, ultimamente si è persa.
Tradizionale, comunque, lo è poco questo Un Nome Che Sia Vento, mélange di ogni cosa si possa immaginare suonata, dal blues alla musica etnica, dal folk a De Andrè. La title-track e “Il Concerto” hanno molto del genovese, ma la perdita di identità del disco continua lungo tutta la sua durata, sterzando a destra e a manca, un po’ alla deriva, assestando duri colpi al concetto di semplicità d’ascolto. Fluttua un po’ qua un po’ là Andreoni, tra la semplicità spontanea ma a suo modo lirica di “Dimentica” e gli anni ottanta di “Dal Carcere. Ci sono poi quei brani, come “Il Ragazzo e la Città”, che ti fanno pensare a Dylan e Springsteen, ma con un respiro più italiano, come una sorta di quest cavalleresca aggiornata ai nostri tempi, con l’America deludente di Fitzgerald che diventa la Lombardia (senza mai citarla). La libertà, sicuramente fondamentale per questo disco a livello testuale, si traduce comunque in una sorta di attitudine free jazz, non dimenticando neanche le derive etniche/tribali degli ultimi lavori dei CSI (e non a caso è il primo disco del Consorzio Suonatori Indipendenti ad essere citato dall’autore stesso come una sua influenza, Ko De Mondo; c’è poco invece di un altro disco citato, Kid A dei Radiohead), pur se distante da un’ispirazione politica o un respiro caldo d’impegno sociale. Intimismo e platonismo, più che altro.
Una volta sprecate tutte queste parole lo possiamo dire: questo disco è un toccasana per questa scena, un vero, piccolo, cristallino capolavoro.
TRACKLIST:
Venire al Mondo (Prima)
E’ Successo
La Lingua
Facciamo Pace
Quasi Quasi
English Soup
Uomo Bianco
La Via Lattea
Un Diritto Mio
Fuori di Me
Cambiare Musica
Venire al Mondo (Dopo)
In passato The Webzine trattò già l’ironia tagliente e pulsante di Paolo Rigotto, nel suo ottimo Corpi Celesti. E’ passato poco tempo e Uomo Bianco è un’altra eccezionale prova di humor crudo e poliedricità come volevamo sentire nuovamente. Da “Venire al Mondo”, nella versione (Prima), iniziale, e (Dopo), conclusiva, fino alle impegnate “Quasi a Quasi” e “E’ Successo”, brandelli di espressionismo e quotidianità si fondono per raccontare con pratico realismo la concretezza di alcuni problemi, sociali o politici, nei quali trova sempre il modo migliore di riversare su traccia quella mordacità quasi satirica che lo contraddistingue. Anche religione in “Un Diritto Mio”, mentre “Cambiare Musica” e “Fuori di Me” mostrano un po’ di più della concezione personale di Rigotto nel fare musica, senza mai dimenticarsi una certa soggettività delle liriche. Difficile etichettarlo, questo oceano di pop, rock, elettronica e testi che talvolta schizzano in una sorta di rappato d’oltreoceano, e ci piacerebbe, pertanto, definirlo con una frase di Paolo:
Sono bianco quindi con imbarazzo riconosco di essere io stesso l’Uomo Bianco
E’ così che si riporta questo disco a tutti noi, come fosse un manifesto di una civiltà corrotta e a suo modo caotica. Caotica come la musica di Rigotto, un pot-pourri di generi mescolati con così tanta attenzione e originalità che al ventesimo ascolto può ancora stupire. Siamo ancora qui ad ascoltarlo, chissà per quanto tempo ancora.
TRACKLIST:
1. La Migliore che Ci Sia
2. Il Mio Rumore Bianco
3. Il Male Minore
4. Complicitè
sassi caduti dal cielo altro che fabbriche di desideri, altro che simbolo di educazione
sassi sparati da dentro un cannone sassi tenuti lontano, sassi che a volte ti scappan di mano sassi che portano rivoluzioni
“La Migliore che Ci Sia”, il brano inaugurale di questo EP, ci spiega subito a cosa si riferisce il titolo del disco. Questi sassi dal forte valore metaforico e allegorico, che ci guidano ad un album pieno di simbologie e di testi da digerire a fatica, dopo averli studiati bene. E’ cantautorato fatto con una certa cura, musicalmente impreziosito da una raffinatezza di toni e di maniere che lo rende quasi lo specchio lucido e luccicante della bellezza delle sue liriche. “Il Male Minore” e “Il Mio Rumore Bianco” serpeggiano verso direzioni più languide e malinconiche, dalle parti di certo grande dream-pop d’oltreoceano e oltremanica, e “Complicitè” regala all’album la veste candida e semplice che il suo bilinguismo (italiano-francese) tende ad appesantire. La tristezza rabbiosa di alcune parti dei testi non basta a mettere di malumore: questo disco è veramente una spiazzante sorpresa, incipit, si spera, di una sua espansione che derivi verso territori sempre così originali e intensi, con la possibilità di raccontare più cose con una durata maggiore.
Lo sbigottimento non è mai troppo, di fronte alla musica ben fatta che latita sempre di più nei nostri stereo. Ascoltare questo EP è la sconvolgente prova che la nostra scena cantautorale è finita: il capolavoro-eccezione che conferma la regola che, non a caso, proviene da Pisa. Squisito.
Nella mente di chi ha pensato il progetto Il Sogno Il Veleno deve esserci stati tanta cultura musicale. Il risultato è un temibile ma azzeccatissimo incrocio tra Celentano e Capossela, tra gli anni ’60 e gli anni ’90, tra la cautela della forma canzone popolare e il cantautorato leggermente più lavoricchiato di Guccini, Jannacci e Buscaglione. Cinque decenni fa succedeva molto, e non ci si stanca mai di ricordarli: Piccole Catastrofi è un manifesto di questo sentore di passato migliore, tra riferimenti storici e politici e semplici racconti che da quegli anni traggono i loro colori e le loro ombre.
Canzone d’autore con le ali. Originalità che sprizza in ogni inserimento percussionistico, nella tensione sformata del riferimento al quotidiano e della polemica, con la centralità della voce che batte intensamente il territorio ambiguo della politica. Un disco intriso di poesia, di flauti, di strumenti particolari che gli donano anche multietnicità. Forse troppa, ma non è certo smodata la maniera in cui si cerca di renderlo internazionale.
