Feeds:
Articoli
Commenti

Archivio per la categoria ‘ETICHETTA: Nessuna’

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: New wave, indie rock

TRACKLIST:
Terza Persona
Nel Paese degli Umani
Tutto Finisce all’Alba
Naufragheremo

Consultando la stampa riguardo questa band, si trovano molte critiche riguardo il nome: scontato per la scelta di includere il nome femminile, banale, scomodo. Pochi sanno che Non Violentate Jennifer è il titolo di uno storico rape & revenge movie di Meir Zarchi, di trentaquattro anni fa. Se si può considerare importante il nome di una band, lo si dovrebbe fare perlomeno sul piano del significato, cercando di riportare alla luce l’oscuro legame che connette l’identità onomastica di un gruppo e la loro produzione: su questo piano, pur provando ad illuminare a giorno il perché la new wave dei fiorentini riporti il pensiero indietro a quel sanguinolento film, si fatica, e molto. Ma la critica musicale dovrebbe occuparsi delle canzoni, giusto?
Questo EP, composto di quattro canzoni, è una prova sicuramente passabile. E’ pieno il sound, tra indie rock e new wave, sixties quando serve, anni zero quasi sempre, ma con uno sguardo al passato. Devoto ad un’estetica puramente curtisiana, sembra l’ennesimo revival ma cela un certo studio nei testi che non è cosa comune in questo genere. “Terza Persona” e “Tutto Finisce all’Alba” ingannano, grazie ad un saggio mimetismo, chi pensa che si tratti di normalissimi pezzi tirati all’italiana: le influenze sono anglosassoni, risalgono a qualche decennio addietro, e stanno non tanto nel sound ma nell’attitudine pre-punk rozzissima degli Who di My Generation. A salvare particolarmente questo disco, che non brilla certo per l’originalità, è la maniera grossolana ma efficace con cui si sono inserite un po’ dovunque velature e venature dark, malinconiche, cupe, tetre, come se piovesse. Ed ecco il ritorno a quel richiamo cinematografico, forse è questa la quadra…un lavoro che va ascoltato a dovere, come oggi non si fa più. Sforzo più che coraggioso, niente di nuovo sotto il sole, ma diciamola papale papale e senza gargarismi verbali né barocchismi…ci è piaciuto.

Read Full Post »

Recensione a cura di Andrea Marigo
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Blues rock

TRACKLIST
L’Onda
Dentro il Deserto
Corvi
Sarà Che…
La Nuda Danza del Sesso
Luna

Voto: 3/5

Il muro di suono che crolla a note.
Animo d’impatto.
Ritmo duro spastico e mente leggera

Eʼ questa la definizione che i Treremoto, trio padovano formato da chitarra batteria ed organo, danno di sè su carta e tramutano in note con questo primo Ep.
Il disco parte forte con L’ Onda, brano rabbioso e saturo che fa capire subito lʼ amore della band per il rockʼnʼroll dei ʼ70 ben infetto di blues.
Si passa a Dentro Il Deserto dove vorticosi riff di chitarra sfiorano la psichedelia, brano che  come in quello di apertura, ricorda le sonorità di band come Wolfmother e Black Keys, il tutto viene reso però abbastanza personale dallʼottima voce di Nicola, sempre  impeccabile ed incisiva, che tiene alti tutti i brani.

Arriva poi Corvi, pezzo più introspettivo rispetto ai due precedenti, che ricorda molto nella  sua prima parte gli Afterhours, stravolgendosi poi nel finale.
Sarà che.. e La Nuda Danza Del Sesso sono senza dubbio i brani migliori, molto ben strutturati, decisamente più personali, con interessanti cambi di tempo, dove il blues la fa da padrone.
Il primo lavoro dei Treremoto vede quindi sei brani accomunati tra loro da un filo conduttore, ma vari.
Accuratamente disposti in una tracklist ben strutturata che rende questo mini-album un lavoro ben finito, i tre rockers danno prova di sapersi muovere con una certa eleganza sui generi già sopracitati, arrivando a sfiorare in più di qualche episodio delle sfumature
sperimentali, come nella traccia di chiusura Luna.
Ponendo attenzione ad una migliore fase di produzione e limando qualche parte  dispersiva si può sicuramente arrivare ad un ottimo livello, gia decisamente buono per  quel che concerne questo primo lavoro.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautorato

TRACKLIST:
1. La Migliore che Ci Sia
2. Il Mio Rumore Bianco
3. Il Male Minore
4. Complicitè

sassi caduti dal cielo altro che fabbriche di desideri, altro che simbolo di educazione
sassi sparati da dentro un cannone

sassi tenuti lontano, sassi che a volte ti scappan di mano
sassi che portano rivoluzioni

“La Migliore che Ci Sia”, il brano inaugurale di questo EP, ci spiega subito a cosa si riferisce il titolo del disco. Questi sassi dal forte valore metaforico e allegorico, che ci guidano ad un album pieno di simbologie e di testi da digerire a fatica, dopo averli studiati bene. E’ cantautorato fatto con una certa cura, musicalmente impreziosito da una raffinatezza di toni e di maniere che lo rende quasi lo specchio lucido e luccicante della bellezza delle sue liriche. “Il Male Minore” e “Il Mio Rumore Bianco” serpeggiano verso direzioni più languide e malinconiche, dalle parti di certo grande dream-pop d’oltreoceano e oltremanica, e “Complicitè” regala all’album la veste candida e semplice che il suo bilinguismo (italiano-francese) tende ad appesantire. La tristezza rabbiosa di alcune parti dei testi non basta a mettere di malumore: questo disco è veramente una spiazzante sorpresa, incipit, si spera, di una sua espansione che derivi verso territori sempre così originali e intensi, con la possibilità di raccontare più cose con una durata maggiore.
Lo sbigottimento non è mai troppo, di fronte alla musica ben fatta che latita sempre di più nei nostri stereo. Ascoltare questo EP è la sconvolgente prova che la nostra scena cantautorale è finita: il capolavoro-eccezione che conferma la regola che, non a caso, proviene da Pisa. Squisito.

Read Full Post »

Recensione a cura di Claudio Milano
ETICHETTA: Autoproduzione

LINEUP:
- Julian Julien / alto sax
- Vivien Philippot / tenor sax
- Patrice Cazeneuve / trumpet
- Jennifer Quillet / trumpet
- Jon Lopez de Vicuna / Electrified baryton sax
- Lorenz Steinmueller / Electrified tuba
- Benjamin Vairon / drums

Progetto, segnalatoci appena oggi, ispirato al libro Tomorrow in the battle think on me di Javier Marias che si presenta con inedite geometrie di fiati ad aprire questo dischetto dal vivo assolutamente imperdibile per ogni estimatore che si rispetti del Frank Zappa di Hot Rats, dei Gong di Flying Teapot e capace di rinnovare, mai così intenso, il ricordo della generazione più viva del Canterbury sound fuso al jazz rock degli anni ’70, alla psichedelia più legata a suoni analogici e “astrali”, qui dovuti all’elettrificazione di fiati, all’esperienza degli Air e ad arrangiamenti mediati dal Rock In Opposition più oscuro e meno cerebrale (Magma), le musiche per matrimoni e funerali di Goran Bregovic. Il tutto, non bastasse, data la combinazione degli elementi citati, riletto con un’ identità fiera e assolutamente originale, cosa più che rara di questi tempi in cui l’identità progressiveè ormai relegata a clichè antichi, discutibilissimi, quanto distanti da un contesto socio-culturale autenticamente contemporaneo. Già la formazione è di per sé quanto di più bizzarro e interessante ci sia stato dato da ascoltare e accogliere ad oggi: sei fiatisti (in qualche caso, come anticipato, elettrificati) e una batteria. Assenti basso (il cui ruolo è spesso affidato a una tuba), chitarra elettrica (qui appannaggio di un sax baritono, of course, elettrificato), tastiere, voci.

Per quanto la musica si riveli da subito nella sua forza espressiva è con Partie V e Partie XVI (qui assolutamente eccezionale il contributo di aerofoni) che la musica dei Fractale del compositore e in questo caso la definizione è assolutamente appropriata, Julian Julian, prende quota e si rivela nella sua essenza più autentica, carica di elementi di interesse. Intervalli inusuali ma mai sgradevoli; capacità di creare atmosfere suggestive, imponenti talvolta quanto sfuggenti, ma mai trionfali e fini a sé stesse; organizzazione formale delle composizioni compatta e mai prevedibile. Al tutto va aggiunta la capacità di gestire il colore musicale in maniera davvero affascinante, da pittori e architetti al contempo. Da segnalare, come cameo, il solo di sax alto dello stesso Julien in Sans-Papiers, sostenuta da un ostinato di tuba e sax baritono che rimane nella mente a lungo e la litania funebre ritmata, della conclusiva Clementine. Altro punto a favore, il dono della sintesi, questa release dura meno di 30 minuti, cosa che a fronte della natura della musica, risulta solo un pregio, tale da non portare a definire il dischetto un EP, ma un album completo, così come nella tradizione più attuale (ricordo diversi, acclamati, album italiani degli ultimi anni, di 12- 20 minuti presentati come dischi compiuti, a testimonianza che ormai, finalmente, non è la durata, ma il contenuto di un lavoro a giustificarne il valore).

