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Archivio per la categoria ‘TIPO: live report’

Il 19 Aprile all’Estragon di Bologna c’era la première del nuovo tour degli Aucan, attesissima anteprima di quello che sarà il nuovo spettacolo con cui gireranno l’Europa nel 2013. Le tag degli eventi ufficiali su Facebook parlano chiaro: #visualize (nome del tour), #basstonate, #clubcore. L’effetto bastonata, obiettivamente, si sente, così come si sentono clubcore. Molti successi di Black Rainbows, con un impianto (per una volta) settato alla perfezione, suonano da dio e nel set completo, di circa un’ora, quasi tutto collegato in una sorta di traccia unica, risultano comunque sempre fresche, nonostante le ventate di novità portate da alcune canzoni del futuro disco. L’obiettivo di questo live, lo si avverte subito, era stupire anche con l’impatto di qualcosa di inaspettato, e mai come in questo concerto ci sono riusciti: sferzate hardcore quasi terrorcore sul finale, roba da Rotterdam Records per intenderci; momenti più ballabili che ti fanno pensare ad una svolta Swedish House Mafia ma ti riportano subito alla più violenta dubstep degli ultimi anni, tra Niveau Zero e Porter Robinson, ma con quelle venature dark ultrapotenti che solo gli Aucan in Europa sanno tirare fuori in maniera così gradevole ed egualmente devastante; techno, ma più rallentata di quella tedesca; dubstep e ancora dubstep. Effettivamente il genere è cambiato solo in maniera relativa e marginale, ma si avvertono già dei linguaggi e degli orientamenti che apparterranno probabilmente al futuro dell’elettronica mondiale, come del resto si intuisce dagli ultimi lavori di molti mostri sacri dei vari generi citati. Gli Aucan non sono alieni a queste logiche evolutive ormai inarrestabili.

L’esecuzione dal vivo, specialmente a livello ritmico, è notevole. Si punta anche sull’intrattenimento scenografico ma i visuals non sono certo all’altezza dell’ottimo livello dei suoni, calibrati nella maniera giusta anche se nelle prime file i bassi sfondano la cassa toracica in maniera abbastanza improponibile. Dire che quando si ascolta un concerto del genere è giusto così, è d’obbligo. 
L’accoglienza del pubblico è molto calorosa, sicuramente più tiepida di quella rifilata ai bresciani Pink Holy Days, band vicina agli Aucan e a ciò che ruota attorno a loro, che sfoggiano un dj set techno con influenze house, ballabile ma nulla più. In ogni caso, divertenti.

La serata, anche per il suo aspetto di debutto del nuovo tour, è sicuramente ben riuscita. L’alto livello dello show proposto ha mantenuto fede alle aspettative permettendo anche di sviluppare ulteriori attese su quello che sarà il nuovo disco in studio che, a questo punto, sarà una riconferma delle capacità degli Aucan, già pienamente dimostrate dai lavori precedenti. E, come sempre, avrà più successo all’estero ma noi non ci faremo troppe domande. 

video tratto dal concerto al Magnolia

prossimi concerti
24 aprile 2013 – URBAN, Perugia
25 aprile 2013 – CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
25 maggio 2013 – HALLE 28, Bolzano 

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Fotoreport a cura di LaMyrtha



TOUR
16.12 Modena – La Riffa
18.12 Livorno – Teatro C
19.12 La Spezia – Origami
21.12 Castiglione delle Stiviere (MN) – Arci Dallò
23.12 Ravenna – Passatelli in Bronson @ Bronson [w/ Zen Circus - Criminal Jokers - Flora & Fauna]
20.01.13 Cusano Milanino (MI) – Agorà
24.01.13 Benevento – Morgana
25.01.13 Sarno (SA) – Key Drum
26.01.13 Napoli – Mamamu
27.01.13 Latina – Sottoscala 9
15.02.13 Montichiari (BS) – Galeter
02.03 Sarnano (MC) – Revers

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Otto dicembre duemiladodici. Marghera. E’ il secondo appuntamento celebrativo della celebre etichetta indipendente italiana La Tempesta Dischi di Enrico Molteni a tenersi al CSO Rivolta e, come l’altra volta, le presenze sono state tante.
Interessante il cartellone, interessante la disposizione degli artisti, spalmati su quasi otto ore di musica tra dj e live set sparsi in ben tre padiglioni (Hangar, Nite Park e Sherwood Open Live). Diciamo, per dovere di cronaca, che parleremo di tutti gli artisti che si sono esibiti eccetto Iori’s Eyes e i dj set di Niveau Zero, Dente e Il Genio, non seguiti per motivi logistici.

La giornata si scalda presto con un Hangar già semipieno e la musica tribal-techno degli Hardcore Tamburo, nuova reincarnazione dei Sick Tamburo, che scaldano l’ambiente con ritmiche sospese tra tribale, techno e dance, inserendo anche qualche traccia (come “La Canzone del Rumore”) del repertorio dei Sick. Assolutamente divertenti, particolare l’idea anche scenica dei bidoni di latta che, insieme al tradizionale passamontagna, dona al progetto un approccio più carismatico e originale.
Umberto Maria Giardini, con la sua nuova reincarnazione (dopo Moltheni, Pineda e le innumerevoli collaborazioni), presenta un po’ dei nuovi brani, tranquilli ma con un’evoluzione tipicamente post-rock: parti melodiche particolarmente dilatate che sfociano in finali brutali, qui impreziositi comunque da dei testi molto interessanti (cosa che non accade molto spesso su questi generi).
Un set qualitativamente ottimo, forse poco coinvolgente se posizionato a questo punto della serata.
Il Pan del Diavolo con il loro divertentissimo folk (o alternative folk? come lo vogliamo chiamare?)  sono ormai un’istituzione della musica italiana e già l’accoglienza è più calorosa rispetto alle band precedenti. Il set fila liscio tra i loro principali successi con particolare attenzione agli estratti dall’ultimo lavoro Piombo Polvere e Carbone (la migliore tra queste “Scimmia Urlatore”). Un set dove, per la prima volta nella serata, si può anche saltare (soprattutto con “Pertanto”). Buon lancio per Appino, salto nel nite park uscendo nella parte aperta del Rivolta a sorbirsi un po’ di ghiaccio post-nevicata siberiana e si scopre che il frontman degli Zen Circus sta suonando la prima canzone chitarra e voce, con un sound che ricorda immediatamente le canzoni più tranquille del Circo Zen. Ma dal secondo brano si scopre la formazione che lo accompagnerà nel nuovo disco e nel tour nel corso del 2013, ovvero Giulio Favero e Franz Valente del Teatro degli Orrori. La band si trasfigura completamente in qualcosa di molto più ruvido, con tanto di parti in screaming accennato, tra grunge, post-punk, alternative rock. In questo breve set trova spazio Radio Friendly Unit Shifter dei Nirvana, in finale di set, veramente potentissima. Una piacevolissima sorpresa.
Finito il set di Appino è già l’ora dei Tre Allegri Ragazzi Morti, la band di punta di questo roster, che orienta, per forza di cose, le mode nell’etichetta. Il nuovo disco che uscirà a giorni, Nel Giardino dei Fantasmi, viene presentato con sei tracce, “sei fantasmi”, primi accenni di un lavoro che sembra già molto interessante, riprendendo sempre quel groove reggae che li aveva visti rinnovare dopo così tanto tempo, ma con delle evoluzioni un po’ diverse, che si avrà certo modo di esplorare seguendo il prossimo tour dedicato. Tra i brani recenti (da Primitivi del Futuro) eseguiti i due singoli “La Faccia della Luna” e, in apertura, “Puoi Dirlo a Tutti”, una delle più apprezzate nel pubblico di tutta la setlist. Nel finale, invece, salto indietro nel tempo con “Il Mondo Prima”, “Il Principe in Bicicletta” e “Occhi Bassi”, anche se quest’ultima non è proprio la conclusione perfetta per un live così. La band, proprio come tutte quelle precedenti, ha suonato molto bene, si è contraddistinto anche Toffolo per una voce più intonata della media mentre il sound stranamente ottimale dell’Hangar ha fatto il resto.
Finiscono i pordenonesi e scatta il delirio al Nite Park. I Ninos du Brasil sparano i bassi talmente alti che non si riesce a sentire niente, lo stabile si trasforma in una sorta di rave gigante, forse complice l’acustica terribile che in questo istante più che far sentire il concerto erutta frequenze basse a profusione. La band in realtà è più tranquilla, ballabile, e tutto sommato originale, fondendo dance, techno e musica brasiliana in una miscela che in Italia senz’altro non s’era sentita prima. Divertenti, ma penalizzati dall’acustica. Sul palco principale è ora dei Mellow Mood, con i fari puntati contro ormai da qualche mese grazie ad una presenza sul territorio nordestino notevole, con veramente decine e decine di concerti all’anno che li hanno portati sostanzialmente dovunque. Reggae, reggaeton e accenni ska, un genere che, come si sa, va molto in queste zone e infatti il set è molto gradito. Il complesso, inoltre, tecnicamente se la cava molto bene e tiene alto l’onore del genere con una scelta dei suoni senz’altro azzeccata.
Saltati gli Iori’s Eyes che non siamo riusciti sfortunatamente a seguire, è l’ora degli headliner, il Teatro degli Orrori, il cui set stasera brilla per una potenza inaudita causata soprattutto da un mixing veramente perfetto ad opera del fonico. Solitamente, questa band nei concerti non si ricorda certo per la pulizia dei suoni e la precisione sul palco ma in questa serata l’equilibrio di tutti gli strumenti era tale da schiarire un po’ tutto, spingendo ulteriormente un sound già infernale e evidenziando una bravura tecnica sicuramente accresciuta da Dell’Impero Delle Tenebre a oggi. Un set veramente caldo, con estratti da ogni disco che sono stati, in ordine sparso, tra gli altri, “Non Vedo l’Ora”, “Io Cerco Te”, “Skopje”, “La Canzone di Tom”, “Due”, “E’ Colpa Mia”, “A Sangue Freddo” e “Padre Nostro”. Coinvolgente il frontman Pierpaolo Capovilla come sempre, devastante Franz alla batteria. Il set si è concluso con un paio di minuti strumentali che Favero presenta come “la parte finale di Lezione di Musica, suonata di solito a fine concerto, un pezzo che si chiama Tempesta”.
Parte in questo momento al Nite Park il Dj/Vj set degli Aucan che i bresciani stanno portando in giro ultimamente. Immagini e sound da trip, è techno delle più distruttive, dritta, senza mai decollare mai, martellando lentamente dentro le orecchie dell’ascoltatore. Un’ora di set veramente diretta e che annulla definitivamente i timpani degli astanti, già provati da TDO e Ninos du Brasil.

Una nota di colore da citare è rappresentata dall’utilizzo anche di espedienti pubblicitari e di partecipazione diversi. L’hashtag #tempestarivolta ha permesso di seguire i tweet dei presenti (o di chi non ha potuto partecipare) da uno schermo nell’area espositiva, mentre ai primi mille ingressi è stato regalato un particolare nuovo fumetto di Davide Toffolo intitolato I Cacciatori.

L’evento, in sostanza, ha dimostrato quanto sia in termini di pubblico sia in importanza e qualità della musica questa etichetta pordenonese sia ormai l’unico punto di riferimento per la parte più mainstream della nostra produzione indipendente nazionale, iniziando anche a travalicare i confini con l’esperienza della Tempesta International. Eventi come questo sono imperdibili, quindi, dopo Ferrara 2010 e Marghera 2011, è una promessa, ne recensiremo anche altri.

*video di vari utenti presi da YouTube

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Fotoreport a cura di LaMyrtha






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L’istituzione dell’alternative rock italiano di massa giunge all’Estragon come sempre semipieno, nell’ultima data di un trionfale tour di supporto al nuovo interessante disco Padania. Molte le date, anche in questa regione che ha sempre accolto in maniera piuttosto calorosa i milanesi, in particolare nell’ultimo periodo in cui si sono arricchiti nuovamente della presenza dell’ex chitarrista Xabier Iriondo. La scelta di un sound più massiccio, introdotta dal Summer Tour 2010 e 2011, e poi definitivamente confermata dallo schizofrenico Padania, continua anche nei concerti di quest’anno, potentissimi e graffianti proprio come nei begli anni che molti, relativamente agli Afterhours, direbbero scomparsi.
La setlist ripercorre, di nuovo, un po’ tutta la carriera, ma con un occhio di riguardo, com’è logico, per l’ultimo lavoro. Interessanti in particolar modo “Nostro Anche Se Ci Fa Male”,  la splendida “Costruire Per Distruggere”, la tranquilla “Padania” e l’iniziale “Metamorfosi”, mentre “La Tempesta E’ In Arrivo”, eseguita live per la prima volta in questo tour, risulta potente ma un po’ sforzata alla voce. Tra le vecchie glorie è ormai tornata in pianta stabile da tempo “Posso Avere Il Tuo Deserto”, mentre “Voglio Una Pelle Splendida”, “Bye Bye Bombay” e “Quello Che Non C’è” mantengono il gradimento massimo e sono infatti infilate negli ultimi bis. Nota di colore da non ignorare è rappresentata dalla lettura, da parte di Manuel Agnelli, di una notizia uscita nel pomeriggio precedente la sera del concerto riguardante la sua presunta morte a seguito di un cocktail di farmaci.
Poche parole da spendere sull’esecuzione della performance. Tecnicamente la band è sempre in grande spolvero e non è certo rinomata per una gran precisione, riprendendosi sul versante interpretativo e soprattutto nel sound, massiccio più che mai. La voce di Manuel Agnelli durante il concerto tende a perdere potenza, ma alla sua età glielo si permette senza problemi, vista anche una scaletta abbastanza possente.

Il tour 2012, tecnicamente, finirebbe qui. Acclamati come sempre gli Afterhours lasciano l’ennesima lucente traccia nel sentiero di una scena italiana che li imita sempre più, non riuscendo mai a raggiungere questi livelli di intensità performativa o di coinvolgimento di pubblico. Popolarizzare questo genere, dopotutto, non è stato un gran crimine.

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Un doppio report per celebrare l’unica data nel Nord Italia del tour 2012 delle Vibrazioni. La prima è una visione più giornalistica e distaccata, la seconda la cronaca di una fan di lunga data. Buona lettura. 