Il modo più aggraziato di dire la propria senza risultare il classico cantautore con la chitarrina acustica.
ETICHETTA: Infecta Suoni&Affini, Venus Dischi, Face Like a Frog Records
GENERE: Indie rock, new wave, alternative rock
TRACKLIST:
1. Helsinki
2. Non Preoccuparti Bambina
3. Vendere i Soldi
4. La Provincia (con Andrea Appino)
5. Dettagli
6. L’Individualismo vi Farà Morire Soli (con Matteo Dainese e Ceskova Midori)
7. Il Figlio Gaio!
8. Padre la Smetta
9. Una Lega di Matti
10. I Pezzi di Merda Non Muoiono Mai
11. Mente Animale
Si potrebbe recensire questo disco citando qualche frase a caso, per comunicare il mood generale. Lo faremo: E’ lui (il tuo vecchio, ndr) che ti ha detto che tutto sommato è solo una questione di testa. Sento di avere qualcosa di rotto in me, mi si son rotte le palle. Ed è il più furbo è chi ne sa approfittare e ti consiglia pure di fare uguale.
Tu guardi Helsinki con gli occhi di chi ha gli occhi stanchi di stare qui
L’individualismo-o-o vi farà morire soli, che è anche il titolo di una delle canzoni più catchy del disco, introduce uno degli argomenti portanti del disco: la stanchezza disillusa di questi giovani ragazzi, i Nu Bohemien, verso l’italiano medio, verso quell’ipocrita egoista che non conosce sentimenti di morale comune, di vero patriottismo equo e altruista, di legalità o perlomeno di coerenza personale. Solidi e chiari i messaggi convogliati, la disgrazia delle nuove generazioni con solo un pezzo di carta igienica come laurea, metafora abusatissima ma in momenti di lucidità come quelli dell’intero spettacolare La Consuetudine del Sentito Dire sempre buona a far capire il pensiero di fondo. Ce n’è per tutti, dal Vaticano ai luoghi comuni di una società sempre più in affanno per il senso di perdita dell’identità nazionale o semplicemente di una società troppo tradizionalista (impeccabile in questo senso la logorrea velatamente politicizzata di “Una Lega di Matti”). La qualità dei testi è mediocre, con espressioni talvolta ridondanti seppur dolcemente macabre, ma l’acerbità è presto ricambiata da un sentimento post-cantautorale tipicamente folk che ricorda molto gli artisti di strada oppure i trovatori, vogliosi di raccontare storie al popolo come veri menestrelli dell’ogni giorno. Una tenuta da buskers, gonfia di chitarre acustiche e ritmi danzerecci, che gli fa certo onore.
Chi se la prende sempre in culo sono gli operai, dicono qui, loro che forse, come tanti giovani italiani, in fabbrica non ci sono andati e non ci andranno mai, ma è facile capire perché questo disco può trovare successo: si infila in una sequenza di dischi socialmente impegnati che dopo aver iniziato a stufare tempo fa sono tornati in voga tra folk rock e cantautorato, dapprima con una nuova linfa, poi con cliché che si sono riverberati fino a qui, fino a questi Nu Bohemién che pur ripetendo gli stessi schemi riescono a rompere la banalità quasi triviale di una scena stagnante. La stessa scena che dopo gli Zen Circus (anch’essi peggiorati ultimamente), il cui Andrea Appino è presente in questo disco alla sei corde, aveva perso la sua carica narrativa di una quotidianità che era stata ormai troppo sviscerata da quell’ironica opacità che li contraddistingueva per permettere nuove imitazioni.
Razionalmente non diremo che è un capolavoro, ma la musica è anche cuore ed energia. Istintivamente è emerso un vero impulso ferino, animale, selvaggio, nell’ascoltare questo disco, quasi un sentimento riottoso di prepotenza ribelle, come a dire “hanno ragione, scendiamo in piazza e spacchiamo la faccia a tutti”. Ma la terribile realtà è che l’errore nostro di italiani sta proprio lì, nel lamentarci sempre, in maniera poco costruttiva, talvolta abbassando troppo i toni fino ai livelli infimi di certa volgare musica di protesta. I Nu Bohemién, fortunatamente, non appartengono a questa categoria, ed è per questo che li apprezziamo.
TRACKLIST:
1. Terra
2. Ali
3. 22:47
4. Dove Andiamo
5. Il Lento Disgelo
6. Poco Alla Volta
7. Patriota
8. Ogni Uomo
9. Scintille
Il lento disgelo potrebbe essere quello che sta accadendo alla nostra musica. Dove il ghiaccio, però, deve rappresentare l’originalità e la voglia di esprimere qualcosa senza attaccarsi alle mode. Dove sciogliersi significherebbe, pertanto, perdere la bussola e andare alla deriva in un oceano inquinato e impersonale, dove i trend si presentano puntuali sulla scena salvo togliere il disturbo poco dopo. Davide Tosches non sale a bordo di nessuno dei blocchi di ghiaccio stabili rappresentati dai fenomeni del momento, e non proclama neppure il possesso di qualche iceberg già distaccatosi. Questo disco è la pura e semplice essenza del suo pensiero di musicista: produrre ciò che si vuole produrre, comporre ciò che si vuole comporre, in sintesi suonare quello che si vuole suonare. Dalla prima bellissima perla “Terra”, passando per la strumentale “22:47″, quasi incarnante un’entusiasmante pastorella musicata, ma senza i dialoghi, e toccando l’apice espressivo, nei linguaggi cantautorali, con la tipicamente italiana “Poco Alla Volta, questo disco è un variegatissimo miscuglio di tutto ciò che la buona musica nazionale ci ha insegnato ad apprezzare, dentro e fuori i suoi confini. Fossati, Battiato, Gazzé, Guccini, Tenco, De Gregori, la tradizione classica, il jazz (“Dove Andiamo” ma anche gli altri inserimenti di fiati sparsi lungo il disco), le piccole venature noise in salsa acustica. Non mancano gli ospiti d’onore, in primis Dan Solo, ma non è per questo che questo album rappresenta qualità e sicurezza d’impatto. A stregare l’ascoltatore è una folgorante semplicità che non perde mai la sua attenzione al dettaglio testuale né la genuinità del discorso pittorico, quasi a voler dipingere, con ogni brano, una tela diversa di una storia che non necessariamente tutti devono interpretare allo stesso modo.
