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Archivio per la categoria ‘GENERE: Avanguardia’

Recensione di CLAUDIO MILANO
Etichetta: Fie!
Genere: Avanguardia

Tracklist:
1. Eat my words, bite my tongue (5’29”)
2. That wasn’t what I said (5’18”)
3. Constantly overheard (4’18”)
4. New Pen-pal (4’04”)
5. Close to me (4’05”)
6. All the tiredness (5’54”)
7. Perfect pose (7’02”)
8. Scissors (5’17”)
9. Bravest face (4’39”)
10. A run of luck (3’55”)

Contatti: http://www.sofasound.com/
Voto: 7’5

“I fell in love with the sound of my own damn voice” da Eat my Words, Bite my Tongue (Peter Hammill)

Per la prima volta, Peter Hammill sorride in una foto, contenuta nel bellissimo booklet di questo album, che è di contro il più inquieto di un autore che ha fatto del dramma, nel senso anche teatrale del termine, la sua cifra stilista più autentica. Più che in Over (1977), ad ascoltarlo sembra si alberghi tutti sull’orlo di un baratro e la cosa non è certo rassicurante.
La progressione artistica e qualitativa di Hammill, sembra non aver conosciuto ostacolo dalla parentesi acustica di Clutch (2002) in poi. Dopo il ripiego creativo attorno ad una canzone d’autore “colta” (più o meno a ragione), ma spesso esangue, degli anni ’90 seguito a Fireships, che ci aveva regalato solo una discreta manciata di brani di autentico rilievo e un live splendido come Typical, l’artista britannico è autenticamente rinato e questo album è l’apice fin qui raggiunto con questo percorso. Questa volta il capolavoro è realmente sfiorato e il consiglio d’acquisto è grande. In Camera del 1974 è l’album che si percepisce più vicino a questo lavoro, per la stessa attitudine al rischio e la stessa autentica ispirazione “dark” (per l’ennesima volta tutti gli strumenti sono suonati da Hammill con nobile fare artigiano, senza alcun contributo esterno e sua è anche la produzione, questa volta di buon livello), ma questo lavoro ha una sua cifra stilistica che non ha autentici precedenti.
La criptica, estrema lentezza, la grande passionalità, la trascolorazione armonica al limite dell’inafferrabile e il dono della sintesi sono sue caratteristiche, assieme all’ estrema prossimità all’ascolto della scarna strumentazione e dell’ autorevolissima Voce. In nessun disco del cantante e autore dei Van Der Graaf Generator oltremodo, le acidissime sovraincisioni vocali, vicine ad un coro delle streghe di Macbeth erano state così presenti e avevano raggiunto un livello così imponente e obliquo, neanche in The Silent Corner and the the Empty Stage, capolavoro assoluto, anch’esso del 1974, né in Everyone you hold (1997) e le sue citazioni madrigaliste della splendida Bubble, nemmeno nel notevole Singularity (2006).
E dire che la falsa partenza con Eat my Words, Bite my Tongue (nonostante la pregnanza del testo, ancora una volta come in Incoherence e nei due successivi brani, ispirato agli inganni del linguaggio, ossessione della filosofia teoretica che trova in Hammill un autentico e dichiarato cultore) non lasciava immaginare nulla di particolarmente positivo.
Il disco prende subito quota infatti con la conturbante That Wasn’t What I Said, un altro classico nella produzione hammilliana, sostenuta da una prestazione canora unica e da una melodia eccellente quanto gonfia di pathos. Gli intrecci di registri estremamente elaborati conducono il vocalist che ha portato alle estreme conseguenze timbriche il linguaggio del Tim Buckley di Lorca e Starsailor, da frequenze spaventosamente gravi ad acuti tenorili mantenuti fino all’inverosimile e falsetti da mezzosoprano ricchi di armonici al punto da suonare autenticamente femminei, il tutto con un supporto di una strumentazione in equilibrio tra acustico ed elettroniche turbolenze. Magnifica.
Constantly Overheard riprende le atmosfere di Clutch e degli episodi acustici per chitarra e voce (qui inferma ma estremamente affascinante) di Chameleon in the shadow of the Night forte di una bella melodia, dalle soluzioni armoniche degne di nota. Bella e destinata a diventare un classico nelle esibizioni dal vivo.
New Pen-pal è un episodio per chitarra e voce poco convincente, che “live” saprà probabilmente acquistare quota, grazie ad un bel riff.
