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Archivio per la categoria ‘TIPO: recensione disco’

Recensione scritta per il circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Ice Records
GENERE: Electro, hip-hop, miscellanea

TRACKLIST:
Cani Bionici (feat. Dargen d’Amico)
Alla Corte del Pazzo
Manitù
L’Amaca (feat. Seppiah)
Modo Nuovo
Thor e Fatima
Il Secchio e il Mare
Rosa Quantica (feat. Danti)
Dopo Il Patto Rise
Libero Caotico

Per parlare di questo disco una parola chiave è “miscellanea”, termine usato per la prima volta dal celebre umanista di Montepulciano Angelo Poliziano molti secoli fa per raccogliere alcuni suoi scritti filologici di varia natura. Il succo del termine è la raccolta di diversi elementi eterogenei, ma visto che il lemma in sé non racchiude un giudizio qualitativo sulle differenti componenti di questa unione di singole parti individuali che non sembrano legare bene insieme, interverrà l’articolo che si sta leggendo.
Pico Rama è un rapper milanese, ventitreenne, forse già sentito nominare da molti in quanto figlio di Enrico Ruggeri, artista che da qualche tempo ha iniziato a bazzicare anche in scene underground come quella trentina, sia come produttore che come musicista. L’esperienza di Pico forse arriva anche da un clima familiare recentemente più aperto a ciò che sta fuori il mainstream, ma la ricerca sembra essere ostacolata da un’eccessiva urgenza comunicativa, una voglia immensa di dire tutto e subito, che in questo disco si traduce in uno sterile, per quanto riguarda il mero accostamento di diversi linguaggi, pot-pourri di reggae, dub, hip hop, rap, elettronica, condendo tutto con liriche d’autore che, e questa è una fortuna, hanno invece una maggiore coerenza rispetto a ciò che a queste sottostà. Zangirolami garantisce una produzione di qualità, agli stessi livelli dei grandi nomi con cui ha già lavorato in passato (Fabri Fibra in primis), e le diverse atmosfere che popolano questo lavoro fanno il resto. E’ un viaggio iperattivo (“Cani Bionici”, con l’onnipresente D’Amico, che aiuta nel rivestire il brano di una maggiore immediatezza), scientifico-futuristico (“Libero Caotico”, “Rosa Quantica”, altro bel featuring, stavolta con Danti, uno dei rapper brianzoli più accreditati nell’ultimo biennio, ovvero i giovani Two Fingerz), storico-religioso (“Dopo Il Patto Rise”). E’ una trasumanazione continua, un trasporto incessante tra tempi e luoghi, uno spostamento svincolato, in realtà, da ogni ragionamento, tra linguaggi e sistemi di comunicazione diversissimi, come nell’ironia quasi da Bagaglino di alcune frasi della bella title-track o l’alienazione paranoica di alcuni schizzi di frenetica distopia, ovvero la follia, nel senso più alto del termine, di “Alla Corte del Pazzo”.  Bastava cambiare una lettera nel nome del disco per accorgersi la vicinanza con il romanzo di Hemingway, Il Vecchio e il Mare, anche se occorre uno sforzo di pensiero ulteriore per rendersi conto che il tema del “viaggio”, visto sotto luci differenti, è condiviso tra le due opere.

Lo ricapitoliamo: non c’è ricerca in questo disco, perlomeno se ricerca nel duemilatredici significa anche dare collante ideologico ad un prodotto artistico. A tenerlo in vita, però, interviene una bramosia di dire qualcosa, di fare qualcosa, forse di farsi notare, o ancor di più di fare successo, che riesce a potenziare le tracce fino a penetrare nelle pieghe della loro essenza e renderle valide, di certo non coese, ma pur sempre valide. E’ forse questa tendenza che porterà il giovane figlio d’arte alla ribalta, dove molti altri, pur con il supporto di una figura di spicco in famiglia, hanno fallito (Marco Morandi, ad esempio, esiste però gli si accredita ben poco di ciò che ha fatto, ad esempio la celeberrima sigla di Chi Vuol Essere Milionario). La prova di talento raggiunge comunque la sua massima espressione con i testi, strani però non complessi, con lo sguardo rivolto ad alcune tematiche proprie dell’hip-hop il quale, tra i tanti generi toccati nel disco, è quello in cui Pico può emergere con una maggiore rapidità (non solo per il terreno fertile su cui la scena lombarda poggia da tempo nella discografia dei grossi numeri). Uno sforzo più che discreto.

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Recensione pubblicata sul circuito Music Opinion Network

Il nuovo lavoro di Benny Moschini esce come un fulmine a ciel sereno da una scena musicalmente non molto fervida, negli ultimi tempi: quella napoletana. Lontano dal folk, dalla neomelodica e dalla musica pop dai toni patriottici, Benny, giovane cantautore di soli 31 anni (non molti nel nuovo millennio in cui non si sfonda più da minorenni se non sei un prodotto per ragazzine) che ha intrapreso un percorso non dissimile da altri in Italia, anche se comunque rivissuto con una personalità notevole, ovvero quello del rock americano, un orientamento internazionale solo a malapena sporcato da un’impalpabile italianità. Il lavoro di Droghetti, celebre produttore di Bennato e altri, è molto raffinato, così come la scelta dei suoni che vivacizza una musica aggressiva al punto giusto, senza mai sfociare nel tagliente, mantenendosi nei limiti che si confanno a una venatura da musica d’autore. Non mancano ballate e influenze elettroniche che ricordano il suo passato nel DJing e nel soul, anche se testualmente è difficile incasellare l’artista in definizioni di sorta. Il modo di narrare delle privazioni e delle emozioni, delle conquiste, delle metafore che rappresentano l’autore e il suo scrivere, è assolutamente personale e imparagonabile, a meno che non tiriamo in ballo artisti che esulano dal contesto musicale, come un certo Foscolo o un certo Saba. I toni sono talvolta giocosi (“Matta”), altri più grigi e cupi, ma di nuovo riferendosi alla follia come nel pezzo precedente (“Amaro”), collerici e sporchi di bile (“Rabbia”), meno lucidi ma pur sempre ficcanti (“L’Amore E’”), pezzo di un’evidente scontatezza ma che sorprende sulle lunghe distanze.

L’album è concepito in maniera congeniale al suo apprendimento ed è un lavoro più apprezzabile sulle singole tracce che nel complesso. La visione d’insieme perde un po’ del collante psicologico che si avverte in certe sue sezioni, in taluni momenti, sebbene sia più che gradevole, nonché palpabile ed evidente, l’impalcatura ideologica e letteraria su cui i testi sono composti. Le tesi dell’autore sono sempre ben riconoscibili, malgrado qualche espressione macchinosa o troppo banale, e questo aiuta nella comprensione dell’emozionante viaggio cui ha voluto rendere partecipi i suoi ascoltatori. Un disco sincero ma da capire per non rischiare di sottovalutarlo.

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Recensione a cura di ALESSANDRO ZAVATTIERO

ETICHETTA: RCA
GENERE: Metalcore

TRACKLIST
Can You Feel My Heart
The House of Wolves
Empire (Let Them Sing)
Sleepwalking
Go to Hell, for Heaven’s Sake
Shadow Moses
And the Snakes Start to Sing
Seen It All Before
Antivist
Crooked Young
Hospital for Souls
bonus tracks
Join The Club
Chasing Rainbows
Deathbeds

Lo ammetto, in testa echeggiano nomi noti mentre scorrono i nuovi suoni di Sempiternal, l’ultima fatica dei ragazzi di Sheffield, ma prima di confessare tutto andiamo con ordine! Sì, i BMTH sono usciti con questo nuovo album, un gran bel lavoro, sono sempre stati bravi questi giovani: nati dal liquido amniotico del death metal di fine inizi anni 2000, personalmente non ho mai distinto chiaramente se considerabili più vicino alla sfera deathcore che screamo, ma quanto è vero che le etichette non servono più a niente al giorno d’oggi, bando a lezioni sui generi e sotto con questo disco. Come sempre lascio che sia la musica a scrivere per me e la prima cosa che Can You Feel My Heart butta giù è una novità elettrica nella tastiera, il nuovo turnista entrato nella band, Jordan Fish all’anagrafe, incide con un contributo più che evidente nelle sonorità; cosa vuol dire questa frase? Che troverete sicuramente Sempiternal meno heavy del precedente There is Hell….(ecc.) così come a sua volta lo era meno di Suicide Season. Qui ci troviamo davanti a qualcosa molto più stilisticamente ampio, fatto per abbracciare molte più orecchie di un tempo (comprese quelle del sottoscritto), ma non per questo meno complesso. Ed ecco che mi appare in testa subito un paio di nomi quando scorrono tracce come  The House of Wolves e Sleepwalking:  ve la ricordate la voce di Chester Bennington ai tempi di Papercut? Ecco, mi sono spiegato, il rimando a quei tempi da parte del frontman Oliver Sykes è costante! Non fraintendetemi, i BMTH non hanno copiato o rovinato niente, anzi penso che il risultato finale sia qualcosa di veramente concreto e interessante, sicuramente diverso da quello a cui i fan più tradizionalisti si erano abituati, ma forse la bravura di questa band sta proprio qua. Chitarre in mid-tempo piuttosto che su riff veloci, maggiori parti melodiche, uso massiccio di suoni elettronici ad abbracciare ritornelli evocativi, malinconici, gonfi di rabbia, come nella terza traccia Empire. Tutto questo si nota ancora nelle buone Go to Hell, for Heaven’s Sake che intinge a pieno dall’idea poco sopra descritta, e  Shadow Moses, saldamente heavy.  And the Snakes Start to Sing ci accoglie portandoci indietro nel tempo con un suono elettrico dall’eco lontano, dalle chitarre tormentate quanto la lirica, quasi parlata, un crescendo costante che esplode nell’ultimo ritornello urlato da una gola incandescente. Ottimo pezzo, tipicamente BMTH. Come se non fosse sufficiente capire la direzione presa da questo disco c’è Seen it All Before, che ribadisce il lavoro di apertura sonora con evidenti richiami nelle chitarre e alle percussioni dei 30 Seconds To Mars ai tempi di A Beautiful Lie. Non mancano comunque pezzi “vecchio stile” come  Antivist o  Crooked Young, anche se quest’ultimo ha un ritornello spudoratamente Linkin; avranno sicuramente fatto scuola a Sykes e soci. L’ultima traccia prima delle bonus track, sente ancora molto l’influenza della tastiera, quasi in arpeggio negli intermezzi per poi lasciare il posto alle chitarre urlanti nel ritornello sofferente. Così eccoci infine al gran finale delle bonus track: Join the Club e Chasing Rainbows sono due gran bei pezzi veloci che ricordano da dove vengono questi ragazzi; Deathbeds è un duetto con Hannah Snowdon (ammetto la mia ignoranza, non so chi sia!) estremamente lento e malinconico sin dal titolo che conclude la tripletta di chiusura. Ed io concludo ritenendo Sempiternal un album riuscito, concreto, qualitivamente e tecnicamente perfetto, ma allo stesso tempo anche in perfetta dissincronia con i lavori precedenti della band britannica, il che lo porta probabilmente ad essere il loro miglior disco!