Musica per tutti che non si sentirà dovunque, ma che rappresenta l’eccezione alla regola del disgelo collettivo.
Recensione a cura di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Dischi Obliqui
GENERE: Nuovo cantautorato
TRACKLIST:
1. Morton
2. Blues Morto
3. Whodunit!
4. Vangelo Secondo Alessandro
5. Interludio a Forma di Croce
6. Il Terzo Stile
7. Madonna con Cilicio
8. Beba la Moldava
9. Non Lasciarmi Mai
Voto: 7
Tutti i giullari del mondo
Buffo periodo eh?
Politici sempre più involontariamente comici e comici volontariamente politici, musici che agiscono alla corte di questa nave dei folli, come gli antichi giullari, dicendo quello che
pensano tra frizzi e lazzi, senza sporgersi mai in maniera troppo sconveniente nelle forme musicali (sarebbe di “cattivo gusto”, si dice…), ma agendo con ironia pungente nelle parole.
Eppure, tanto più abbiamo voglia di ridere (e ne abbiamo, altroché!), tanto più sembriamo, profondamente tristi, “vuoti”.
I Casa tornano ad agire in quest’alveo culturale con Crescere un figlio per educarne cento e ne sono specchio fedele attraverso un cantautorato artsy certo vero e di quello che “butta
oggi”. Morde poco e quando lo fa lo sa fare con discrezione e attraverso un gioco maturo. Il segno però, badate, piccolo, ma rimane. Suonano vivi, sensuali e mostrano perizia tecnica, ma non si lasciano mai andare, mostrano personalità nel rimescolare formule, ma non se ne allontanano granché. Eppure non sono qualunquisti, la loro la dicono tra questi solchi, in un dischetto che parla di un argomento tanto caro alla nostra vecchia Italia: il sentimento religioso, ben legato nelle sue contraddizioni ad un profano che a ben vedere ha si del grottesco. Il tutto in contrapposizione, in una sorta di concept, a quell’ ateismo tanto invocato ma negato dal fiorir di bestemmia della terra alla quale questi quattro musici appartengono, il Veneto. Del tipo, “non ci credo perchè odio”.
Morton esordisce con un canto declamato con fare impetuoso, ma non senza ironia teatrale su testi-racconto dalla metrica ondivaga, mentre il sax di Giampaolo Bordignon impazza in maniera dichiaratamente free e slegata dal resto, bella intuizione. Bisbigli elettrici accompagnano il tutto come il rumore di fondo in una città ci rende insonni senza farci sapere il perchè.
Blues morto gioca ancora con l’ironia in modo noir appoggiandosi al racconto e alla voce. Chitarre elettriche e armonica aggiungono il colore fumettoso di un film di Tarantino. Whodunit! è brano di grande rilievo, il migliore del disco, per la capacità di staccarsi completamente da una forma-canzone più lineare, trovando invece nella perfetta aderenza tra racconto, canto e strumentazione il suo punto di forza, senza risultare mai “pesante”. Si tratta di una canzone/composizione semplicemente perfetta e suggestiva. La voce tenorile e volutamente nasalizzata di Filippo Bordignon figlia del Tim Buckley più fortunato (musicalmente, s’intende), di John De Leo, dell’Alan Sorrenti di Aria, ma sardonica quanto quella del primo Alberto Fortis e non aliena alle bizzarrie di Lorenzo Esposito Fornasari dei Transgender, incontra evoluzioni di grande effetto spingendosi sulle sue frequenze più acute, dove trova personalità e incanto di armonici. Notevole anche il contributo percussivo, qui di grande impatto emotivo. Interludio a forma di croce è un soffuso e tradizionale bozzetto jazz.
Davvero fascinoso il rumore bianco di Il terzo stile, incatena l’ascolto attivando la soglia percettiva, senza necessità di sorprendere alcuna e suscita per voluto effetto paradosso, l’effetto opposto.
Bello il racconto di Madonna con cilicio con una piacevole progressione strumentale conclusiva.
Beba la moldava gigioneggia in maniera interessante sull’ironia del testo, grazie alle evoluzioni teatrali della voce, il muro d’impatto delle chitarre, qui anche con un solo degno di gran nota, ad opera del nuovo acquisto Marco Papa e ritmiche assennate a cura di Filippo Giannello e Ivo Tescaro. Gran pezzo davvero.
Degno di nota anche il finale, la ballata Non lasciarmi mai, con il flauto traverso di Marco Girardin, il contrabbasso di Marco Penzo e il vibrafono di Irene Bianco a lasciare traccia nella memoria.
Per quanto chi scrive preferisca nettamente la band alle prese con gli eccessi tanto nel tutto pieno che nel vuoto, questo è un disco completo e assolutamente equilibrato, compatto, con personalità (tranne qualche debito di troppo al primo De Leo, nel canto), maturo e a lungo meditato, ottima anche la produzione artistica di Andrea Santini. Un disco, che piaccia o meno, assolutamente figlio del suo tempo, con tutte le sue contraddizioni, anche nell’uso dei vocaboli “avanguardia”, “arte”, “nuovo”, con cui si pone a chi ne fruisce.
Un solo dubbio, che a furia di voler essere tutti burloni, non ci si stia pigliando per i fondelli deliberatamente finendo per non attribuire valore più a nulla?
La rubrica Multireview torna con un triplo appuntamento tutto italiano.
MARIA ANTONIETTA – MARIA ANTONIETTA (Picicca Dischi, 2012) GENERE: Cantautorale, punk, alt-rock Maria Antonietta, nome d’arte di Letizia Cesarini, è entrata di diritto nella lista degli artisti più importanti di questo periodo, insieme ai Cani, allo Stato Sociale e al suo produttore Brunori SAS. L’attenzione un po’ smodata era facilmente prevedibile, così come lo è lo stile dei testi, mirati ad un realismo e ad una quotidianità di facile presa, con un lessico semplice che non disdegna i semplici riferimenti al “tutto un po’” che piace ai nuovi hipsters. Zen Circus, Vasco Brondi e Dario Brunori tra i più simili, in questo senso (ma anche DiMartino). “Quanto Eri Bello” è una di quelle perle indie che piacciono molto agli italiani, forse perché strappa facili consensi con il suo piglio radiofonico, di nuovo presente in “Tu Sei La Verità Non Io”, con influenze più garage sporcate da una tagliente verve punk. Rapporti di coppia in primo piano negli argomenti delle liriche, che presto o tardi vestiranno questo lavoro di un riconoscimento di “album generazionale” che molti già gli affibbiavano a scatola chiusa. Il miglior brano rimane “Santa Caterina”, perfetto per i concerti, grazie ad una grinta assolutamente alt-rock che qui da noi non può che andare bene. Forse la voce a volte risulta un pochino noiosa, ma è alto il grado di personalizzazione che si avverte lungo tutto il disco, ricercando un’originalità talvolta esagerata ma che funziona nel risultare innovativa.