Unico neo di Suranné, invece la scarsa profondità nel mixaggio e nel mastering, l’artwork amatoriale, che certo non scoraggerà chi deciderà di avvicinarsi ad un progetto talmente valido.

Un disco probabilmente non “bello” nell’accezione comune del termine (è un po’ come mettere sullo stesso piano un capolavoro del cinema indipendente e un film hollywoodiano), ma che rimane nella mente assai a lungo scavando un posto tutto suo, come solo la creazione autentica o ARTE, termine odiosamente abusato al punto tale che ormai se ne sono perse le coordinate, è capace di fare ed essere. Uno dei dischi più ed emozionanti e di maggiore interesse realizzati fin qui giuntoci, pur con ritardo, nel 2012.

Voto? 7,5 approssimato ad 8 sulla base di una musica che di giorno in giorno si ricava uno spazio nella mente e in quell’astrusa cosa che chiamiamo… “anima”, sempre più grande e vero.

Voto: 8

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Spessi Muri di Plastica
2. Giorno Grigio
3. Profonde Tracce
4. Pioverà
5. In Duello Libero
6. Le Mie Mani

Gli Hacienda se ne vanno e lasciano spazio agli Huno. Il garage rock anni sessanta/settanta di prima fa un balzo in avanti di qualche decennio per assestarsi intorno all’universo litfibiano meno new wave, con tanto di distorsioni più legnose che ricordano sia i Timoria che, un gradino sopra, gli Estra e i Ritmo Tribale. Attualizzando un po’ il discorso possiamo parlare dell’ennesimo revival, degli anni novanta che sono i nuovi ottanta nella classifica dei periodi più imitati, ma il progetto degli Huno più che di copia è di revisione, cercando uno stile personale che riesce addirittura a connettersi con quello dell’esperienza precedente, i già citati Hacienda. Non mancano infatti alcune chitarre a cavallo tra Iggy Pop, Husker Du e Rolling Stones. Migliore del lotto è “Pioverà”, con un’intensità degna del Renga dei migliori tempi e liriche spettacolari. “In Duello Libero” è uno dei brani più spinti, una marcia violenta in sospensione tra i primi Afterhours e i Marlene Kuntz più ruvidi, che mette in mostra la voce intensa, piena ma comunque limpida di un Giacomo Oro in grande spolvero. La title-track sta nel mezzo, tra energia e melodia, a simboleggiare le due anime del disco, pur mantenendo quel nervosismo di base che lo associa di diritto alle band sopracitate.

Niente di nuovo sotto il sole, ma si intravede una decisa volontà di oltrepassare la citazione per andare verso qualcosa di più personale. Un Ep che lascia intendere svolte più che interessanti, mentre alla sua mancanza di originalità fa da contraltare l’immancabile presa che l’alternative rock italiano fa sui fan delle vecchie glorie menzionate nell’articolo: una scena che prospera grazie anche al suo continuo e puntuale ripresentarsi negli annali. Debutto di qualità.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Calamite (Per Pazzi)
2. Le Noie
3. La Linea di B.
4. Sfintere

Quattro pezzi in questo EP dei bresciani, esordio dalla piccola confezione come ormai è cattivo costume di un po’ tutti nel paese del mancato ascolto dei dischi. Si naviga dalle parti di un alternative rock di derivazione grunge, con evidenti legami, affettivi e storici, agli anni novanta. Tra Alice In Chains e Smashing Pumpkins (“Sfintere”), con laconiche boutades hard rock stile The Wildhearts (“Le Noie”, “La Linea di B.”), i Samsara sbandano tra diverse direzioni, in sovrannumero rispetto a quanto si può aspettare da un EP compatto e rappresentativo, non palesando la vera anima della loro musica. Dalla loro una capacità tecnica e una carica degna delle migliori formazioni di Seattle, rara in Italia, e un intrigante quesito sul primo full-length che potrebbe bocciarli ma, stando alla qualità di alcune composizioni (in particolare la opener “Calamite”) anche recuperarli e consacrarli come una band fondamentale. Staremo a vedere.

http://www.samsaraband.it

TOUR ESTIVO:
29.06 – Capannone Rock Festival, Gardone Valtrompia (BS)
30.06 – Summersize Festival, Rezzato (BS)
14.07 – Vinile 45, Brescia

Read Full Post »

Recensione di GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Crossover

TRACKLIST:
1. Rasa
2. Vega
3. Mast
4. Cata

Voto: 5.5

Primo EP autoprodotto per i Buena Madera, giovane band nata nella bassa padovana intorno al 2006. Il trio ha già ben chiare le proprie idee e l’obiettivo da raggiungere, ovvero ottenere un sound personale districandosi tra i generi più disparati, partendo da una base di rock pesante; praticamente il tipo di mix che in passato ha reso grandi act quali Faith No More e Dillinger Escape Plan.
Le quattro tracce presentate sembrano più il risultato di una jam session che vere e proprie canzoni, poichè la band non bada per niente alla forma ma solo all’istintività. Le strutture variano continuamente passando da un genere all’altro a seconda dell’intuizione del momento, generando un sound schizofrenico e caotico. Ad aprire l’EP è “Rasa”, pezzo dalle sonorità acide ed alienanti. La traccia si presenta con dei riff contorti accompagnati da una voce stridente a cavallo tra Mastodon e Dillinger Escape Plan; dopo pochi minuti invece cominciano ad insinuarsi divagazioni strumentali dal vago sapore sabbathiano.
Il brano è discreto ma non riesce a destare più di tanto l’attenzione dell’ascoltatore.
Ottima invece la successiva “Vega” che miscela generi all’opposto come la nwobhm e lo stoner sfoggiando dei riff melodici molto accattivanti, la migliore del lavoro. La noisy “Must” e la strumentale “Cata” chiudono il cerchio ma risultano meno compiute delle precedenti.

In conclusione possiamo dire che i Buena Madera potrebbero dare soddisfazioni visto che la basi per sviluppare uno stile originale ci sono tutte. Per progredire hanno assolutamente bisogno di trovare il compromesso tra una struttura musicale più ragionata e la furia che hanno espresso in questo EP, dopodichè potremmo vederne delle belle.

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Noise Rock

TRACKLIST:
01. La ballata di Belezebù
02. L’illusionista
03. l burattinaio
04. Il nano
05. Il pensatore
06. Il rimorso
07. Le streghe
08. Giuda o la notte della luna vergine

La Ballata di Belzebù è noise dagli inferi. Una tensione violenta, rossa per il fragore dei suoi schiamazzi e delle sue virulente sferzate, vibrante di un nervosismo che la (iper)tende tutta dalla prima all’ultima nota. C’è un’enciclopedia di italianità noise, art-rock, grunge e alternative in questo progetto, un’odissea infinita che parte dai primi Litfiba non new wave, abbraccia l’evoluzione da CCCP ai CSI di Ferretti e Canali e infine si destruttura nei Jesus Lizard plagiati dal Teatro degli Orrori. La cattiveria cruenta e crudele di alcuni testi, visceralmente interpretati, riconduce magistralmente ad un punk teatrale un’originale verve poetica sospesa tra grida, aneliti di liberazione e la voglia di detronizzare i soliti nomi dall’universo noise troppo conosciuto e piegato al post-rock d’oggidì. Banale e stantìo, come questo disco non è. La sua reale presa di posizione contro gli schematismi è evidente in ogni riferimento colto e in ogni nota di originale incazzatura. Non dimentichiamo che parliamo di Luca Martelli.

Lavoro di tutto rispetto, da introdurre cautamente via endovena. Senza pensare prima di agire. Fantastico.

Read Full Post »

Buongiorno a tutti.
In questa edizione di IN BREVE ci siamo dedicati a ben quattro dischi che abbiamo avuto modo di sentire ultimamente. Con diverso livello di gradimento abbiamo comunque deciso che era il caso di parlarne, e questo è il risultato. Vi consigliamo comunque di procurarveli perché, a loro modo, Tunatones, Digit, Fadà e Roberto Scippa fanno tutti della musica di qualità. Che poi ci siano delle riserve, questo è un altro discorso e lo scopriremo insieme.
Sulla buona musica non si sputa, quindi buona lettura.
Una noticina prima di lasciarvi leggere: tutti e quattro i dischi sono spinti nei media da Synpress, che ringraziamo per averci concesso di parlare di questo ottimo materiale.

TUNATONES – iTUNAS! (Prosdocimi Records, 2012)
E’ quasi impossibile anche solo pensare che il surf rock sia ancora di moda. Eppure lo è: i Tunatones, dopo una super surf hit come “Spicy Barbara” tornano con un full-length di undici brani, iTunas!, autoprodotto ma con il master affidato all’imprescindibile Ronan Chris Murphy, che lavorò con King Crimson e Tony Levin, tra gli altri (da tempo alla scoperta di band italiane da produrre o registrare). Dentro iTunas! tutta la verve dei veneti, tra rockabilly, surf e blues rock (“Party By The Pool”, “Letter of Love”, “Mafia e Sti Cazzi”), il tutto confezionato in canzoni orecchiabili che non mancheranno di far ballare la folla scatenata degli ambienti più garage. Gli arrangiamenti sono tutti molto puliti e così anche la registrazione, che non manca di mostrare un sound molto più definito che in passato e di portare compattezza dentro un genere che nonostante alcune venature ruvide beneficia anche di una certa levigatezza dei suoni (di sezione ritmica e chitarra, in particolar modo). Non si griderà certo al miracolo-originalità, ma siamo di fronte ad un album molto interessante per i cultori di un genere mai defunto e che continua a ripresentarsi puntuale nelle balere surfabilly. Una chance è obbligatorio dargliela: non si discute.