Report a cura di Emanuele Brizzante

Studio 2, Vigonovo. Sul confine tra le province di Padova e Venezia, in pieno Veneto, questo studio di registrazione divenuto live club presenta, per l’inaugurazione della stagione 2012/2013, Le Vibrazioni. La band lombarda, nell’ultimo triennio, è stata più o meno assente dai grandi giochi, con tour organizzati in maniera piuttosto caotica e privilegiando la parte meridionale della nostra penisola. Pochissime le date da Emilia Romagna in su, e questa è davvero una delle poche. L’attesa palpabile, in un clima intimo che comunque si sposa bene con il nuovo corso di una band che fu mainstream ma che negli anni ha retrocesso la sua posizione fino ad una comoda mezza misura tra fama e nicchia, si riverbera nei volti dei fan frementi che accorrono abbastanza numerosi in questo capannone di una grigia zona industriale, colorato all’interno dalla gentilezza dello staff e la festosa carta da parati ledzeppeliniana. Il clima amichevole si genera già nell’incontro post-soundcheck che i promoter della data hanno organizzato per i fan più smaniosi di incontrare la band, mentre successivamente si lascia qualche ora di dj set a basso volume nell’attesa della band che giungerà sul palco solo verso la mezzanotte.

Un’ora e poco più di set, leggermente meno di quanto proposto al centro-sud, trascinando tutti nel vortice funk/hard rock dei primi due dischi, dai quali sono estratte la maggioranza delle canzoni, in un recupero della vecchia produzione che ha sia funzione di reintegro dell’ex bassista Garrincha, che non ha suonato sul mediocre Le Strade del Tempo, che la celebrazione del periodo indubbiamente più apprezzato dai fans, quello iniziale. “Dedicato a Te”, uno dei brani più scontati della band, giustamente elevato a notorietà per la radiofonicità del suo impianto melodico ormai dieci anni fa, non manca (stavolta) e così molti dei singoli più conosciuti (“Un Raggio di Sole”, “Dimmi” e “In Una Notte d’Estate”); la parte migliore del set è, naturalmente, quella più carica e, se vogliamo, grezza, che ripesca sia frangenti più melodici e, da un certo punto di vista, sperimentali come “Xunah” e “Sono Più Sereno”, che le potenti e ballabili “Seta” e “Sani Pensieri”. Una prescindibile ma simpatica nota di colore è rappresentata dalla comparsata di Agostino Nascimbeni e Dario Ciffo dei Lombroso, per una cover di Battisti che, come sottolinea Francesco Sarcina, è un’idea improvvisata e, per certi versi, la cosa è perfettamente evidente ai più. Una buona idea, comunque.

Tecnicamente la band non ha bisogno di essere ulteriormente lusingata dalla critica. Si conosce un po’ dovunque, un po’ come accade per altre formazioni mainstream che si fregiano di una buonissima capacità strumentale (ad esempio Elio e Le Storie Tese, Negrita, Negramaro), la qualità delle loro esecuzioni, che appare chiaramente anche a un inesperto, in particolare per il comparto ritmico veramente granitico e compatto, con Garrincha in versione mitragliatore al basso e Alessandro alla batteria che batte come un ossesso (ma mai come Ago dei Lombroso, una vera macchina da guerra pur nella sua imprecisione). Le due chitarre sono egualmente vicine alla perfezione, sempre ben integrate, inevitabilmente ammiccanti ai loro idoli più distinguibili: Jimmy Page e Angus Young, ma soprattutto Page. La voce del coinvolgente ed eccentrico Francesco in questo caso è in grande spolvero, e non mancano ovviamente gli ebbri commenti sessuali che lo contraddistinguono da sempre.

Tutto sommato, dimenticata la caduta di stile di certe parti della loro carriera, Le Vibrazioni non deludono mai, in particolare in concerto dove stupiscono per performance al fulmicotone che non possono assolutamente essere considerate deboli, tanta è la precisione strumentale dimostrata. Potrebbero essere di più, in un paese normale, i fan che seguono una band così, ma la gestione anche a livello di tour senz’altro è colpevole nella caduta della loro celebrità. In ogni caso, commenti di lungo termine a parte, si è trattato di una serata a suo modo speciale, quasi a lume di candela, di cui molti presenti si ricorderanno a lungo. Davvero, in questo caso, buone vibrazioni.

Recensione di Alessia Radovic

Per correttezza, prima di cominciare, mi sento di dover dire che Le Vibrazioni sono la mia band italiana preferita (lo erano i Deasonika ma ahimè si sono sciolti). Questo comporta poca oggettività da parte mia. Non lo faccio apposta, è più forte di me.

Detto ciò, faccio i complimenti allo Studio2 per aver organizzato l’unica data a Nordest delle Vibra dopo un’abbastanza lungo tour tra centro e sud Italia.
Non contenti di aver già reso possibile l’impossibile hanno ulteriormente pensato ai fans organizzando un incontro con la band pre concerto.
Tutto perfetto. Anche le pareti del locale molto seventies, la copertina di Vibra II vi dice qualcosa?
S’inizia col botto con le note di Seta che da sempre scatena il pubblico a dismisura. Scatena pure quelli che sono venuti soltanto a sentirsi “Giulia”.
I ragazzi sono carichi, rispetto alle lontane date del 2010 l’atmosfera è sicuramente un’altra. Sarà anche merito del ritorno del bassista Garrincha? Chissà.
Garrincha era uscito dal gruppo nel 2007, egregiamente sostituito da Emanuele Emone Gardossi, e ci è ritornato cinque anni dopo. Tutti contentissimi, sia chiaro, ma pensiamo anche a chi si è fatto trovare pronto e ha permesso alla band di continuare a vivere.
Chi li ha visti sa che il frontman Sarcina fa la sua buona parte coinvolgendo il pubblico e ammiccando al sesso femminile con gestacci di tipo sessuale, in questa data anche più del solito.
Non da meno sono Stefano Verderi (chitarra) e Alessandro Deidda (batteria) che pur rimanendo in disparte rispetto al cantante sono musicisti con i controcoglioni e ragazzi umili e sempre disponibili.
A trequarti del concerto salgono sul palco Agostino e Dario dei Lombroso per un tributo a Battisti: Le tre verità. Non proprio riuscitissimo, ma tant’è…
Siamo quasi giunti alla conclusione e la scaletta prevede Dedicato a te. Io mi chiedo ma ancora la gente non si è stufata di sentirla? Vabbè, il singolone si deve fare se no poi la gente se ne torna a casa e commenta “ma non hanno fatto proprio quella che sapevo”.
Il numero di pezzi era più esiguo rispetto le date al sud. Peccato. Bastavano 5 pezzi in più (Musa, I desideri delle anime dannate, Fermi senza forma, Sai, Ogni giorno ad Ogni ora. De gustibus, s’intende) e sarebbe stato il delirio rock italiano per eccellenza.
Chi si accontenta gode e torna a casa con il sorriso “eiaculando oltre i limiti razionali”, cito.
Spero vivamente possano sbucare altre date de Le Vibrazioni al nord. In fondo la speranza è l’ultima a morire. No?
Ancora una volta ringrazio lo Studio2 e spero di tornarci presto per altre date interessanti.
Per la recensione obiettiva e tecnica vi rimando a quella di Brizz.

SETLIST (in ordine sparso)
seta
electrip music
se
sani pensieri
aspettando
dimmi
dedicato a te
sono più sereno
xunah
raggio di sole
vieni da me
portami via
in una notte d’estate
su un altro pianeta + per non farsi ingoiare
le tre verità (cover di Battisti)

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GENERE: Concerto
FORMATO: DVD

Il duo blues rock più in voga del momento, sempre attento a riempire del suo nome tutto ciò che è possibile raggiungere, e farlo sempre con stile, arriva anche su DVD. Il primo live ufficiale esce con il titolo Do It Yourself – Nel Giorno del Signore e contiene un’ora di concerto in cui sono dilatati quanto più possibile dieci brani della band, tra jam, assoli, prolungamenti e riletture. Non mancano i momenti più celebri di “Hamburger” e “Mi Addormenterò”, ma stupisce in particolar modo in questo set l’intimità dell’happening, un concerto in uno piccolo spazio con il pubblico raccolto intorno ai musicisti, creando quell’intesa che giova alla band, già perfetta tecnicamente, riportando l’attenzione anche sul contatto fisico tra strumentista e fan. La divisione in parte elettrica (blues, rock, stoner) e quella acustica (più folk-blues), dando ovviamente più risalto alla prima, è un divertente diversivo per creare più attenzione attorno a questo concerto, che ci piace anche per la sua disinvoltura nell’esibire la perfezione tecnica di una delle realtà più strumentalmente abili, e contemporaneamente originali, degli ultimi anni di stanca scena italiana.
Consigliato anche ai non conoscitori dei BSBE, soprattutto per sentirsi sparata in faccia la splendida “Mi Sento Come Se”.

PROSSIME DATE:
05.10 LOCOMOTIV CLUB, Bologna
06.10 KAREMASKI, Arezzo
12.10 ANGELO MAI, Roma
13.10 AFTERLIFE, Perugia
19.10 HIROSHIMA MON AMOUR, Torino
20.10 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
26.10 VELVET, Rimini
27.10 BLOOM, Mezzago (MB)

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Tennent’s Vital, uno dei più grandi festival che si tengono in Irlanda del Nord ormai annualmente, quest’anno presenta un programma davvero spettacolare. In particolare, la giornata del 22 Agosto, si sono alternati sul palco come tre band principali i The Cribs, vecchia conoscenza dell’universo indie di spessore, i beniamini del periodo Black Keys e i Foos.
Almeno trentamila, ad occhio, i presenti, ma le cifre potrebbero essere quasi doppie. Nel colorato contesto di Boucher Playing Fields, parco della zona industriale di Belfast, tra fiumi di birra e un onnipresente (pessimo, peraltro) sidro di mele amatissimo da irlandesi e nordirlandesi, i The Cribs sciolgono il ghiaccio in pieno pomeriggio, tra lievi scrosci di una fastidiosa pioggerellina e il sole che appare e scompare a ripetizione. Potente il loro set, veloce e carico, con l’alternanza dei due cantanti e una buona presenza scenica a fare anche da motivazione visuale per seguire la performance con interesse. Tra le migliori in scaletta “Glitters Like Gold” e “Men’s Needs”.

I Black Keys, in sintonia con il loro periodo di cresta dell’onda, hanno un grandissimo seguito pronto ad accoglierli e infatti la loro oretta di concerto è seguito da urla e salti continui senza sosta, anche nei momenti meno accesi. Accenni di pogo, anche ingiustificato, accendono i singoli più famosi come “Gold On The Ceiling”, “I Got Mine” e “Lonely Boy” ma non si disdegnano i salti nel passato di “Thickfreakness” e “Girl Is On My Mind”. Tecnicamente la band è praticamente perfetta, in particolare Daniel Auerbach, e anche gli elementi aggiunti a seconda chitarra e basso sanno il fatto loro. Sicuramente il loro blues rock non è adattissimo a contesti di questo tipo, ma hanno ormai superato questo periodo, suonando davanti a folle sempre più grandi.

Verso le otto in una fresca Belfast giunge invece il carrozzone di Dave Grohl, attesissimo come in qualunque parte del mondo. Il set di oltre due ore e mezza tocca tutta la discografia della band, con qualche sorpresa: accanto alle solite, ma sempre gradevoli, “My Hero”, “Breakout”, “Everlong” e “The Pretender”, si stagliano tutte le nuove hit del disco nuovo, le carichissime “White Limo” e “Bridge Burning” ma anche le più melodiche ed egualmente fantastiche, soprattutto live, “Dear Rosemary” e “These Days”. Dal passato si recuperano le solite “Hey, Johnny Park!” e “This Is A Call”, che non si possono tralasciare in una scaletta che ripeschi un po’ tutta la storia dei Foos. Toccanti le esibizioni acustiche di “Wheels” e “Times Like These”, in presenza della figlia di Dave, Violet, dietro gli amplificatori. Molti i momenti comici del concerto, orchestrati dal frontman, sempre migliore nel compito di animatore di folle. Dal punto di vista tecnico non serve sprecare caratteri: sono semplicemente perfetti, e un impianto ottimo con un equilibrio dei suoni che riesce a rendergli giustizia trasforma Belfast in una rock discoteca gigante, con la gente egualmente coinvolta dalla prima alla ventiduesima canzone, senza sosta.

I ragazzi di queste zone non ricevono molti di questi festival, ricorda anche Dave. Senz’altro anche la loro presenza, con qualche nota di colore per elementi particolarmente pittoreschi, garantisce la buona riuscita di un festival così, del quale è opportuno ricordare anche l’ottima organizzazione, fantascientifica per noi italiani abituati all’incapacità dei nostri addetti ai lavori. Tutte le band sono uscite a testa alta, così come il pubblico, per una giornata veramente indimenticabile.


SETLISTS

THE CRIBS
Come On, Be A No-One
Hey Scenesters!
Mirror Kissers
Glitters Like Gold
I’m a Realist
Chi-Town
Cheat On Me
Be Safe
City of Bugs
Men’s Needs

BLACK KEYS
Howlin’ For You
Next Girl
Run Right Back
Same Old Thing
Dead and Gone
Gold On The Ceiling
Thickfreakness
Girl Is On My Mind
Your Touch
Little Black Submarines
Money Maker
Strange Times
Nova Baby
Tighten Up
Lonely Boy
I Got Mine

FOO FIGHTERS
White Limo
All My Life
Rope
The Pretender
My Hero
Dear Rosemary
Learn to Fly
Arlandria
Cold Day In The Sun
Generator
Walk
These Days
Monkey Wrench
Hey, Johnny Park!
This Is A Call!
Bridge Burning
In The Flesh? (Pink Floyd cover)
Best of You
-encore-
Wheels
Times Like These
Breakout
Everlong

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Come lo si descrive un concerto dei Gogol Bordello?
Pogo, salti, urla, sudore, divertimento. E’ come partecipare ad una gara di atletica in cui l’unico sport che si può praticare è spintonarsi allegramente in una bolgia di puro calore umano. Molti vorrebbero impartire a performance analoghe un significato politico o perlomeno etnico ma non è quello che faremo qui, giacché basta spiare le biografie dei componenti della band per capire che la diversità delle origini (dall’Ecuador all’Etiopia, passando per Ucraina e Israele) dei membri del gruppo e il gypsy punk che portano in giro possono compromettere molto dell’ordine socio-politicamente precostituito che orbita anche nel campo delle arti. In una gara di resistenza di forza muscolare, capacità polmonare e tenacia delle corde vocali se ne vanno velocemente due ore di frenesia ritmica a metà tra cultura gitana, balcanica, reggae, punk e ska. Solo con questa multietnicità è possibile spiegare il loro enorme successo, ovviamente impreziosito da una tecnica che gli permette di fare praticamente qualsiasi cosa sul palco, scatenando tutto il caos di cui sopra. Noi c’eravamo e basta indicare la scaletta per far capire, a chi li conosce e forse a chi non li conosce, cosa significa un concerto dei Gogol Bordello.

intro
ultimate
immigrant punk
not a crime
my companjera
sally
immigraniada (we comin’ rougher)
wonderlust king
trans-continental hustle
break the spell
tribal connection
pala tute
think locally, fuck globally
start wearing purple
-encore-
jam jelem
santa marinella
harem in tuscany
alcohol

Ovviamente i presenti erano molti, come dimostra qualcuno dei video sottoriportati. Non serve giustificare il divertimento dei presenti quando si può avere tutto questo, dalle bestemmie di “Santa Marinella” (in realtà un collage di parole sentite dal carismatico e singolare frontman della band Eugene Hutz durante un soggiorno nella nostra capitale) all’impossibilità di stare fermi che scaturisce da “Pala Tute”, “Immigrant Punk” e, sostanzialmente, una qualsiasi delle altre loro hit.