Della serie “può non piacere, ma è un’uscita importante e ve la beccate lo stesso”.
GIOVANNI PELI – TUTTO CIO’ CHE SI POTEVA CANTARE (Kandinsky Records, 2012)
GENERE: Cantautorale, rock italiano
Kandinsky Records e un’altra bella uscita: Giovanni Peli sa lavorare bene con il cantautorato, manipolandolo con grande abilità in una lunghissima serie di altri linguaggi, dal blues al folk, il tutto ricoperto da un’impalpabile e nitidissima patina pop. “Viene La Notte” ha la sua anima Tenco, così come il rock di “Tutto Quello Che Fai” sembra un misto di Benvegnù, Casale, Edda e Battisti. “Tu Amore Perduto” è molto più malinconica, si ripulisce in una sorta di mellifluo Manuel Agnelli che sposa la causa dei primi La Crus e il lirismo di Dalla. “Corallo” è un brano più pensato, impegnando le parole in qualche gioco superiore alla media del resto del disco, ma senza strafare. I testi di altre perle come “Incrocio” non esagerano mai nel barocco e le levigatissime rifiniture di certe evoluzioni lessicali non fanno altro che confermare un songwriting preciso, completo e mai acerbo, anche dal punto di vista letterario.
Un disco di cantautorale classica ma dall’irresistibile facciata modernista.
VIOLASSENZIO – NEL DOMINIO (Alka Records/New Model Label, 2012)
GENERE: Rock
A Ferrara gli artisti di un certo livello esistono, e i Violassenzio lo confermano. Efficaci musicisti di grande bravura, qualitativamente in grado di superare di gran lunga la media della loro zona, pur esibendo in questo disco tutte le loro influenze in maniera fin troppo scintillante. Anni settanta e ottanta sono miscelati con tutta la new wave che da loro è scaturata, e l’ombra è quella dei Tuesday’s Bad Weather, band pugliese completamente identica a questi emiliani. Il disco è comunque interessante, e a parte alcune oscure somiglianze fila liscio in tutti i suoi tre quarti d’ora. “Amo Chi Sogna”, “Nelle Fabbriche”, “Per Un Re” e “Il Falso E’ Andato Oltre” contestualizzano l’orecchiabilità che fa da sfondo al tutto, un prodotto senz’altro radiofonico e catchy (“Rinchiusi In Una Scatola” e “La Storia Quando E’ Numeri”) che prende il volo quando si giunge di fronte agli ottimi testi, ritratti di una disillusione che non può che accompagnarci tutti quanti fino alla tomba in questi anni di crisi nera, non solo economica. Poca politica diretta, tanti riferimenti alla contemporaneità che tracciano una linea netta tra ciò che vogliamo e ciò non possiamo ottenere. E’ questo espressionismo moderno e dark che salva un album molto derivativo ma suonato ottimamente e con una qualità strumentale che senz’altro molto gli invidieranno. Consigliato, in ogni caso.
Gli artisti di questo articolo in tour: MARIA ANTONIETTA
28.04 NEVERLAND FESTIVAL @ BLOOM, Mezzago (MB)
29.04 SECRET CONCERT, Vicenza
30.04 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
01.05 PARCO MIRALFIORE, Pesaro
03.05 KONTIKI, San Benedetto del Tronto (AP)
04.05 LIO BAR, Brescia
11.05 CIRCOLO AGORA’, Cusano Milanino (MI)
14.05 SALONE DEL LIBRO, Torino
18.05 LOCOMOTIV CLUB, Bologna
19.05 ARCI DALLO’, Castiglione delle Stiviere (MN)
31.05 MORGANA, Benevento
01.06 YEO YEO, Albano Laziale (RM)
02.06 FESTINALENTE, Aversa (CE)
15.06 INDIETIAMO, Sassocorvaro (PU)
16.06 LA DARSENA, Castiglione del Lago (PG)
21.06 NUVOLARI LIBERA TRIBU’, Cuneo
22.06 STADIO DEL RUGBY, Monza
14.07 BAR DELLA SERRA, Ivrea (TO)
15.07 POPSOPHIA 2012, Civitanova Marche (MC)
28.07 FESTA DELLA MUSICA, Chianciano Terme (SI)
06.08 SAMMAUROCK, San Mauro Pascoli (RN)
12.08 ANGURIARA FARA, Fara Vicentino (VI)
Buongiorno a tutti.
In questa edizione di IN BREVE ci siamo dedicati a ben quattro dischi che abbiamo avuto modo di sentire ultimamente. Con diverso livello di gradimento abbiamo comunque deciso che era il caso di parlarne, e questo è il risultato. Vi consigliamo comunque di procurarveli perché, a loro modo, Tunatones, Digit, Fadà e Roberto Scippa fanno tutti della musica di qualità. Che poi ci siano delle riserve, questo è un altro discorso e lo scopriremo insieme.
Sulla buona musica non si sputa, quindi buona lettura.
Una noticina prima di lasciarvi leggere: tutti e quattro i dischi sono spinti nei media da Synpress, che ringraziamo per averci concesso di parlare di questo ottimo materiale.