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Recensione inserita nel circuito Music Opinion Network

Tornano dopo una pausa di quattro anni i lombardi Lolaplay, carismatica formazione di Varese che ha già pubblicato più di qualche bel prodotto. La Città del Niente non fa differenza, stabilendosi proprio come il suo precedessore “Incomprensibili Strategie” su un terreno  molto denso di influenze, vagante tra synth-pop, elettronica sospesa tra dance e new wave, rock e punk. Le dieci tracce sono tutte molto tirate, pensate per essere anche radio-friendly, perfette per lo scopo, quindi, di rimanere in testa. Poco spazio per sperimentazioni e novità di sorta, anche se senz’altro la band dimostra in ogni momento di possedere una discreta maturità nel songwriting e uno schematismo nelle ritmiche che conferisce cattiveria e pesantezza quasi marziale a brani come la title-track e la seconda in tracklist “Non Comprate Questo Disco”. Principale ingrediente di questa ricetta molto rock, pur se vissuta anche coi linguaggi dell’electro più moderna, sono le chitarre gonfie di una rabbia post-adolescenziale che non manca mai di stupire in positivo.

La Città del Niente, nel suo piccolo, significa più del suo semplice esistere. Significa che anche con poco, anche senza essere jazzisti o grandi compositori prog, si riesce a dire qualcosa. Sono cose risapute da sempre, ma nell’universo della pomposità post-moderna sembra un obbligo anche farsi vedere grandi. I Lolaplay non ne hanno bisogno, ottimo sforzo.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Rock Action
GENERE: Post rock, colonne sonore

TRACKLIST:
Hungry Face
Jaguar
The Huts
Kill Jester
This Messiah Needs Watching
Whisky Time
Special N
Relative Hysteria
Fridge Magic
Portugal
Eagle Tax
Modern
What Are They Doing In The Afternoon?
Wizard Motor

Voto: 3.5/5

Dopo il documentario su Zidane, i Mogwai si cimentano nuovamente con la composizione di colonne sonore.
Stavolta servono adattamenti per un telefilm francese dove i morti tornano in vita e il quintetto scozzese è chiamato a comporli: non si poteva delegare band migliore, a mio avviso, per farlo. Nella prima metà del disco i classici muri di distorsioni fanno spazio a synth e pianoforti dando alla luce brani dal sapore spettrale, quasi angoscioso, un p ripetitivi nellʼinsieme ma sicuramente adatti al tipo di scene che il telefilm dovrebbe fornire: il carillon di Hungry Face che riappare anche in Fridge Magic rende a perfezione lʼidea. Poi la composizione si incupisce ancora di più sfiorando temi ossessivi e sonorità più dure come in Portugal, Modern e nella conclusiva Wizard Motor, brani che sembrano tratti da Mr. Beast. Non manca neppure la formula consolidata à la Mogwai in Relative Hysteria e soprattutto nella bellissima Special N con il suo vortice dalle cadenze malinconiche. Rappresenta invece una sorpresa What Are They Doing In The Afternoon? ballata accompagnata da voce.
Eʼ chiaro che questo disco va preso per quello che è, ovvero una raccolta di colonne sonore, fossero usciti con un album così come nuovo lavoro, non sarebbe stata gran cosa, ma anche non avendo mai visto la serie tv, i brani fanno intuire di aver svolto discretamente il compito a loro richiesto, mostrandoci una nuova sfumatura della band di Glasgow.

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Recensione a cura di Enrica Archetti

ETICHETTA: Machete Empire Records
GENERE: Rap

TRACKLIST:
Arigatò (prod. Salmo)
Gaia (prod. Denny the Cost)
Bianconiglio (prod. Denny the Cost)
Il Simposio (prod. Bassi Maestro)
Bugie Bianche (prod. 3D)
Time Travel_03 (prod. Denny the Cost)
Olimpiade (Bonus Track) (prod. Ergobeat)

voto: 4/5

L’ultimo di En?gma – “Rebus” – è forse uno degli album (o meglio, EP) più compositi che io abbia mai sentito. E a tutti quelli che pensano che ‘il rap sia tutto uguale’, consiglio di sentire questo lavoro prima di parlare: sicuramente molto più originale di tanta roba della scena rock-metal-posthardcore uscita ultimamente.
Ma ritorniamo a quello che stavo dicendo: un album composito.
Prima di tutto parliamo dei beat: non c’è una base che somigli alle altre, non c’è n’è una che sia anonima o che non dica niente. Questo è grazie anche al fatto che sono presenti molteplici creatori, con diversi stili. In ordine troviamo: Salmo, Danny The Cool, Bassi Maestro, 3D e Ergobeat. Infatti troviamo roba più potente, come “Bianconiglio” (ma non è l’unica), subito seguita da beat più leggeri, come quelli di “Il Simposio”.
Questo non è l’unico piano da considerare, però. Anche nei testi, nelle parole, nei toni il rapper si lascia trasportare, passando da citazioni cinematografiche a immagini filosofiche grazie a un linguaggio che oscilla tra il romantico e il cinico, sempre però rivolto verso l’ultraterreno, come se parlasse dall’alto.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Sub Pop
GENERE: Indietronica

TRACKLIST:

CD1
1. The Districts Sleeps Alone Tonight
2.Such Great Heights
3.Sleeping In
4. Nothing Better
5. Recycled Air
6. Clark Gable
7. We Will Become Silhouettes
8. This Place Is A Prison
9.Brand New Colony
10.Natural Anthem

CD 2
1. Turn Around
2.A Tattered Line Of String
3.Be Still My Heart
4. Thereʼs Never Enough Time
5.Suddenly Everything Has Changed (The Flaming Lips cover)
6.Against All Odds (Take A Look At Me Now) (Phil Collins cover)
7. Grow Old With Me (John Lennon cover)
8.SUch Great Heights (John Tejada remix)
9. The Districts Sleep Alone Tonight (DJ Downfall Persistent Beat Mix)
10.Be Still My Heart (Nobody remix)
11.We Will Become Silhouettes (Matthew Dearʼs Not Scared remix)
12.Nothing Better (Styrofoam remix)
13.Recycled Air (Live on KEXP)
14.We Will Become Silhouettes (Performed by The Shins)
15.Such Great Heights (Performed by Iron & Wine)

Voto: 4.5/5

I Postal Service furono il gruppo di maggior successo per la Sub Pop dopo i Nirvana. Il motivo è che Give Up, datato 2003, fu e rimane tuttʼora un gran disco. Ben Gibbard (Death Cab for Cutie) e Jimmy Tamborello (Dntel) diedero vita a questo progetto dopo la collaborazione vocale di Gibbard in (This Is) The Drem of Evan and Chan, brano di Tamborello. Parteciparono ad alcuni brani anche Jenny Lewis (Rilo Kiley) e Chris Walla (Death Cab for Cutie), questʼultimo anche in veste di produttore.
La versione deluxe, che celebra il decennale di Give Up (e sponsorizza lʼesordio live del duo al Primavera Sound 2013 di Barcellona), esce con lʼaggiunta di 15 brani che comprendono cover di vario genere: alcune che valorizzano lʼabilità dei due, altre che rischiano di danneggiarlo.
I due inediti Turn Around ed A Tattered Line of String restano sullʼonda del primo lavoro, apparendo comunque come brani validi, anche se unʼimpronta diversa sarebbe stata più
interessante. Spicca su tutte Such Great Heights, brano simbolo dei Postal Service, suonata da Iron & Wine.

Diciamoci comunque la verità: chi era già in possesso di Give Up, anche se non comprerà questa versione dormirà comunque, lʼunica cosa che ti fa capire questʼalbum è che il tempo passa e lavori degni di nota al giorno dʼoggi ne escono sempre più raramente; consigliato invece a tutti gli altri.