Il ritorno al pianoforte (sempre più minimale) su Close to Me porta buoni frutti per un’altro episodio di grande livello, tra armonie che in un batter d’occhio passano dal maggiore al minore trasformando uno spleen in un abisso, tra cori di sirene (di grande effetto la sospensione vocale nella sezione centrale) che sanno ammaliare quanto disturbare.
Odore di zolfo, All the Tiredness ha il sapore di un inconfessabile segreto, paragonabile alle litanie blues apocalittiche dei primordi, accompagnata da effetti chitarristici macabri e dissonanze corali che penetrano lentamente nell’animo di chi ascolta. Quando a metà brano i fumi lasciano in primo piano un’ossessiva voce su due ottave, si ha impressione che qualcosa di tremendo stia per rapirci per sempre, così come era stato con On the Surface da Out of Water (1990). Splendida.
Un bel basso tondo supporta l’inizio di Perfect Pose, dal suono di grande interesse, vicino ad un’estetica “glitch”, degna del miglior Sylvian, dell’ultimo Scott Walker e di The Marble Index e Desertshore a firma Nico/John Cale. Siamo dalle parti della celebrata White Dot (dal già citato Singularity), un vero e proprio“bad trip”. Dissonanze e melodie luminose si alternano tra i vapori ossianici generati dall’elettrica e dalle tastiere “shiftate” su più ottave. I cori sembrano voler rubare l’anima di chi ascolta e la struttura ritmica del pezzo è quanto di più complesso Hammill abbia prodotto dal ’94 in poi (A Headlong Stretch da Roaring Forties) senza però risultare mai stucchevole o inaccessibile, il tutto in poco più di 7, “organici”, minuti.
Non cala il livello dell’album con Scissors, anzi. Permane ancora un’atmosfera sinistra, tra chitarre in primissimo piano, la sensazione di un ambiente retrostante al suono moltiplicato all’ennesima potenza dai cori inquietanti e inquieti, poi entra un’elettrica incendiaria con il miglior solo della carriera a spargere sangue come coriandoli tra pianoforti elettrici picchiati con insistenza sulle frequenze più acute.
Capolavoro assoluto del disco e l’ombra del miglior Scott Walker, quello di The Drift ancora più vicina. Una delle più belle canzoni dell’anno e una delle più belle intuizioni di Hammill in assoluto. Bravest Face rasserena gli animi e ci riporta all’ Hammill delle ballate per piano e voce che ben abbiamo imparato a conoscere con gli anni, dalla mitica Refugees (da The Least We Can Do Is Wave to Each Other dei Van Der Graaf Generator) in poi. Una bella canzone, ben arrangiata e straordinariamente ben interpretata, ma non paragonabile ai migliori episodi degli ultimi anni in questa direzione, Undone (da Thin Air), A Better Time (da X my Heart) e Gone Ahead (da Incoherence) su tutte.
Di un drammatico talmente contrito e “nero” da risuonare corde funeree la conclusiva A Run of Luck, con l’ambiente ben in evidenza come nel più arruffato dei bootleg, attorno al piano acustico, appena accennato e alla voce (e che voce…). Una canzone che pare non conclusa al suo termine e dunque tanto più inquietante, così come era accaduto con The Top of the World Club da Thin Air, una sorta di nuova In The End (da Chameleon in the Shadow of the Night) in chiave minimale, una dichiarazione d’amore e morte che farebbe impazzire Tom Yorke, se solo l’ascoltasse. Genialità in attesa di ascolti e scoperte, questa volta e finalmente dopo tanti anni, anche come primo ascolto assoluto, per un signore sessantacinquenne arrivato felicemente al trentacinquesimo album della carriera se escludiamo i live e i dischi dei Van Der Graaf Generator, tutti a sua firma, dalla prima canzone all’ultima. Un autentico monumento vivente al cantautorato d’avanguardia privo di manicheismi e luoghi comuni. Un disco che pagherà probabilmente l’assenza di melodie epiche (“prog”, per intenderci), ma che incapsula il valore melodico in una profonda ricerca armonica, emotiva, strutturale, sonora e di mixing. Perfetto con un buon bicchiere ad annebbiare i sensi e la cognizione del tempo, ma anche come ottima alternativa a psicotropi.
Un dovuto inchino. Grazie, grazie, grazie.