I live dei Gogol Bordello sono esperienze che consigliamo a chiunque non sia debole di cuore. Nella nostra Italia anestetizzata dalle preoccupazioni che attanagliano quotidianità, futuro e società forse un buon concerto liberatorio servirebbe. Magari con una birretta e una cannetta, giusto per corollare il tutto.


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Se un giorno gli Afterhours finissero di entusiasmare non potremo più chiamarli col loro nome. L’odio degli hipster non può scalfire delle macchine da guerra di questo calibro. Lo sport di detestare chi ha influenzato e plasmato i tuoi idoli è diventato talmente diffuso che i milanesi non possono che beneficiarne e difatti da un paio d’anni, dal ritorno di Iriondo ma non solo grazie a lui, i loro concerti sono ritornati ad essere granitici e ruvidi come agli inizi, un vero pugno dritto in faccia chi li definisce invecchiati, commerciali, rincoglioniti e tutto il resto.

A Padova, in una delle serate clou (ma non una delle più frequentate) del carrozzone del tradizionale Sherwood Festival, Manuel Agnelli e soci distorcono le orecchie fumanti di qualche migliaio di presenti con un repertorio lungo due ore (con infiniti bis, tre per l’esattezza, come da copione), che da Germi a oggi ripesca un po’ da tutti gli album qualche perla che è parte integrante del vero fan degli Afterhours, come in una storia che è fatta di momenti più intimi e di scatti d’ira più accesi e fulminei senza mai rifiutarsi di rendere partecipe chi si ha davanti di un’emozione infinita. “Posso Avere il Tuo Deserto”, “Pelle” (nella versione ormai consueta con Manuel al piano), “Bungee Jumping” e “Voglio Una Pelle Splendida”, nonché “Sulle Labbra” e “Il Sangue di Giuda” fanno accapponare la pelle come sempre, grazie ad un’esecuzione magistrale (tranne qualche pecca ritmica di basso e batteria) che punta soprattutto sull’apertura sonora delle chitarre, dotate di quella sorprendente nuova pacca che ormai contraddistingue il nuovo corso dei lombardi (l’avete sentito Padania vero? ringraziate Ciccarelli). Il tour è però consacrato a pubblicizzare l’ultimo e molto interessante lavoro e per questo la maggior parte delle canzoni proviene da lì: la title-track, “Metamorfosi”, “Terra di Nessuno” e “Spreca Una Vita” tra le migliori, ma non si può omettere dalla lista la splendida “La Terra Promessa si Scioglie di Colpo”. La voce di Manuel raggiunge picchi che mancavano da tempo, con una graffiante potenza e una precisione che sicuramente lascerebbero sbigottiti anche i molti detrattori del suo timbro (si ride ancora per le polemiche di chi ha criticato insensatamente Karma Police dei Radiohead da lui eseguita perfettamente il Primo Maggio a Roma). Nota di colore la comparsata per “Lasciami Leccare l’Adrenalina” e “Dea” di Giulio Favero del Teatro degli Orrori/One Dimensional Man al basso.

Invecchiare è una cosa per tutti, farlo così è per pochi. La nostra intuizione è che li seguiremo con lo stesso entusiasmo ancora per molti anni.

SETLIST:
metamorfosi
terra di nessuno
la verità che ricordavo
male di miele
costruire per distruggere
spreca una vita
padania
ci sarà una bella luce
ballata per la mia piccola iena
è solo febbre
bungee jumping
il paese è reale
sulle labbra
nostro anche se ci fa male
io so chi sono
la terra promessa si scioglie di colpo
-encore-
tutto fa un po’ male
la vedova bianca
lasciami leccare l’adrenalina
dea
bye bye bombay
-encore 2-
pelle
quello che non c’è
posso avere il tuo deserto
-encore 3-
voglio una pelle splendida



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E arriva così uno dei migliori episodi di questo bel Sherwood Festival. A Padova, come sempre, tra le migliori band italiane e qualche ospite straniero i ragazzi della foresta di Sherwood ci hanno portato a beneficiare della visione di uno degli show migliori al mondo: un concerto i Flaming Lips. Ma cominciamo con la guest band in apertura, i nostrani Verdena, in una delle loro due uniche date del duemiladodici.

Set di cinquantacinque minuti circa con una scaletta interamente occupata da brani di Requiem e, soprattutto Wow. La più potente Loniterp, insieme alla raramente eseguita Attonito e l’ormai classica Canos; le più interessanti le tranquille Letto di Mosche e Sorriso in Spiaggia parte 1 e 2, combo che apre il set. Performance perfetta dal punto di vista tecnico, qualche carenza di suono, ma l’equilibrio generale e l’esecuzione molto precisa risollevano il tutto. Strano vedere più gente per loro che per i Flaming Lips, ma del resto siamo in Italia. Si confermano, comunque, la miglior band italiana. Senza se e senza ma.

SCALETTA:
Sorriso in Spiaggia Parte 1
Sorriso in Spiaggia Parte 2
Scegli Me (Un Mondo che tu Non Vuoi)
Il Caos Strisciante
Badea Blues
Muori Delay
Tu e Me
Letto di Mosche
Miglioramento
E’ Solo Lunedì
Canos
Attonito
Loniterp
Isacco Nucleare

Il carrozzone dei Flaming Lips, nella prima delle due tappe italiane (la seconda a Torino l’undici luglio), giunge puntuale a Padova con tutta la sua caleidoscopica verve, tra palloncini, ballerini sul palco vestiti da mostri di videogiochi giapponesi e trovate sceniche come il pallone gigante dentro il quale cantante ha deciso di surfare il pubblico. Tutta la loro discografia battuta in lungo e in largo in un set tirato, precisissimo, per certi versi schizofrenico: proprio come sono i Flaming Lips. Un live veramente geniale che non può far altro che sorprendere, per una band che fa innamorare della sua incredibile capacità di rappresentare una novità anche dopo averla ascoltata milioni di volte. Non ci sono altri così, diciamoci la verità. E così in novanta minuti snocciolano successi come la coinvolgente “The Yeah Yeah Yeah Song”, la strana “Drug Chart” e la simpatica “I’m Working At Nasa on Acid”, non sbagliando un secondo, non smettendo mai di lanciare palloni e coriandoli, con uno schermo enorme dietro a colorare ulteriormente un palco quasi circense. Con l’encore raggiungono il picco massimo di qualità, nonostante la scarsa attenzione di parte del pubblico verdeniano, con “Ashes in the Air” e “Do You Realize??”.
Stupefacenti, non ci sono altre parole.

SCALETTA THE FLAMING LIPS:
Race For the Prize
The Yeah Yeah Yeah Song (With All Your Power)
On The Run (Pink Floyd cover)
Is David Bowie Dying?
I’m Working at Nasa on Acid
Ego Tripping at the Gates of Hell
See the Leaves
Laser Hands
Drug Chart
What is the Light?
The Observer
-encore-
Ashes in the Air
Do You Realize??


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Località balneare per l’ennesima tappa dell’Istantanee Tour, nella sua seconda incarnazione non più concentrato in particolare sul primo disco ma con una scaletta che abbraccia tutto il repertorio dei piemontesi. Eseguono, tra le altre, in ordine sparso, “Preso Blu”, “Piombo”, “Il Centro della Fiamma”, “Depre”, “Ratto”, “Corpo a Corpo” e l’immancabile “Disco Labirinto”. A grande richiesta “Tutti i Miei Sbagli”, assente per motivi di tempo dal set che abbiamo seguito pochi giorni fa a Padova, rispetto al quale hanno stralciato un paio di brani (“L’Odore” e “Strade”, che molti avrebbero gradito sentire). La serata fila comunque liscia tra salti nel passato fortemente apprezzabili come “Perfezione” e “Cose che Non Ho” e le più recenti e movimentate “Benzina Ogoshi” e “Up Patriots to Arms”, cover di Battiato. Un’altra cover è l’interessante “I Chase the Devil” di Max Romeo, mentre a far saltare per bene i presenti, tanti nonostante la sconvolgente tribù di zanzare killer che imperversano in Marina Julia, ci pensano momenti più disco-oriented come “La Glaciazione” e l’imprescindibile “Nuova Ossessione”, in una veste leggermente più ballabile.

Tra i salti di Boosta (che rivelano qualche playback a volte necessario), la simpatia ritrovata di un Samuel più coinvolto in questo tour e gli interventi del buon Max, le quasi due ore scorrono fluide denotando anche una carica e una precisione che sinceramente, nonostante siano tecnicamente una band superba da sempre, stupiscono ogni volta. La scaletta, inoltre, non era così banale (mancava, ma ne siamo parzialmente contenti, parte della peggiore produzione recente come “La Funzione). Un plauso va inoltre attribuito ad un’organizzazione molto accurata ed ordinata come raramente accade nel lucrativo mondo della musica live.
Sicuramente un’ottima occasione per festeggiare il “Friuli-Venezia Groova” (cit. Max Casacci)

Video del check:

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I Tre Allegri Ragazzi Morti resistono sempre. Passano gli anni ma ci si ritrova sempre davanti al palco, più o meno sempre gli stessi che li seguivano lungo la dura reincarnazione da pop punk band adolescenziale a sperimentazione reggae di sicuro impatto grazie ad un genere (purtroppo) abbastanza modaiolo, ma non perdendo mai la loro identità di ragazzi morti. In effetti è anche l’estetica di questa band, al di là delle maschere, che comunica molto oltre a dei testi semplici ma particolari, se vogliamo caratteristici. Signorina PrimavoltaIl Principe in BiciclettaQuasi AdattiMai Come Voi, tra le più amate, sparate sull’iniziare del concerto, una scelta convincente anche se poi il centro reggae scarica troppo la tensione (Codalunga, meglio quand’era chitarra e voce; La Faccia della LunaPuoi Dirlo a Tutti, le migliori dell’ultimo album, immancabili; ci voleva anche Primitivi del Futuro, ma ci s’accontenta di tutto il resto). Pogata finale con Ogni Adolescenza, l’imprescindibile inno di gioventù bruciata che li ha resi celebri anche al di fuori delle nicchie. Un po’ scarichi dal punto di vista della “pacca” sonora, rimangono i coinvolgenti treallegri di sempre e di questo non ci si può lamentare.

L’interminabile storia dei TARM continuerà prossimamente con un nuovo full-length. Sotto il palco ci saremo di nuovo.

Qui l’intervista dal profilo ufficiale di Radio Sherwood

Prossime date Tarm
http://www.virusconcerti.it
06.07 SPAZIALE FESTIVAL, Torino
13.07 MAZZUMAJA FESTIVAL, Comunanza (AP)
19.07 NEAPOLIS FESTIVAL, Giffoni (SA)
21.07 FESTAMBIENTE SUD, Monte Sant’Angelo (FG)
25.07 MAGNOLIA, Segrate (MI)
09.09 STILE LIBERO FESTIVAL (TARM IN “PASOLINI, L’INCONTRO”), Bassano del Grappa (VI)

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Un po’ di introduzione.
Rovigo non è una città rock. I timidi tentativi di risvegliare un sentore di interesse nel piccolo pubblico nei confronti della musica dal vivo da anni falliscono, lasciando qualche oasi felice che giace comunque sempre sull’orlo del baratro. Tra i casi che spiccano vi è senz’altro Arci Ridada, associazione che opera nell’organizzazione degli eventi da qualche anno nel Polesine con l’ottimo festival estivo Savoir Fest, con una direzione artistica di qualità e un buon seguito ma, quest’anno, interrotto. Era logico che ragazzi così interessati nei confronti della cultura del territorio e per il territorio fossero in prima linea in iniziative di solidarietà nei confronti delle popolazioni colpite dagli eventi sismici di maggio tra Veneto, Lombardia e, soprattutto, Emilia ed è così che nasce la giornata del ventitré giugno. Per gli abitanti della zona più colpita, quella intorno a Finale Emilia, è stato concepito questo concerto, un incontro con le migliori band italiane che senza percepire nulla si prestano, come i tecnici e gli organizzatori, gratuitamente. I presenti sono stati circa 1.500, una buona cifra se consideriamo l’area geografica, la dormiente provincia rodigina,  ma meno di quanti avrebbero dovuto essere considerando il calibro dell’evento Le band che si sono esibite sono state, infatti: Il Disordine delle Cose, Gr3ta, Il Teatro degli Orrori, Marta Sui Tubi, Linea 77, Africa Unite e Marlene Kuntz. Un cartellone di tutto rispetto, dunque, che a The Webzine siamo riusciti a seguire, sfortunatamente, solo dal terzo gruppo in poi.

