ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Pop, folk, reggae
TRACKLIST:
Come Mi Guardi Tu
I Cacciatori
Bugiardo
La Mia Vita Senza Te
Alle Anime Perse
La Fine del Giorno (Canto n° 3)
La Via di Casa
Bene Che Sia
E Poi Si Canta
Il Nuovo Ordine
Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone
I Tre Allegri Ragazzi Morti sono ormai un pezzo imprescindibile della storia della musica italiana. Connessi in maniera inscindibile alla realtà discografica più importante della scena indipendente, ovvero La Tempesta Dischi, sono portavoce di un linguaggio e di un modo di fare musica che riesce a collegare pop, rock e linguaggi radicalmente rivoluzionari in maniera comunque radiofonica ed immediata. Lo stile dei testi di Toffolo, noto anche come fumettista, si ripercuote da sempre sull’immaginario della band, portando le sue liriche ad un livello superiore, quasi come fossero disegni, schizzi di colore, dipinti. E’ stato cantato molte volte con essi l’amore, in termini a volte bambineschi a volte tragici, palesando comunque uno spirito adolescenziale che, nonostante gli anni dei componenti, non si è mai sopito, e facendo leva anche sulla vocazione comunicativa di un progetto che comunque trova nelle sue origini punk una sorta di senso sotterraneo di rivoluzione e di ribellione. Nel Giardino dei Fantasmi è il gradino ultimo di una scala che li porta ad aver raggiunto il modo perfetto di parlare di questo sentimento interno di sollevazione, appropriatisi concretamente di un linguaggio semplice ma che può trasmettere, sia ai giovani che ai meno giovani, l’idea che la musica possa anche avere un messaggio esortativo in grado di sobillare ed innalzare l’animo di una persona, spingendola a fare qualcosa per cambiare la situazione. I “fantasmi” contenuti in questo disco prendono la forma di persone defunte, di persone che non sono riuscite a realizzare il proprio sogno, che si sono smarrite. Un tragitto di evocazione, preghiera ed invocazione permea le undici tracce. Il tutto, dal punto di vista musicale, è realizzato strizzando l’occhio alle nuove contaminazioni che nella scena italiana stanno penetrando in maniera solida nell’impianto strutturale di molte delle storiche band nostrane, TARM inclusi: ecco quindi stabilizzate le influenze reggae, introiettate a dovere dopo lo shock dato dal repentino cambio di linguaggio avuto in Primitivi del Futuro, onnipresenti anche qui, fuse con una sorta di collezione di incursioni etniche, funk, blues, soul, guardando quindi più fuori che dentro il nostro panorama. E’ uno solo, difatti, il brano che ci può ricordare da dove derivano i Tre Allegri Ragazzi Morti più aggressivi e diretti, ovvero “La Via di Casa”, mentre si sfocia nella ballad melodica nella conclusiva “Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone”. Sono invece instant classic della loro discografia gli estratti che per primi sono stati dati in pasto al pubblico, ovvero “La Mia Vita Senza Te” e “La Fine del Giorno (Canto n° 3)”, fondamentali passaggi di un disco che riesce a raccontare con la semplicità di poche frasi, a mo’ di filastrocca, molto più di quanto le tonalità epiche e letterariamente dense di molti testi italiani degli ultimi anni riescano a fare. Necessario l’ascolto attento anche della cupa “Alle Anime Perse”, felicemente inscritta in un circolo di canzoni più tetre che da sempre fa capolino nelle tracklist dei dischi dei TARM, a tratteggiare un filo comune con l’estetica post-gotica e tetra dei disegni di Davide Toffolo.
Concludendo, i Tre Allegri Ragazzi Morti non hanno deluso le aspettative con un disco che ne attesta una maturità ormai raggiunta da tempo, che li costringe ad esplorare nuovi terreni per non ritrovarsi a ripetere cose già dette e già fatte. Che il risultato riesca ad emozionare non è cosa da poco, in un duemiladodici musicalmente vuoto dove i tentativi di dare allo snobismo della comunicazione hipster la palma di vera rappresentazione della musica italiana ha prodotto solo band passeggere infelicemente entrate e uscite nel cuore degli ascoltatori in una mezza stagione di intensi passaggi radio. La decennale carriera dei TARM ci ricorda che loro sono tra i pochi a non essere mai usciti dal cuore della gente, nonostante le evoluzioni, nonostante la semplicità della loro musica. Qualcosa vorrà dire.