TUNATONES – iTUNAS! (Prosdocimi Records, 2012) E’ quasi impossibile anche solo pensare che il surf rock sia ancora di moda. Eppure lo è: i Tunatones, dopo una super surf hit come “Spicy Barbara” tornano con un full-length di undici brani, iTunas!, autoprodotto ma con il master affidato all’imprescindibile Ronan Chris Murphy, che lavorò con King Crimson e Tony Levin, tra gli altri (da tempo alla scoperta di band italiane da produrre o registrare). Dentro iTunas! tutta la verve dei veneti, tra rockabilly, surf e blues rock (“Party By The Pool”, “Letter of Love”, “Mafia e Sti Cazzi”), il tutto confezionato in canzoni orecchiabili che non mancheranno di far ballare la folla scatenata degli ambienti più garage. Gli arrangiamenti sono tutti molto puliti e così anche la registrazione, che non manca di mostrare un sound molto più definito che in passato e di portare compattezza dentro un genere che nonostante alcune venature ruvide beneficia anche di una certa levigatezza dei suoni (di sezione ritmica e chitarra, in particolar modo). Non si griderà certo al miracolo-originalità, ma siamo di fronte ad un album molto interessante per i cultori di un genere mai defunto e che continua a ripresentarsi puntuale nelle balere surfabilly. Una chance è obbligatorio dargliela: non si discute.
DIGIT – DIGIT (Skipping Musez, 2011) Al panorama emiliano non mancano certo le grandi band. Se questo da un lato non facilita l’esplosione di nuovi nomi in una scena dominata dal mucchio di artisti nuovi e (soprattutto) vecchi, rimane comunque spazio per una critica più oculata che si occupi di scavare a fondo. E’ lì che si trovano i Digit, interessante formazione ferrarese che con le sei tracce di questo ben confezionato self-titled fatto di palesi ispirazioni rock che però si fondono con l’elettronica commerciale all’italiana, quella dei Subsonica (ma anche del loro progetto collaterale Motel Connection), si presentano in maniera chiara e pulita, personale, mentre anche uno sguardo a un certo synth-pop non manca (“Re di Picche”), per celebrare atmosfere che attingono più sensibilmente agli eighties che ai novanta, come invece fa gran parte del lavoro. I brani, tutti molto corti (il range è da 02.53 a 03.55), aiutano la digestione dei medesimi, cuciti in maniera da risultare non solo orecchiabili ma anche radio-friendly, facili da introiettare e comprendere: “Farfalle su Budapest” e “Camaleontica”, i due pezzi meglio riusciti (e quelli che ricordano di più i torinesi di Samuel e soci), spiegano benissimo cosa questo disco voglia comunicare e si classificano come riuscitissime ballad electro-pop dal sapore intenso, non mancando neppure di risultare introspettive e profonde. Qualche derivazione di meno e un pizzico di originalità extra e il loro prossimo full-length sarà veramente degno di nota, ma anche questo le “bestie” (titolo del discreto brano in chiusura) non scherzano. Attesi al varco.
ROBERTO SCIPPA – VAGANDO DENTRO (Autoproduzione, 2011) Cantautorato di grande classe, abile sia nelle parti più malinconiche che in quelle più tese a raccontare una facile storia, per tredici brani che nella loro semplicità non risultano mai banali, andando in profondità nel trascinare l’ascoltatore nell’emozione che ogni singola nota è incaricata di suscitare. Si nota, dall’altra parte, una certa debolezza dell’impianto strumentale, che tende a inabissare certe buone canzoni dalle splendide liriche (“Il Mio Corpo di Cristallo”, “Un Re”) ma in generale il disco è più che sufficiente, grazie ai riferimenti alla quotidianità che tanto piacciono in questo periodo e che, effettivamente, se fatti bene come in questo caso, sono in grado di penetrare a fondo nella coscienza del musicofilo attento (“Canzone al Lavoro”, su tutte, tra l’altro uno dei migliori brani del lotto). Le tematiche, peraltro spesso trattate da moltissimi cantautori nell’ultimo decennio, non hanno una visione molto aperta e personale, ma sta all’ascoltatore intravedere qualcosa di proprio in questi testi, senz’altro lontani dall’essere banali, mentre un giudizio severo s’ha da esprimere sulla povertà di alcune scelte lessicali. Il fatto che certe mancanze non pregiudichino comunque l’arrivo del messaggio facilita la comprensione dei testi e aiuta nel valorizzare quanto di buono c’è in questo disco: dei pezzi facili da digerire alla cui orecchiabilità, talvolta, non si scampa (“In Un Giorno del Duemila”, “Una Stella Danzante”), aggiungendo quel tocco folk ad un’ambientazione che anche nell’artwork assume un colorito autunnale e bucolico. Realista e mai troppo pessimista, Vagando Dentro è un disco complesso, non ingombrante e proprio per questo di ampio respiro, che nei suoi alti e bassi trova anche tantissimi motivi per essere ben ascoltato, per poterlo capire e andare a cogliere la capacità di sintesi di un ottimo songwriter che sulle lunghe distanze può ancora crescere e produrre un vero capolavoro. Notevole sforzo.
FADA’ – POLVERE DI MUSICA (Autoproduzione, 2012) Polvere di Musicaè l’ennesimo sforzo italiano di calarsi nel mood synth-pop più tipicamente straniero. E non è un difetto. William Fusco, ovvero Fadà, esplora mondi che tutti conosciamo con duttile ironia, un labile e tagliente umorismo e una certa dose di fantasia. Eclettiche sono le liriche (“La Donna Cervello” è di per sé un vero gioiellino), ma anche gli arrangiamenti, saltando qua e là in generi completamente diversi (l’hip-hop della già citata La Donna Cervello, la danzabilissima disco-ballad “Like a Danz”, il folk-cantautorato di “Perfect Face”, ecc.), ma mai distaccandosi da una sede elettronica che sembra fare da sfondo anche laddove è assente. La scelta dei suoni cauterizza la ferita lasciata dall’impatto troppo brusco di alcuni cambi repentini di registro, variazioni un pochino forzate che però non guastano nel dare al risultato finale una consona valorizzazione: Fadà ha prodotto un bel disco, intelligente, sardonico, stiloso e nel duemiladodici, di queste cose, c’è ancora bisogno. E del resto i viaggi siderali di “Cinemà e le Pazze Stelle”, il balletto modaiolo che ispira “L’Antidoto” e la storiella per tutti “Il Cappellaio Matto” sono tutti ingredienti segreti di una pozione magica che rende questo disco veramente interessantissimo al di là di un’assenza di particolarità che lo classifichino come qualcosa di originale e nuovo. Non lo sarà, certo, ma a noi la sua varietà e la sua spontaneità sono piaciute.