Il Teatro degli Orrori si presentano sul parcheggio del polo fieristico rodigino con un set potente ma una mediocre scelta dei suoni. La performance, tecnicamente nella media per quei buoni esecutori che sono Capovilla e soci, ha visto i veneti divincolarsi lungo tutta la loro produzione, eseguendo tre brani dall’ultimo scarso disco (“Non Vedo L’Ora”, “Doris” e “Skopje”), altri tre dal primo (“La Canzone di Tom”, “Compagna Teresa” e “E Lei Venne!”, non dimenticando neppure “E’ Colpa Mia” e “Alt!” dal fortunato A Sangue Freddo. Da un set intenso e coinvolgente, con un pubblico ancora poco numeroso, si passa alla vera sorpresa della serata: i grandissimi Marta Sui Tubi stupiscono con la loro follia elettroacustica di stampo cantautorale, indefinibile a dire il vero, che ripercorre per quaranta minuti la loro corta ma sorprendente carriera. Innegabili il carisma di Giovanni Gulino sul palco, abile sia nel cantare che nell’intrattenere, e la travolgente precisione di Pipitone alla sei corde. Highlight della scaletta tutte le nuove: “Cromatica”, “Al Guinzaglio”, “Camerieri” e “Di Vino” ma, ovviamente, anche la carichissima “L’Unica Cosa” e la ballad strappalacrime ormai classica nel loro repertorio “L’Abbandono”. Semplicemente perfetta anche “La Spesa”, una delle migliori della loro intera produzione.
Anello debole, dal punto di vista tecnico, i Linea 77, potenti ma sgraziati, in un set un po’ rallentato ma che riesce comunque a scatenare il pogo selvaggio dei presenti. “Moka” e “Il Mostro” d’obbligo in scaletta, mentre si soffre un po’ l’assenza di qualche momento di stacco come “Inno All’Odio”. Tolta qualche carenza a livello strumentale e nella scelta dei suoni, si può senz’altro confermare la tenuta di palco e l’aggressività live di una delle band che hanno fatto la storia del crossover italiano.
Essenziale poi il momento reggae degli Africa Unite, tassello storico della musica italiana tutta. In un set che ripercorre tutta la loro carriera la platea è subito trascinata nelle dolci danze dei ritmi in levare a cui la band è particolarmente avvezza. Tecnicamente perfetti, in grado anche di spazzare via l’unico neo di questo genere, ovvero la monotonia, con una buona variazione nei toni grazie ad una scelta dei brani ponderata e un’esecuzione intensa e personale.
A concludere la serata i sempre spettacolari Marlene Kuntz, seppur ormai evidentemente in fase di declino. La band, nonostante la generale propensione al cantautorato che gli ultimi due dischi dimostrano, mantiene inalterata una carica noise di tutto rispetto e la scaletta pesca a piene mani dai momenti migliori del passato (“1° 2° 3°” su tutti, ma anche le immancabili “Sonica” e “Festa Mesta”) e la meno conosciuta  e recente “Stato d’Animo”, tratta da Uno. La scelta di includere all’inizio di una scaletta particolare come questa la ormai immancabile cover della PFM, “Impressioni di Settembre”, risulta poco coerente nei confronti del resto del set, ma tutto sommato la si dimentica presto, complici una potenza e un’impatto sonoro di inattingibile caratterizzazione. Chi li definisce defunti o scaduti avrà dovuto ricredersi, perlomeno sul piano dell’esecuzione dei brani.

La giornata è stata senz’altro storica per la musica di Rovigo e per i rodigini, capaci di risvegliare un sentimento di interessamento comune nei confronti della musica, spinti anche dalla ragione di beneficenza che sottostava al concerto in sé. Affrontare il cemento del parcheggio della fiera fin dal pomeriggio, con il solleone di questo giugno infuocato, non era per tutti.
Quindici euro assolutamente versati con piacere nelle mani di un’associazione che, come ha promesso, traccerà il percorso dei soldi fino alle tasche di chi ne ha bisogno, senza gli sprechi e i latrocini tipicamente italiani che, purtroppo, anche in casi tragici come lo sciame sismico quasi terminato, si riscontrano. Mondo della musica compreso: chiedetelo alla Siae.
Una maratona di musica che si spera apra le porte ad ulteriori eventi in zona e che svegli la coscienza collettiva di una popolazione giovane ma assonnata. Partecipare ai concerti, soprattutto quando sono di questa qualità e con un’anima solidale alle loro spalle, dovrebbe essere, del resto, quasi un dovere. Lo avranno imparato i rodigini?

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Descrivere un concerto dei Subsonica può essere banale, perché il livello dello spettacolo negli anni si mantiene inalterato. Dopo il tour del mediocre Eden e l’Istantanee Tour a ripercorrere i primi anni di corriera, questa tranche estiva è invece strutturata come una carrellata di tutta la loro produzione, lasciando in disparte buona parte della produzione recente (solo due canzoni dall’ultimo disco, fortunatamente).
Nelle circa due ore di concerto, tagliato dell’ultimo brano (“Tutti i Miei Sbagli”) per sforamento del tempo limite, i Subsonica sono riusciti a far ballare e pogare con i brani più “tamarri” e potenti, da “Il Centro della Fiamma” a “Veleno,” gli immancabili singoli “Disco Labirinto” e “Nuova Ossessione”, fino a “La Glaciazione” e “Up Patriots to Arms”, rivisitazione dello storico brano di Battiato (non unica cover, in verità, c’era anche la poco conosciuta “Out of Space” di Peter Tosh). Per i momenti più brillanti bisogna però risalire alle più tranquille ma fantastiche perle dei primi dischi “Cose Che Non Ho”, “Strade”, “Preso Blu”, “Depre” e “Perfezione”. “Ratto”, “Corpo a Corpo” e “L’Odore” sottolineano invece un certo interesse ritornato verso uno dei loro migliori album, ovvero il sottovalutato Terrestre.
In generale il live visualizza una band ancora in grande spolvero dal punto di vista tecnico e strumentale, capace di far ballare anche con i più brani più fragili e di scherzare con la propria condizione di gruppo in bilico tra formazione commerciale e inserimento d’eccezione nel gruppo popolosissimo dell’alternative italiano. La cosa principale da dire rimane che andare a un concerto dei Subsonica significa perdere qualche chilo a saltare, urlando ogni singola parola per due ore (forse di più, in certe altre tappe) e andare a casa con il cerchio alla testa. La presunzione dimostrata da un testo come “Benzina Ogoshi” e tutte le scenette che ci girano attorno può venire lavata via solo da uno spettacolo degno di questo nome, e i torinesi in questo sono dei campioni.
Tra i migliori performers in Italia e continuano a dimostrarlo.

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Il progetto di Mario Riso, celebre batterista di band come Movida e Royal Air Force e ambasciatore Amref, continua a girare in tutto il paese. Più di cento gli artisti che vi hanno preso parte e la macchina instancabile che è stata messa in moto ormai da qualche anno non accenna a fermarsi, racimolando pubblico e affezionati legati non solo alla musica ma anche alla causa che sta dietro il nome Rezophonic: la costruzione di pozzi d’acqua in Africa, con un rilevante numero di obiettivi già raggiunti in questi ultimi anni.

Al circolo Arci Voodoo di San Giuseppe, piccola frazione del comacchiese, nonostante il periodo piuttosto nero per la provincia di Ferrara a seguito degli eventi sismici che non accennano a placarsi, la gente è accorsa numerosa. Il carrozzone ha portato sul palco, come sempre, una lunghissima lista di artisti più o meno noti della scena alternativa italiana, che trovate indicati in fondo a questo articolo.
Concentrandosi sull’aspetto musicale si può parlare di una serata carica fin dai primi momenti, con il set di un’ora in apertura dei Rock From The Girl, cover band con una potentissima e precisissima frontwoman che oltre a coinvolgere il pubblico è riuscita anche ad interpretare canzoni storicamente “maschili” come Helter Skelter, Toxicity dei System of a Down e l’immancabile Sweet Child O’ Mine dei Guns. Anche i musicisti, soprattutto il batterista, evidentemente molto conosciuto ed apprezzato in zona, hanno dato prova di una performance di tutto rispetto, complice anche l’ovvia conoscenza da parte di tutti i presenti del repertorio eseguito.
Verso mezzanotte inizia il set dei Rezophonic che porterà un clima d’amicizia e di festa al Voodoo per ben due ore. Presentato da Elena di Cioccio e Alteria, lo spettacolo ha visto per quasi tutto il tempo (salvo un pezzo eseguito dai Bastard Sons of Dioniso al completo) Mario Riso alla batteria e Marco “Garrincha” Castellani al basso, mentre tutti gli artisti musicisti si ruotavano sul palco. Si citano soprattutto un eccentrico KG Man dei Quartiere Coffee, Cristina Scabbia, Olly, Max Zanotti (ex Deasonika), tutti i Movida, Sasha Torrisi (ex Timoria), Pier Ferrantini dei Velvet e Eva Poles (attualmente EVA, ex Prozac +). Le canzoni più famose dei Rezophonic sono state eseguite con un livello strumentale veramente notevole, complicità la grande professionalità e tecnica di quasi tutti i musicisti coinvolti. Da segnalare “Ci Vuole Un Fiore”, “Spasimo”, “Can You Hear Me?” e “L’Uomo di Plastica”. Molto meglio live che su disco anche i nuovi singoli “Regina Veleno” e “Sono Un Acrobata”. Tra le cover a scatenare il pubblico particolarmente sono soprattutto la storica “Acido Acida” dei Prozac + e, ovviamente, “Blitzkrieg Bop” dei Ramones (stralciata dalla scaletta, invece, “God Save The Queen” dei Sex Pistols). Potente e commovente, come sempre, “Senza Vento” dei Timoria, con un Torrisi veramente molto abile nel raggiungere ancora la qualità dell’originale di Renga.

Il progetto, giustamente, continua a riscuotere successo e interesse. Le esibizioni sono divertenti, simpatiche e molto coinvolgenti, grazie all’idea di far “presentare” il concerto e le interazioni continue tra musicisti e pubblico. La gentilezza di molti dei componenti, abili a giocarsi il pubblico sopra e sotto il palco, prima e dopo il concerto, fa il resto. Tra le partite di calcetto di Mario Riso e le torte per il festeggiamento del compleanno del tour manager dei Rezophonic offerte anche al pubblico, lo spettacolo si è fatto anche fuori.
Rezophonic è un collettivo di musicisti che ci mettono il cuore per suonare, divertirsi e divertire, collegando tutto questo ad una causa socialmente utile con un altruismo veramente degno di nota. The Webzine seguirà ancora questo progetto, potete scommetterci.

Video di Tittigru

REZOPHONIC PRESENTI:
MARIO RISO (Rock TV e Ambasciatore AMREF)
CRISTINA SCABBIA (Lacuna Coil)
NOYSE (Punkreas)
EVA POLES (Prozac+)
ELENA DI CIOCCIO (dalla trasmissione di Italia 1 “LE IENE”)
PIER FERRANTINI (Velvet)
OLLY (Shandon – The Fire)
MARCO “GARRINCHA” CASTELLANI (Le Vibrazioni – Octopus)
THE BASTARD SONS OF DIONISO
MOVIDA
KG MAN (Quartiere Coffee)
MAX ZANOTTI (Deasonika)
SASHA TORRISI (Timoria)
ALTERIA (Rock Tv – NoMoreSpeech)

Prossime date del tour:
01.06 – Notte Verde 2012, Rovereto (TN)
23.06 – Alghero (SS)
29.06 – Gorgo Al Monticano (TV)
07.07 – Forest Summer Fest, Foresto Sparso (BG)
11.07 – Bagnolo in Beer, Bagnolo in Piano (RE)
13.07 – Carroponte, Sesto San Giovanni (MI) – con Caparezza
14.07 – Sea Legend, Pozzuoli (NA)
20.07 – Artifusione, Lariano (RM)
21.07 – Festival Este 2012, Este (PD)
28.07 – Birrando, Larciano (PT)
13.08 – Monterotaro Rock Festival, Casalnuovo Monterotaro (FG)
24.08 – Frogstock Festival, Riolo Terme (RA)

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Peter Hammill, fondatore dei Van Der Graaf Generator, è ritornato di recente in Italia in tre tappe che sono state seguite, recensite e documentate dal nostro collaboratore Claudio Milano.
Le date sono state:
10 maggio 2012 – TEATRO MIELA, Trieste
11 maggio 2012 – TEATRO ASTRA, Schio (VI)
13 maggio 2012 – LA SALUMERIA DELLA MUSICA, Milano

Ecco le setlists:
TRIESTE
The Siren Song
Too Many of my Yesterdays

Just Good Friends
Bravest Face
Time Heals
Comfortable
Shingle Song
Central Hotel
Stumbled
Amnesiac
Patient
Faculty X
The Mercy
A Better Time
A Run of Luck
Traintime
Encore: Modern

SCHIO
The Comet, The Course, The Tail
If I Could
Driven
Sitting Targets
Been Alone So Long
Last Frame
Easy to Slip AwayThe Unconscious Life
Close to Me
Losing Faith in Words
Undone
Slender Threads
The Habit of the Broken Hearts
- On Tuesdays She Used To Do – Yoga
A Run of Luck
Stranger Still
Encore: Ophelia

MILANO
My Room – Waiting for Wonderland
That Wasn’t What I Said
Autumn
Meanwhile My Mother
Your Time Starts Now
Vision
Last Frame
The Birds
Stumbled
Afterwards
Modern
- This Side Of – Looking Glass
Bravest Face
The Mercy
A Run Of Luck
Still Life
Encore: House With No Door

Dalla “Terra Incognita”, il cantore delle stelle e dei vuoti interiori e il suo tour italiano

Le canzoni per me sono solo un pretesto, un vestito attorno all’emozione che raccolgo dall’aria e porto alla gente. Io sento quello di cui chi mi ascolta ha bisogno in un certo momento e suono quell’emozione, nessuna mia interpretazione sarà mai uguale all’altra”.

A cena, dopo il concerto di Trieste, queste le parole di un Peter Hammill intento a consumare a fatica mezza cotoletta con una foglia d’insalata.

Un uomo di un’eleganza e una cordialità estranee ad un paese chiassoso come il nostro che pure la sua musica ha amato più di qualsiasi altro, perchè teatrale, altamente manifestata, come in un “nostro” rito cristiano e pagano al contempo, tra donne urlatrici ma pie, dal viso coperto con un velo nero, mentre i fiori dispensano un tripudio di colori e il sole incendia il bianco delle case.

Perennemente sospeso tra una vitalità estrema e il senso di morte, il dramma nell’accezione più arcaica del termine e la grazia, Hammill, ha voluto dedicare all’Italia tre date davvero speciali per presentare il suo nuovo album Consequences, qui recensito poco tempo fa.

Una forma vocale eccezionale, capace di abissi sempre più terrifici con gli anni e vette ora urlate, ora appena sussurrate in un sofferto falsettone rinforzato da contraltista di formazione gesuita, quale è stato, che traghetta in una frazione di secondo al boato in voce piena.