ETICHETTA: La Tempesta International
GENERE: Reggae
TRACKLIST:
Inna Jail
Something We Really Want
Dat’s Me (No Remedy)
Moses
She’s So Nice
Refugee
Something So Sure
Try Baby
Well Well Well
Man A Express
My Girl
Cry Out
Real Hot
Immigrant Star
Sunshine
Quindici perle di reggae raffinatissimo come in Italia non sentivamo da anni.
Un universo in levare da esplorare con grande attenzione, perché in alcuni tratti sembra di riesumare i miti non solo di Bob Marley ma anche di Peter Tosh e dei nostri primi Africa Unite. A volte si scivola in territori reggaeton o rocksteady, e questi sono i momenti peggiori, ma questo disco è davvero ben forgiato e in ogni momento, soprattutto “Man A Express”, “Cry Out”, ” Sunshine” e “She’s So Nice”, leggiamo con grande interesse la passione che trasuda da ogni nota pur in quei cliché tipici di questo stile.
Divertirsi è, comunque, d’obbligo. Del resto fare bene reggae significa anche convogliare grandi quantità di energia ad un pubblico particolarmente ricettivo, anche in termini di movimento sotto palco.
Manca un po’ di sforzo e di coraggio nel rielaborare un attimo i linguaggi triti e ritriti di un genere classicamente banale, ma stiamo parlando di un prodotto diretto ad un pubblico senza pretese e che sicuramente apprezzerà questo disco fino a considerarlo un piccolo capolavoro.
TOUR ESTIVO
28.07 ANIMAL FESTIVAL, Torreselle (PD)
01.08 ISOLA DELLA MUSICA, Pasiano (PN)
02.08 VENICE SUNSPLASH, Mestre (VE)
03.08 SUMMER FESTIVAL, Ponte dell’Olio (PC)
10.08 NUVOLARI LIBERA TRIBU’, Cuneo
11.08 FESTIVAL DI MAJANO, Majano (UD)
18.08 SO FAR SO GOOD, Abano Terme (PD)
24.08 SUMMEREND FESTIVAL, Claut (PN)
25.08 SARCEDO SUMMER FEST, Sarcedo (VI)
31.08 ALMENNO ROCK, Almenno San Bartolomeo (BG)
09.09 EDELWEISS PIRATEN FESTIVAL, Dusseldorf (GERMANIA)
E’ Bubblegum il nuovo ottimo singolo degli Iori’s Eyes, estratto da Double Soul, recentemente uscito per La Tempesta Dischi.
The Webzine vi mostra il videoclip.
Buona visione.
ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Alternative rock, grunge
TRACKLIST:
1. Lenta Conquista
2. Melly
3. Sitar
4. Scisma
5. Prima o Poi
6. La Fine del Giorno
7. Calla
8. Per Un Amico
9. Andreini
10. Colonne d’Errore
11. Lo Spavento
Fin dall’inizio quello che propongono i Cosmetic è stato un miscuglio caotico ma ben congeniato di alternative rock all’italiana (Il Teatro degli Orrori, Afterhours, CSI, Verdena), shoegaze (My Bloody Valentine, Sonic Youth, le contaminazioni noise dei primi Marlene) e indie dal sapore post-punk (in Italia ricordano per certi versi i Love in Elevator, o recenti uscite come Gli Ebrei). Questo, e nient’altro, continua ad essere, e la formula ormai ben rodata gli permette, rinsaldato il rapporto con La Tempesta Dischi, di ripetersi senza ristagnare, seguendo un percorso ampiamente battuto anche da altri creando uno stuolo di fans fedeli che anche i Cosmetic stessi possono sfruttare. Il piglio è leggermente più melodico ed è verosimile interpretare questa scelta come una svolta verso l’orecchiabilità più radiofonica di certe alt-rock band italiane stile Ministri, pur mantenendo un carattere personale nella scelta dei titoli e dei testi. La pacca sonora è notevole, il disco è pieno di “rumore” ordinato in piacevoli intrecci punk, dove la semplicità di alcuni impianti ritmici più martellanti si fonde con scorribande psichedeliche dal sapore molto seventies. Curiosa in questo senso è l’alternanza dei diversi linguaggi all’interno di singoli brani, dalla durata molto contenuta e che sicuramente si potranno apprezzare maggiormente nella dimensione dal vivo (vedasi “Per Un Amico”, “Colonne d’Errore”, “Sitar”, “Scisma”).