DIGIT – DIGIT (Skipping Musez, 2011)
Al panorama emiliano non mancano certo le grandi band. Se questo da un lato non facilita l’esplosione di nuovi nomi in una scena dominata dal mucchio di artisti nuovi e (soprattutto) vecchi, rimane comunque spazio per una critica più oculata che si occupi di scavare a fondo. E’ lì che si trovano i Digit, interessante formazione ferrarese che con le sei tracce di questo ben confezionato self-titled fatto di palesi ispirazioni rock che però si fondono con l’elettronica commerciale all’italiana, quella dei Subsonica (ma anche del loro progetto collaterale Motel Connection), si presentano in maniera chiara e pulita, personale, mentre anche uno sguardo a un certo synth-pop non manca (“Re di Picche”), per celebrare atmosfere che attingono più sensibilmente agli eighties che ai novanta, come invece fa gran parte del lavoro. I brani, tutti molto corti (il range è da 02.53 a 03.55), aiutano la digestione dei medesimi, cuciti in maniera da risultare non solo orecchiabili ma anche radio-friendly, facili da introiettare e comprendere: “Farfalle su Budapest” e “Camaleontica”, i due pezzi meglio riusciti (e quelli che ricordano di più i torinesi di Samuel e soci), spiegano benissimo cosa questo disco voglia comunicare e si classificano come riuscitissime ballad electro-pop dal sapore intenso, non mancando neppure di risultare introspettive e profonde. Qualche derivazione di meno e un pizzico di originalità extra e il loro prossimo full-length sarà veramente degno di nota, ma anche questo le “bestie” (titolo del discreto brano in chiusura) non scherzano. Attesi al varco.

ROBERTO SCIPPA – VAGANDO DENTRO (Autoproduzione, 2011)
Cantautorato di grande classe, abile sia nelle parti più malinconiche che in quelle più tese a raccontare una facile storia, per tredici brani che nella loro semplicità non risultano mai banali, andando in profondità nel trascinare l’ascoltatore nell’emozione che ogni singola nota è incaricata di suscitare. Si nota, dall’altra parte, una certa debolezza dell’impianto strumentale, che tende a inabissare certe buone canzoni dalle splendide liriche (“Il Mio Corpo di Cristallo”, “Un Re”) ma in generale il disco è più che sufficiente, grazie ai riferimenti alla quotidianità che tanto piacciono in questo periodo e che, effettivamente, se fatti bene come in questo caso, sono in grado di penetrare a fondo nella coscienza del musicofilo attento (“Canzone al Lavoro”, su tutte, tra l’altro uno dei migliori brani del lotto). Le tematiche, peraltro spesso trattate da moltissimi cantautori nell’ultimo decennio, non hanno una visione molto aperta e personale, ma sta all’ascoltatore intravedere qualcosa di proprio in questi testi, senz’altro lontani dall’essere banali, mentre un giudizio severo s’ha da esprimere sulla povertà di alcune scelte lessicali. Il fatto che certe mancanze non pregiudichino comunque l’arrivo del messaggio facilita la comprensione dei testi e aiuta nel valorizzare quanto di buono c’è in questo disco: dei pezzi facili da digerire alla cui orecchiabilità, talvolta, non si scampa (“In Un Giorno del Duemila”, “Una Stella Danzante”), aggiungendo quel tocco folk ad un’ambientazione che anche nell’artwork assume un colorito autunnale e bucolico.
Realista e mai troppo pessimista, Vagando Dentro è un disco complesso, non ingombrante e proprio per questo di ampio respiro, che nei suoi alti e bassi trova anche tantissimi motivi per essere ben ascoltato, per poterlo capire e andare a cogliere la capacità di sintesi di un ottimo songwriter che sulle lunghe distanze può ancora crescere e produrre un vero capolavoro. Notevole sforzo. 

FADA’ – POLVERE DI MUSICA (Autoproduzione, 2012)
Polvere di Musica è l’ennesimo sforzo italiano di calarsi nel mood synth-pop più tipicamente straniero. E non è un difetto. William Fusco, ovvero Fadà, esplora mondi che tutti conosciamo con duttile ironia, un labile e tagliente umorismo e una certa dose di fantasia. Eclettiche sono le liriche (“La Donna Cervello” è di per sé un vero gioiellino), ma anche gli arrangiamenti, saltando qua e là in generi completamente diversi (l’hip-hop della già citata La Donna Cervello, la danzabilissima disco-ballad “Like a Danz”, il folk-cantautorato di “Perfect Face”, ecc.), ma mai distaccandosi da una sede elettronica che sembra fare da sfondo anche laddove è assente. La scelta dei suoni cauterizza la ferita lasciata dall’impatto troppo brusco di alcuni cambi repentini di registro, variazioni un pochino forzate che però non guastano nel dare al risultato finale una consona valorizzazione: Fadà ha prodotto un bel disco, intelligente, sardonico, stiloso e nel duemiladodici, di queste cose, c’è ancora bisogno. E del resto i viaggi siderali di “Cinemà e le Pazze Stelle”, il balletto modaiolo che ispira “L’Antidoto” e la storiella per tutti “Il Cappellaio Matto” sono tutti ingredienti segreti di una pozione magica che rende questo disco veramente interessantissimo al di là di un’assenza di particolarità che lo classifichino come qualcosa di originale e nuovo. Non lo sarà, certo, ma a noi la sua varietà e la sua spontaneità sono piaciute.

I FACEBOOK DELLE BAND
https://www.facebook.com/fadamusik
https://www.facebook.com/pages/Tunatones/181515525204907
https://www.facebook.com/officialrobertoscippa
https://www.facebook.com/digitofficial

LA MUSICA DELLE BAND



Read Full Post »

Recensione a cura di RENATO RANCAN
ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Post-punk, hardcore, emo

TRACKLIST:
1. Majorana Aveva Ragione…
2. …Eppure Aveva Torto
3. Incontrarsi a Copenhagen
4. Punto Omega (Dove il Cuore è Lontano da Tutto)
5. Punto Omega (Il Lamento del Tempo)

Heisenberg e il principio di indeterminazione, se ci si avvicina troppo non si può più sapere con esattezza la velocità e la posizione di quello che si osserva, la scienza non avrebbe mai voluto scoprirlo, l’impossibilità dimostrata di non poter conoscere in maniera determinata il mondo.
L’angoscia di questo si riflette nell’EP degli Heisenberg, cinque brani incerti, un continuo rimestarsi, riff ripetuti per pochi secondi che esplodono per poi ripartire con nuovi riff che poco hanno a che fare coi precedenti, ci si trova senza punti di riferimento, un elettrone visto da troppo vicino.
Le coordinate della band sono puramente post-punk hardcore, con pure qualche fastidiosa punta emo, cantato in italiano che vuole rifarsi al primo Emidio Clementi, impresa difficile, e a volte si cade nella pretenziosità, si cerca di mostrare il rapporto emotività-razionalità ma manca la poesia dei meravigliosi Altro.
La produzione è strana, per il genere dovrebbe esser molto scarna, e dal punto di vista dell’equalizzazione lo è, ma si trova pure un’abbondanza di riverberi e chorus che rendono insolito e poco piacevole l’ascolto, suoni impersonali tra gli ’80 e ’90 che non aiutano canzoni senza capo né coda, la non linearità va bene ma l’ispirazione è solo a tratti, seppur in qualche momento di alto livello come l’inizio di “Punto Omega (Il Lamento Del Tempo)”, probabilmente brano migliore del lotto, e si finisce a pensare non a musica indeterminata ma ad un gruppo indeterminato, senza equilibrio.
Difficile affezionarsi ai pezzi, troppa disomogeneità e cambi di atmosfera in apparenza forzati, ed è un peccato perché con un approccio più a fuoco potrebbero venir fuori ottime cose, la carne c’è, e i ragazzi seppur giovani sanno suonare bene, il post punk non si sa perché viene proprio bene agli italiani, uno di quei pochi generi in cui non dobbiamo invidiare l’estero.
Tutto sommato non si può però promuovere questo lavoro, eccessivamente acerbo e sconclusionato, se si aggiunge che i migliori momenti son quelli più derivativi e legati al genere le speranze non sono molte, ma l’energia c’è e attenderò con piacere una loro nuova uscita, le potenzialità inespresse sono molte, devono solo sbocciare stando attenti di non cadere nell’emo più commerciale.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Nu metal, crossover

TRACKLIST:
1. Intro
2. Rendendo Grazia alla Farmacia
3. Amigo
4. Audrey
5. Mi Odio
6. Tempo A Se
7. Terre Umide
8. Il Tuo Ruolo
9. Ignoti Volti di Gesso
10. Bornthenreborn