L’immagine che resta è quella di un corpo esile che si contorce in continui spasmi su una chitarra e un pianoforte strazia(n)ti. Un uomo che non ha bisogno di vestirsi in un modo particolare (una lunga camicia bianca e un pantalone di tuta nera per tutte e tre le date) e che può permettersi anche indifferenza nei riguardi della perfezione esecutiva, relegandola come lui dice “ai cultori della musica classica”. Un’artista che non ha necessità di risultare presente sul palco in altro modo che non sia la messa in scena di sé, di ciò che gli è dato nel momento, con un’autenticità che non ha termini di paragone passati e presenti, ma moltissimi epigoni, dichiarati e non.

Tre date differenti, più misurata quella di Trieste, inventiva e a suo modo “perfetta” nel dispensare emozione senza riserve e accuratezza esecutiva quella di Schio, estremamente passionale quella milanese.

Il Teatro Miela a Trieste è gremito e l’organizzazione di Davide Casali e Musica Libera ineccepibile. Eccellente l’audio, pianoforte Yamaha gran coda, chitarra acustica, graditissima la presenza del Peter Hammill & Van Der Graaf Generator Study Group, uno dei massimi organi di studio mondiali della musica del cantore inglese.

L’inizio è dei migliori con una The Siren Song cantata con fervore e nitidezza vocale, il suono della voce tenuto alto sul palato e “di testa” con una risonanza, un pathos e un controllo di dinamiche che letteralmente “scuote” il pubblico dalle poltrone. I migliori episodi della serata sono le esecuzioni di Bravest Face, dal nuovo album, di gran lunga più apprezzabile dal vivo e di A Better Time, qui proposta in una versione inedita, sommessa, fino all’esplosione in un liberatorio, lungo acuto finale. Quando a cena gli chiedo del perchè di una performance così differente da quella in studio e dai live precedenti che mi sono passati tra le mani, Hammill, sicuro, risponde “quando ho scritto il pezzo era importante comunicare alla gente che non c’era alcun migliore momento per svegliarsi alla propria vita e il brano era un inno, oggi… ogni periodo storico merita di essere cantato in modo diverso”. I primi secondi di Shingle Song, cantati a cappella, sono da pelle d’oca. Ancora una volta, la performance di Patience, mostra come questo sia il brano che per quanto tecnicamente tra i più impegnativi, l’interprete inglese sa affrontare con una sicurezza senza riserve e grande resa emotiva, un capolavoro di classe compositiva e partecipazione interpretativa che merita l’entusiasmo del pubblico.

Da un concerto bellissimo a Trieste ad uno meraviglioso a Schio.

A rendere peculiare la data, felicemente organizzata dall’associazione ‘Schiolife’ e Claudio Canova, la scelta di esibirsi inizialmente alla chitarra e, poi, al piano – un insolito Yamaha digitale – attraverso una formula inconsueta con ben 4 set diversi: chitarra – piano- chitarra e pianoforte ancora, un inedito nella storia delle esibizioni di questo artista. Poi, la dedica introduttiva a Driven e Sitting targets: scelte per ‘il paese della macchina’. Schio, appunto. Dove nel 1892 viene acquistata – da Gaetano Rossi – la prima autovettura italiana.

Ma ancora… Levitas. Ecco come meglio qualificare l’approccio di Hammill al palcoscenico di Schio, Teatro Astra. Anche a fronte delle liriche più ‘pesanti’. Si veda la divertita spiegazione a corollario dei (drammatici) versi di Close to me. “Non sono io in pericolo” – afferma PH – riferendosi, sorridendo, al testo. Non tutto è autobiografico, aggiunge, in italiano: “Io scrivo delle storie”. E subito – mettendo(ci) in guardia dal rischio, costante, dell’equivoco, dell’incomprensione – si lancia in una indimenticabileLosing faith in words, gemma assoluta del concerto. La fonte: A Black box, 1980. L’album che ogni seguace di Tom Yorke “dovrebbe” accostare. Il concerto ha inizio con una Comet, magica come non mai, al piano apre invece una splendida Easy to slip away dal primo vero disco solista del 1973. Magie anche nel secondo set di chitarra:Slender Threads e Yoga con Been alone so long e la inattesa accoppiata Last Frame eThe habit of the broken heart, pescate dall’ultimo album dei “vecchi” Van der Graaf.

Un’altra sorpresa il secondo set di piano con la splendida A run of luck prima della conclusiva Stranger Still, sussurrata, con il finale – “a stranger, a wordly man”- rivolto al pubblico, intonato senza microfono.

La sobria, concisa eleganza nei gesti, la sicurezza esecutiva – rade le imperfezioni, pure pensando al recente passato – ed i frequenti sorrisi – incluso il consueto saluto: “grazie per la sera” – hanno catturato per cento minuti gli oltre duecento presenti. Sino all’ovazione finale. Con Hammill – sfinito – indotto a scusarsi per la mancata concessione di un secondo bis, richiesto a gran voce, dopo Ophelia, alla chitarra, con un pathos in più. Difficile esprimere giudizi diversi dal superlativo. Hammill a Schio ha confermato la grande forma vocale ma ha aggiunto una cura nella esecuzione strumentale in un concerto bellissimo, con una scelta di brani assolutamente inedita e dilatata in un passato importante quanto in un presente rappresentato con grande urgenza interpretativa.

Pausa di un giorno e poi Milano, la Salumeria della Musica. Tra i pochi templi della musica ormai sopravvissuti in una città che “era”, anche, culla culturale e che ora è divenuta sintesi della nevrotica sopravvivenza, di chi “fa” e non sa perché.

Un club ben più raccolto rispetto alle precedenti location, cosa che consente di accogliere e amplificare (grazie anche ad un’eccellente regia audio) ogni minima sfumatura interpretativa della voce di questo cantore delle stelle e dei vuoti interiori, qui spesso condotta a un drammatico canto gutturale con prolungati kargyraa che manifestano con cupa chiarezza il valore espressionista delle “canzoni”. Il tema della serata, dirà Hammill è “Il passato e il presente” e su tale assunto è organizzata la scaletta. Il primo è ben presentato da intense versioni di Last FrameVisionModern eHouse With No Door, le ultime due, giustamente, salutate dalle standing ovation di un pubblico calorosissimo, con la presenza, tra le altre, di una folta e colorita rappresentanza del sito rockprogressive.it, che ha raccolto preziosi documenti dell’evento. Hammill, ha saputo, a modo suo, ringraziare con una serata che resterà nella memoria collettiva molto a lungo. Al presente sono ascrivibili le versioni di That Wasn’t What I Said e A Run Of Luck da ConsequencesThe Mercy e Stumbled daThin AirYour Time Starts Now da A Grounding in Numbers dei Van Der Graaf Generator, per chi scrive, mai apprezzate in versioni così vibranti e pulite in un’esecuzione dal vivo, tali da creare una distanza non colmabile nel confronto con quelle in studio.

Assai riduttivo, come nei due precedenti appuntamenti, parlare di “concerto”. Unrecital, che riduce la dimensione temporale ad una piega davvero imperscrutabile, che toglie significato alle categorie musicali e che ha il potere di impaurire, commuovere, stranire. L’alieno (al mondo) Rikki Nadir di Nadir’s Big Chance (concept proto punk del 1975), ha voluto salutare ancora l’Italia da vicino e tra un sorriso e un’increspatura del viso sempre più scavato a fondo dal tempo, ha fatto ritorno in quella “Terra Incognita”, studio dove prendono forma le sue lucide e drammatiche visioni, “per studiare i brani della prossima tournée con i Van Der Graaf Generator” come ci racconta dal palco lui stesso. A Giugno il prossimo capitolo discografico di una carriera che, ormai, ha dell’incredibile.

“Modern” live @ La Salumeria della Musica, Milano – 13.05.2012



Articolo di Claudio Milano
Contributi per Schio di Emilio Maestri (Van Der Graaf Generator Study Group) e Alberto della Rovere
Foto e video di Massimiliano Cusano (rockprogressive.it)

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Venticinque maggio, Palasport di Pordenone.
Il Michele Salvemini nazionale, nella terza tranche dell’acclamato quanto fortunato Eretico Tour, giunge in terra friulana con il suo carrozzone, in un palazzetto quasi sold-out dove già prima dell’inizio del concerto l’attesa è fervida e vibrante. Gli amanti del Capa sanno benissimo che una sua performance non è solo musica, ma anche una serie di scenette che riempiono lo spazio tra un brano e l’altro, caratterizzate da una giocosa ironia tesa a scherzare sull’attualità o su immagini che la collettività  riconosce immediatamente (videogiochi, film, riprendendo i temi delle canzoni più amate, come il nuovo singolo con video losangelino “Kevin Spacey” e l’evergreen “Abiura di Me”). Il pubblico è, per questo, divertito anche prescindendo dalla parte musicale dello spettacolo proposto. Passando alla porzione suonata, i cento minuti  circa di set presentano un’andatura leggermente più zoppicante rispetto ai primi due “tour eretici”, con la presenza di alcuni pezzi un po’ pesanti e che rallentano il  ritmo frenetico della serata: i due brani più deboli del nuovo eccellente disco (“House Credibility” e “Cose Che Non Capisco”) e l’eccellente “Epocalisse”, che in apertura, nonostante l’intelligente connessione tematica con “La Fine di Gaia”, perfetta come opener, smorza troppo presto i toni. Ma non disperiamo troppo, la parte critica della recensione è già finita perché tutti gli altri brani proposti tengono altissimo l’onore di un concerto veramente eccelso, con una setlist ben costruita spaziando negli ultimi quattro dischi senza stralciare le amatissime “Eroe”, “Vieni a Ballare in Puglia” (con il classico bagno di folla selvaggio), “La Mia Parte Intollerante” e “Vengo dalla Luna”. Interessanti ripescaggi dal bistrattato Verità Supposte, ovvero “Dagli all’Untore” e “Jodellavitanonhocapitouncazzo”, completano il cerchio, così come risulta piacevole la presenza della splendida “Cacca nello Spazio” e del sempre attualissimo “Inno Verdano”, con il ritorno delle classiche bandiere finto-leghiste già viste nei passati tour.
Dal nuovo disco quasi tutti i pezzi: stranamente escluso il secondo singolo “Chi Se Ne Frega della Musica”, presenti invece l’amatissima “Legalize the Premier” e “Goodbye  Malinconia” in chiusura, prima dell’encore con tre brani concluso dall’apprezzabile “Nell’Acqua”, il featuring di Caparezza con il collettivo Rezophonic. Non si discute la  presenza di una canzone di questo tipo, giusta per variare un po’ nel set, ma la scelta di utilizzarla come brano per concludere un concerto così divertente può risultare un’arma a doppio taglio.

L’appassionante, allegra e spensierata musica di Caparezza continua a spopolare, a stupire, ad affascinare. Persone di tutte le età si innamorano di queste canzoni e i motivi sono facili da individuare: ad album meravigliosi caratterizzati da ritornelli orecchiabili e liriche quasi enigmistiche che comunque trovano il modo di rimanere in testa, si appoggia una serie di iniziative fuori dall’aspetto discografico (i numerosi featuring, i concerti, ma anche le interviste e le apparizioni TV) che tengono viva l’attenzione per uno degli unici veri artisti rimasti in Italia. Perché, voi ne conoscete tanti altri?

SETLIST:
La Fine di Gaia
Epocalisse
House Credibility
Jodellavitanonhocapitouncazzo
Kevin Spacey
La Mia Parte Intollerante
Ti Sorrido Mentre Affogo
Legalize The Premier
Inno Verdano
La Ghigliottina
Vengo dalla Luna
Cacca nello Spazio
Dagli all’Untore
Eroe
Sono il Tuo Sogno Eretico
Vieni a Ballare in Puglia
Abiura di Me
Goodbye Malinconia
(bis)
Il Dito Medio di Galileo
Cose Che Non Capisco
Nell’Acqua (Rezophonic)

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Inizierei dicendo che i Calibro 35 sono il vero gioiellino della musica strumentale italiana degli ultimi anni. Sono già cinque anni che circolano e l’attenzione mediatica non si placa, con continui tour e ben tre dischi (quattro contando la collezione di rarità) che li stanno consacrando sia localmente che internazionalmente come una formazione pioneristica e, se vogliamo, avanguardista. Almeno nei confronti del resto del panorama nazionale contemporaneo.
I Calibro 35 (ovvero Enrico Gabrielli, fiati e tastiere, Fabio Rondanini alla batteria, Luca Cavina al basso e Massimo Martellotta alla chitarra) sono un fenomeno a parte nella scena attuale e il loro intenso lavoro di recupero di vecchie colonne sonore, impreziosito da riarrangiamenti personali e riproposizioni totalmente autografe, ne ha stabilito fermamente il contesto nel quale operano. In un’ora e mezza di concerto rispolverano tutta la loro produzione, non trascurando il bellissimo self-titled di debutto del 2008, dal quale ricordiamo in maniera particolare “Summertime Killer” (che molti conosceranno come colonna sonora di Kill Bill Vol. 2, ma è originariamente un brano di Luis Enriquez Bacalov) e la splendida “Milano Calibro 9 (Bouchet Funk)”. Seguendo l’ordine cronologico incontriamo la splendida “Convergere in Giambellino”, tratta dall’altro vero capolavoro della band, il secondo album “Ritornano Quelli di…Calibro 35″, dal quale non mancano anche “Eurocrime!” e “Milano Odia La Polizia Non Può Sparare”, quest’ultima una rivisitazione del tema che Ennio Morricone scrisse per il celebre noir del 1974 di Umberto Lenzi. Inevitabile la presenza massiccia di tracce dal nuovo album, il recentemente uscito “Ogni Riferimento a Persone Esistenti o a Fatti Realmente Accaduti è Puramente Casuale”. La chiusura della prima parte del set, precedente l’encore di tre brani che ha concluso un apprezzatissimo concerto nonostante la posizione geografica un po’ infelice (il Voodoo è disperso nelle lande comacchiesi, demograficamente piuttosto disabitate), è affidata a “Massacro all’Alba”, un’atmosfera perfetta per sciogliere un pubblico calamitato all’attenzione da un’esibizione non solo superba dal punto di vista tecnico, giacché i Calibro sono notoriamente quattro musicisti impeccabili (forse tra i migliori in circolazione), ma costruita in maniera leggera e non noiosa anche a livello di scelte in scaletta. Difficile, per il pubblico medio che segue i Calibro come parte di una scena in cui non rientrano (quella alt-rock italiano, mentre si possono tranquillamente contestualizzare in un universo più prog che oramai non esiste più), digerire novanta minuti di musica strumentale, ma un’esecuzione tiepida e coinvolgente riesce a rompere la barriera della diffidenza e a creare un certo rapporto di fiducia con i presenti: interessante notare anche come ci sia chi si abbandona ad un accompagnamento fisico delle canzoni più sostenute, segno di una partecipazione che è anche emotiva.