Lontano dal costituire una succulenta novità nel panorama italiano, questo nuovo sforzo dei Cosmetic è comunque una “conquista”, come recita il titolo al plurale. Conquista un posto fisso al sole, creando e consolidando una nicchia personale nel vasto oceano dell’alternative italico, che non aveva bisogno di ulteriori band ma lascia sempre spazio a formazioni interessanti e dal forte spirito live, come loro. In questo senso, un gran lavoro.
COSMETIC LIVE 2012
14.04 SIDRO CLUB, Savignano sul Rubicone (FC)
18.04 DALLA CIRA, Pesaro
24.04 ROCKET, Milano
27.04 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV)
28.04 STUDIO 2, Vigonovo (VE)
08.05 GLUE, Firenze
09.05 DIROCKATO, Monopoli (BA)
10.05 CIRCOLO DEGLI ARTISTI, Roma
11.05 YOUTHLESS, Rieti
12.05 CELLAR THEORY, Napoli
ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Rap italiano, industrial rap
TRACKLIST:
1. Ecce Robot
2. Al Azif
3. Perifrastica
4. Umani
5. Tavolando il Pattino con Antonio Falco
6. Sberloni
7. La Prima Posizione della Nostra Classifica
8. Venti Centesimi di Tappi per le Orecchie
9. Tigre Contro Tigre
10. La Recensione di Questo Disco
11. La Lingua degli Antichi
Rap odiato dai rapper e dai rappettari, ma amato dai rockettari. Scoprire perché è semplice: Napo e Rico spruzzano una cattiveria colossale, che nessun big act americano sedicente gangster può superare. Le basi industrial-rapcore devastanti, le rime e gli scioglilingua spaccacervello che neanche Caparezza, il virtuosismo logorroico di certe infinite filippiche come in Libro Audio e Cuore Amore Errore Disintegrazione si imparò ad ascoltare più leggermente, tutto ciò è sempre esistito nei Uochi Toki, affinandosi anno per anno fino a raggiungere l’estatica forma perfetta di Idioti, di nuovo per La Tempesta Dischi, di nuovo un capolavoro.
Con uno sguardo all’accigliata orecchiabilità di alcuni dei brani del disco precedente, ci si ritrova in una dimensione più accessibile, ma solo per chi è abituato a digerire la pesantezza di basi industriali e metalliche, a volte abbastanza marziali da causare una sorta di riprogrammazione neuronica lungo la durata del pezzo. Il nocciolo di Idioti è la sua essenza di storytelling, la quotidianità mediocre di tutti rivomitata su un disco fatto di incastri quasi enigmistichi. Ci troviamo, in ordine sparso, il vicino incazzato per i volumi (“Venti Centesimi di Tappi Per Le Orecchie”), le celate tirate d’orecchie alla critica musicale sotto forma di ironici e cinici autocommenti (“La Recensione di Questo Disco”) e una sorta di affossamento del modo di vivere tipico del nerd (in “Tavolando il Pattino con Antonio Falco”). Tentativi di superare i linguaggi già utilizzati prima si verificano con alcune capatine nel mondo ambient (“La Lingua degli Antichi”), il vocoder e la beatbox, ma i giochi lessicali iperraffinati di sempre non mancano e sono portati all’estremo, non dimenticando neppure il significato, che ovviamente è curato sul piano semantico e retorico, in maniera impeccabile (“Sberloni”, “Tigre Contro Tigre” e “La Prima Posizione della Nostra Classifica”.
Ritenere una cosa socialmente giusta porta a convenzioni che è opportuno smantellare e superare. Molte delle storie dell’universo Uochi Toki sembrano ruotare attorno ad una ferma volontà di evidenziare questo concetto, e per chi vuole fare della propria esperienza d’ascolto qualcosa di costruttivo o semplicemente un viaggio malato a cavallo della iper-realista e futurista diarrea verbale di Napo, non c’è niente di meglio di Idioti.