L’Italia musicale migliore non è mai stata quella crossover, genere che nonostante qualche esponente di grande caratura ha sempre faticato ad affermarsi nello Stivale; nel suo periodo di massima espansione, sia mediatica che di affetto da parte del pubblico, ha visto proliferare band in tutto il mondo, con contaminazioni metal, elettroniche, hip hop, punk, che lo hanno esteso verso tutte le direzioni possibili, prosciugandone completamente le capacità evolutive e riproduttive.
Ora, Syncoop è un progetto molto interessante, soprattutto perchè, dicevamo, Linea 77 a parte, in Italia questo tipo di nu metal ha avuto una scarsa diffusione. Sicuramente viviamo un periodo in cui le folle sono orientate verso altri tipi di contesto, ma lo zoccolo duro di ex fanatici dei Korn, dei Rage Against The Machine, ma anche dei più commerciali Linkin Park è rimasto, e può gradire anche una band leggermente più complessa come questa. Fate Come Se Non Ci Fossi è il manifesto di quella scena a cavallo tra anni novanta e duemila, i primi Korn che hanno influenzato anche band fuori dal settore (come gli italianissimi Deasonika, band che nella strofa di “Rendendo Grazia alla Farmacia” viene rievocata in maniera molto distinguibile), e quelle band più “metallose” come gli Ill Nino, ricordati dallo screamo utilizzato in “Amigo” e in altre sezioni di “Audrey” e “Terre Umide”, brano con qualche influenza più punkeggiante che in parte si connette con le sonorità del Teatro degli Orrori (non per il sound, quanto per la struttura). I testi sono senz’altro un appiglio notevole per chi li vuole ascoltare non solo per le musiche, devastanti ed intense per la maggior parte, grazie a distorsioni granitiche e ritmiche violentissime, utilizzando un linguaggio a suo modo forbito, lontano dalla superficialità e dalla volgarità di alcune formazioni analoghe. Trema un po’ la base su cui si fonda il tutto, ormai anacronistica quando tocca certi tipi di screaming e di riffing, ma è logico quando si parla di crossover. Rimane un disco ben fatto, rivalutabile anche a partire dal suo essere una semplice autoproduzione, priva di grandi mezzi a risollevarne la qualità come accadeva per le band mainstream più affermate nel contesto nu.
Il disco è di forte impatto, anche psicologico, grazie a dei testi che approfondiscono alcune tematiche sociali di rabbia generazionale-adolescenziale. I riff contribuiscono a figurarsi immaginifiche e vivaci esecuzioni live, mentre le vibranti liriche altalenanti, come da tradizione, tra melodia e urla sgraziate, connettono il lavoro sia al panorama emo che a quello metallaro. Insomma, un disco apprezzabile lungo semirette diverse, con orizzonti ancora da esplorare e la possibilità di raggiungere sia le nicche che il grande pubblico. Dipende da loro.

FACEBOOK UFFICIALE
DATE TOUR
27.01 CACAO, Crespano del Grappa (VI)
03.02 TNT, Belvedere di Tezze sul Brenta (VI)
04.02 YOURBAN MUSIC LAB, Thiene (VI)
+ altre date da confermare

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Pop cantautorale

TRACKLIST:
1. Libera Estate
2. Hold Me Tight
3. Segno del Destino
4. Ciao Come Stai
5. Crossfinger
6. Il Ferdinandeo
7. La Fine del Mondo
8. Magic 39
9. Prega Per Noi
10. Second Choice

Definire un disco pop nel duemiladodici può significare vezzeggiarlo ma anche criticarlo. Sarà che spesso questa etichetta si appiccica sempre più spesso a prodotti di scarso valore e che proprio per questo vendono, ma il suo significato dovrebbe essere quello di avere un contenuto “popolare”, accessibile, orecchiabile, se vogliamo alla portata di tutti. E’ proprio questo Miticaffé, del triestino Lorenzo Fragiacomo, un cantautore che ha deciso di raccontare alcune delle storie del suo vissuto personale, rielaborandola con un linguaggio volutamente semplice e una superficie ombrosa, un’atmosfera cupa e tetra che malcela la solarità di alcuni momenti più sconsolati, come l’apertura di “Libera Estate” e il divertissement semi-estivo di “Hold Me Tight”. Nei dieci episodi di questo lavoro fanno la loro comparsata numerosi interlocutori, distesi lungo innumerevoli storie che portano con la genialità della semplicità cantautorale tipicamente italiana (Paolo Conte, il Luca Carboni meno oscuro, il Vinicio Capossela meno schizzato) all’esplorazione di un mondo pesantemente intriso di quotidianità e realismo, percorrendo le ripide vie del romanticismo e dell’estetismo per tracciare testi facili da comprendere e storie in cui chiunque può immedesimarsi, pur non comprendendo tutti i riferimenti geografici che non si rifanno solo a Trieste (sbucano anche La Spezia ed altri toponimi). “Il Ferdinandeo”, “Prega Per Noi” e “Ciao Come Stai” sono le tracce più evocative, forse anche le più adeguate a descrivere, con la banalità di un italiano striminzito e ripulito, sentimenti, amarezze e delusioni di persone comuni. Comuni come le tracce, che portano con loro una genuinità dal gusto tipicamente pop che sa di “storia da bar”, da caffé italiano come le nostre strade sono piene, luoghi d’incontro che anche nella musica possono essere vivide e immaginifiche realtà dove scambiarsi informazioni, episodi ed esperienze di vita.

Read Full Post »

RECENSIONE DI GIACOMO “JACK” CASILE
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative Rock

TRACKLIST:
1. New York Isn’t Cool Anymore
2. Ai Piedi di Lei
3. Cara Desy
4. Tutto Cambia
5. Isterico (Hai 1000 Modi) – PART 1
6. Isterico (Hai 1000 Modi) – PART 2
7. E’ Ora di Uscire
8. Non E’ Importante
9. Slow
10. Oppio
11. Siete Fatti per Applaudire l’Ovvio
12. Devo Metter Via la Fretta
13. E’ Finita l’Era delle Ragazzine
14. No
15. Londra non Esiste

I Re-verbero sono un trio padovano alternative rock nato nel 2006 per volontà di Andrea Marigo (voce e chitarra), Alberto Lunardi (batteria) e Guido Scapoli (basso). Dopo aver compiuto i primi passi nella scena underground italica con il demo “Salva Quel Che Puoi” del 2008 e il successivo mini album “E’ Finita l’Era delle Ragazzine” del 2009, la band giunge finalmente al fatidico primo full-lenght dal titolo “No”. La musica proposta da questi ragazzi ricorda moltissimo quella dei nostrani Verdena, soprattutto per quanto riguarda la voce e i testi; però all’ascolto di questo “No” si intuisce il desiderio di voler sperimentare e far evolvere il progetto per raggiungere uno stile più personale. Elemento che sin da subito colpisce è la produzione; ho trovato molto interessante l’idea del gruppo di optare per un sonoro ruvido e poco curato, da ripresa live, per poi arricchirlo qua e là con synth atmosferici. In un mare di iper-produzioni scintillanti e curatissime, questa dei Re-verbero risulta una scelta coraggiosa e gradita anche perchè riuscita bene. Per quanto riguarda la tracklist invece se da una parte si possono notare interessanti esperimenti sonori come nelle atmosferiche “Tutto cambia” e “No” dall’altra assistiamo ad episodi piuttosto derivativi o poco incisivi come “Cara Desy” e “Siete fatti per applaudire l’ovvio”.
In alcuni dei momenti più duri la band dimostra buone potenzialità; infatti, il garage rock ad alto voltaggio di “New York Isn’t Cool Anymore”, lo stoner di “E’ Ora di Uscire” e “Londra non Esiste” risultano tra i brani più riusciti anche se l’ombra del già sentito aleggia su tutte queste canzoni. Con “Ai Piedi di Lei”, invece, il gruppo riesce a trovare un’ottima alchimia musicale; la traccia risulta la migliore del lotto e la più rappresentativa visto che miscela i vari tipi di sound presenti nel disco sfoggiando una struttura ben congeniata che va in crescendo. Canzoni come “Non è Importante” e “Devo Metter Via la Fretta” invece sono delle ballate malinconiche che ricalcano in toto sonorità alla Verdena. Per concludere possiamo dire che questo “No” è un’album per metà discreto grazie ad alcuni brani che presentano spunti interessanti, dall’altra metà invece ancora troppo impersonale e anonimo. Però considerando il fatto che la band è ancora molto giovane, si tratta di una prima prova sufficiente e ci si deve soffermare perlopiù sui lati positivi. C’è una discreta base su cui lavorare, spetta solo alla band migliorare di volta in volta sia dal punto di vista tecnico che dell’originalità.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautorato

TRACKLIST:
1. Spreco Spazio
2. Depurazione
3. Bangkok Blues
4. Memorie Underground
5. Forme Lese
6. Annullami
7. Capovolti
8. Gelo di Gola
9. Notte d’Inganni
10. Parlami del Mare
11. DogVille