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Recensione inclusa nel circuito Music Opinion Network


La prima cosa da chiarire riguardo L’Amore E’ Un Precario, secondo lavoro del pugliese Uross, è che con l’amore inteso come sentimento provato e vissuto con la banalità di una canzone pop qualunque non ha nulla a che spartire. Condivide con esso, soltanto, la voglia di parlarne, come un’urgenza che viene da brandelli d’esperienza forse diventati anche cicatrici. E’ strano, nel nostro paese che tanto ama l’indagine sull’amore fin dalle origini della letteratura, sentire qualcuno che parli dei rapporti o degli stati d’animo con meno leggerezza della media. L’appiattimento cui siamo abituati finisce dunque per rendere il disco meno appetitoso per le radio e gli ascoltatori più superficiali, liricamente più adeguato e compatibile con un uditorio con un background culturale medio-alto. Bisogna capirle queste metafore, queste canzoni, i riferimenti alla ricerca di sé stesso, alla polvere che sembra la cenere simbolo dell’aridità, anche di spirito, nel Grande Gatsby di Fitzgerald, al cielo (citato non solo nella strana ma splendida cover di Gaetano). Il sound effonde in ambienti diversi, con una base che riecheggia di sonorità mediterranee ma propaggini che si allontanano fino all’America nera. Non solo folk, ma anche psichedelia, viaggi spazio-temporali nei linguaggi blues e jazz, soul e musica d’autore tipica delle nostre decadi passate. Non c’è il solito De Andrè, ma ci si accontenta anche di assomigliare a qualcun altro oggi, no?

Il senso di non appartenenza a nessuna categoria musicale o letteraria ben precisa è evidente in tutte le canzoni, nel loro impianto testuale mai banale, nel loro esoscheletro che non è mai retto da un’ossatura fragile e semplicistica, ma sempre da solide architetture sonore che trovano la loro stabilità in impalcature geniali e originali. Soluzioni più popolareggianti servono solo a sostenere che questo album comunque potrebbe essere diretto a tutti, se solo la cultura media dell’ascoltatore italiano fosse quella che ha Uross. Ottimo modo di parlare, con una lingua diversa, di cose di cui tutti parlano da sempre. Farlo adesso che siamo tutti più vuoti è la vera novità.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: RCA
GENERE: Rock, pop, revival

TRACKLIST:
1. Tap Out
2.All The Time
3. One Way Trigger
4. Welcome to Japan
5. 80ʼs Comedown Machine
6. 50 50
7.Slow Animals
8.Partners in Crime
9. Chances
10.Happy Ending
11.Call It Fate Call It Karma

Voto: 4/5

Dopo essere stati forse lʼunica band ad aver segnato gli ʼ00 con qualcosa di “autentico” nel panorama rock mondiale e, dopo aver cercato di ripetere forse troppo forzatamente il tanto amato esordio, gli Strokes a sto giro devono aver avuto due palle così per aprire il loro nuovo lavoro con Tap Out.
La prima volta che la ascolti rimani basito e non sai ancora se in modo positivo o negativo; la seconda o butti via il disco o la ascolti per tre giorni di fila.

Io lʼho ascoltata per tre giorni, e badate bene che gli anni ʼ80 e il loro sound mi hanno sempre fatto vomitare.
Eʼ questo il nuovo corso della band: Casablancas in falsetto e sonorità anni ʼ80 mescolate al loro garage lo-fi di sempre, come nel primo singolo rilasciato One Way Trigger.
Poi, non sempre la sintesi riesce nel modo migliore come nella trasognante Partners in Crime, o in Slow Animals o in Happy Ending ma il risultato è comunque accettabile per le ultime due.
Eʼ bene cambiare ma non troppo e All The Time, Welcome To Japan e 80’s Comedown Machine ricordano che in mano abbiamo un disco degli Strokes (per fortuna sʼintende). Chiude la notturna Call It Fate Call It Karma che tenta di emulare Iʼll Try Anything inserita in Somewhere di Sofia Coppola, ma il risultato non è alto come in precedenza. Comedown Machine è un disco che gode di unʼottima produzione ma sopratutto è un disco che spiazza, nel bene o nel male, e sinceramente se paragonato ai lavori post Room On Fire io dico: era ora.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Abstract Dragon
GENERE: Rock, alternative, garage

TRACKLIST:
Fire walker
Let the day begin
Returning
Lullaby
Hate the taste
Rival
Teenage disease
Some kind of ghost
Sometimes the light
Funny games
Sell it
Lose yourself

Voto: 3.5/5

Senza spendere troppe parole su questa band di Los Angeles di cui si è (quasi) sempre sentito parlar gran bene, e senza dar peso come sempre al fatto che in qualche modo ricordano gli Oasis, dirò soltanto che il nuovo disco dei BRMC non è per niente malaccio, anche se qualcosa di più ce lo si aspettava.
La formula è un pò variata dal precedente e da Baby 81: lʼintro di Fire Walker, il finale di Let The Day Begin e Sometimes The Light sono esempio di una sorta di sperimentazione dai tratti lisergici e spettrali, Returning si distende in una nebbia lenta sfiorando le parti chitarristiche dei Kings Of Leon nel ritornello.
Poi Turner e Hayes arrivano a premere il pedale su quello che sanno fare meglio ovvero del sano rockʼnʼroll sporco di blues con chitarroni belli potenti come in Rival, Teenage Disease e Funny Games e pezzi dal sapore più blues-maledetto in chiave acustica come in Some Kind of Ghost.
Buona la ballata Lullaby, discreta la conclusiva Lose Yourself.
La pecca di Specter At The Feast sta però nel fatto che se lo si confronta con il precedente Beat The Devilʼs Tattoo, ne vien fuori che il vecchio era migliore per idee e per risultato: qui è come se diversi brani fossero incagliati in una nebbia schifosa dalla quale non riescono ad uscire mai completamente.
Restano comunque due fatti insindacabili: questo è comunque un buon lavoro e il loro nome resta sempre uno dei migliori.

 

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Recensione inserita nel circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Valery Records
GENERE: Post-grunge

TRACKLIST:
1991
Altrove
Didone
Radio Varsavia
Igreja de Santa Maria
Non Conta
Cuccurucucu
Special 50
Mr Davis
Alta Velocità
Fiato Trattenuto
1000 Miglia Sotto La Norma

1991 è l’anno di Nevermind e, non serve dirlo, lo si ricorda soprattutto per quello che fu, più per gli effetti del suo successo che per i contenuti (più innovativi, forse, quelli del precedente Bleach), il requiem finale alla musica tastierosa e spensierata degli anni ottanta. Tagliare i ponti col passato non sembra una cosa che interessa ai vicentini Bad Black Sheep che scelgono, seppur con molta cura e un buon grado di originalità, di rifarsi a linguaggi piuttosto frequentemente battuti negli ultimi anni anche in terra veneta (i già citati Nirvana, ma anche i Germs, i Foo Fighters, il punk dei NOFX, forse qualcosa di più californiano e mainstream). Il risultato è un’accozzaglia che riesce in qualche modo, principalmente per una buona grinta e una personalità che traspare da alcuni arrangiamenti di particolare bellezza e compostezza (“Radio Varsavia”), nonché per un intelligente alternarsi di soluzioni melodiche ad altre più aggressive che riesce a non stonare mai (la lenta “Didone” non stona con l’irruenta “Mr. Davis”), a mantenersi dentro una trama di concreta coerenza che è, tra l’altro, ciò che manca a molte band di analoga età e analogo genere in Italia in questo periodo.
Non c’è un pezzo che butti giù il livello complessivo del disco e, anche per questo, raggiunge pienamente un voto sopra la linea del discreto. I testi sono simpatici, la rilettura del classico di Battiato “Cuccurucucu” è pure una novità nell’oceano sterminato di riedizioni punk di classici vecchi e nuovi a cui assistiamo quotidianamente. Insomma, qui di sostanza ce n’è, e si attende già con fervore di poterli vedere dal vivo per vedere se sono in grado di emettere la stessa carica di rabbia post-adolescenziale che i beniamini del grunge hanno saputo incarnare tanto bene due decenni fa.

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Recensione inserita nel circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Edel
GENERE: Musica d’autore, elettronica

Per comprendere Come Se Fossi Dio e, di conseguenza, quello che è Leon, bisogna lasciare momentaneamente a lato il discorso musicale. La chiave di lettura sta nei testi, in ciò che vuole comunicare, non solo con essi ma anche con il modo di porsi, e, prima ancora, nella biografia del musicista stessa. Cita, di sé stesso, una vita isolata nelle montagne della Valle d’Aosta, dove a regnare sulle sue giornate è l’alcol, unico metodo per affogare le riflessioni sul proprio percorso, che prendono sovente una parvenza di mostri in grado di fagocitare la mente e l’inconscio di chi non è in grado di gestirle. L’ebbrezza è, in puro stile bohemién, un elemento ricorrente nei testi (“Nel Gin”), a fare da sottofondo al discorso riguardante temi spesso molto pesanti, vedi l’anoressia, l’immigrazione, il bisogno di uscire dalla solitudine e dalla banalità di una vita troppo rilassata. Musicalmente si attraversa un vasto repertorio di pop (anche synth-pop) anni ’80 e ’90, ricostruito con un’estetica a suo modo decadente, conferendo ai testi un’importanza maggiore laddove sottolineano tematiche più importanti. Nel modo di scrivere sia la musica che le parole si cede talvolta a delle debolezze nell’impianto costruttivo, ad esempio nel creare dei climax di intensità o nella ricerca di rime dall’impatto certo, ma il disco permane sempre su livelli molti alti, in particolar modo con brani come “Immagini”, “Ego Te Absolvo” e “Bellissima”, che non celano neppure un certo approccio radiofonico. Non a caso, la semplicità estrema ricercata nel rendere comprensibile a tutti la pesantezza dei temi crea un pericoloso effetto boomerang, che comunque all’interno dell’opera intesa come intero non apporta problemi così gravi.