Non c’è molto altro da aggiungere. Chi conosce i Calibro 35 sa benissimo cosa significa avere la fortuna di vedere una delle band più spettacolari degli ultimi anni, mentre difficilmente si apprezzerà una band di questo tipo senza una buona dose di preparazione musicale alle spalle. Se poi si è fan anche di quel cinema poliziesco anni ’70 a cui gran parte della loro produzione è devota, non potrete far altro che innamorarvi di questa band.

Ps. Un paio di note di colore: 1) l’apertura è affidata ad una band locale, i Nolatzco, potente quartetto (caratterizzato dalla presenza di due bassi) tipicamente alt-rock, con influssi punk e garage, che oltre ad essere prodotto da Giovanni Fanelli dei Rossofuoco, la band di Canali, ricorda proprio l’ex CCCP nell’uso della voce e in alcuni testi. La performance è, se vogliamo, molto fisica, e stupisce l’accostamento di una band come questa ai Calibro 35. Per la giovane età di alcuni dei loro componenti, sono una band piuttosto preparata e che può lasciar presagire un’evoluzione verso direzioni molto interessanti nel futuro recente; 2) l’eclettico Gabrielli si è dilettato, a metà set, nel proporre un veloce quiz al pubblico presente, chiedendo di indovinare una linea di piano che altro non era se non il tema di La Casa Dalle Finestre Che Ridono, celeberrimo horror del 1976 diretto da Pupi Avati e girato a pochi chilometri dal Voodoo Arci Club, tra Ferrara e Bologna. Neanche a dirlo: nessuno, o quasi, lo sapeva.

PROSSIME DATE DEI CALIBRO 35:
24.02 BABALULA, Crema (CR)
25.02 THE CAGE THEATRE, Livorno
01.03 LANIFICIO 159, Roma
02.03 MAISON ALEGIA, Giulianello (LT)
03.03 URBAN CLUB, Sant’Andrea delle Fratte (PG)
09.03 MAGNOLIA, Segrate (MI)
10.03 AUDITORIUM FLOG, Firenze
16.03 TPO, Bologna
17.03 DEPOSITO GIORDANI, Pordenone
23.03 CANDELAI, Palermo
24.03 MERCATI GENERALI, Catania
29.03 TOOP, Battipaglia (SA)
30.03 CASA DELLE ARTI, Conversano (BA)
31.03 OFFICINE CANTELMO, Lecce

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Peter Doherty non ha bisogno di presentazioni. E’ un personaggio quantomeno discutibile ma più che mai amato, e chi pensa (o addirittura spera) che tutti i famigerati episodi che hanno fatto impazzire il mondo del giornalismo ne abbiano pregiudicato l’affetto dei fans più cari, si sbaglia. Si sbaglia, ancora di più, la grossa fetta di indie hipster più attenti alle mode del momento che dimostrano, per l’ennesima volta, criticandone la discesa in Italia, di essere il mediocre gruppo di ignoranti musicali che ascoltano solo quello che consiglia Pitchfork. E Peter Doherty, vista l’assenza di uscite discografiche di rilievo negli ultimi tre anni, lì non c’è.

La verità è che il concerto acustico all’Estragon di sabato 11 Febbraio è stato un ottimo live. Quasi un’ora e mezza di canzoni tratte dai due dischi dei Babyshambles, molte le canzoni del sottovalutato ma riuscitissimo disco solista Grace/Wastelands, qualche capatina anche nel territorio dei mai dimenticati Libertines.
Interessante anche notare che, come si dice online, delle quattro date italiane che componevano questo breve tour nel Belpaese, Bologna sembra essere stata quella migliore, in cui Peter non solo ha suonato di più ma ha anche eseguito tutte le hit più attese (soprattutto dal repertorio dei Babyshambles), a volte tagliate dalle scalette dei suoi live solisti. Trattasi di “Albion”, “Delivery” e “Fuck Forever”, neanche a farlo apposta i tre brani che hanno ricevuto più acclamazione dai circa mille fan presenti all’Estragon. Il maltempo ha inoltre impedito a molti di raggiungere il locale, altrimenti si sarebbe arrivati sicuramente ad un inatteso sold out. Fan più fedeli e curiosi hanno senz’altro trovato la serata notevole, con un Peter Doherty in forma, forse fuori dai celebri problemi di droga, che tutto sommato non ci interessano un granché quando il concerto è divertente come quello visto a Bologna. Non è scontato vedere un artista come lui suonare con passione, e dalla performance traspare anche un certo calore dell’artista per i suoi seguaci, con un set molto coinvolgente che fortunatamente smentisce e accantona la prevedibile freddezza dell’abbinata chitarra-voce che si temeva inadeguata ai grandi club. Una cantautrice non meglio identificata (nessuna presentazione e nessuna informazione online), Peter Wolfe dei Wolfman & the Side-Effects e un batterista italiano indicato semplicemente come Francesco, accompagnano alcuni dei brani di Pete, aggiungendo senz’altro del colore ai brani che altrimenti sarebbero risultati più vuoti.
Totalmente indecifrabile quanto inutile la presenza di due ballerine, comunque già viste anche in altre situazioni con Pete presente, che non hanno la minima idea di cosa sia una coreografia. Ma fanno parte dello spettacolo, e quindi gli si perdona tutto.

Innegabile l’importanza di eventi come questi, che denotano anche l’affetto dei fans nei confronti di personaggi che nonostante episodi di notorietà negativa riescono a superare la barriera della cattiva fama grazie alla qualità del proprio repertorio. L’Estragon semipieno nonostante il maltempo ne è stata la dimostrazione. Il lancio di chitarra e microfono finale, dopo un accenno alla storica “Twist & Shout” dei Beatles, concludono più che degnamente una serata tiepida e molto divertente.
In definitiva, ce n’era bisogno.

SCALETTA
1) Beg Steal or Borrow
2) Arcady
3) Don’t Look Back Into the Sun
4) Lady Don’t You Fall Backwards
5) Unbilotitled/Time for Heroes/Well i Wonder
6) Last of the English Roses
7) What a Waster
8) Love Reign Over Me
9) A Fool There Was
10) Music When the Lights Go Out
11) Horror Show
12) The Good Old Days
13) Hooligan On E
14) Prison Of your Mind
15) For Lovers (ft. Wolfman)
16) Delivery
17) The Ha Ha Wall
18) Psycho Killer / Albion
19) What Katie Did
20) Sheepskin Tearaway
21) Fuck Forever
22) Twist and Shout (Beatles Cover)

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La Mela di Newton è uno spazio-sala_concerti-bar di Padova dove da qualche tempo i migliori concerti acustici di artisti veneti e non allietano le serate di un piccolo stormo di musicodipendenti di vario genere. Si dice piccolo, perché, tutto sommato, una quarantina di persone rischia già di sovrappopolare il suo interno che, tra un vinello e l’altro, è ben presto ribollente di un’atmosfera più che favorevole ad esecuzioni live molto intime e raccolte.
Una situazione di questo tipo ha accolto Artemoltobuffa, il progetto di Alberto Muffato che, giocando in casa, ha facilmente entusiasmato un pubblico caloroso fatto soprattutto di amici che presto ritorneranno a seguire la band in virtù della pubblicazione del loro nuovo album. Stanotte/Stamattina e L’Aria Misteriosa, ottimi capitoli nella discografia regionale che ogni buon fan del pop veneto di qualità dovrebbe possedere, vengono sviscerati insieme a qualche pezzo nuovo per un set acustico tiepido e quasi confidenziale, dove vengono messe in risalto le canzoni come delle storie raccontate, perché questo sono. Grazie al contesto molto “privato” della Mela, pezzi ormai storici come “Se Un Giorno”, “Scarpe Nuove” e “La Scena Patetica” riassumono tutta la tradizione di Artemoltobuffa nel fondere cantautorato e pop di classe, resuscitando anche la loro splendida reinterpretazione-traduzione di “Most Beautiful Widow in Town” degli statunitensi Sparklehorse. Elogiato così anche lo scomparso Mark Linkous, ex frontman dei suddetti, si ritorna con un encore che conclude un set ben suonato, grazie all’apporto tecnicamente superbo di tutti i membri della band. A dimostrazione che anche in Veneto, la musica coi coglioni esiste.
Sicuramente da rivedere anche in elettrico per apprezzare quella parte più soft noise che dai dischi traspare (basta ricordare la stupenda “Lucciole”). Se capitate nei pressi di un loro concerto, non lasciateveli scappare.


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Ascoltare gli Psycodelic Trip è un po’ come intraprendere uno stranissimo viaggio in tutta la musica passata che conta. E’ come essere in sospensione sopra una nebulosa dove Jimmy Page, David Gilmour, Serj Tankian, Josh Homme, Tom Morello e Kurt Cobain mettono in comune tutte le loro influenze e si divertono a confondere in un unico disco gli aspetti più disparati del loro modo di fare musica.
E’ davvero raro nel duemiladodici sentire una band così, soprattutto tra la nebbia che da decenni simboleggia la pochezza artistica del Polesine,  una provincia confinata ai margini di due delle regioni più ricche, il Veneto e l’Emilia Romagna. Da chi sta organizzando questa rassegna allo storico 0Lab di Arquà Polesine e chi sta tentando di movimentare le acque tra Brenta, Adige e Po con iniziative come Grido Underground e Three Rivers, arrivano dei forti segnali di rivitalizzazione del sottobosco di ottimi artisti che popola la zona, e tra questi non possono mancare gli Psycodelic.
Un’oretta di live, un ospite alla voce (Mqx) per dimostrare che quando sai fondere grunge, stoner, crossover, psichedelia e progressive in questa maniera, non sei semplicemente l’ennesima formazione che tritura la sua passione per gli anni novanta dentro una forma canzone sentita e risentita, ma riesci anche a convogliare un’energia incredibile, fatta di buongusto, tecnica, passione e un grande amore per ciò che si sta suonando, che è impossibile non venga percepita.
Questi ragazzi potrebbero fare strada, se ne avessero l’opportunità. Sono la dimostrazione che la carica esplosiva del rock più spinto e viscerale non viene solo da adolescenti cazzoni appena usciti dalla sala prove, ma che questo tipo di tensione nervosa coabita con noi e si sviluppa dentro la nostra volontà di comporre musica rappresentativa della nostra indole. Come fanno loro, non lasciando al caso nessun dettaglio, con una compattezza sonora degna di grandi nomi come Rage Against The Machine e Queens Of The Stone Age, artisti dei quali in un modo o nell’altro è impossibile non sentire la presenza in queste musiche.  E lo ripetiamo, gli Psycodelic Trip non sono una copia di copie, ma hanno tutta l’anima di chi vuole lasciare la propria impronta personale, di chi sa rielaborare e costringere anche la più semplice delle canzoni a diventare qualcosa di nuovo e di caratteristico.

Rovigo e la bassa padovana traggono beneficio da band come questa. L’attenzione di The Webzine a questo fenomeno di riconquista degli spazi e di riaffermazione di un forte movimento artistico in zona resterà alta nel prossimo periodo.
Don’t stop listening to good music.

PLEASURE HATRED

PROSSIME DATE DEGLI PSYCODELIC TRIP
21 gennaio – CHE SARA’, Occhiobello (RO)

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Live report a cura di Alessia Radovic


I Lombroso sono uno di quei gruppi che oltre ad essere musicisti sono anche intrattenitori. Oltre a suonare e cantare, fanno battute, scherzano e cosa più importante riescono a coinvolgere il pubblico, anche il purtroppo freddino pubblico di Trieste che stenta pure a battere le mani incoraggiato dallo stesso artista.

Il concerto dura un’oretta, minuto più minuto meno; non si può chiedere di più ad un gruppo che ha solo due dischi all’attivo. In ogni caso in questi 60 minuti ci si diverte, anche se entrando nel locale s’ignora chi siano i Lombroso.
Personalmente li avevo già visti anni fa a Bergamo, Milano e al Miela, sempre in territorio triestino e tutte le volte mi hanno fatto divertire.
Si rimane affascinati dall’eccentrico Ago e da Dario, già violinista degli Afterhours, che in questo caso diventa leader e canta e suona egregiamente.
I testi quelli si, sono un po’ banalotti ma allo stesso tempo simpatici e sono parte integrante di brani decisamente orecchiabili, sopratutto quelli veloci e per così dire allegri.
Tra le canzoni eseguite tutte le più famose, da “Credi di Conoscermi” a “Insieme a Te Sto Bene” passando per “Sei Qui”.

Onestamente non trovo molto altro da dire se non suggerire di andare ad un loro dei loro concerti anche se non li conoscete perché non vi deluderanno.

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La Tempesta non ha più bisogno di presentazioni. L’etichetta/collettivo più celebre e lanciata nella cosiddetta scena indipendente italiana ha ormai messo radici profondissime nella nostra cultura musicale, non solo nel rock, espandendosi in tutte le direzioni e raggiungendo una portata tale da far parlare quotidianamente di sé e dei suoi artisti.
Dopo Ferrara e il fallimento causa tempo avverso di Codroipo, la Tempesta organizza un nuovo super-meeting con tutti i suoi artisti, scegliendo stavolta lo storico centro sociale della terraferma veneziana, il Rivolta, punto di riferimento per la musica live di qualità soprattutto nell’ambito di una programmazione alternative rock, reggae e ska. Come da tradizione le band in scaletta si sono alternate su due palchi, l’Hangar (il più grande dei due, che può contenere oltre un migliaio di persone) e il Nite Stage, piccolo stanzino con bar che si apprezza per una decente acustica nonostante le modeste dimensioni.
In questo report troverete riferimenti solo ad alcune delle formazioni che si sono esibite (la lista completa è Le Luci della Centrale Elettrica, Sick Tamburo, Zen Circus, Giorgio Canali & Rossofuoco, Gionata Mirai, A Classic Education, Massimo Volume, Il Cane, Tre Allegri Ragazzi Morti, I Melt, Bachi da Pietra), in quanto l’eccessivo numero di persone presenti, elemento caratterizzante gli eventi al Rivolta nei quali sembra non esserci un limite predefinito e sicuro di ingressi permessi, non lasciava muoversi liberamente nei comunque ampi spazi della struttura occupata.