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Recensione di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Owl Records
GENERE: Avantgarde

TRACKLIST:
1. Frammenti di Myrta I
2. Blossom on the Three
3. Milioni di Lune
4. Nero
5. Moondust
6. Vuoti
7. Ka’s Mantra – Maha Mrtyunjaya
8. Derriére Le Miroir
9. Deserti
10. Black Lotus
11. Elegia
12. Il Tagliatore di Luce
13. Lunalba
14. Song to the Siren
15. Frammenti di Myrta II

Voto: 8

La poesia della ricerca, la poesia nella ricerca, sonora e interiore.
Paola Tagliaferro è la nostra sirena dell’avanguardia “morbida”. Riesce a trovare tra questi solchi il migliore slancio creativo di Amelia Cuni ma in una dimensione assolutamente propria, guidata dalla direzione che Max Marchini riesce a imprimere al suono come il più nobile dei sound painters.
Questo album sorprende immediatamente per la capacità di raccontare con leggerezza e profondità, un disco lunare che ha la magia dei primi King Crimson e dei Popol Vuh di Hosianna Mantra, la contemporaneità del suono e il minimalismo reiterato e colto dell’ultimo Kate Bush, ma si tratta solo di referenze che oscillano nella mente di chi ascolta e scrive, come richiami lontani e nebbiosi, perché quello che qui alberga chiaramente è l’assoluta originalità con la quale la materia sonora e narrativa accarezzano dolcemente, come in un sogno senza tempo. Gli strumenti disseminano in polvere d’oro, scenari ampi e rarefatti con superba cognizione di causa. Su tutti il trombone di Angelo Contini capace di graffiare dolcemente increspando la superficie del suono, come spuma di onde e le chitarre di Max Marchini (anche a un fascinoso piano acustico) che lavorano su frequenze acute cullando dolcemente come nel migliore carillon del dolore dei Velvet Underground.
Quando la chitarra diviene elettrica trova invece un terreno fertile nelle avanguardie che dagli anni ’70 sono arrivate ad oggi fresche e vitali, da Fripp a Trey Gunn alla infinite guitar di Michael Brook, al biglietto per il più dolce dei viaggi che sa regalarci Jonsi dei Sigur Ros. Marchini è responsabile dell’intero progetto sonoro che cura come in un dipinto sfuggente al limite delle possibilità percettive. Un mix misterioso, intenso oltre che originale.
La voce da contralto leggero di Paola che sa spingersi su frequenze da mezzosprano come nella bella Vuoti, avvicina il canto più colto e dolce di Alice (Carla Bissi), quella di God is my DJ, giusto per intenderci. Moondust è un autentico gioiello, senza luogo e tempo, così sospesa tra latitudini ora a oriente e immediatamente dopo a occidente.
Il linguaggio misterioso di Ka’s Mantra – Maha Mrtyunjaya, incontra il suono microtonale della tamboura sostenuto da un trombone profondissimo e i suono delle percussioni, mentre soundscapes usciti da una radio smarrita ci raccontano di popoli lontani. Una forma di misticismo contemporaneo che niente ha a che vedere con la new age, perchè questo mantra sa essere profondo quanto inquieto alle orecchie di chi non sa avvicinarlo con uno spirito libero da condizionamenti temporali.
Derrière Le Miroir è il capolavoro del disco tra nenie dolcissime e un pianoforte scordato che evoca le avanguardie classiche più atonali.
Splendidi gli intrecci vocali di Elegia, con chitarre rovesciate a fornire colore e un testo bellissimo.
I paesaggi di Kim Ki Duk nella bellissima ghost track, La Casa del Tantra, dove la magia della voce di Paola e la rarefazione contemplativa delle liriche e degli arrangiamenti (da segnalare qui le meravigliose ritmiche) raggiungono il loro apice.
Da segnalare la partecipazione al missaggio del regista d’avanguardia Francesco Paolo Paladino.
Ulteriore cameo come la più dolce delle benedizioni, la partecipazione di Peter Sinfield, che scrive le liriche visionarie di Blossom on the Three e le declama con intensità. Un disco da bere in un sorso perché acquista valore nell’idea di concept che l’accompagna dal primo all’ultimo secondo come in una dichiarazione d’amore per chi andrà ad ascoltarlo. Un dono.