Questo disco è una di quelle opere che non tutti possono capire, pur usando termini facili. Anche per questo entra in una lista di possibili rappresentanti della scena italiana in ambito di musica d’autore, quando sarà possibile anche comprendere ciò che Leon voleva dire all’uscita di Come Se Fossi Dio, vero banco di prova per un artista destinato solo a crescere, e che difficilmente mancherà l’occasione di lasciare ulteriori segni nel panorama dello Stivale. Lo attenderemo al varco per nuovi apprezzabili lavori.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO

ETICHETTA: Barsuk Records
GENERE: Indie rock

LIST:
You Can Play These Songs With Chords (1997)
Something About Airplanes (1999)
We Have The Facts And Weʼre Voting Yes (2000)
The Death Cab For Cutie Forbidden Love EP (2000)
The Photo Album (2001)
The Stability Ep (2002)
Transatlanticism (2003)

Voto 4/5

In genere non amo i best of e/o simili, ma i Death Cab negli ultimi anni, da bandiere indierock dʼoltreoceano si sono trasformati in una mega pop rock band che riempie gli stadi ad ogni concerto (anche se è lodevole il fatto che eseguano sempre e comunque brani tratti da tutti i loro dischi) per cui non mi stupirei se prima o poi ne facessero uscire uno. Ma una volta erano una band gloriosa, e qui, la cara Barsuk Records, sforna una raccolta limitata in vinile di 1500 pezzi, singolarmente numerati e firmati dalla band, con i primi album, compresi gli EP.
Questa deluxe box comunque non è un best of, anche se in qualche modo potrebbe sembrare un qualcosa di futile dedicato solo ai fans più assidui, ma è una guida consigliata vivamente a chi non li conosce o non conosce il loro passato, che traccia il percorso musicale della band di Seattle, dagli esordi allʼultimo lavoro, pubblicato sempre per la label indipendente, Transatlanticism.
Si parte dal lo-fi di “You Can Play These Songs With Chords”, passando per “Something About Airplanes” con Bend To Squares e Your Bruise.
Si nota subito una svolta con “We Have The Facts And Weʼre Voting Yes” ma soprattutto con lʼ ep “Forbidden Love” dove emergono brani come Photobooth e Song For Kelly Huckaby.
“The Photo Album”, a detta di molti il loro miglior lavoro, accresce notevolmente la fama della band in tutti gli Stati Uniti e oltre con il brano A movie Script Ending e con “Stability Ep” si sente emergere lʼ esigenza, da parte della band, di salire ancora di qualche gradino.
Ma questʼ ultimo ep è solo il passo che porta a “Transatlanticism”, ed è li che i DCfC raggiungono lʼ apice (e lʼ Europa).
The Barsuk Years è dunque la raccolta dei lavori che Gibbard e soci sfornano durante i primi anni di attività, gli anni di gioventù, ed è risaputo che in genere, sono gli anni migliori.

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ETICHETTA: Dischi Soviet Studio
GENERE: Garage, indie rock

TRACKLIST:
Figlio Illegittimo di Kurt Cobain
Apridenti
Retromania
12 Giugno
Il Nostro Paese Diviso in Due
Dr. Lennon
La Partita di Calcetto Infrasettimanale
Tasche Piene
Smaltire tra le Scimmie
Aiutaci Matteo
Scheletri Nascosti

Il primo full-length dei padovani MiSaCheNevica giunge così, di nuovo, come l’ottimo primo EP, per Dischi Soviet Studio, a segnare una svolta nell’ormai immobile scena veneta. Rispetto alla prima produzione, Come Pecore in Mezzo ai Lupi cambia passo e si fregia di un incedere più nineties e di sonorità più taglienti, garage e, in generale, più sporche. Il baricentro si è spostato, evidentemente, dai testi alla confezione intesa come un tutt’uno di ciò che suonano i tre musicisti, non intendendo, con questo, che le liriche non siano di grande qualità. Le parole del frontman Walter Zanon sono, di nuovo, intrise di una vivace ironia, in grado di mettere alla berlina molti dei luoghi comuni delle attuali generazioni sempre troppo impegnate a riconoscere la superiorità di quelle passate, incapaci di astrarre dal particolare e di trovare nuovi percorsi da inseguire. Il risultato, testualmente parlando, è superbo, e cerca la decadenza con spirito costruttivo riuscendo a destrutturare molte delle banalità dette da molti musicisti italiani con una caparbietà nel perseguire un messaggio che rende impossibile non riceverlo (Il Nostro Paese Diviso in Due, Figlio Illegittimo di Kurt Cobain), non tralasciando neppure venature di appariscente critica sociale e attenzione a tematiche più “serie”, come ben nasconde una delle canzoni più riuscite del disco, La Partita di Calcio Infrasettimanale. La nuova direzione, sicuramente più congeniale ad una certa urgenza comunicativa che la band non cela mai, lascia a margine le pur sempre percettibili influenze più brit in salsa alternative di Suede, Belle & Sebastien e Manic Street Preachers, ripescando da Pavement e Wire linguaggi senz’altro più ruvidi, nell’approccio chitarristico, e marziali in quello ritmico. Il livello del songwriting è in linea con il passato, pertanto la qualità è assicurata.

C’è poco da aggiungere quando si ascolta un disco così ben concepito e realizzato. In Veneto la musica coi coglioni esiste ancora, basta solo saperla cercare e ascoltare. Sarà una delle uscite del 2013, perlomeno nell’Italia settentrionale.

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ETICHETTA: Dischi Soviet Studio (distrib. Audioglobe)
GENERE: Pop italiano

TRACKLIST:
Aperitivo?
Assomigliavi a Marte
Lettera ad un Produttore
Proiettile di Lana
Chi Sono Io?
Luce d’Agosto
La Festa di San Menaio
Per Tre
Beatrice
Suo Figlio E’ Pazzo

L’attività dell’etichetta padovana Dischi Soviet Studio continua a stupire, anche stavolta. Limone, nome d’arte di Filippo Fantinato, è prima di tutto un personaggio che interpreta uno stato d’animo del suo creatore nel voler comunicare alcuni dei suoi punti di vista riguardo delle tematiche che non sono senz’altro rare nei discorsi dei giovani italiani di questo periodo. L’urgenza di dire qualcosa è sottolineata, non a caso, da una precisa puntualizzazione dentro il packaging del disco, che vuole chiarire a cosa si riferisce ogni singolo brano, come a non volersi lasciar sfuggire la possibilità di raggiungere direttamente ogni singolo ascoltatore.

Musicalmente, Spazio, Tempo e Circostanze, orbita in una sorta di sospensione tra il pop e la musica d’autore italiana, laddove i due linguaggi si fondono anche con una elettronica sintetica e minimale, quella che non punta né a far ballare con la cassa dritta né a rumoreggiare con istinti shoegaze e sperimentali. Le tinte sono fredde, semplici, i testi molto intimistici, l’atmosfera non è mai tetra ma la voce quasi sussurrata di alcuni cantati riporta sempre ad un contesto che ammicca sia a Bersani che a Silvestri e, d’altro canto, anche a certa musica d’oltremanica di quindici/venti anni fa. Il risultato delle basi è quello di un background originale e pienamente riuscito, che confeziona, insieme a testi semplici che prendono la forma di una favola avventurosa e bambinesca, pur riferendosi talvolta a tematiche più “cresciute” (Aperitivo?, La Festa di San Menaio, Suo Figlio E’ Pazzo), una nuova estetica in bilico tra fiaba, canzone italiana, ironia caricaturale e decadenza, sempre mantenendo centrale l’impianto basilare delle parole scelte. Questo poiché, così come appare il disco, la sua genialità sta tutta nel modo di narrare di questi argomenti, passando senza scatti repentini né sfumature iperboliche da un romanticismo affettato e lezioso (Assomigliavi a Marte) ad una satira non troppo mordace, ma che fa della sua scarsa audacia un punto di estrema forza. In sostanza, buona parte della qualità di questo album proviene dal songwriting inteso meramente come scrittura di parole in musica.

La prima uscita del cantautore bassanese è semplicemente una novità, uno slancio di ottimismo e una boccata d’aria fresca, in particolare per la stantia scena veneta. Questo dovrebbe bastare a renderlo fondamentale per l’attenzione di quei produttori cui la splendida e malinconica Lettera ad un Produttore si rivolge, ma in Italia la qualità è percepita diversamente. Lontano, comunque, dalla rassegnata mestizia di molti artisti italiani dell’ultimo quinquennio, riesce a risultare simpatico, a solleticare un certo entusiasmo per la musica nostrana di stampo immediato e personale, senza mai scadere nel banale. Complessivamente è un esordio senza nessuna sbavatura, perfetto anche nel suo modo di dire cose importanti senza gli arzigogoli barocchi di molti artisti sfavillanti la cui luce si è spenta da tempo (qualcuno ha detto Godano?). Piacevolissima sorpresa d’inizio anno da un’artista e un’etichetta che sono ormai un punto di riferimento nell’underground italiano.

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Recensione a cura di Alessandro Zavattiero

ETICHETTA: RCA Records
GENERE: Synth-pop

TRACKLIST:
Exile
Miracle
Sandman
Blind
Only You
The Road
Cupid
Mercy
The Crow
Somebody To Die For
The Rope
Help
Heaven
Guilt

Gli Hurts, il duo britannico di Theo David Hutchcraft e Adam David Anderson, hanno appena pubblicato il loro secondo album. Sappiamo cosa si dice sui secondi dischi: di solito, buone volte, tendenzialmente, deludono. Se preferite possiamo dire che fanno anche schifo!