Salvo Ruolo, tra le diverse alternative che la rosa dei giocatori in campo nella squadra del cantautorato italiano ci propone, è la scelta “concettuale”, quella dall’animo malinconico ma riflessivo, che può raccontarci storie di viaggio e di meditazione come Bob Dylan, ma anche come Robert Clark Seger, senza la banalità del nuovo esercito dei qualunquisti e con il giusto spessore sia musicalmente che letterariamente. E in lingua italiana, che non è poco.
Vivere Ci Stanca è un disco che tende all’eccesso, dilungandosi soverchiamente, ma solo dopo ripetuti ascolti di tutti e dodici i suoi bei capitoli se ne coglie quella splendida essenza che malcela anche una semplicità nei linguaggi, una certa orecchiabilità e una distensione nei toni che non è solo estensione, ma anche profondità. Accollandosi anche il rischio di osare. Geometrie sonore a parte, le atmosfere sono scure, nell’orbita del blues personalizzato di certe produzioni di Van Morrison, Johnny Cash e Neil Young, con tutte le venature folk del caso. Gli arrangiamenti sono però gonfiati, nell’ambito di una musica popolare che sia facilmente fruibile pur mantenendo una certa rilevanza, contenutisticamente parlando; a dare colore e tono partecipano anche influenze di stampo psichedelico, come il periodo sydbarrettiano dei Pink Floyd, le schizofrenie meno celebri dei Beatles (alcuni momenti di Magical Mystery Tour e Sgt. Pepper’s) e i novelli Flaming Lips. Ma i condimenti più tangibili vengono dal mondo elettrico, sempre blueseggiante ma con trattamenti americani molto tiepidi e roboanti, sostenuti nelle ritmiche e nel biascicare intrepido del “capobastone” di questo progetto (“Memorie Underground”, “Bangkok Blues”), spingendo l’acceleratore in maniera particolarmente evidente solo in “Depurazione”, mentre si frenano gli istinti più impulsivi della narrazione ferrettiana/godaniana (più concretamente visibile/udibile in “Spreco di Spazio” e nella title-track) in “Parlami del Mare”.

Il valore di questo progetto è già ampiamente percepibile, palpabile anche grazie ad una dinamicità molto corporea che ne tramuta l’indolenza nostalgica in una fisicità complessa e diretta, che raggiunge chiunque anche a pochi istanti dall’ingestione. Dandone anche per scontata l’ulteriore maturazione, non ci resta che darci ad una comoda attesa.
Se “vivere ci stanca”, ascoltare buona musica come questa non lo farà tanto facilmente.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock, rock italiano

TRACKLIST:
1. Big Bonanza
2. Svegliati Enrico
3. UFO
4. Come un Bambino
5. Pseudo Kidney
6. 1999
7. Bananarama
8. La Fine e’ l’Inizio della Fine
9. Zooxantelle
10. In un Attimo
11. #21

E’ un po’ il destino di tantissime formazioni italiane quello che temo toccherà anche ai Maieutica, ovvero finire nel dimenticatoio delle tante band che tentano invano di battere le strade dell’alternative rock nostrano, sebbene alcuni possiedano la cosiddetta “marcia in più”. Non essendo noi qui per fare previsioni, passeremo direttamente a parlare di questo L’Età dell’Oro, e di perché secondo noi di The Webzine semmai le conseguenze fossero quelle nefaste citate sopra, noi saremo i primi a dire che i lametini invece meriterebbero di essere al pari di molte di quelle band che nella loro cartella stampa campeggiano alte.
Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena, e compagnia bella vengono, come sempre più spesso accade, innalzate a desiderato metro di paragone per comprendere il disco ma stavolta il tutto risulta una forzatura; con la produzione pulita e nitida di Dario Brunori, forte anche di un’esperienza alternative passata coi celebri ed apprezzabilissimi Blume, quello che ci consegnano è una sorta di frullato degli anni novanta che non sfugge all’influenza di nessuna delle grandi corrente che in quel periodo andavano forte: il post-hardcore dei Fugazi, il post-punk/indie dei Wire e dei Pavement, il neo-grunge italiano dei Verdena, dei Karnea e di tutti i loro imitatori; non mancano neppure il noise di Slint e Sonic Youth, il primo grunge non-nirvaniano di Smashing Pumpkins, Pearl Jam e le rispettive involuzioni in Bush e Silverchair. Rimescolate tutto in una chiave molto più italica, e avrete i Maieutica.
Le chitarre sono tirate, potenti, caustiche, e le plettrate sono abbandonate spesso a rumori istintivi, quasi animaleschi, che se non richiamano Thurston Moore richiamano perlomeno il chitarrismo più possente del primo periodo di Johnny Greenwood e Ed O’ Berien; la batteria sempre molto composta si aggira su tempi semplici ma cambiando spesso registro, accompagnando splendidamente e in maniera indubbiamente originale tanto le parti più melodiche che quelle più violente. La voce, forse l’elemento a cui è concesso rivendicare meno spazio personale, sbandiera con difficoltà le sue capacità, certamente più di quelle che qui si sentono, ma in tutti i brani una certa ristrettezza tematica dei testi è ben bilanciata da linee vocali sempre adeguate al contesto, in grado di dare il giusto tono a tutti i livelli di intensità dell’album. A ricordare veramente gli Afterhours ci pensa la furia di “Big Bonanza”, pezzo d’apertura che è anche uno dei migliori del disco, sicuramente il più adeguato a descrivere i linguaggi scelti dalla band per incidere la loro versione dell’alternative rock all’italiana. Il vero manifesto è però “La Fine E’ L’Inizio della Fine”, che possiede anche l’approccio più radiofonico che dona un’ulteriore chiave di lettura a questo brillantissimo lavoro.

I riflettori sono puntati. Ora che dai Maieutica ci si aspetta un’ulteriore salto di qualità sarà difficile non deludere le aspettative, ma il materiale dato in pasto al pubblico con L’Età dell’Oro ci basterà per lungo tempo, mettendo da parte le centinaia di band d’imitazione che nessuno dovrebbe ascoltare più. Dalla Calabria, un gruppo che ci sa davvero fare. Brunori SAS certified.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Folk, indie

TRACKLIST:
1. An Anarchist in Parliament
2. On The Bank
3. Nightdrifting
4. Ribbon Instead
5. Through a Spyglass
6. To Love Somebody
7. Whistle on the Washing Line
8. Crockery in the Cupboard
9. Off the Banks
10. Something More to Say
11. Lucio Goes to Sydney
12. Anorak

Il cantautorato italiano moderno, quello che le sue radici folk le prende più dagli Stati Uniti di Bob Dylan che dal nostro passato deandreiano o gucciniano, è rappresentato pienamente da questo Anorak, opera prima di Angus Mc Og, artista modenese che nel duemilaundici è riuscito a ricavarsi una nicchia piuttosto consistente di seguaci, grazie a questi dodici splendidi brani.
La raffinatezza del suo songwriting si sposa molto bene con le atmosfere molto soft, delicate nell’intensità e in quel tocco nostalgico che ricorda il già citato Dylan, ma anche Neil Young e i momenti meno rock di certe perle degli Wilco. Non mancano neppure tocchi à-la Buckley, mentre anche Nick Drake, Elliott Smith e, nel panorama recente, Bright Eyes serpeggiano all’orizzonte nella sfera siderale delle influenze. I pezzi sono tutti molto maturi, i testi smaccatamente rivolti verso occidente. Predominano le atmosfere più scure, l’idea del viaggio, dello sguardo rivolto ad una scena naturalistica da contemplare ed ammirare, della poesia nostalgica quasi leopardiana. Non c’è niente di pretenzioso, tant’è che si può definire cantautorato minimale, ma in questa semioscurità fatta di chiaroscuri, di alternanza di luci ed ombre, ci si innamora di canzoni come “To Love Somebody”, “Nightdrifting” e la title-track, di momenti come “Lucio Goes to Sydney” e “Off the Banks”, gli episodi più significativi perché contengono tutta la vena folk che dietro il lamento malinconico più tipicamente dylaniano nasconde una voglia di raccontarsi che malcela l’autobiografismo, mentre in penombra avvertiamo la possibilità che questo artista superi i confini emiliani per diventare un vero e proprio punto di riferimento in questa scena che sempre più pullula di grandi artisti.

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Electro-funk, elettronica, wave

TRACKLIST:
1. What I Can
2. Attack
3. Tanzen Dusseldorf
4. Evil Heaven
5. Don’t Talk
6. SMS Bottle
7. Don’t
8. This Time
9. Desert Line
10. Mean It

Due persone. Una batteria. Una manciata di sintetizzatori. Ecco Attack.
Questo disco è la risposta giusta se cercate una sorta di spintarella anfetaminica per risollevarvi il morale o semplicemente riprendervi dopo una dura giornata di lavoro. E’ rock funkeggiante, ma fortemente elettronico, come se i Primal Scream più elettrici si fossero dimenticati di attaccare le chitarre e avessero voluto plagiare un po’ di Kraftwerk.
Il materiale di base è a suo modo radio-friendly, con qualche sferzata dark wave, qualche delirio ambient che ricorda il Brian Eno più schizzato e rilassato (“This Time”, “Desert Time, con comparsata di Collini degli Offlaga Disco Pax, e “Evil Heaven”), mentre artifici synth-pop riportano la memoria ai bei tempi di The Man-Machine (“Tanzen Dusseldorf”). Tutte le caratteristiche del disco sono egualmente curate, a partire dall’intersecarsi sempre molto attento delle voci con le strutture delle canzoni, pulsanti di continui cambi di suoni e tempi, nonostante sia il 4/4 a prevalere, senza mai risultare banale. E’ qui la vera chiave per comprendere il valore del disco: é un album semplice, integralmente devoto ad una cultura popolare nell’essere pura violenza electro-funk, e riesce comunque a non somigliare troppo a nessun’altro artista recente. Trasportano con grande consapevolezza e creatività alcune menomazioni post-punk in declinazioni eighties che difficilmente escono dalla testa (“What I Can”, la title-track, “SMS Bottle”), e senza neanche accorgersene scrivono una pagina storica del genere per quanto riguarda la nostra stanca Italia.