Garrincha Dischi è una delle migliori etichette attive in questo periodo in Italia. Lo dimostrano uscite veramente molto interessanti che stanno innalzando di molto il livello della nostra musica. In questo articolo parleremo di 33 Ore, manzOni e L’Orso, ma non ci sono solo loro: i The Walrus hanno fatto uno dei migliori dischi sentiti ultimamente (e ne abbiamo parlato qui), il Black Album di Le-Li è spettacolare e non è da meno neppure il nuovo Turisti della Democrazia dello Stato Sociale, nuovo fenomeno del momento con quel gran pezzo che è “Mi Sono Rotto Il Cazzo“.
33 ORE – ULTIMI ERRORI DEL NOVECENTO (2011)
Gli ultimi errori del novecento sono il tema di questo disco, firmato Marcello Petruzzi, ovvero 33 ore. Blues dall’inizio alla fine, in questa sorta di aria satura di echi di Tom Waits, Nick Cave e Captain Beefheart (e quindi l’unica band moderna che attinge da qui senza essere banale: i White Stripes). Storie di vita quotidiana come se piovesse in “Il Vecchio Mario” (che ricorda un po’ Il Giovane Mario di Brunori SAS, ma forse non c’entra niente), Adriano Sofri e le sue lettere dal carcere in “Le Donne Belle”, la capacità di dipingere un immaginario naturalistico con un linguaggio poetico non scontato in “Primo Polline”. Gli arrangiamenti e il sound tendono piuttosto spesso agli USA, ma sono le ballad a riportarci verso un folk blues come adesso si fa anche in Europa, come insegna l’onesta e buona “Re di Piume”.
Il disco è ottimo, non perde mai colpi durante i suoi undici brani e riporta l’attenzione su questo garage blues vecchio stile che in troppi dimenticano essere stato principale elemento fondante di molta musica moderna. Non risparmiando neppure il grunge e il punk, quando si facevano ancora bene. Ed ecco i vostri ultimi errori del novecento.
manzOni – L’ASTRONAVE EP (2011)
Ad esempio questo è un bel disco che tutti definiscono post-rock, un’etichetta che, se permettete, è la più sbagliata possibile. L’Astronave EP è un album complesso, un pochino pesante se vogliamo, ma nella sua aria irrespirabile per i meno abituati ad una musica leggermente più colta della media, trova anche il modo di essere orecchiabile. I cinque veneziani ondeggiano tra momenti tranquilli e quasi cantautorali, a rumorismi noise/post-punk che derivano tanto dagli Slint quanto dai Sonic Youth. “A Lei, Di Lei” è perfetta nel racchiudere le due anime, ma il brano che colpisce di più per un effetto certamente caleidoscopico nella variegatezza dei suoi toni è “Anna”. “Ray Moon” si dimena in un campo più radio-friendly in maniera personale, essendo una ballad profondamente fuori dagli standard, senza la forma strofa-ritornello-strofa-ritornello che i manzOni sembrano non conoscere. Fortunatamente. Senza cliché. Un EP interessante che merita più spazio per esplorare meglio le grandi capacità compositive di questi ragazzi veneti.
L’ORSO – LA PROVINCIA EP (2011) Ascoltare l’EP La Provincia è come fondere insieme qualsiasi indie folk act, Band of Horses/Bon Iver/Grizzly Bear/quellochevolete, con un cantautore di quelli giovani e spensierati, ma non Brondi, quanto più un Max Pezzali, come alcuni critici hanno sottolineato. I testi sono semplici, d’impatto e chiunque ci si può identificare, sono realisti, parlano di quotidianità, di presente. I toni, anche per quel che riguarda il lessico, sono sempre molto coloriti, l’aria è frizzante e sotto un certo punto di vista si respira anche del buonumore (“Quanto Lontano Abiti” e “Invitami Per un Tè” nascondono un’atmosfera anti-malinconica nonostante le tematiche). A fare da contraltare alcune scintillanti ballad dal sapore fortemente autunnale come “Baci dalla Provincia”, che apre l’EP e per certi versi lo chiude, dipingendo in pochi minuti tutto ciò che si ascolterà anche nelle altre quattro tracce.
L’Orso ha tempo per crescere, ma questo EP senz’altro mette in campo tutte le potenzialità, che si potranno esplorare meglio in un full-length che si aspetta senza porsi troppe domande.
IN TOUR:
29 febbraio – LO STATO SOCIALE @ TEATRO HOP ALTROVE, Genova
02 marzo – LO STATO SOCIALE @ GROOVE, Potenza Picena (MC)
02 marzo – L’ORSO @ TAMBOURINE, Seregno (MB)
03 marzo – LO STATO SOCIALE @ LA LIMONAIA, Fucecchio (FI)
07 marzo – LO STATO SOCIALE @ DALLA CIRA, Pesaro
08 marzo – L’ORSO @ ALL’UNA E TRENTACINQUE CIRCA, Cantù (CO)
09 marzo – LO STATO SOCIALE @ LOCANDA ATLANTIDE, Roma
10 marzo – LO STATO SOCIALE @ OFFICINE INDIPENDENTI, Teramo
16 marzo – LO STATO SOCIALE @ CLUB ZENA, Campagna (SA)
17 marzo – LO STATO SOCIALE @ ZONA FRANKA, Bari
23 marzo – LO STATO SOCIALE @ CSO PEDRO, Padova
24 marzo – LO STATO SOCIALE @ VOODOO ARCI CLUB, San Giuseppe di Comacchio (FE)
30 marzo – LO STATO SOCIALE @ OFFICINE CORSARE, Torino
31 marzo – LO STATO SOCIALE @ UNIVERSITA’ POLO PORTA NUOVA, Pisa
06 aprile – LO STATO SOCIALE @ KALINKA, Carpi (MO)
07 aprile – LO STATO SOCIALE @ INDIEHOME, San Benedetto del Tronto (AP)
13 aprile – LO STATO SOCIALE @ CASA AUPA, Udine
14 aprile – LO STATO SOCIALE @ GLUE, Firenze
15 aprile – manzOni @ ZUNI, Ferrara
20 aprile – manzOni @ DISCANTO LAB, Chioggia (VE)
21 aprile – LO STATO SOCAILE @ CUBO ROCK, Catanzaro
24 aprile – LO STATO SOCIALE @ LA STAZIONE, San Miniato (PI)
28 aprile – LO STATO SOCIALE @ VINILE 45, Brescia
30 aprile – LO STATO SOCIALE @ OFFICINA 99, Napoli
04 maggio – LO STATO SOCIALE @ RATATOJ, Saluzzo (CN)
18 maggio – LO STATO SOCIALE @ APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
09 giugno – LO STATO SOCIALE @ ETNOBLOG, Trieste
ETICHETTA: Novunque/Self
GENERE: Cantautorato italiano
TRACKLIST:
1. Come Ieri
2. Caos
3. Non Capiranno
4. Retrocattiva
5. L’Ultimo Giorno Che Ho
6. Stanze Vuote
7. Io Qui Ci Sono Già Stato
8. Cercando Un Senso
9. Via di Qui
10. Senza Una Ragione
11. Non Ci Sono Altre Domande
Passare dai tour con la Nannini agli album solisti non dev’essere proprio automatico. Sarà che spesso fare il “turnista”, insomma quello che interpreta canzoni altrui senza metterci mano, induce un certo sopore creativo che ha anestetizzato molti grandi; sarà che uno non riesce a farsi l’idea veramente di cosa girare con Pelù ti possa suscitare nel cervello; per questi e altri motivi, noi il debutto di Davide Ferrario ce lo immaginavamo diverso.