Il duo synth-pop dopo il loro esordio più che buono ci riprovano con qualcosa che dovrebbe evolvere la loro musicalità. Per chi già conosce il genere e ha apprezzato il primo Happiness in questo Exile ritroverà lo stesso ambiente raffinato-malinconico che gli contraddistingue, ma cosa è cambiato? Se partiamo dalla prima traccia che da il nome anche all’intero disco, notiamo che gli artisti hanno ricercato di evolvere i suoni spostandosi su generi più ritmici (Muse), ma con Miracle i richiami ai Coldplay ci sono fin dal primo giro d’accordi, piace non piace, allo scrivente ha fatto storcere il naso. Poi arriviamo alla terza traccia Sandman ecco questo pezzo merita qualche parola in più: non è facile riuscire a unire una base puramente hip-hop (abbastanza comune per giunta) con lo stile elettronico-lento degli Hurts. Gli esperimenti nella musica, quando riescono, possono dare risultati veramente entusiasmanti, Sandman è uno di questi casi. Blind è un’altra di quelle che meglio esplicano lo sbilanciamento pop del duo, forse anche troppo! Ma poi c’è Only You che riporta sui vecchi passi di Theo e Adam, la canzone ha un bella base elettronica e un
messaggio scontato per questo genere “Because only you can set me free, so hold me close just like the first time”. La sesta traccia, The Road, il primo singolo scelto per la pubblicizzazione del disco è un piccolo capolavoro, quando le cose vengono bene, inutile dilungarsi con tante parole, un pezzo perfezionato, emotivo, compiuto! E così cambia ancora questo disco, tra nuovo-rifatto e vecchio-nostalgico: Cupid che potrebbe benissimo essere dentro uno dei qualsiasi album dei Depeche Mode e Mercy una ballata sintetizzata tra la l’ansia della strofa, l’elettricità del ritornello e l’escalation del bridge, buona cosa! Abbiamo già superato la metà del disco, Crow è una lenta di archi e arpeggi che scorre via facilmente (bene o male che possa essere questa caratteristica in una canzone), e in scia anche Somebody to Die for e Heaven che ricordano ancora i richiami pop-play. The Rope prosegue l’andamento ondulatorio dell’album riproponendo invece un importante base di sinth che ci accompagna fino alla chiusura con Guilt, una lenta con accompagnamento di piano, quelle che per tradizione vengono sempre lasciate alla fine. É dolce, personale, vocale ed emotiva, Hurts.

Sappiamo cosa si dice sui secondi album, talvolta deludono, tendenzialmente non sono all’altezza del primo d’esordio, davanti ad Exile mi ritrovo combattuto: da una parte la direzione troppo commerciale per più di un paio di tracce testimoniano che alla fine conta venderli i dischi, ma l’altro fronte presenta alcuni tra i pezzi migliori proposti fin d’ora dal duo britannico, sia con l’esperimento Sandman, sia con i pezzi che ci si aspetta come Blind e Only You, ma anche Exile si dimostra assieme a Cupid una valida evoluzione, infine The Road, il pezzo più indovinato. Tutte assieme salvano il lavoro svolto. Concludendo, per chi ha già apprezzato Happiness, piace il genere synth-pop e cerca qualcosa che di diverso, ma non per questo nuovo e rischioso, Exile è un ottimo album. Ai detrattori dei Coldplay consiglio di saltare i pezzi che sapranno sicuramente riconoscere.

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Questa recensione sarà inserita su Music Opinion Network

ETICHETTA: SFR
GENERE: Pop rock, post-grunge

TRACKLIST
01. No life
02. The scent of lights
03. The quiet riot
04. Essential
05. Instant’s mind
06. Surrenders to rise
07. Brand new song
08. shine on
09. Everything
10. Mayf
11. Edges
12. Us
13. Waterlily

Gli Ordem sono una di quelle band, non ancora salite agli onori delle cronache, che si pensa lo faranno presto. E’ palpabile questo sentore, vista anche la qualità di un’uscita come The Quiet Riot, prodotto non così bello in quanto a innovazione, ma azzeccato con buona parte degli altri metri di valutazione. Pop, rock, hard rock, quiescenze malcelate di ribellione punk, brit-pop (nei testi), melodie radiofoniche a tonnellate. Nel marasma di tutti questi linguaggi, che in questo progetto convivono in una fusione del tutto omogenea, non si nota certo un livello di scrittura sopra la media, anche se “appiattimento” non è il termine giusto per descrivere tutto questo. Le ritmiche, così come le linee melodiche, ricordano molte band dei contesti sopra citati, da John Hiatt ai Little Village, passando per Counting Crows, Dave Matthews Band e Better than Ezra, con accenni di più acerba e amara malinconia che ricordano i Manic Street Preachers più rockettari e i Gin Blossoms di quando si osava anche nel melenso. “No Life” è un brano dolce, perfetto per far risaltare la grandezza vocale di Scalese, vero frontman e trascinatore degli Ordem, riuscendo a sollevare anche alcuni momenti di bassezza compositiva (mai eccessivamente deprecabile, sia chiaro) e ripristinare verso buoni standard qualitativi tutti i momenti in cui compare il suo inglese stentato ma congeniale a tutte le tredici canzoni, in particolare alla bellissima “Instant’s Mind”.

Il debutto degli astigiani è senz’altro interessante. Lontano dalla logica provocatoria dell’estetica punk o glam cui comunque attingono in minima ma percettibile parte, più vicino agli anni novanta più pop, diventa il compendio perfetto di una cultura che dal post-grunge all’indie pop abbraccia quella che è la cultura musicale del 70% dell’ascoltatore impegnato italiano degli ultimi anni, o perlomeno di chi condivide l’età anagrafica degli Ordem (anche se non tutti considerano ancora validi Tonic, Collective Soul, Dishwalla e Vertical Horizon). Per questo, ma anche perché la band ne capisce di tutto ciò, The Quiet Riot è un valido palliativo all’assenza di qualità nel pop italiano moderno.

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la recensione sarà pubblicata sul circuito Music Opinion Network

ETICHETTA: Tomato/CNI
GENERE: Cantautorale, soul

Da Davide Geddo si sapeva già cosa aspettarsi. Artista di qualità tra le realtà migliori della scena ligure, ritorna con un nuovo lavoro che trasuda frizzante inquietudine e dotato di un’urgenza comunicativa di cui si fregia in maniera intelligente. Non Sono Mai Stato Qui è un album completamente a sè stante rispetto al contesto storico in cui è stato partorito e pubblicato, appartiene ad un estro creativo di natura intimistica che volge il suo sguardo all’arte bohemièn così come a certi romanzi satirici, fumettistici, dall’aria, quindi, ironica. Ironia è, per esempio, una delle parole che reggono l’impalcatura dell’impianto testuale, fatto di un’apprezzabile quanto beAn creata atmosfera di particolare rabbia, rabbia motivata dall’appartenenza a una generazione che tanto ha sbagliato, rabbia nell’accusare i danni di un modo di vedere il modo che ha prodotto solo effetti negativi. Realtà appiccicata ad una giusta collera dentro un contesto letterario sito su un piano comunque personale, dove non mancano riflessioni sulle proprie esperienze, intelligenti digressioni e autocritica. Musicalmente si tasta una certa voglia di ribaltare il tenore malinconico ma pizzicante dei testi, per passare a qualcosa di più raffinato e ballabile, gradevole all’orecchio allenato, in una fusione estremamente ben realizzata di jazz, atmosfere gitane, folk e accordi di base che, detta così, ci stanno sempre.

Non un disco facile digeribile dal primo ascolto, ma neppure uno di quei pesanti macigni che le star dell’autoreferenzialità italiana ci propinano a ogni pié sospinto. Rientra in un’ottica di diffusione della buona cultura testuale italiana, in una nazione di gente che sa pensare e sa scrivere, ma che si occupa principalmente di cose diverse dalla musica. Geddo ha coniato tutto questo con un solido background di formazione musicale che, vista la qualità di questa sua seconda creazione, ripaga, mostrando la via da seguire ad uno degli elementi principali di una scena, quella ligure, che può esplodere in un immediato futuro, grazie anche a questo prodotto.

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Recensione a cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Mute
GENERE: Elettronica, colonne sonore, ambient

TRACKLIST:
1. 44
2. 44 (Noise Version)
3. Lighton
4. Tod
5. Blank Page
6. PV
7. K & F Thema (Pizzicato)
8. K & F Thema
9. Austerlitz
10. A Violent Sky

Voto: 3.5/5

La pagina italiana di Wikipedia alla voce Apparat, nome dʼ arte del berlinese Sascha Ring dice: “ Si occupa di musica elettronica, sebbene nella sua musica unisca vari generi”. E dice bene. Dopo lʼ ultima fatica, The Devilʼs Walk del 2011, ci consegna questo Krieg Und Frieden, che in tedesco significa guerra e pace, esattamente come il celebre scritto di Tolstoj. Music For Theatre scritto tra parentesi, non è mica messo a caso perchè questo disco altro non è che la raccolta di musiche che Ring ha composto per lʼ ultima opera del direttore teatrale Sebastian Hartmann, unʼ opera che appunto è unʼ interpretazione del romanzo di cui sopra. In questo disco Apparat stupisce e si sposta su lidi a lui sconosciuti, rispetto ai lavori precedenti, mettendo in un cassetto la sua indietronica e approfondendo in gran misura i discorsi appena accennati in The Devilʼs Walk, dove a mio avviso si sentiva già lʼ affievolirsi del beat in favore di sonorità più ambientali ed atmosferiche (guardatevi il trailer del film-documentario Few Words musicato con la sua Black Water e andrete avanti giorni a premere replay). Krieg Und Frieden è un quadro composto da colori inediti: archi, chitarre classiche, pianoforti e percussioni, suonati in chiave classica e posti su tappeti ambient, percorrono atmosfere a tratti inquiete, a volte quasi soffocanti ed altre ancora maestose come in Austerlitz. Chiude lʼ opera A Violent Sky, scelta come singolo, che con le musiche per lʼ opera teatrale credo non cʼ entri assolutamente niente ed in effetti, nellʼ insieme dellʼ album sa proprio di puttanata, ma glielo perdoniamo visto che è un gran brano