I Melt, band che gioca (quasi) in casa, da anni presenti sulle scene con un prodotto molto simile a quello dei Tre Allegri Ragazzi Morti, prima dell’inaugurazione del palco principale scaldano la folla già opportunamente accesa da Il Cane con il loro punk rock molto semplice e d’impatto, condividendo un certo calore con il pubblico che inizia a sciabattare per i nomi più noti del lotto (i Sick Tamburo, primi in ordine).
I Bachi da Pietra, sempre nella location più piccola, stupiscono in maniera definitiva il numero sempre crescente di presenti, con un set stuzzichevole che sorprende per la compattezza sonoro del duo, tra Massimo Volume, blues, stoner e folk. La corposità del suono sarebbe stata aiutata da volumi più alti, lo stesso espediente che dall’altra aiuterà molte band nell’ottenere il giusto effetto. Incredibile la tecnica, ottimi gli arrangiamenti, una band, come si dice, “con le contropalle”. Meritano un concerto tutto per loro per potersi esprimere al meglio.
Alla fine del set dei Bachi, i Tre Allegri Ragazzi Morti, beniamini della serata per ovvi motivi, hanno già iniziato l’esecuzione speciale de La Testa Indipendente, terzo studio album ma prima pubblicazione della Tempesta Dischi. Le prime due tracce, “Piccolo Cinema Onirico” e “Ogni Adolescenza”, storiche hit quasi mai assenti dalle setlist degli innumerevoli tour che hanno visto la band in giro per l’Italia nell’ultimo decennio, vengono seguite da un ammasso confuso e provante di grida, pogo, spintoni e salti, un divertimento quasi anarchico che da un lato è la giusta risposta all’eccesso di persone nell’hangar, mentre dall’altro segue lo spirito puramente “libero” sia della label che della location che ne ospita questo fondamentale evento. Il resto del set sarà vissuto in maniera leggermente più tranquilla da un pubblico in leggero stato di sopore, anche se pezzi come “Quasi Adatti” e la cover degli Andy Warhol Banana Technicolor, “I’m in Love With My Computer”, risvegliano anche i meno interessanti.
Dall’altra parte gli A Classic Education iniziano un set che non ho avuto piacere di seguire, ma da questa parte fervono i preparativi per i grandissimi Massimo Volume, ormai assurti a status divino nell’olimpo dei grandi nomi dell’alternative rock, se così li vogliamo definire; ciò che è certo è che gli altissimi volumi, elemento fondante della loro storia, i pezzi ovviamente fantastici e un’esecuzione tecnica che definire impeccabile risulta ancora riduttivo, rendono la loro performance sostanzialmente indimenticabile, come ogni loro concerto. La precisione di tutti, soprattutto della batterista Vittoria Burattini, non può che sorprendere. Il pezzo migliore in assoluto è senz’altro “Litio”, dall’ultimo disco Cattive Abitudini. Una band veramente crudele, che straccia l’ascoltatore con ogni straziante nota. Spietatamente violenti.
Le Luci della Centrale Elettrica, non l’artista conclusivo ma quello che in definitiva si rivela più atteso e più gradito, sforna un set completo di gruppo d’accompagnamento come i fans hanno imparato ad ascoltare nelle ultime tournée. Una commistione generosa di brani da entrambi i full-length, da “Piromani” e “La Gigantesca Scritta Coop”, passando per “Anidride Carbonica”, “Cara Catastrofe” e “Le Ragazze Kamikaze”, commovente chiusura di set. Le grida strazianti del cantautore ferrarese ormai giunto ad un livello di approvazione popolare smisurato completano come sempre il quadro generazionale dei testi, con le tipiche “recitazioni” tratte dal suo diario pubblicato l’anno scorso e che da un certo punto di vista, però, iniziano a sembrare stagnanti. Il coinvolgimento del pubblico è però scontato e instancabile, in puro stile Brondi.
A concludere la serata una delle formazioni più amate e attive degli ultimi anni, gli Zen Circus, attesissimi vista la recente uscita di Nati per Subire, già uno dei dischi dell’anno secondo la critica di settore. Una introduzione lunga ma perfetta nel creare suspense fa da apripista per “Nel Paese Che Sembra una Scarpa”, traccia d’apertura anche del nuovo disco, ma dopo pochissimi secondi dall’inizio il frontman Andrea Appino, vittima di evidenti (ma non comprensibilissimi, in realtà, dal pubblico) problemi tecnici inizia a inveire contro i fonici, lanciando più volte le chitarre durante il pezzo e tutto il resto del set, che sarà portato a termine con estrema fatica. L’esecuzione dei brani è comunque tecnicamente buona, in particolare per l’ormai storica “Figlio di Puttana” e le hit recenti e passate come “Vent’Anni” e “Andate Tutti Affanculo”. Le nuove canzoni, molto vivaci su disco, perdono molte delle potenzialità folk rock dell’album per la presenza di sovraincisioni di chitarra ovviamente irriproducibili live: ecco perché la title-track e il singolo “L’Amorale” nel set, nonostante un’enorme complicità del pubblico, perdono un po’ di pacca, ma non è una tragedia. La presenza scenica nonché la parlantina di Ufo mettono una pezza all’incazzatura inarrestabile di Appino, mentre la gente tendenzialmente si divide tra chi approva e chi si stizzisce per un’indegna conclusione di un evento così atteso e importante. Peccato, ma niente drammi, la band promette un nuovo concerto in Veneto nel prossimo periodo e come tutti già sappiamo dimostreranno di non essere il gruppo da stage destruction e bestemmie (ok, quelle forse si!) che hanno dimostrato stasera.

Soppesando le sensazioni suscitate dalla serata nel complesso, ci si ritrova con un misto di soddisfazione imperfetta e insoddisfazione accennata, un po’ per la collocazione delle band in un ordine leggermente alterato rispetto al potenziale d’interessamento generabile (ma anche d’impatto sonoro effettivo), come ad esempio la decisione di abbassare i toni nel finale con Vasco Brondi e il Circo Zen, un po’ a causa di un pubblico attivo ma in una forma molto più rattrappita e intorpidita che nell’edizione di Ferrara in cui si fu testimoni di una vera e propria glorificazione di un’etichetta diventata improvvisamente in grado di generare bagni di folla da festival e un sentimento quasi liberatorio nei confronti della morente e semiaddormentata scena italiana. Qualcosa è cambiato, ma la Tempesta non è ancora passata, anche perché la quiete che verrà dopo ci spaventa. Speriamo che eventi di questo tipo continuino a fare della nostra penisola un triste pezzo d’Europa dove però la musica abbia ancora un valore che oltrepassi la mera estetica.

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I MELT – Il Nostro Cuore a Pezzi
SICK TAMBURO – A.I.U.T.O.
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TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI – Primitivi del FuturoLE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA – Per Ora Noi La Chiameremo Felicità
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LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA: schio2011bologna2011#1bologna2011#2  - bologna2011#3 - ferrara2010
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Gioco di parole iniziale: questa era la prima data dell’ultima tranche del Wow! Tour 2011. Marghera, Centro Sociale Occupato Rivolta, per la seconda volta nello stesso anno.
Ad aprire le danze alle 23.00 puntuali (ci mancherebbe altro, visto l’orario…) i Chaos Physique, trio formato da ex elementi di Fiub, Ulan Bator e Sexy Rexy, pubblicato da Jestrai. Nei trenta minuti scarsi di set i tre hanno tempo per elevare il loro muro sonoro puramente post-rock, con qualche influenza più deviata verso post-metal, psichedelia e kraut. Molto precisi, attirano l’attenzione del pubblico grazie anche ad una presenza scenica asciutta ma impreziosita, nel finale, da una performance di stage destruction parziale che come sempre scatena i giusti applausi.
Scocca la mezzanotte insieme all’arrivo dei Verdena che per la prima volta in questo tour iniziano il set con Alberto alla chitarra. E’ “Fluido” ad iniziare, canzone che quasi continua logicamente il set dell’opening act. Eseguita magistralmente, come sempre, e si torna subito a Wow! con i due Sorrisi e “Rossella Roll Over”. Il pubblico è già carico e sostanzialmente nei cento minuti di scaletta la band riuscirà a non far mai scemare l’attenzione, scegliendo brani da un po’ tutto il repertorio, con un paio di chicche inaspettate (“Miami Safari”, ripescata dopo parecchi anni, e “Il Tramonto degli Stupidi”, già vista comunque durante questo tour in qualche rara occasione). Requiem, dopo Wow ovviamente, è il disco da cui si scelgono più brani (“Don Callisto”, “Canos”, “Sotto Prescrizione del Dr. Huxley”, “Non Prendere l’Acme, Eugenio” e “Trovami Un Modo Semplice per Uscirne”, altra sorpresa). Tra i pezzi nuovi si ricorda principalmente la carica spietata di “Loniterp”, in chiusura prima dell’encore, il nuovo singolo “Miglioramento” e il duo “Scegli Me”-”E’ Solo Lunedì” che si fregia live di una patina molto più rock, grazie anche al sound sempre molto preciso, seppur sporchissimo, dei bergamaschi. I tuffi nel passato più sentiti dal punto di vista della reazione del pubblico sono invece “Dentro Sharon” e “Elefante”, nel bis dopo un’ottima “Grattacielo”.

Niente di “non musicale” stupisce in un live dei Verdena, per i fans che li seguono da tempo. La nuova veste sorridente dei tre (quattro con Omid, per altro sempre più ambientato come quarto uomo anche nei brani vecchi), i piccoli problemi tecnici, i balletti sgraziatissimi di Alberto (e la sua chitarra lasciata cadere), le facce strane e le super rullate di Luca, gli scambi di strumenti (e Luca alla drum machine in “Mi Coltivo” fa sempre la sua figura). A sorprendere è invece la grande chimica che sempre traspare da ogni loro live performance, che si rinnova di nuovo anche dopo un’estenuante tour che li ha visti suonare e risuonare in tutto lo Stivale. Non serve a niente ripeterlo, ma anche a Marghera i lumbàrd hanno dimostrato, ancora una volta, di essere la miglior live band italiana (nel panorama alternative mainstream, chiaro).
Che dire, aspettiamo qualche novità per il duemiladodici?

SCALETTA COMPLETA MA IN ORDINE SPARSO

FLUIDO
SORRISO IN SPIAGGIA PT. 1
SORRISO IN SPIAGGIA PT. 2
ROSSELLA ROLL OVER
MIGLIORAMENTO
IL TRAMONTO DEGLI STUPIDI
NON PRENDERE L’ACME, EUGENIO
BADEA BLUES
LUI GAREGGIA
NUOVA LUCE
CANOS
LETTO DI MOSCHE
TROVAMI UN MODO SEMPLICE PER USCIRNE
RAZZI ARPIA INFERNO E FIAMME
SCEGLI ME
E’ SOLO LUNEDI’
MI COLTIVO
DON CALLISTO
MIAMI SAFARI
DENTRO SHARON
LONITERP
encore
GRATTACIELO
ELEFANTE
SOTTO PRESCRIZIONE DEL DR. HUXLEY

PROSSIME DATE VERDENA:
11.11.11 LEONCAVALLO, Milano
12.11.11 VELVET, Rimini
o6.12.11 TEATRO DELLA CONCORDIA, Torino
07.12.11 VOX CLUB, Nonantola (MO)
09.12.11 SASCHALL, Firenze
17.12.11 CASA DELLA MUSICA, Napoli
18.12.11 ATLANTICO, Roma
20.12.11 BLACK OUT, Modica (RG)
22.12.11 DEMODE’, Bari
23.12.11 LIVELLO UNDICIOTTAVI, Lecce

PROSSIME DATE CHAOS PHYSIQUE:
11.11.11 INIT, Roma
12.11.11 LA CORTE DEI MIRACOLI, Siena
06.03.12 GLUE, Firenze

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Al New Age, bel localino coi prezzi delle consumazioni troppo cari (e chi non li ha ormai?) ma talvolta una buona acustica, in una zona tanto leghista quanto musicalmente attiva, pertanto ossimorica come poche, ci si è permessi di andare a vedere uno dei cantautori-rivelazione di questi anni di revival del genere. Dente, Dimartino, Vasco Brondi, Simona Gretchen, centinaia di altri, e poi Brunori Sas, distanziato così tanto in questo elenco perché dal sottoscritto ritenuto superiore a questa sfilza.
Il perché lo trovate nelle mie recensioni di Vol. 1 e Vol. 2, ma anche in questo articolo.

Dario Brunori, creatore di una piccola impresa che forse qualcosa inizia pure a fatturare, la Brunori SAS, sta portando in giro un tour con il quale si celebrano i successi di critica e pubblico del nuovo Vol. 2: Poveri Cristi. Con un titolo che prelude ai contenuti dello stesso, anche il live è comunque comodo per ascoltare le canzoni del cosentino, foss’anche la prima volta che lo ascoltate (nel senso che visto il genere i testi sono chiaramente comprensibili anche in una performance dal vivo). E’ così che ci si avvicina ad un microcosmo cupo, triste, malinconio, sofferente, dove i ricordi dei nati nei ’70 e negli ’80 si scontrano con quelle esperienze di vita vissuta a fallimenti nel lavoro e nelle storie d’amore che invece travalicano le parentesi spazio-temporali. Inoltre sarà che molti dei brani si fregiano di un realismo tale da rimanere impressi nella memoria non solo per alcune immagini dal grande impatto emotivo, ma anche per il linguaggio asciutto e diretto, ma alcuni sono destinati a diventare “instant classics” nonostante la breve carriera da solista dell’ex Blume: “Rosa”, “La Mosca”, “Lei, Lui, Firenze” e “Italian Dandy” in primis, ma anche la devastante “Il Giovane Mario” non scherza. Il concerto assume, chiaramente, una dimensione molto più goliardica: le battute, espediente che lo accomunano sicuramente all’amico Dente, ospite anche sul disco, risollevano il morale rispetto ai toni dimessi delle musiche e qualche arrangiamento più folk rock produce qualche danza tra il pubblico, omogeneamente diviso in età diverse. Ci si aggiunga la grande qualità di ogni singolo strumentista sul palco e avremo il vero valore aggiunto di questo set.