Si potesse definire funk wave, avremo risolto il dilemma, ma del genere ce ne freghiamo. Sappiamo solo che è ben suonato, ben composto, supercarico ed è pure originale (e italiano). Gli autori del nostro paese sono sempre pronti a sfornare dischi di un certo valore, il problema è che nessuno lo viene a sapere. Che ne dite, iniziamo a diffondere la parola? I Don Turbolento sono un buon punto di partenza. Non lasciatelo in disparte, merita sul serio.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Cantautorato, pop

TRACKLIST:
1. Tutto Inutile
2. Briciole sulla Pelle
3. Fra Lei e Te
4. Lacrime Celesti
5. Ho Scelto Te
6. Immagini
7. Purissima Creatura
8. Tu Sei
9. E Poi…Noi
10. Meno di un Dollaro
11. La Farfalla Che Ho Nella Testa
12. A Casa Da Te

A Casa da Te è un tipico disco pop italiano calato, però, in un contesto underground. Pregi e difetti di questo dato di fatto saranno analizzati a seguire.

PREGI: Il confezionamento pop del disco lo rende facile all’ascolto, vicino a sonorità che ricordano Biagio Antonacci quanto Luigi Tenco, addirittura con accenni somiglianti ai lavori più recenti di Gino Paoli e a Paola Turci. Il salto da “artista sotterraneo” a artista di fama nazionale può essere facilitata in virtù di questo fatto, da brani easy-listening e ampiamente radiofonici come “Briciole sulla Pelle” e “Immagini”.
DIFETTI: La mancanza di soluzioni già sperimentate con una certa assolutezza nel settore lo colloca leggermente fuori contesto, come se stessimo ascoltando Michael Bublé che suona insieme a una band emergente. Questo non lo faciliterà nell’andare avanti.

A prescindere da questi commenti, l’album è oggettivamente ben fatto. Gli arrangiamenti sono degni dei più maturi artisti della scena cantautorale italiana, con uno sguardo più orientato, come dicevamo, alle sonorità pop degli anni novanta/duemila. La title-track in chiusura e “Tu Sei” lo dimostrano appieno, pur mantenendo un palpabile distacco per quanto riguarda la struttura e le dinamiche, queste molto meno catchy. La capacità letteraria e canora del Lastilla è evidente anche nei momenti meno commerciali, come “Meno di Un Dollaro” e “La Farfalla Che Ho Nella Testa”, dove si vira verso una più concreta analisi del presente quasi come un pittore fotografa la sua realtà sulla tela. Da notare come finora non si sia mai citata l’etichetta rock: il disco possiede alcune virate possentemente rock e in questo senso avremo dovuto definirlo pop/rock piuttosto che semplicemente pop, ma ci è sembrata più coerente la scelta di questa definizione che esalta l’aspetto quasi banale di alcune canzonette ampiamente ascrivibili alla categoria della “musica leggera”. Dalla copertina in giù (molto Renga), tutto fa pensare a questo settore del nostro panorama nazionale.

Tutto sommato bisogna comunque ammettere che la scarsa attenzione data a questo disco non è meritata. Il songwriting è abbastanza pronto da uscire dal bunker, farsi un strada nella musica che conta e sfondare. Ogni singolo brano ha un potenziale notevole in termini di vendibilità e speriamo che un giorno Luca Lastilla si veda riconosciuta la sua vocazione da cantautore pop al netto di tutti i discorsi (inutili) di cui sopra.
Perché questo è un disco molto interessante, e non lo potete ignorare.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Punk rock

TRACKLIST:
1. Hung Up To Dry
2. Mental Mess
3. Without Guarantees
4. Reruns and Remakes
5. Don’t You Fail To Try
6. Addicted to Dreaming
7. It’s Just Rain
8. Before I Met You After You’re Gone
9. Upping the Ante
10. Second Round
11. Out Of Sight Out of Mind
12. The One Key To Happiness

Hung Up To Dry dei Sickle è uno dei dischi più semplici che ci sia capitato di recensire negli ultimi tempi. In questo ecco il suo massimo pregio ed il suo più grande difetto. Albeggia con un punk rock striminzito, violento e puramente cazzaro e così tramonta, senza preoccuparsi di evolvere o di dare un motivo in più per essere ascoltato. Una semplicità di linguaggio e composizione che la critica radicale non sopporta, ma per essere più obiettivi si può certo andare più in profondità denotando l’onestà intellettuale di una band tecnicamente sopra la media, nel genere, pur soffrendo una condizione di maturità ancora da raggiungere e una produzione per certi versi mediocre.
Che dentro ci sia tutto il punk commerciale post-Ramones confezionato bene senza formule personali, dicevamo, non è certo un gran motivo per comprarsi il disco dei padovani, ma quindi perché dovremo farlo? Tutto sommato lo spirito adolescenziale mai sopito di molti punkettari si riproduce grazie a queste debolezze e questo continuo tributare indisciplinato, e rispetto al metal e all’hip-hop, generi egualmente statici e morti da tempo, sembra che ci sia ancora terreno per mantenere vivo questo spirito eighties che è peggiorato non tanto nella qualità del compositore, quanto in quella dell’ascoltatore. Per dare dei consigli ci limiteremo a “Mental Mess”, “Reruns and Remakes” e la title-track, ma gli alti e i bassi di questo disco sostanzialmente si equivalgono.

Ascoltatelo, se vi piace il punk radiofonico non vi deluderanno. Altrimenti, c’è ben poco da fare.

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Stoner rock, punk, space-rock

 

TRACKLIST:
1. Impulses 069
2. Universe Ride
3. Raise Hell
4. Star Messenger
5. Tom
6. Sleepless

Per Star Messenger EP basta una recensione piuttosto breve.
Vi ricordate i Kyuss, i primi Queens of The Stone Age e i Fu Manchu? Immaginateli con gli stessi suoni trasferiti a Palermo, quindi con la nostra capacità (ovviamente inferiore a quella degli americani) di fare del gran casino con distorsioni iperruvide, pezzi veloci e furiosi, suoni caldi e devastanti. I Sergeant Hamster in sei pezzi condensano tutta la loro visione di stoner/desert rock, perfettamente coerente con quella delle band storiche: manca semplicemente una certa coesione, giacché nelle originali derive psichedeliche e space che si attestano su un filone vagamente derivante dai Black Sabbath (quindi dalle incidenze pesantemente doom) perde un minimo di comprensibilità. E’ possibile che nel prossimo full-length questi ingredienti vengano esplorati a dovere e si crei un vero capolavoro.
Fino a lì, un gran EP di desert rock all’americana suonato da italiani, con tutti i crismi.
Acid.

Read Full Post »

ETICHETTA: Modern Life
GENERE: Indie, alternative rock

TRACKLIST:
1. La Vita Sognata
2. Regole di Ingaggio
3. Settembre
4. Il Limite
5. Oblio
6. Giorno di Follia
7. L’Estate In Un Giorno
8. Dormi

I Giorni dell’Idrogeno a noi ha già stupito: ha stupito la sua capacità di raccontare storie per niente facili da rendere in musica, con parole che colpiscono in maniera semplice e diretta, ma senza banalità; ha stupito una maturità compositiva evidente nota per nota lungo tutta la sua durata, forte di una mescolanza di ingredienti brit, new wave e pop senza nessuna sbavatura; infine, ha stupito anche per la sua contemporaneità, capace di penetrare l’inconscio dell’ascoltatore in quanto attuale e quotidiano come pochi altri lavori negli ultimi tempi.
Nel tentativo di esulare da ogni definizione, gli ingredienti sopraindicati sono comunque molto evidenti, e questo rende il tutto maggiormente compatto. Le ballate e i brani più aggressivi e danzabili si fondono in un’unica serpentina di emozioni, seguendo una semantica pop quasi decadente/romantica (e, a seguire, anche la parte estetica di queste etichette). I Manic Street Preachers e gli intramontabili Joy Division vengono fusi in un album molto originale che trova forza nei suoi testi in italiano, che lo rendono contestualizzato e moderno. Di prima scelta soprattutto “Regole di Ingaggio”, “Il Limite” e “La Vita Sognata”. Azzeccatissimo anche il primo singolo “Settembre”, mentre i brani meno efficaci (ma egualmente potenti nella propria effervescenza e comunicatività) rimangono, a latere, “L’Estate in Un Giorno” e “Dormi”.

Illusioni, speranze e malinconie, ma anche la voglia di alzare la testa. La sfida dei The Shadow Line era difficile da vincere, ma evidentemente ce l’hanno fatta. Speriamo che i meritati giorni di gloria arrivino anche per loro!