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A cura di Andrea Marigo

ETICHETTA: Frenchkiss Records
GENERE: Indie pop

TRACKLIST:
You & I
Heavy Feet
Ceilings
Black Spot
Breakers
Three Months
Black Balloons
Woolly Mammoth
Mt. Washington
Columbia
Bowery

Voto: 3.5/5

Mi diverte notare come spesso mi imbatto in band californiane, band che come ispirazione dovrebbero avere lo stereotipo alla Beach Boys, siano invece influenzate dallʼ esatto contrario.
A maggior ragione i Local Natives, originari di Orange County, ripeto Orange County, devono avere un immaginario capovolto.
Il loro secondo lavoro, si distacca dallʼ esordio, che conteneva brani più “solari” che a tratti rimembravano i Fleet Foxes, per comporre in Hummingbird, 11 tracce dal sapore introspettivo e dai tratti decisamente malinconici.
I brani, percorrono strade sofisticate, che ricordano spesso lʼ ultimo lavoro dei Grizzly Bear come in Heavy Feet, si muovono ordinati in un continuo crescendo marcato da ritmiche che si fanno spesse, Breakers e Wooly Mammoth, vengono segnati da pianoforti che dettano gli accenti, Three Months e Columbia, e tutti sono resi prestigiosi dalla voce decisa e allo stesso tempo leggera di Taylor Rice.
Hummingbird è un disco che ha bisogno sicuramente di diversi ascolti, al primo potreste rimanere decisamente indifferenti alla monotonia apparente, ma con una certa calma e soprattutto attenzione, arriverete a dirlo: sarà un pò triste, ma è un bel disco

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ETICHETTA: Black Candy
GENERE: Post-punk

TRACKLIST:
1. La Caduta
2. La Notte dei Lunghi Coltelli
3. La Nave Marcia
4. J’Ai Toujours Eté Intact de Dieu
5. Morte a Credito
6. D’isco Deo
7. Levami le Mani dalla Faccia
8. Ivan Iljc
9. DDR
10. Veglia Comune

Se dici Karim degli Zen Circus, dici tutto e dici niente. Questo progetto, non l’unico lavoro solista ad uscire dai tre pisani in questo periodo, è tutto sommato interessante, al di là di quel velo di serietà che, sia dai titoli delle canzoni che da quello del disco e del gruppo stesso, procede per gradi sino a insinuare nella mentalità dell’ascoltatore l’idea che si stia avendo a che fare con qualcosa di serio, di storico, di filosofico, forse anche di psicologico, o semplicemente di documentaristico. Tentativi interpretativi a parte, l’intuizione principale che si può avere dopo i primi ascolti è quella che piuttosto di un quadretto pieno di informazioni si tratti invece di un vero e proprio sfogo, rancido vomito di violenza distruttiva, la voglia di annichilire tutto e tutti, distorcere, degradare, dilaniare. In ogni caso, al di là del nervosismo e della foga devastante, sono individuabili ampiamente anche alcuni riferimenti letterari (Tolstoj, Prevert, ecc.), riportando il discorso in pari per quel che riguarda i contenuti. Sul fronte musicale, invece, macina brani incredibilmente veementi, travolgenti, quasi facinorosi nell’incedere e nel modo di porsi. Hardcore, post-punk, punk, i Refused, sferzate quasi metal, i Gallows, questi sono gli ingredienti più comuni, ma non mancano anche colori post-industriali e cantautorali, sempre in un’atmosfera nichilista fatta di irrefrenabili impulsi di brutale corporeità. Non mancano gli ospiti (Nicola Manzan in La Notte dei Lunghi Coltelli, Aimone Romizi in Levami le Mani dalla Faccia e altri) e non mancano incursioni in territori linguistici diversi (D’isco Deo, in sardo, ad esempio). In tutto questo, i brani che definiscono in maniera più precisa lo stile del progetto sono i migliori (Morte a CreditoLa Nave Marcia e soprattutto l’assalto iniziale La Caduta, che si fregia pure del testo migliore).

Tutto sommato Karim Qqru è riuscito a ritagliarsi uno spazietto per esprimere quella sfrontatezza che ritmicamente pervade il suo contributo negli Zen Circus ormai da parecchi anni. Il disco non ha una direzione precisa e può non piacere per questo, ma è altresì vero che, una volta decontestualizzati i singoli brani, si può anche parlare di un lavoro interessante, diverso, probabilmente l’unica maniera in cui un personaggio di questo calibro poteva realizzare la sua idea di musica solista. A noi di The Webzine è piaciuto, su questo non c’è dubbio.

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Recensione a cura di ANDREA MARIGO
ETICHETTA: Atlantic
GENERE: Indie pop, alt-pop

TRACKLIST:
Acts of Man
Backyard Skulls
Holy
The Woodpile
Late March, Death March
December’s Traditions
Housing (In)
Dead Now
State Hospital
Nitrous Gas
Housing (Out)
Oil Slick

Bisogna fare un po’ d’attenzione a quando si parla di Frightened Rabbit perché si rischia di confondersi con due band diverse. Gli scozzesi da Selkirk che sono usciti col bellissimo Sing the Greys del 2006, e gli scozzesi da Selkirk che dopo un bel secondo disco hanno fatto un passo falso tradendo le radici folk per strizzare l’occhio al mainstream in The Winter of Mixed Drinks. Sono gli stessi, evidentemente, ma l’anima della band è, in un certo senso, cambiata così tanto da renderli una sorta di caso di band indie bipolare. Partiti, difatti, da un estremamente interessante alt pop che sembrava quasi fondere Bob Dylan, Wilco e Decemberists, si è finiti ai cori da stadio alla Coldplay su una base che attinge dai peggiori Grizzly Bear (che anche nei momenti peggiori sono migliori di questi Frightened Rabbit, e questo anche perché i Grizzly Bear sono una gran band ma non solo…), sfruttando il trucchetto del sedile eiettabile per cacciare fuori dall’abitacolo tutte le buone influenze folk prendendo solo le più ovvie, sterili, inutili manifestazioni dell’indie pop moderno. Inutile, intendiamoci bene, significa che passa su MTV nei programmi fintamente “underground” o cose del genere.
Dopo questo inizio di pulsante cattiveria, un po’ di serenità è doverosa, perché delle dodici tracce che questo disco contengono ce ne sono almeno una metà che nella loro orecchiabilità tracciano un percorso, non tanto nuovo ma comunque diverso e omogeneo, in grado di dare credibilità al corso più recente dei cinque. Le prime tre, poi “State Hospital” e “Dead Now”, materialmente, sorreggono l’intero Pedestrian Verse che, a questo punto, non è poi così brutto: è ben suonato, ben composto, ben prodotto, si fregia anche di qualche singolo piuttosto ben vendibile, e non fa neanche così schifo rispetto a tante menate indie degli ultimi anni, Animal Collective in primis, che però hanno fatto qualche ottimo disco tra cui Here Comes the Indian. Se poi lo vogliamo definire diversamente e lo definiamo alternative e allora non fa neanche così schifo rispetto a tante menate alternative degli ultimi anni, tipo i Band of Horses, che hanno fatto tanta bella roba e non sono per niente uno schifo, ma il paragone regge comunque perché dopotutto i Frightened Rabbit non sono da meno. Tutto sommato la colpa di questa band è quella di aver preso una direzione tanto diversa da quella iniziale e tutti gli ascoltatori di musica più intelligenti sanno bene che criticare un progetto per questo è da stronzi, stupidi e, tendenzialmente, da hipster, dunque su The Webzine tendiamo a considerarla una bella cosa, perché tutto sommato dimostra se i musicisti, detta in maniera molto elementare, “ce sanno fà”. E questi ci sanno fare. Per cui andremo a sfogare tutta questa rabbia repressa contro il plotone di centinaia di rocker traditori della patria che si buttano sulla dubstep improvvisamente e senza preavviso, perché quello è un passaggio davvero insensato. Bel disco.

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ETICHETTA: Born & Bred
GENERE: Punk rock celtico

TRACKLIST:
1. The Boys Are Back
2. Prisoner’s Song
3. Rose Tattoo
4. Burn
5. Jimmy Collins’ Wake
6. The Season’s Upon Us
7. The Battle Rages On
8. Don’t Tear Us Apart
9. My Hero
10. Out On The Town
11. Out of Our Heads
12. End of the Night

I Dropkick Murphy sono ormai da diciassette anni il marchio più riconosciuto e apprezzato del cosiddetto celtic punk, fusione del vecchio punk veloce tutto power-chords e la musica irlandese di stampo celtico. Ricordiamo che, però, sono americani. “Signed and Sealed In Blood” è addirittura il loro ottavo disco, nonché ottavo capitolo di una saga sempre perfettamente coerente, tassello per tassello, che dimostra come si possa far ballare e pogare la gente anche con cornamuse, fisarmoniche, organetti e altri amenicoli oltre ovviamente ad una sezione ritmica bella tirata. Dodici tracce una più veloce dell’altra, tutte adeguatissime a saltare, anche nei momenti più tranquilli, qui rappresentati da “Rose Tattoo” e “Out On The Town”, che in realtà però sono anche i brani più noiosi, mentre ci pensano le rapide, graffianti e calorose istantanee di vero punk rock celtico, “Prison’s Song”, “The Battle Rages On” e “Burn” a farci ricordare chi sono i Dropkick Murphys. Poco da dire a riguardo, l’album è di sicuro divertente, di nuovo in linea con la loro produzione che dagli inizi a oggi si è evoluta poco o niente, ma dentro un genere che di evoluzione non vuole neanche sentir parlare. Un’uscita imprescindibile per chi considera la musica un diversivo per passare il tempo tra amici, con una birra, magari ballando e sparando cazzate. Dropkick Murphys tutta la vita.