Il segreto degli alchimisti è racchiuso tra queste 15 + 1 tracce, lasciarselo sfuggire è scegliere di continuare a compiacersi di navigare sulla nave dei folli…

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Recensione a cura di Claudio Milano
Etichetta: Frohike Records
Genere: Avant-metal

Tracklist:
1 – 04:41
2. 2 – 08:09
3. 3 – 05:34
4. Dalla nascita – 06:44
5. 5 – 07:23
6. 6 – 05:21
7. 7 – 08:46

Contatti: dyskinesia.bandcamp.com
Voto: 7’5

Dyskinesia is a movement disorder which consists of effects including diminished voluntary movements and the presence of involuntary movements, similar to tics or chorea. Dyskinesia can be anything from a slight tremor of the hands to uncontrollable movement of, most commonly, the upper body but can also be seen in the lower extremities. Discoordination can also occur internally especially with the respiratory muscles and it often goes unrecognised. Dyskinesia is a symptom of several medical disorders and is distinguished by the underlying cause.” (Da Wikipedia)

Sarebbero stati la band preferita di Dante e Lovecraft.
Un disco di sette tracce appena numerato, una sola nominata col titolo, Dalla Nascita che è poi anche quello dell’album, per una progressione di suoni che rapiscono cuore e anima dal primo ascolto traghettando in una dimensione estranea quanto atavica, profonda e autentica.
Le chitarre, in 1 costruiscono un muro del suono paragonabile ad uno tsunami e in grado di disegnare interminabili lande deserte nel nord. Venti gelidi e immaginari che sembrano uscire da un dipinto di Caspar David Friedrich, dove l’uomo è solo un puntino in mezzo ad una natura che affascina quanto inquieta. L’estetica del sublime disegnata a colpi di elettricità tra sogno e incubo, voci lamentose, ritmiche altamente propulsive.
In 2, al minuto 4’00 il basso letteralmente esplode facendo sobbalzare dalla sedia e proiettando chi ascolta nell’iperspazio. 3 è un buco nero nell’anima. I drones reiterati di Dalla Nascita sono avanguardia minimale pura. Il sole fa capolino in 5 a disegnare aurore boreali. In 7 compare l’ombra della band di Ian Curtis e dei The Sound, poi al minuto 6’00 ogni regola si sfalda e una tempesta magnetica travolge tutto e tutti in un abbraccio nichilista.
Nessuna apocalisse/rivelazione, questa è un’invocazione alla dissoluzione come catarsi.
Il mio player ha chiamato a sè immediatamente dopo, “per caso”, Halleluja di Leonard Cohen, che è risuonato alle mie orecchie come il canto dei giovani tratteggiati con dolcezza da Pier Paolo Pasolini in La Recessione, ma io non credo nel caso:

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
 vuoti di macchine
 pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla GermaniaI vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e
i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Tra Burzum, Mortiis, Sigur Ros, Fennesz, Altar of Flies, Suicide, Joy Division, l’avant metal psichedelico, ultradark e dalle coloriture industriali di questa formazione è quanto di più autentico nel genere mi sia passato nelle orecchie da molto tempo a questa parte. Non c’è un solo momento nel disco in cui si abbia la percezione che questi veri pittori dell’anima non stiano facendo sul serio.
Registrato in presa diretta e soggetto a pochi interventi di sovraincisione, l’album è scaricabile gratuitamente dal sito, ma con una donazione è possibile garantire alla band italiana la stampa di un disco che avrà il sugello di una confezione tale da essere contenitore di simili meraviglie soniche, che non ho dubbi, lontani dalle terre patrie potrebbero raccogliere molti più favori.
Come ogni fluido miracoloso, caldamente consigliato come terapia panica.