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: New wave, post-punk, electropop

TRACKLIST:
1. Across the Stars
2. Hide & Seek
3. Goodnight
4. Sugar Sandman
5. Anything Inside Me
6. Hey Stranger
7. Metropolitan
8. Love’s A Thing You Can’t Heal From
9. Tonight Can Be Done

Messiah Complex è un disco a suo modo stupefacente. Sorprende, quasi assorda, la sua capacità di essere sintetico e contemporaneamente dire molto sullo status della
new wave italiana, che nonostante il suo essere un continuo riproporsi di stilemi tipicamente British, di derivazione quindi neanche troppo celata, riesce a confermare di
anno in anno la nostra bravura nel personalizzarla e renderla “nostrana”.
E’ così che i Temple of Venus si presentano, forti di ritmiche non utili solo a riempire ma anche a strutturare meglio il brano, lineari quando devono svolgere un ruolo
secondario, più frastagliate e complesse quando si deve sostenere quel tappeto di synth che i New Order avevano portato in campo con sorprendente saggezza
compositiva. Oggi in Italia pochi li sanno riproporre in maniera opportunamente aggiornata, e nella breve lista in cima troviamo proprio i ToV. Sferzate di electro-pop
contemporaneo (“Hey Stranger”, in cui si evidenzia clamorosamente tutta la potenza del basso), intralciato da alcune pulsazioni indietronica nel background dei pezzi
più tranquilli (“Hide & Seek”), colorano di più un disco fortemente devoto prima a Curtis poi a Peter Hook, ma ancorato ad una concezione italica che si deve alle loro
origini bolognesi. Distorsioni e sintetizzatori più cauti e calmi si alternano in un lavoro completo e maturo, che presenta sia momenti da ballare, carichi di una densità
post-punk senza rivali in questo duemilaundici, che ballad più strappalacrime, dove malinconia e un pizzico di ira si uniscono in un crocevia di emozioni difficile da
ignorare.

Tra scelte di suoni veramente azzeccate e impianti compositivi degni dei migliori gruppi anni ’80 e ’90 (nel genere, si intende), la band ha tutte le carte in regola per
rimanere in voga qualche anno, anche all’interno dei Dj set di settore. Il cantato in inglese è funzionale alla causa, anche se qualche brano in italiano poteva rafforzare in
termini di fruibilità l’intero album. Ma del resto, in un disco che di radiofonico non ha niente, non dobbiamo farci queste paranoie…gran lavoro!

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Brit-pop, indie pop, shoegaze

TRACKLIST:
1. Country Bus
2. Back Home
3. Radiation
4. Syndrome
5. Ms Bag
6. Paolo
7. Ashamed
8. Laura
9. Jennifer
10. Ufo

Lascia parlare i fatti, dicevano.
I fatti sono questi: i Jolly Jolly Doowhacker, band marchigiana, che si autodefinisce “British pop post-Blur”, non a torto, ci ha aiutato a capire che superare le barriere a cui ci costringono le tag di genere è un dovere morale di tutti i recensori. Ma quale brit-pop, ma quale indie, qui c’è di tutto: sfumature grunge, Violent Femmes, i Blur meno riconoscibili, shoegaze, alternative rock italico (“Paolo”, che strizza palesemente l’occhio agli Afterhours dei primi tempi) e folk/indie dal sapore retrò. Ogni brano rappresenta a suo modo un generoso tributo a qualcosa, ma un tributo ben fatto. La costruzione dei pezzi conferisce la giusta visibilità alla capacità compositiva di una band particolare ma matura, che potrebbe ancora ricercare di specializzare di più il proprio sound per rendere gli elementi d’influenza meno evidenti (“Country Bus” è la più farcita), però fa un gran lavoro nel non rendere banali le strutture delle canzoni (“Back Home”, “Ashamed”, “Jennifer”).

Sostanzialmente può generare confusione ritrovarsi un disco così variopinto ma bisogna ammettere la notevole capacità della band nell’evitare di perdere la personalità decontestualizzandosi: si resta sempre ben saldi dentro ad un linguaggio che potremo chiamare solo col loro nome, e allora sì, quell’etichetta da loro citata, sarebbe veramente l’unico modo per definire un genere a suo modo originale. Originale nel non essere originale.
Bel disco.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Electro funk

TRACKLIST:
1. Revolution
2. RBN
3. Understand
4. Brodda&Sista
5. Understand the Lake (Bonus Track)

Ballare, ballare, ballare. Il nuovo imperativo che ci arriva dall’alto, non da chi controlla le chart, ma da chi la musica la vuole fare come gli piace. I Chocolate Collective (Buffoli, Nobile, Rigoni e Beltrami) da poco tempo si sono votati alla causa del funk ballabile, un genere che scatena dancefloor, dj set post-concerto nei locali e nei party dedicati, scegliendo quindi di scendere in piazza con un prodotto fresco ma, se vogliamo, omologato. Facciamo scomparire subito i dubbi: il disco è MOLTO bello. Ci si fa largo tra tracce più funkeggianti e altre più elettroniche, gonfie di synth che aprono la strada a momenti danzerecci tipicamente house, con qualche infarcitura latineggiante. Essenzialmente abbiamo già detto tutto, ma ci soffermeremo brevemente sulla qualità degli arrangiamenti, impavidi indicatori di come la maturità nel songwriting si può trasferire anche in brani di caratura pop tesi semplicemente a scatenare il movimento fisico dell’ascoltatore. Che spesso è visto dai fighetti dell’alternative come una sorta di reato federale. Si punta al crescendo, al momento da ricordare, all’esaltazione dell’orecchiabile.

Chocolate Collective è un nome che, trovando una strada leggermente più personale, ha la possibilità di imprimersi a fuoco sulla scena, lasciando un segno indelebile in questo effervescente filone della musica dance. Seguiamoli.

Read Full Post »


CARONTE – CARONTE (Pogoselvaggio! Records, 2011)
Pastone selvaggio di psichedelia, progressive e rock sperimentale di derivazione principalmente americana (noise, funk e metal compresi nel prodotto dei palermitani). La miscela cola in maniera molto produttiva nei due brani del self/titled, un lavoro interessante, vario, completo, dove ogni strumento si prende i suoi momenti da protagonista. Il risultato finale forse risente un po’ di alcune pecche nel songwriting, ma si potrà tutto sistemare al prossimo full-length. Essenzialmente un gran debutto.
VOTO: 3.5 su 5

MATHI’ – PETALIRIDENTI (Autoproduzione, 2011)
Napoli è una fucina di talenti da molto tempo, soprattutto quando si tenta di abbandonare la tradizione popolaresca dialettale. In questo caso si è tentato di coniare il cantautorato italiano con l’alternative più sperimentale della nostra penisola (…A Toys Orchestra, Giardini di Mirò, forse addirittura qualcosa degli Yuppie Flu), con un risultato molto interessante: un disco variopinto, dalle atmosfere poetiche, dove i testi hanno un peso anche troppo evidente e rischiano di fagocitare le bellezze delle categorie strumentali. Dopotutto Petaliridenti è quanto di meglio poteva nascere con le premesse che la band ha messo in atto, gran disco.
VOTO: 3.5 su 5

AMYCANBE – THE WORLD IS ROUND (Open Productions, 2011)
Un quarto d’ora di delizie poetiche, oniriche, ispirato alla Stein, da cui è tratto anche il titolo del disco; un universo sperimentale, tecnicamente perfetto, dove il pianoforte si colloca nel suo mondo di strumento emozionante e d’accompagnamento. Non mancano le influenze classiche, in questo bellissimo album di grande musica italiana cantata in inglese: è tutto molto dolce, come ci insegnano in patria anche gli …A Toys Orchestra, e la voce femminile aiuta. Semplicemente un piccolo miracolo, aspettando ulteriori full-length che possano bissare le bellezze romantiche di questo EP.
VOTO: 4.5 SU 5 

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Math rock

TRACKLIST:
1. Kissing Like Piranas (Self Destruction Disguised as Love)
2. Night Skydiving (Desire to Men is Gravity to Earth)
3. The Last Bullfight (Ultimatum por el Matador)
4. Vulchaos (Chill Magma Before Use)

I Pulseve sono un duo torinese che pubblica in questo momento il primo disco, Magnet, cavalcando l’onda del prolificare congenito di post-rock che ancora non si è arrestato, anche in Italia. In realtà non potremo limitarci a definirli così, perché le confluenze che entrano a far parte dell’universo di questa band toccano anche altre formazioni, anche se non ci discostiamo molto da quelle atmosfere: Mogwai, Sonic Youth, Slint, My Bloody Valentine, forse improntandosi ancora più in profondità nel math e nello shoegaze.
E dopo questo fiume di parole cosa ci resta? Un ottimo disco, basso e batteria, inusuale quanto ben suonato, confezionato con la giusta taglia: poco meno di mezzora di graffiante math infettato con psichedelia e post-rock più classico, sversamenti melodici scostanti che tappezzano il disco di sentimentalismo space rock, e una possente vena chitarristica (strano a dirsi dove la chitarra non c’è, vero?) che straccia tutte le componenti più frivole dell’album per trasformarle in crudele e distorta acidità nineties. Manca la prova della maturità, ma con queste premesse sarà raggiunta presto, questo è certo. Bel disco di debutto.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative Rock