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ETICHETTA: Moscow Lab
GENERE: Pop, funky

Canzoni per la Colazione, forse, vuol dire che nell’intento della band udinese fondata nel 2008, questo disco dev’essere semplice e di facile digestione. Se è così, ci sono riusciti. Forse, con uno sforzo interpretativo maggiore, potrebbero anche aver voluto produrre qualcosa di energetico e in grado di dare la carica, e pure in questo caso le sfumature funky intervengono a supportare le tesi. I FilmDaFuga, effettivamente, hanno prodotto una bella opera di pop, ballerino, semplice, ponderato e conciso. Niente complicazioni smisurate né fronzoli, solo strutture quanto più spoglie possibile che investono i pezzi di una funzione d’intrattenimento molto ben individuabile fin dall’inizio del disco, con la bella “Le Parole della Gente”. Solitamente i brani sono dritti, melodici e semplici, ma non particolarmente radiofonici (“Niente da Capire”), altri più commerciali (“E Poi Parlerò di Te”) ed è, in verità, udibile un certo tentativo di spostarsi verso territori che potrebbero apprezzare le giovani fans di band come Lost e Finley, band fortunatamente cadute nell’oblio mediatico. I FilmDaFuga, a differenza di formazioni di quel tipo, hanno una cultura musicale e una maturità compositiva di tutt’altro calibro, e si sente nella scrittura di brani leggermente più complessi della media del disco, ovvero “Sono Qui” e “Se Ci Penserai”, che pescano da linguaggi latini un diverso approccio percussionistico ai brani.
Tendenzialmente, ciò che manca a questo disco è la profondità dei testi, che rimangono sempre molto inespressivi, soprattutto a livello rimico e semantico, mentre ritmicamente le cadenze della voce battono bene formando più di qualche melodia memorabile. Il songwriting è senz’altro di buon livello e anche quando si tenta di fare pop si rimane ad un’alta capacità di arrangiamento e di scrittura. Fondendo pregi e difetti di questo disco emerge comunque un prodotto più che buono, distante dalla mediocrità di molti prodotti pop dell’ultimo periodo, costituendo inevitabilmente e piacevolmente un gradevole palliativo all’assenza di felicità di molta musica italiana.

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ETICHETTA: Time Travel Opp, Triste
GENERE: Folk

TRACKLIST:
After Catalunya
Four Million Silhouettes
A Lullaby Hum
Francis Thompson
Every Other Second Day
Five Fields
So Long Magic Helper
Houses, Empty as Holes
Emilelodie
Isaac’s Dream of Tired Streets

Mi da fastidio fare la prima recensione del 2013 con un disco del 2011, ma questo Emphemetry lʼ ho scoperto da poco e, a mio avviso, questo suo lavoro non è malvagio. Per chi non lo conoscesse, e suppongo non lo conosca quasi nessuno, Emphemetry è la firma di Richard Birkin, chitarrista dei Crash Of Rhinos, band hardcore inglese. In questa opera propria, lʼ inglese suona tuttʼaltro: presenta un disco di stampo acustico, con arpeggi di chitarre e quinte di archi, After Catalunya, Five Fields; con voce qua e là in stile folk-singer, So Long Magic Helper e nella conclusiva Isaac’s Dream Of Tired Streets; percussioni che trascinano cavalcate quasi post-rock con ianoforti che segnano la cadenza delle melodie come in Francis Thompson.
Belli gli episodi in cui vuole emulare le atmosfere nordiche dei Sigur Ros, A Lullaby Hum e Houses, Empty As Holes dove butta lʼ orecchio alle prime suonate di Bon Iver. Discreta anche Emilelodie, brano interamente composto si di corde arpeggiate, ma che in
questo caso sono corde di un pianoforte.
Nel suo insieme quindi, A Lulluby Hum For Tired Streets, non è un lavoro che presenta qualcosa di nuovo nel panorama musicale, ne tantomeno contiene brani memorabili, ad ogni modo risulta un disco consigliato agli amanti del genere e a chi cerca una sorta di colonna sonora per gennaio.

Voto: 2.5/5

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ETICHETTA: Infecta Dischi
GENERE: Rock, elettronica

E così arriva Le Belle Cose, terza prova in studio dei Sikitikis, band che gode di alta considerazione nell’ambiente alternative italiano, pur guardando verso direzioni leggermente diverse. Fondamentale in questo progetto è da sempre la cura dei suoni, tentando di far quadrare tutto nell’ordine giusto per esprimere il calderone di generi che la band riesce a fondere omogeneizzandoli così bene: psych, alt-rock, punk, jazz, new wave, tutto senza sfigurare mai. In questo disco compare un nuovo elemento, un’elettronica che si sposa bene con gli elementi di cui sopra, perché riesce ad aprire il terreno ad una contaminazione che, oltre a potersi esplorare ulteriormente in futuro, avvicina la band ad un territorio trip-hop, o radiohediano, che accentua la loro vena progressiva mai sopita fin dai primordi. Anni ’70 quindi, ma un salto in un decennio ancora precedente si ottiene con la beatlesiana Hey tu!, il cui nome non nasconde la principale ispirazione. Elementi africani, folk ed etnici disseminati gradevolmente ovunque completano il cerchio. Nulla da criticare in questo disco, perfetto connubio di maturità nel songwriting, originalità e tecnica strumentale dotata di una certa finezza. Uscita di peso, anche se ci sarebbe bisogno di un po’ più d’attenzione da parte della gente perché dopotutto, sfortunatamente, “guardiamo sempre dall’altra parte”.

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ETICHETTA: Tannen
GENERE: Post-punk

TRACKLIST:
Rosario
E Tu Non Ci Sei
I Diari del Kamikaze
Drive In
Le Ali di Alì
Si Appressa la Morte, Non C’è Dato Sapere Cosa C’è Aldiqua
Santa Brigida
Se Me Lo Chiedi Dolcemente
Dentro i Battimenti delle Rondini
Sono Il Mio Passeggero
Le Mostre di Pittura

In Italia c’è un fenomeno alternativo a quello, sempre più sopravvalutato, delle superband: le superband di qualità, ovvero quando artisti davvero poliedrici e con qualcosa da dire si coalizzano per produrre qualcosa che sia davvero interessante. Non succede spesso, diremmo anzi quasi mai, ma il progetto denominato Craxi rientra appieno in questa categoria di spessore, non solo perché dietro lo pseudonimo politico (molto meno politico dei testi, a testimoniare che la scelta è più di “suono” del nome scelto, più che di vera vicinanza alla figura socialista in questione, e fortunatamente, s’aggiungerebbe…) si celano Alessandro Fiori, Enrico Gabrielli, Andrea Belfi e Luca Cavina, tutti eccellenti musicisti con un bagaglio curricolare pesantissimo e una qualità compositiva eccelsa, ma anche perché il risultato vale davvero più di un attento ascolto. Tra noise, post-punk e pop dall’estetica classica, i riferimenti si sprecano, riportando con superba maestria qualcosa che assomiglia a degli Shellac jazzati arrangiati da original score di qualche serie poliziesca, e testi derivati dalla più bella tradizione italiana. Il risultato è quantomeno strano, forse perché la cultura musicale dei quattro è talmente estesa che produrre coesione diventa difficile, forse perché la coerenza non era nemmeno ricercata, ma lungi da noi perseguire l’idea che questo Dentro i Battimenti delle Rondini sia un polpettone senza direzione. Il disco è infatti un’uscita imprescindibile dell’anno appena finito, realizzazione concreta di un’ideale di musica che la Tannen rappresenta, come etichetta, meglio di chiunque altro, e che questi artisti incarnano nel migliore dei modi: più si conosce di musica, sapendola anche suonare, più si riesce a stupire, sconvolgendo e stravolgendo ogni linguaggio che possa regolare la scena. Bettino non lo rivalutiamo, ma questo quartetto c’è piaciuto.

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ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Pop, folk, reggae

TRACKLIST:
Come Mi Guardi Tu
I Cacciatori
Bugiardo
La Mia Vita Senza Te
Alle Anime Perse
La Fine del Giorno (Canto n° 3)
La Via di Casa
Bene Che Sia
E Poi Si Canta
Il Nuovo Ordine
Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone