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Avant, space rock

TRACKLIST:
1. 7th Moon of Mars
2. Emerson Laura Palmer
3. Everything is Smiling From The Ceiling
4. Help Me Grampa
5. La Corsa del Lupo
6. Sargasso Sea
7. Mr. Sandman
8. Harmonium
9. Anguane

I numi tutelari di questo quintetto padovano sono senz’altro i Jennifer Gentle: Marco Fasolo, presente sia in regia che in fase di arrangiamento, è in effetti parte integrante di questo progetto che, giunto al secondo disco, segna in maniera indelebile la discografia italiana con un’uscita di grandissimo rilievo.
Le atmosfere sono dark, scure, soffuse, non brilla molta luce ma le ombre proiettano comunque immagini caleidoscopiche di grande varietà, dando vita ad un universo psichedelico di indubbio valore estetico. I contenuti sono originali, ricordando vagamente primi Pink Floyd, Yellow Swans e Birchville Cat Motel. Drone e avant-garde sono tra gli ingredienti più abbondantemente disseminati lungo tutti i nove brani, dal folk ultrapsichedelico di “Everything Is Smiling From The Ceiling” alla chiusura lenta e trascinata che strizza l’occhio a Burning Star Core e Hair Police (la title-track “Anguane”). Rispetto all’ottimo Yawling Night Songs la crescita è evidente, una rilettura senz’altro più originale di certo space rock à-la Motorpsycho, anche se le vere sorprese sono le lente e quasi militari “Harmonium” e Sargasso Sea”, che non risparmiano capatine in un genere che sta diventando piuttosto di moda nell’ambiente indie: il glitch di “La Corsa del Lupo”.

Il disco è vario, complesso, non manca di trascinare l’ascoltatore per i sentieri impervi dell’ambient e del drone, del post-rock e dello space. L’eccessiva presenza di diversi linguaggi è straordinariamente declinata in nove brani perfetti dalla prima all’ultima nota, come poche altre band, soprattutto in un panorama vuoto come quello nordestino, riescono a fare negli ultimi anni. Il viaggio personale di questa realtà onirica e ancestrale che sono gli Slumberwood non può che attestare il raggiungimento di un livello di maturità incredibile per la discografia italiana.

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ETICHETTA: Tannen Records
GENERE: Elettronica, avantgarde

TRACKLIST:
1. Another World
2. C12H17N204P
3. Free Tibet
4. Il Primo Volo Parte I
5. Il Primo Volo Parte II
6. Sinfonia (Preludio)
7. Sinfonia (Elettronica Contemporanea)
8. Hermes
9. Trismegisto
10. Musicogeny

Spettro visibile od udibile? Si direbbe quasi che tutta la cultura degli ultimi trent’anni in fatto di musica elettronica sia contenuta in questo lavoro di un duo (all’anagrafe Beltramini e Zattera), i Cyber Society, che se ne esce con un prodotto di grande qualità, la cui levatura scalfisce involontariamente tutti i dischi italiani più importanti nel genere per accostarsi a loro. Per scoprire tutto questo basta un ascolto, per abbeverare la propria mente di un miscuglio eterogeneo ma perfettamente congeniato di elettronica d’avanguardia, jazz, breakbeat, electrofunk, percussionistica tribaleggiante e schizzi classico-orchestrali. Solo dieci i brani, molti di più gli ingredienti che contengono. Vacillando tra distensioni quasi prog (“Sinfonia”) e rimbombi acid jazz (“Trismegisto”), ci si colloca agilmente negli spazi ancora liberi dell’avanguardia italiana, evitando tutta la fuffa dark resuscitata negli ultimi anni per proporre un vero e proprio manifesto di “elettronica contemporanea”, grazie ad una genialità nella composizione che stupisce da “Another World”, brillante quanto tetra introduzione (ma degna di questo titolo), fino al neo-ambient di “Musicogeny”, elemento che scorrazza lungo tutto il disco rendendolo variopinto anche grazie ad un range di suoni vastissimo che non risparmia i campionamenti al di là degli strumenti suonati, che comunque esistono e fanno un gran lavoro, fiati compresi. Schizofrenia puramente ambient è reperibile in “Free Tibet”, mentre con “Hermes” si emigra nella troposfera dei Portishead.
Poco spazio a qualche comunque scintillante momento danzereccio, mentre Aphex Twin e Four Tet insieme ad Amon Tobin brindano ad una nuova band ben contaminata dalla loro nevrastenia.