Inevitabilmente sentiremo parlare molto di questo progetto prossimamente. E’ sensazionale, sotto un certo punto di vista, vedere come anche un prodotto solo vagamente radio-friendly possa diventare alla portata di tutti grazie alla comunicatività del suo “uomo-immagine”. Per Brunori, confermarsi non solo un songwriter di qualità ma anche un geniale intrattenitore è la porta d’accesso per rimanere nell’olimpo dei protagonisti di questi primi decenni del nuovo millennio. O perlomeno, a Roncade ha dimostrato di meritarselo, del resto ne parleremo più avanti.

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The Webzine da oggi vi spiattella periodicamente alcuni dei live integrali ripresi durante la rassegna Grido Underground a Stanghella (PD).
La prima selezione vi porta i live delle seguenti band, ricordandovi che comunque trovate un fiume di video a questo link.

EDO

EL V ACUSTICO

PURSUIT GREEN 

Quasi tre ore di grande musica live per voi. Prossimamente altri grandi live!

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L’ennesima data degli Afterhours all’Estragon di Bologna inizia con un’inspiegabile ma meritato sold out, evenienza che non capitava da tempo in concerti dei milanesi da queste parti. Il secondo capitolo del Summer Tour, dopo l’enorme successo dell’anno scorso, è quasi giunto alla fine e la cornice emiliana, in piena festa dell’Unità, non poteva che fare da adattissimo sfondo alla “nuova ondata sonora” della band, che tenta di ritornare agli anni novanta con il sound, parte della formazione (il ritorno di Iriondo) e la scaletta. Quest’ultima si spalma, stavolta, in maniera molto più omogenea lungo la loro carriera, anche se gli elementi della loro storia recente rimangono immutati (“E’ Solo Febbre”, “Pochi Istanti Nella Lavatrice”, la peggiore per resa live, e una versione semiacustica de “Il Paese E’ Reale”): non mancano infatti le ormai stabili “Dea”, “Siete Proprio dei Pulcini” e “Germi”, passando anche per “Bungee Jumping” e il distico iniziale “La Verità che Ricordavo” e “L’Estate”. Grande spazio per Ballate per Piccole Iene con la (quasi) title-track, “La Vedova Bianca” un po’ accelerata come sempre, la fan-favourite “Il Sangue di Giuda”, “La Sottile Linea Bianca” e una versione più elettrica del solito di “Ci Sono Molti Modi”. Rispetto ad altre date di quest’estate mancano “Pop”, “Carne Fresca”, “Sulle Labbra” e “Varanasi Baby”, ma le quasi due ore di scaletta non fanno notare nessuna debolezza in setlist.
La performance fa pensare ai migliori Afterhours, sempre con riferimento agli ultimi tempi; sono anni ormai che un live di Agnelli e soci è un punto di domanda, con alcune serate sottotono ed altre ottime, e stavolta siamo verso questa seconda opzione. Alcuni cali di voce non infastidiscono il risultato, così come non si percepiscono mancanze strumentali se non qualche scazzo di batteria di troppo, a segnare la linea ormai fiacca di un Prette avanti con gli anni ma comunque sempre abbastanza preciso. Rodrigo d’Erasmo strappa sinceri applausi d’approvazione, così come Xabier, che vale il 50% del biglietto da solo.
Il pubblico gioca bene le sue carte, soffocando in alcuni momenti l’audio con il canto e le urla, ma partecipando attivamente. Nota di colore: un “vai a fare in culo” di Agnelli diretto a “non si sa chi”, si crede ai soliti fancazzisti provocatori.

L’Estragon è sempre un contesto ottimo per live di band italiane di questo tipo. La storia della musica rock nostrana passa anche da qui e gli Afterhours la rappresentano meglio di chiunque altro. Un concerto come questo regala sempre uno sguardo malinconico a quel panorama di 20 anni fa che fatica a rinnovarsi, ma che vive comunque nei potenti show di chi ancora non si è stancato di portare al pubblico la sua rabbia. Aspettiamo il nuovo disco del 2012.

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Recensione a cura di Alessia Radovic

Assago, ore 21.25 circa. Davanti a me tre bambine con la stessa maglietta e mamma al seguito iniziano ad urlare perché Avril Lavigne è salita sul palco.
S’inizia con l’esecuzione di Black Star, intro dell’ultimo album. Se non ne sapessi la reale età sarei portata a pensare di assistere ad un concerto di una sedicenne, massimo.
Si continua sull’onda di “Goodbye Lullaby” con What The Hell (che mi ricorda tanto Girlfriend) e Smile, il pubblico salta e canta felice, io sono un po’ delusa.
La Lavigne non è mai stata considerata più che una wannabe punk ma io l’ho sempre difesa perché mi piace (o piaceva?) e i primi due cd, Let Go del 2002 e Under my skin del 2004 sono tra i miei preferiti e li ascolto ancora molto volentieri, forse perché a suo tempo ero adolescente e alcuni pezzi mi fanno venire in mente dei bei ricordi.
Tornando al concerto, per fortuna la situazione si è ripresa con Sk8er Boys, finalmente qualche vecchio pezzo, seguono He wasn’t, I always get what I want e Alice.
Arriva il momento della cover, che onestamente in un concerto così corto poteva anche essere evitata, le canzoni ci sono, perché sprecare il tempo con un tributo seppur ai bravissimi Coldplay? Una buona percentuale dei fans nemmeno saprà chi siano probabilmente.
Arriva il momento lacrimuccia con When you’re gone che fa commuovere anche me, più che altro per la presenza della mia dolce metà che vive lontano e quindi mi manca molto quando non c’è, esattamente come dice il testo della canzone. Altro nuovo pezzo, Wish you were here, io mi aspettavo un pezzo spettacolare, insomma da fare concorrenza a quello dei Pink Floyd, invece niente. Sono delusa anche di questo, manca qualcosa.
Altro ritorno al passato con Nobody’s Home, mi sembrava poca gente cantasse. C’è davvero qualcuno che preferisce gli album nuovi?
Momento strumentale dell’ottima band di supporto che fa sussultare lo zoccolo duro di vecchia data con Unwanted, Freak out e Losing Grip, quasi quasi il migliore momento della serata.
Ritorna Avril sul palco e ci fa scatenare con Girlfriend, il testo è simpatico, è giusto immedesimarsi, in fondo è un’esperienza che abbiamo vissuto tutti.
Nota dolente, altra cover, perché? Airplanes di B.o.B a cui segue il momento clou, ovvero My Happy Ending, c’è poco da fare per me è la numero uno (tra i singoli) di Avril. Il momento nostalgico ancora non si perde grazie a Don’t tell me e I’m with you.
Il concerto finisce… per finta.
Si ritorna sul palco con I love you, Hot e il successo planetario di Complicated.
Questa volta è davvero finita, la gente è incredula, è durato solo un’ora e dieci, io lo sapevo già perché c’ero già stata.
I concerti della Lavigne sono così, ci vai, te lo godi, ti diverti, canti ma sai che durerà poco e devi andarci consapevolmente se no ne rimarrai deluso.
Non posso dire che consiglierei di andarci ad un non-fan, non capirebbe, non apprezzerebbe, riderebbe di chi piange su alcune canzoni. Ma questo è l’effetto che fa un’artista che segui da tanti anni e con cui sei crescuta, ti rimarrà sempre nel cuore.
Forse Avril tra 3 anni farà un altro disco, forse sarà bello, forse sarà tremendo e non so se andrò ancora a vederla dal vivo.
Poi ripenserò all’emozione che provo quando sento My Happy Ending dal vivo e deciderò di ritornare.

Scaletta:
Black Star
What the Hell
Smile
Sk8er Boi
He Wasn’t
I Always Get What I Want
Alice
Fix You (Coldplay cover)
When You’re Gone
Wish You Were Here
Nobody’s Home
Unwanted/ Freak Out / Losing Grip (Medley instrumental)
Girlfriend
Airplanes (B.O.B. cover)
My Happy Ending
Don’t Tell Me
I’m With You
Encore:
I Love You
Hot
Complicated

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Per mano di Indipendente, uno dei migliori festival dell’anno. E chi l’avrebbe mai detto, dopo il rischio (tra l’altro tra i fans, controllando forum ed eventi Facebook) che si ripetesse la pessima figura fatta con gli Strokes a Vigevano?
In un clima che non tutti colgono, dove la sfiducia generale verso la politica ha anche indirettamente contribuito ad un’atmosfera di insoddisfazione verso gli alti prezzi degli eventi (di cui The Webzine si vuole fare portavoce con questa iniziativa), Indipendente è riuscita a risollevare un’estate di incidenti e problematiche di ogni tipo (chi si ricorda i fan superincazzati prima del concerto dei Foo Fighters che hanno protestato per giorni e giorni le misure di sicurezza che si indicavano sul sito prima del live, avendola tra l’altro vinta?) con un festival ben organizzato, equilibrato a livello di prezzi e senza pecche evidenti che mettessero a rischio l’incolumità fisica delle persone né la buona riuscita dell’evento stesso.

Così, con circa (direi ad occhio) quindici mila persone, l’I-Day 2011, nel primo dei due giorni, è decollato facilmente, grazie ad un cast d’eccezione, con unico difetto la contestatissima assenza degli iper-attesi Vaccines. Si potevano sostituire per non perdere parte del prezzo del biglietto, dicevano alcuni, ma tutto sommato la serata è valsa tutti i quaranta euro.
Il nostro report inizia dai Wombats (saltati i sicuramente buoni Heike Has The Giggles e Morning Parade), momento in cui siamo arrivati: la band di Liverpool presenta un live carichissimo, veramente degno di nota se paragonato al numero di elementi sul palco (3), con i picchi più alti rappresentati dai due singoli più celebri (“Kill The Director” e “Let’s Dance To Joy Division”, passando anche per l’ottima “Party In A Forest”); ottima l’esecuzione anche del nuovo discutibile singolo “Jump Into The Fog”, da alcuni criticato per il cambiamento new wave/tastieristico che tutto il nuovo The Wombats Proudly Present…This Modern Glitch porta al grande pubblico, che misura una gran partecipazione del pubblico, che mai si quieterà nel resto della giornata. Il gruppo giusto per traghettare verso gli artisti principali, ma a spezzare la catena ci pensano i White Lies: la formazione londinese si presenta molto più aggraziata dei giovanissimi Wombats, ma complice qualche pecca tecnica e un sound molto più post-punk dalle tonalità cupe influenzato principalmente da Joy Division e The Chameleons i toni scendono, lasciando però immutato il coinvolgimento sempre notevole delle prime file. Migliori in scaletta i singoli del primo disco (“Death”, “Farewell To The Fairground” in apertura e “To Lose My Life”), mentre un po’ più deboli le canzoni del nuovo lavoro.

Arrivato il momento dei Kasabian, il tramonto ha quasi oscurato l’Arena Parco Nord e l’atmosfera è perfetta per accogliere una delle band più eclettiche e particolari del panorama indie rock inglese. Inizio esplosivo con l’amatissima “Club Foot”: ci vuole qualche minuto per sistemare i suoni ma poi il mix diventa perfetto e lo show decolla. In un’ora e un quarto di live l’intera carriera della band, passando per tutti i singoli (per esecuzione le migliori “Shoot The Runner”, “Empire” e “Vlad The Impaler”, per l’energia del pubblico “LSF” e “Underdog”) e anche alcune novità dal disco di prossima uscita. Impressionano la varietà dei toni (si passa da sferzate rock a momenti tipicamente indie, con ballad e cavalcate chitarristiche, ma anche a tempeste dance di grande impatto). Dopo un bis con un paio di brani (“Switchblade Smiles” e “Fire”), la band si congeda per lasciare spazio agli Arctic Monkeys, forti di uno zoccolo duro di fans venuti solo per loro (ed alcuni infatti abbandonano l’arena, come altri invece stanno arrivando solo adesso).

La band di Alex Turner sale sul palco puntualissima ed esegue uno show perfetto, al fulmicotone, sopra gli standard che alcuni live visibili su YouTube dell’ultimo anno hanno ridisegnato. I brani dei primi due dischi sono suonati in maniera impeccabile, alcuni più veloci, altri più lenti, ma sempre potentissimi. Il batterista Matt Helders sempre in grande spolvero si ricorderà nuovamente per una performance veramente sopra le righe, e lo stesso si potrà dire del frontman, di Cook e di O’Malley. “Still Take You Home”, “This House Is A Circus” e “When The Sun Goes Down”, per non citare “The View From The Afternoon” e “I Bet You Look Good On The Dancefloor”, le più coinvolgenti; “Brianstorm”, forse troppo veloce ma ugulamente trascinante, fa loro da fanalino di coda insieme all’apprezzabile “Crying Lightning” e l’ottimo orecchiabilissimo nuovo singolo “Don’t Sit Down ‘Cause I Moved Your Chair”. Zero momenti sbadigli neppure per il nuovo disco, sottotono nella versione studio, ma carichissimo dal vivo. Impressionante la risposta di pubblico, sempre molto reattivo, dal primo all’ultimo pezzo.

Un concerto che si ricorderà per parecchio tempo, dove per poco tempo si rivive quella tipica atmosfera da festival indie inglese (non dico Glastonbury, ma quasi). Invece delle solite menate metal o hard rock (Gods of Metal, Sonisphere) dovremo partire da qui per dare una nuova veste ai grandi eventi in Italia, con un target più giovane e puntando su band che sappiano anche deambulare sul palco (peccato che la giornata successiva dell’I-Day smentirà tutto ciò).
Per chi non c’era, cercate online le registrazioni eseguite da Radio RAI 2. Giornata imperdibile.

SETLIST:
ARCTIC MONKEYS
Library Pictures
Brianstorm
This House Is A Circus
Still Take You Home
Don’t Sit Down ‘Cause I Moved Your Chair
Pretty Visitors
She’s Thunderstorms
Teddy Picker
Crying Lightning
Brick By Brick
The Hellcat Spangled Shalalala
The View From the Afternoon
I Bet You Look Good On The Dancefloor
All My Own Stunts
If You Were There, Beware
Do Me A Favour
When The Sun Goes Down
(encore)
Suck It And See
Fluorescent Adolescent
505

KASABIAN
Club Foot
Where Did All The Love Go?
Days Are Forgotten
Shoot The Runner
Velociraptor!
I.D.
Thick As Thieves
Take Aim
Underdog
Empire
Fast Fuse
Pulp Fiction
Vlad The Impaler
L.S.F.
(encore)
Switchblade Smiles
Fire

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