Pensavamo fosse un disco fragile, commerciale e banale; pensavamo fosse un disco insipido e up-to-date, avvezzo all’orecchiabilità di coretti da stadio e liriche melodrammatiche e scontate. Davamo anche per certo che non ci sarebbe piaciuto. E invece no.
F, l’iniziale del suo cognome, è una piacevole sorpresa, un bunker esplosivo di pop italiano come pochi ancora fanno, abile nel mescolare la pesantezza lirica di Bianconi con le schizofrenie del suo ex compagno di palco Franco Battiato, senza disdegnare Zampaglione, Tenco, Morgan, e non passando neppure tanto al largo dell’influenza impalpabile dei nuovi cantautori, soprattutto Brunori SAS. Si raccontano storie che per intensità assumono una compostezza più folk-indie (“Non Capiranno”, “Io Qui Ci Sono Già Stato”), ma anche ballad un pochino più downgraded, maggiormente radio-friendly, come l’introversa “Senza Una Ragione”.
Musica italiana vera e propria, che attinge dal suo universo e dallo stesso vuole fuggire. Che si compone di aria ogni giorno respirata pur volendola rigettare e distruggere. F è un esordio più che discreto, che se non altro, nella gradevolezza che il suo ascolto produce, induce anche il cauto ottimismo di chi pensa ancora che in Italia si possa fare musica senza farsi fagocitare dai meccanismi ben oliati dei talent e dei gradi network radiotelevisivi. Il pollice? Verso l’alto, naturalmente.
TRACKLIST:
1. Così
2. Per Morire Con Più Stile
3. Un Po’ Per I Tuoi Occhi
4. Grigio
5. Se Dipingessi Cristo
6. L’Acqua Spacca i Ponti
7. Nino Aveva Due Femmine
8. Non Lo So
9. Fagiolino nel Vento
10. Boccuccia
11. La Telefonata
Dalla straziante vita del suicida fallito di “Per Morire Con Più Stile” all’insoddisfazione del vivere alla giornata di “Non Lo So”, Ezio è un disco neoromantico e nichilista, devastante per la totale immersione in un pessimismo cosmico a cui costringe, malinconicamente tentennando tra le blande cornici pop di un folk cantautorale d’antan e qualche lieve schizzo rock che impenna i toni illuminando solo raramente il buio paranoico contorno che circonda gli undici brani. Undici pezzi pregiati, schemi semplici ma del tutto anticonformisti che con la saggezza del cantautore indie d’oggigiorno, intento a disegnare abbozzi di vita vissuta per il piacere del grande pubblico pur rimanendo nella ristretta nicchia dei cultori di genere (Brunori Sas vi dice niente?), che per quaranta minuti trasportano un’immensa mole di materiale dentro le nostre vene cementandosi come parte di noi, tanto è penetrante il linguaggio utilizzato.
Dal punto di vista della produzione il disco perde un po’ di botta, forse troppo compresso, per durata e per scelta dei sound; forse un po’ pretenzioso, negli arrangiamenti, ma i contenuti lo risollevano da qualsiasi difetto classificandolo immediatamente come una piccola gemma del gelido duemilaundici cantautorale italiano.
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop cantautorale
TRACKLIST:
1. Libera Estate
2. Hold Me Tight
3. Segno del Destino
4. Ciao Come Stai
5. Crossfinger
6. Il Ferdinandeo
7. La Fine del Mondo
8. Magic 39
9. Prega Per Noi
10. Second Choice
Definire un disco pop nel duemiladodici può significare vezzeggiarlo ma anche criticarlo. Sarà che spesso questa etichetta si appiccica sempre più spesso a prodotti di scarso valore e che proprio per questo vendono, ma il suo significato dovrebbe essere quello di avere un contenuto “popolare”, accessibile, orecchiabile, se vogliamo alla portata di tutti. E’ proprio questo Miticaffé, del triestino Lorenzo Fragiacomo, un cantautore che ha deciso di raccontare alcune delle storie del suo vissuto personale, rielaborandola con un linguaggio volutamente semplice e una superficie ombrosa, un’atmosfera cupa e tetra che malcela la solarità di alcuni momenti più sconsolati, come l’apertura di “Libera Estate” e il divertissement semi-estivo di “Hold Me Tight”. Nei dieci episodi di questo lavoro fanno la loro comparsata numerosi interlocutori, distesi lungo innumerevoli storie che portano con la genialità della semplicità cantautorale tipicamente italiana (Paolo Conte, il Luca Carboni meno oscuro, il Vinicio Capossela meno schizzato) all’esplorazione di un mondo pesantemente intriso di quotidianità e realismo, percorrendo le ripide vie del romanticismo e dell’estetismo per tracciare testi facili da comprendere e storie in cui chiunque può immedesimarsi, pur non comprendendo tutti i riferimenti geografici che non si rifanno solo a Trieste (sbucano anche La Spezia ed altri toponimi). “Il Ferdinandeo”, “Prega Per Noi” e “Ciao Come Stai” sono le tracce più evocative, forse anche le più adeguate a descrivere, con la banalità di un italiano striminzito e ripulito, sentimenti, amarezze e delusioni di persone comuni. Comuni come le tracce, che portano con loro una genuinità dal gusto tipicamente pop che sa di “storia da bar”, da caffé italiano come le nostre strade sono piene, luoghi d’incontro che anche nella musica possono essere vivide e immaginifiche realtà dove scambiarsi informazioni, episodi ed esperienze di vita.