Uno dei migliori, se non il migliore, dischi di elettronica dell’ultimo decennio. Immancabile nella collezione di tutti gli elettronicofili.

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RECENSIONE ad opera di CLAUDIO MILANO
ETICHETTA: Setola di Maiale
GENERE: Avantgarde

TRACKLIST:
1. Vendetta
2. Radiodramma
3. Toilet Jazz
4. Parassita
5. Half Past Nine
6. Complotto
7. Blackswanbat

Il trio Fracture è composto da tre figure cardine dell’improvvisazione radicale milanese: Luciano Margorani, Luca Pissavini, Andrea Quattrini.
Dopo appena una session comune, i tre si riuniscono in studio e registrano questo disco in sole tre ore.
I riff di Luca Pissavini, al basso, pur granitici non rinunciano ad una agilità esecutiva eclettica ed ispirata, attenta al colore del suono in tutte le sue derive. La batteria di Andrea Quattrini è di contro liquida, sfuggente, estremamente tecnica ma mai invadente, quasi aerea, anche quando articolata in contrappunti matematici.
A Luciano Margorani il compito di dirigere le trame del suono. La sua chitarra dalle chiare influenze frippiane e frithiane, si manifesta più per l’attenzione al suono che non al fraseggio, nervoso e spezzato, su intervalli vicini e dissonanti o organizzato in progressioni minimali e ossessive.
Il nome del progetto appare una citazione della traccia conclusiva di “Starless and the Bible Black” dei King Crimson, disco nato da improvvisazioni live e uno dei manifesti del jazz rock evoluto degli anni settanta.
Il disco si presenta netto e risoluto e pian piano incontra dinamiche sempre più rarefatte e riflessive, sensibili, per quanto non sempre in grado di catturare l’attenzione di chi ascolta.
Ad aprire, una splendida “Vendetta!”, per chi scrive l’apice del disco, brano che coniuga in maniera energica, brillante e vitale il percorso dei King Crimson di “Red” e il suo dramma, minimalista, evocativo e ossessivo ad un suono più noise. In questa traccia si coglie la capacità di “comunicare”, di imbastire un filo del discorso attraverso gli strumenti in campo, coerente, diretto, emozionale ed efficace, pur attraverso valanghe di contorsioni, dettate da una tensione emotiva tenuta a livelli altissimi.
I brani che seguono invece, più che trasmettere un senso di compiutezza, sembrano nascere dalla ricerca di un territorio comune al trio. Se “Radiodramma” mostra geometrie trasversali coniugate ad un suono noise, “Toilet jazz”, imbastardisce il linguaggio afroamericano con il rumore europeo, tocca un tasto ma non lo sviluppa fino in fondo. “Parassita”, nelle progressioni di Margorani trova un felice terreno per un post rock evoluto di tutto rispetto. “Half Past Nine”, è davvero rarefatta nei suoi colori psichedelici, così tanto da apparire sfuggente. Così i primi minuti di “Complotto”, che pian piano trova un’energia maggiore nel finale, ma non una risoluzione decisa.
“Blackswanbat” è assieme alla prima la migliore traccia incisa dal combo. Su un fondale monolitico di distorsioni care al doom, al metal nordico e al seminato di John Zorn, si innesta la batteria di Quattrini, davvero irrefrenabile nel creare metastasi di un suono devastante quanto fascinoso. Chiara dunque l’alternanza di intuizioni estemporanee completamente a fuoco ad altre in via di definizione, che si spera trovino sviluppo in incisioni future.
Un suono, quello dei Fracture, che risulta più convincente nelle soluzioni più agili, ossessive e scure, capaci di creare un autentico magma nero pece, di un’identità forte per quanto non facilmente collocabile, cosa che rende solo onore a queste tre carismatiche figure.
Un plauso anche alla bella grafica di Stefano Giusto di Setola di Maiale, che produce il dischetto, per  quanto come non di rado capita con la produzione di alcuni cd-r, non tutti i lettori sono in grado di leggerne i contenuti, costringendo chi ascolta a ripiegare in un ascolto low-fi su computer. Poco male, data la qualità dei contenuti, la poetica ma anche la poesia, che accompagna tanto il progetto che la scelta di produzione.

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