TRACKLIST:
1. Amaro
2. L’Urlo
3. Psychoman
4. La Canzone di Natale (anche quando Natale non è)
5. Godot
6. Ormai Andato
7. Un Tipo Chiamato Destino
8. Sciarrabball
9. Avevo uno Snake
10. L’Eternauta

Uross. Un nome che a molti non dirà più di tanto, ma che imperversa da anni sulla scena barese con notevoli successi. Il curriculum è ricco, ma non è questo a rendere importante un album, giusto? Occupiamoci quindi del suo contenuto.
“29 Febbraio (lo Squilibrista)” è un lavoro molto intenso, dove la frontiera tra rock d’autore, alternative italiano di stampo prettamente neomelodico e sensazioni cantautorali alla vecchia maniera dei Gaetano e dei Graziani (con piccoli accenti anche del primo Carboni) è essenzialmente una specie di sensuale Italian rock proprio come oggi si suole far rappresentare agli Afterhours più grezzi e ruvidi. Quelli dei primi tempi. “Psychoman” lo ricorda sul serio, catchy, con un’apertura a ventaglio sui diversi mondi del tetro mondo musicale dello Stivale. Non mancano le ballad imbizzarrite più dense di malinconia nostalgica, ancora con uno sguardo al nostro cantautorato, ma il succo del disco sta nella sua violenza arguta, il nervosismo delle chitarre e della voce, sempre irruenta negli attacchi e nelle entrate più vigorose.
Sostanzialmente, l’incontro perfetto tra le anime punk e grunge che dominano la tradizione rock dei nostri giorni, una sintetica collezione di elementi che, dosati a dovere, proprio come qui succede, tendono a rendere grande un disco. Se non è grande, poco ci manca, forse per l’esagerata eterogeneità degli elementi messi in campo (che sono pure troppi). I brani sono tutti carini e l’ordine degli stessi li valorizza con una certa insistenza che contribuisce alla loro orecchiabilità. Ogni dettaglio è stato opportunamente considerato. Si sente, dal primo all’ultimo secondo.
Musica pugliese, avanti tutta.

Read Full Post »

RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
ETICHETTA: Autoproduzione
GENERE: Alternative rock

TRACKLIST:
1. Himalaya
2. K1
3. Lo Scatto
4. Condolisa
5. De Propaganda
6. Spot
7. La Litania
8. A Volte
9. Il Baricentro
10. Fibonacci
11. Margaret
12. K2
13. Ayalamih

Torquemada è un progetto che molti hanno già imparato ad apprezzare dalle uscite discografiche precedenti come la versione meno viscerale e più melodica dei One Dimensional Man. La scelta della lingua italiana, in questo nuovo Himalaya, proprio come faranno gli ODM nel prossimo full-length, è un ulteriore tratto in comune, ma non per questo possiamo parlare di plagio.
Himalaya, un disco che come in pochi altri casi avvalora la tesi titolo = intento (o dichiarazione d’intenti). Un obiettivo che la band si è data, un raggiungimento, comunque molto arduo da conquistare e conservare, che è senz’altro l’inscindibile legante tra testi e formule strumentali alla base dei brani: come un unico pezzo, questi tredici episodi sono uniti dagli elementi musicali più evidenti, a partire dalla bonarietà leggera e gaudente dei testi, le esplosioni delle chitarre escoriate, vibranti e graffiate, le ritmiche possenti e tendenti a distaccarsi dal blocco armonico/melodico per avere quasi un comparto a sé. Sostanzialmente un album dove ogni strumento ha i suoi motivi per ritenersi protagonista. Come accade ne “Il Baricentro”, forse il brano più incolore, che però brilla per alcune suggestive trovate classic rock-rock’n'roll che mettono in risalto soprattutto chitarra e batteria. Pomposità e grandiloquenza sono due espressioni tipiche, appunto, delle chitarre, dai toni epici quanto più sono poderosi gli arrangiamenti e tirati i riff: la title-track, “K2″ e “Ayalamih”, se non servono a dimostrarvelo, non avete ascoltato il disco.

I Torquemada sono senz’altro l’alternativa valida al Teatro degli Orrori, ottemperando a tutte le osservanze quasi religiose del nuovo alternative italiano uscito dalla nicchia: la svolta più melodica e commerciale della lingua italica non gli varrà certo i bagni di folla che in alcuni tratti meritano, ma Himalaya è veramente un gran disco, dove la tensione e la malinconia dei Verdena accarezzano l’urlato grunge progressista dei primi Afterhours (con tanto di velati riferimenti politici).
Ascoltatelo, se vi piacciono le principali band alternative rock italiane degli ultimi anni, non potranno che stupirvi.

Read Full Post »

ETICHETTA: Autoprodotto
GENERE: Elettronica, indietronica

TRACKLIST:
1. Fill Every Corner
2. Nuclear Sand
3. Magnets
4. Law

Non è che individuando un filo conduttore semantico nei titoli delle canzoni si risolva tutto, però devo ammettere che, senza nemmeno rifletterci tanto, ascoltando il disco e poi leggendo il retro del CD, ho avuto, per un momento, questa impressione. E poi un nuovo ascolto, e l’impressione ha iniziato a svanire, mentre divampava il calore new wave da una Verona dove il genere è quasi inedito, soffocato dall’onda metallara che fatica a spegnersi (e dal poco interesse dei locali). Antenna Trash è un progetto molto interessante, che già visivamente, per l’artwork, richiama i bei momenti della carriera dei Joy Division; ma, una volta analizzate le quattro tracce, dischiude un mondo infinito di possibilità interpretative che neanche la Divina Commedia. Nel senso che i riferimenti sono molti e il songwriting della band è senz’altro abbastanza complesso e maturo da non lasciar adito a dubbi circa la preparazione storico-musicale, strumentale e forse anche letteraria della band.
Le atmosfere, dense di anni ottanta e derivati, almeno nell’elettronica moderna (vedi glitch, hop, indietronica), pullulano di costanti “electro” come pochi artisti della scena internazionale hanno saputo fare; motivi fortemente devoti ad una causa dance che ricordano i disturbi dei Justice quando sono più orecchiabili,  i The Glitch Mob nei momenti di incontenibile soffocamento industriale (“Nuclear Sand”), anche un po’ post-punk nel modus operandi, nel comporre un pezzo e nel dargli sostanza e credibilità. La tendenza a rumori e suoni che catapultano il tutto in un universo più noise, e quindi più moderno, come in “Magnets”, svolge la funzione catalizzatrice più importante per l’espressione “di genere” di Ded Comes For Ded, come dire che il ponte tra passato e presente è rappresentato da inserimenti elettronici che desumono dal groove ballabile un contesto più ampio di ricerca del suono. Non è una frase astrusa come può sembrare, il succo è tutto lì, la cura negli arrangiamenti e nella scelta del sound, così come si palesa man mano che si ripete l’ascolto del breve disco una forzata strizzata d’occhio alle tre decadi passate come biglietto d’ingresso per tracciare le regole per il futuro della musica elettronica, perlomeno in ambito europeo: italiani o non italiani, potrebbero anche sfondare all’estero, se solo qualcuno prendesse in mano l’idea di esportarli.

Una band assolutamente geniale, nel modo di presentarsi, nella loro opposizione all’acerbo manierismo di certa elettronica imbizzarrita e priva di stimoli che si frappone tra tutto ciò che di serio ancora esce dalla nostra penisola; l’exploit positivo di questi ragazzi veneti potrà senz’altro fungere da sprone o da leva d’avviamento per altre approfondite esplorazioni dell’universo tutto moderno della indietronica più studiata, tranquilla nelle pose ma intensamente nebulosa nel processo di costruzione che nasconde. Grandissima prova, davvero.

Read Full Post »

ETICHETTA: Nessuna
GENERE: Synth-pop

TRACKLIST:
1. Overture (The Traveller)
Door 1 (grey, yellow, red)
2. Fog
3. Kites (lost in thought)
4. Momentary Visions
Door 2 (violet, blue, black)
5. Before to the Mirrors
6. Talking to Myself
7. September Shock
Door 3 (brown, rose, green)
8. M. Pity
9. Miss Serendipity
10. Kepler (the reflection)

Roberto Bonazzoli degli SHW si inventa Colours Doors Planet e regala un piccolo gioiellino di synth-pop protomoderno a chi ne ha più bisogno: gli italiani. Tra nostalgia depechemodiana, atmosfere pre-new wave dei primi Talking Heads e un tentativo di pulsazione dance sommersa filtrata da pad infiniti, sostanziosi ed eterei per definizione, un piccolo capolavoro di musica pop italiana. O, ancora, synth-pop italiana (che è molto raro a dirsi). Un po’ di SHW, che non potevano non sentirsi. Un po’ di psichedelia. Un po’ di post-punk, ma solo nell’indole. Dieci brani uno più bello dell’altro (eh ma vedi un po’ se l’overture iniziale o “Talking To Myself” non confermano tutto quello che abbiamo appena detto?). Si può ballare o si può solo ascoltare: sia con la distrazione del movimento fisico che con l’attenzione della focalizzazione analitica sulla musica resterà un bel disco. Anche questo, un merito non da poco. Consigliato.

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.