TRACKLIST:
1. Un Significato
2. Carta
3. Siamo Sempre Stati Solidi
4. In Favore del Vento
5. I Giorni della Lepre
6. Rompere il Limite
7. Chi Sei?
8. Un Inverno per Noi
9. In Un Pozzo di Idee
10. Non Dimentico
11. Bonjour Tristèsse
12. Nell’Acqua
Pop d’autore. Una definizione scomoda nell’epoca delle etichette svuotate di significato, ma che rappresenta senza sofisticazioni l’anima autentica e genuina della band, pretendendo con dodici pezzi di squarciare il velo dell’assenza triennale dalle scene e penetrare nuovamente nel cuore dei fans precedentemente accaparrati con grande attenzione. Lo fanno in grande stile, e con un capolavoro come Spigoli alle spalle le aspettative erano facili da tradire. Ma non l’hanno fatto.
Il disco è sostanzialmente la semplificazione più intelligente di quel linguaggio rock leggero e friabile che si respirava nel passato recente della band, rivolgendo nuovamente lo sguardo, come già fecero tempo fa, ad atmosfere acustiche pervase di pop melodico che però ammicca all’indie rarefatto e ipnotico d’oltreoceano. Barcelona, Blue October e Paper Route sono le più rock delle influenze percepibili, ma il panorama di riferimento è soprattutto quello italiano. “I Giorni della Lepre” e “Siamo Sempre Stati Solidi” sono i brani più tesi, lasciando intravedere una certa irrequietezza che si appoggia e fonda anche sull’acredine e il livore di alcuni testi particolarmente amari. L’asprezza però collima con la dolcezza e la benignità di certo lessico delicato e raffinato che ricorda il cantautorato classico quanto l’attenzione per i dettagli nel descrivere emozioni e sensazioni di Cristiano Godano e Cesare Basile. L’indice di gradevolezza schizza in alto, appunto, soprattutto quando ci si sofferma a valutare i testi, vera anima del disco, grazie a perle come “Un Inverno per Noi”, “Nell’Acqua” in conclusione e “Un Significato”, le gemme più propriamente “poetiche” della dozzina che compone Ne’ Uomini Ne’ Ragazzi. Riempitivi non ne esistono, anche se per i suoi toni un po’ dimessi ai meno avveduti risulterà un disco incapace di decollare, stravolto da una piattezza glaciale; è invece palese come nello scorrere e quindi nell’evolvere delle canzoni si riesca a scorgere un pacchetto unico di tensione e inquietudine, un blocco compatto di grande autocompiacimento pop che malcela la grandissima vena compositiva di una band matura, professionale e sicuramente avanzata rispetto alla deriva neocantautorale art-pop che in Italia scade spesso in risultati vergognosi. Di lavoro dietro questo disco ce ne dev’essere stato parecchio, e i risultati sono ovviamente chiaramente udibili.
Da Genova, un disco che non si dimenticherà tanto facilmente.
TRACKLIST:
1. Spreco Spazio
2. Depurazione
3. Bangkok Blues
4. Memorie Underground
5. Forme Lese
6. Annullami
7. Capovolti
8. Gelo di Gola
9. Notte d’Inganni
10. Parlami del Mare
11. DogVille
Salvo Ruolo, tra le diverse alternative che la rosa dei giocatori in campo nella squadra del cantautorato italiano ci propone, è la scelta “concettuale”, quella dall’animo malinconico ma riflessivo, che può raccontarci storie di viaggio e di meditazione come Bob Dylan, ma anche come Robert Clark Seger, senza la banalità del nuovo esercito dei qualunquisti e con il giusto spessore sia musicalmente che letterariamente. E in lingua italiana, che non è poco.
Vivere Ci Stanca è un disco che tende all’eccesso, dilungandosi soverchiamente, ma solo dopo ripetuti ascolti di tutti e dodici i suoi bei capitoli se ne coglie quella splendida essenza che malcela anche una semplicità nei linguaggi, una certa orecchiabilità e una distensione nei toni che non è solo estensione, ma anche profondità. Accollandosi anche il rischio di osare. Geometrie sonore a parte, le atmosfere sono scure, nell’orbita del blues personalizzato di certe produzioni di Van Morrison, Johnny Cash e Neil Young, con tutte le venature folk del caso. Gli arrangiamenti sono però gonfiati, nell’ambito di una musica popolare che sia facilmente fruibile pur mantenendo una certa rilevanza, contenutisticamente parlando; a dare colore e tono partecipano anche influenze di stampo psichedelico, come il periodo sydbarrettiano dei Pink Floyd, le schizofrenie meno celebri dei Beatles (alcuni momenti di Magical Mystery Tour e Sgt. Pepper’s) e i novelli Flaming Lips. Ma i condimenti più tangibili vengono dal mondo elettrico, sempre blueseggiante ma con trattamenti americani molto tiepidi e roboanti, sostenuti nelle ritmiche e nel biascicare intrepido del “capobastone” di questo progetto (“Memorie Underground”, “Bangkok Blues”), spingendo l’acceleratore in maniera particolarmente evidente solo in “Depurazione”, mentre si frenano gli istinti più impulsivi della narrazione ferrettiana/godaniana (più concretamente visibile/udibile in “Spreco di Spazio” e nella title-track) in “Parlami del Mare”.
Il valore di questo progetto è già ampiamente percepibile, palpabile anche grazie ad una dinamicità molto corporea che ne tramuta l’indolenza nostalgica in una fisicità complessa e diretta, che raggiunge chiunque anche a pochi istanti dall’ingestione. Dandone anche per scontata l’ulteriore maturazione, non ci resta che darci ad una comoda attesa.
Se “vivere ci stanca”, ascoltare buona musica come questa non lo farà tanto facilmente.