I Tre Allegri Ragazzi Morti sono ormai un pezzo imprescindibile della storia della musica italiana. Connessi in maniera inscindibile alla realtà discografica più importante della scena indipendente, ovvero La Tempesta Dischi, sono portavoce di un linguaggio e di un modo di fare musica che riesce a collegare pop, rock e linguaggi radicalmente rivoluzionari in maniera comunque radiofonica ed immediata. Lo stile dei testi di Toffolo, noto anche come fumettista, si ripercuote da sempre sull’immaginario della band, portando le sue liriche ad un livello superiore, quasi come fossero disegni, schizzi di colore, dipinti. E’ stato cantato molte volte con essi l’amore, in termini a volte bambineschi a volte tragici, palesando comunque uno spirito adolescenziale che, nonostante gli anni dei componenti, non si è mai sopito, e facendo leva anche sulla vocazione comunicativa di un progetto che comunque trova nelle sue origini punk una sorta di senso sotterraneo di rivoluzione e di ribellione. Nel Giardino dei Fantasmi è il gradino ultimo di una scala che li porta ad aver raggiunto il modo perfetto di parlare di questo sentimento interno di sollevazione, appropriatisi concretamente di un linguaggio semplice ma che può trasmettere, sia ai giovani che ai meno giovani, l’idea che la musica possa anche avere un messaggio esortativo in grado di sobillare ed innalzare l’animo di una persona, spingendola a fare qualcosa per cambiare la situazione. I “fantasmi” contenuti in questo disco prendono la forma di persone defunte, di persone che non sono riuscite a realizzare il proprio sogno, che si sono smarrite. Un tragitto di evocazione, preghiera ed invocazione permea le undici tracce. Il tutto, dal punto di vista musicale, è realizzato strizzando l’occhio alle nuove contaminazioni che nella scena italiana stanno penetrando in maniera solida nell’impianto strutturale di molte delle storiche band nostrane, TARM inclusi: ecco quindi stabilizzate le influenze reggae, introiettate a dovere dopo lo shock dato dal repentino cambio di linguaggio avuto in Primitivi del Futuro, onnipresenti anche qui, fuse con una sorta di collezione di incursioni etniche, funk, blues, soul, guardando quindi più fuori che dentro il nostro panorama. E’ uno solo, difatti, il brano che ci può ricordare da dove derivano i Tre Allegri Ragazzi Morti più aggressivi e diretti, ovvero “La Via di Casa”, mentre si sfocia nella ballad melodica nella conclusiva “Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone”. Sono invece instant classic della loro discografia gli estratti che per primi sono stati dati in pasto al pubblico, ovvero “La Mia Vita Senza Te” e “La Fine del Giorno (Canto n° 3)”, fondamentali passaggi di un disco che riesce a raccontare con la semplicità di poche frasi, a mo’ di filastrocca, molto più di quanto le tonalità epiche e letterariamente dense di molti testi italiani degli ultimi anni riescano a fare. Necessario l’ascolto attento anche della cupa “Alle Anime Perse”, felicemente inscritta in un circolo di canzoni più tetre che da sempre fa capolino nelle tracklist dei dischi dei TARM, a tratteggiare un filo comune con l’estetica post-gotica e tetra dei disegni di Davide Toffolo.

Concludendo, i Tre Allegri Ragazzi Morti non hanno deluso le aspettative con un disco che ne attesta una maturità ormai raggiunta da tempo, che li costringe ad esplorare nuovi terreni per non ritrovarsi a ripetere cose già dette e già fatte. Che il risultato riesca ad emozionare non è cosa da poco, in un duemiladodici musicalmente vuoto dove i tentativi di dare allo snobismo della comunicazione hipster la palma di vera rappresentazione della musica italiana ha prodotto solo band passeggere infelicemente entrate e uscite nel cuore degli ascoltatori in una mezza stagione di intensi passaggi radio. La decennale carriera dei TARM ci ricorda che loro sono tra i pochi a non essere mai usciti dal cuore della gente, nonostante le evoluzioni, nonostante la semplicità della loro musica. Qualcosa vorrà dire.

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ETICHETTA: Universal
GENERE: Hard rock, grunge

TRACKLIST:
Been Away Too Long
Non State Actor
By Crooked Steps
A Thousand Days Before
Blood on the Valley Before
Bones of Birds
Taree
Attrition
Black Saturday
Halfway There
Worse Dreams
Eyelid’s Mouth
Rowing

Per l’uscita del nuovo lavoro in studio dei Soundgarden, distante più di quindici anni dal precedente full-length di inediti, Down On The Upside, occorre trascinare il giudizio su terreni un po’ più vasti: la bellezza e l’originalità oggettiva di un disco è, in questo senso, un corredo essenziale ad una sorta di utilità, o meglio, necessità, del prodotto, da calcolare, entrambe, anche tenendo conto dei precedenti della band e dello status del genere (il grunge ma anche, in questo caso, l’hard rock).
Ritornati all’ovile tutti gli ex componenti, ormai ultraquarantenni e con diverse esperienze curricolari notevoli (senza attribuirle ne citiamo alcune, sparse: Audioslave, i Probot di Dave Grohl, Pearl Jam, Mark Lanegan, il lavoro solista di Cornell con Timbaland, Pigeonhed, Sunn O))), No WTO Combo, ecc.), abbandonate anche le droghe – come ci tengono a specificare nelle recenti interviste – ripescano dal passato una grinta e un furore che sicuramente non avevano esportato con siffatta esplosività nei progetti collaterali. Recuperano invece poco dell’originalità e dell’effetto novità che sia nel grunge più classico degli esordi, sia nei momenti più melodici del secondo periodo, erano due loro fondamentali pregi. “Been Away Too Long”, “Attrition” e “Non-State Actor” sono le canzoni più incisive, gonfie di riff possenti e tempi martellanti, seppur non altrettanto marziali e “dritti”. Per queste incursioni nei territori metal e hard rock, ricollegabili agli inizi quanto a ventate di fresco che giungono forse da deliri punk à la Foo Fighters, Cornell riesce a rifulgere di una vocalità devastante, graffiante ed esteso come ai vecchi tempi, anche se la pulizia del suono è qui controproducente ed eccessiva, forse l’errore più vistoso di questo tentativo di aggiornamento. “By Crooked Steps” e “Taree” si avvicinano spavaldamente al mainstream, con un certo grado di orecchiabilità che, supportata da arrangiamenti belli pieni e corposi, le riallinea con le parti più grezze del disco.
Strumentalmente, la band riesuma tutte le sue qualità in realtà mai sopite. Linee di basso e batteria sempre sostenute e con un groove che si muove tra funky, grunge e hard rock, riff spaccaorecchie di sapore zeppeliniano, una voce sempre di lusso. La composizione mantiene mediamente un buon livello anche se il rubinetto perde acqua dalla parte dell’originalità. Tanti, infatti, sono i brani che staccano poco dal passato, e se tratteggiare una linea di continuità con la produzione che fu il loro fiore all’occhiello era il loro obiettivo, nonché l’esaltante volere dei fan di vecchia data, le nostalgie devono anche fare i conti con la realtà di un estro creativo un po’ calato e di una presenza sul mercato leggermente meno agevole e giustificabile, in queste vesti. Riconnettendosi all’inizio della recensione, sui due piani della critica troviamo, in sintesi, un quasi perfetto revival grunge, consacrazione della loro grandezza nell’esprimere e modellare questo linguaggio pienamente nineties e dall’altro lato un prodotto obsolescente che una band così difficilmente saprà svecchiare con un seguito all’altezza.

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ETICHETTA: Frenchkiss
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
So He Begins to Lie
3×3
Octopus
Real Talk
Kettling
Day Four
Coliseum
V.A.L.I.S.
Team A
Truth
The Healing
We Are Not Good People
Mean
Left Skeleton

Esiste una sindrome non scientificamente riconosciuta che si aggira tetra tra gli ascoltatori di musica mainstream: l’ansia da cambiamento. Ne esiste un’altra, diametralmente opposta, l’applauso cieco al cambiamento. Si parla, in sostanza, di cambio di direzione, quel salto improvviso di una band da un linguaggio all’altro che viene talvolta additato al pubblico ludibrio, altre volte osannato senza discernimento. Cercando di giudicare con estrema sincerità, pur partendo da un presupposto di apprezzamento più che onesto dei primi due dischi (saltando la mezza catastrofe para-elettronica che fu Intimacy), si giunge facilmente a separare la bellezza di alcune parti di questo disco dalla sua qualità di “nuovo” nella discografia dei londinesi. L’indie rock degli esordi, una fraseologia per certi versi ormai classica, in particolare, nella scena britannica, permea solo alcuni passaggi delle dodici (quattordici comprese le due bonus track) canzoni di questo Four, con riferimento alla loro tradizionale chitarra soft punk e ad alcune scelte di batteria (e il momento principale a ricollegarli al loro passato è il primo singolo estratto “Octopus”, che è anche il brano migliore del disco). Per il resto Kele Okereke e soci intraprendono un percorso di scoperta verso codici più propriamente punk, con inserti grunge, un lessico più generalmente hard rock e una produzione, se vogliamo, più piena e “grossa”. Il sound non differisce molto da quello di prima, ma un senso generale di suono iperpompato si sente nella potente “So He Begins to Lie” iniziale e in “Kettling”, che ricorda band alt-pop come i My Chemical Romance e i Fall Out Boy, voce, naturalmente, esclusa. In “Real Talk” ci si avvicina a scelte funk ma senza lo stile dei Red Hot dei bei tempi, producendo quindi un pezzo che scorre piuttosto insipido, così come “Coliseum”, un salto negli anni settanta senza troppo stile con un riff quasi metal che si è sentito in decine di altre canzoni, ma che si apprezza possibilmente al primo ascolto per la diversità da tutto ciò che mai è stato fatto dai Bloc Party (basta ascoltare il bizzarro screaming finale). “3×3″ è la consacrazione della volontà inespressa di elevarsi a band da stadio, ma il risultato è commercialmente solo parziale. In sintesi, nessun anthem come ne ricordiamo in Silent Alarm o A Weekend In The City.

La prima sensazione che si avverte all’ascolto di questo disco, senz’altro ben suonato (vedasi un Matt Thong come sempre originalissimo dietro le pelli), è che manchi di una direzione ben precisa. Tante le strade esplorate, ma senza addentrarsi mai a fondo in nessuna. L’amaro in bocca è lasciato in particolare dalla mancanza di presa delle canzoni. Timbro vocale a parte, nessuno si è mai azzardato (a ragione) a giudicare i Bloc Party una band originale, ma è risultata sempre fondamentale in contesto indie/alternative per la bellezza quantomeno radiofonica di molti brani, vezzo che in questo disco non ricompare, pur senza una svolta intellettuale. L’impressione, dunque, è che si sia voluto fare una scelta di cambiamento ammiccante senza riuscirci. Tolto questo velo polemico, lo si ascolta facilmente, forse troppo, in particolare in virtù del dubbio, fortunatamente sventato, che le derive dance/electro di Kele Okereke (qualcuno ricorda Tenderoni?) non portassero nel baratro anche i suoi BP. E speriamo quindi in un Five, se esisterà, più convinto e convincente del predecessore.

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