La Tempesta non ha più bisogno di presentazioni. L’etichetta/collettivo più celebre e lanciata nella cosiddetta scena indipendente italiana ha ormai messo radici profondissime nella nostra cultura musicale, non solo nel rock, espandendosi in tutte le direzioni e raggiungendo una portata tale da far parlare quotidianamente di sé e dei suoi artisti.
Dopo Ferrara e il fallimento causa tempo avverso di Codroipo, la Tempesta organizza un nuovo super-meeting con tutti i suoi artisti, scegliendo stavolta lo storico centro sociale della terraferma veneziana, il Rivolta, punto di riferimento per la musica live di qualità soprattutto nell’ambito di una programmazione alternative rock, reggae e ska. Come da tradizione le band in scaletta si sono alternate su due palchi, l’Hangar (il più grande dei due, che può contenere oltre un migliaio di persone) e il Nite Stage, piccolo stanzino con bar che si apprezza per una decente acustica nonostante le modeste dimensioni.
In questo report troverete riferimenti solo ad alcune delle formazioni che si sono esibite (la lista completa è Le Luci della Centrale Elettrica, Sick Tamburo, Zen Circus, Giorgio Canali & Rossofuoco, Gionata Mirai, A Classic Education, Massimo Volume, Il Cane, Tre Allegri Ragazzi Morti, I Melt, Bachi da Pietra), in quanto l’eccessivo numero di persone presenti, elemento caratterizzante gli eventi al Rivolta nei quali sembra non esserci un limite predefinito e sicuro di ingressi permessi, non lasciava muoversi liberamente nei comunque ampi spazi della struttura occupata.
I Melt, band che gioca (quasi) in casa, da anni presenti sulle scene con un prodotto molto simile a quello dei Tre Allegri Ragazzi Morti, prima dell’inaugurazione del palco principale scaldano la folla già opportunamente accesa da Il Cane con il loro punk rock molto semplice e d’impatto, condividendo un certo calore con il pubblico che inizia a sciabattare per i nomi più noti del lotto (i Sick Tamburo, primi in ordine).
I Bachi da Pietra, sempre nella location più piccola, stupiscono in maniera definitiva il numero sempre crescente di presenti, con un set stuzzichevole che sorprende per la compattezza sonoro del duo, tra Massimo Volume, blues, stoner e folk. La corposità del suono sarebbe stata aiutata da volumi più alti, lo stesso espediente che dall’altra aiuterà molte band nell’ottenere il giusto effetto. Incredibile la tecnica, ottimi gli arrangiamenti, una band, come si dice, “con le contropalle”. Meritano un concerto tutto per loro per potersi esprimere al meglio.
Alla fine del set dei Bachi, i Tre Allegri Ragazzi Morti, beniamini della serata per ovvi motivi, hanno già iniziato l’esecuzione speciale de La Testa Indipendente, terzo studio album ma prima pubblicazione della Tempesta Dischi. Le prime due tracce, “Piccolo Cinema Onirico” e “Ogni Adolescenza”, storiche hit quasi mai assenti dalle setlist degli innumerevoli tour che hanno visto la band in giro per l’Italia nell’ultimo decennio, vengono seguite da un ammasso confuso e provante di grida, pogo, spintoni e salti, un divertimento quasi anarchico che da un lato è la giusta risposta all’eccesso di persone nell’hangar, mentre dall’altro segue lo spirito puramente “libero” sia della label che della location che ne ospita questo fondamentale evento. Il resto del set sarà vissuto in maniera leggermente più tranquilla da un pubblico in leggero stato di sopore, anche se pezzi come “Quasi Adatti” e la cover degli Andy Warhol Banana Technicolor, “I’m in Love With My Computer”, risvegliano anche i meno interessanti.
Dall’altra parte gli A Classic Education iniziano un set che non ho avuto piacere di seguire, ma da questa parte fervono i preparativi per i grandissimi Massimo Volume, ormai assurti a status divino nell’olimpo dei grandi nomi dell’alternative rock, se così li vogliamo definire; ciò che è certo è che gli altissimi volumi, elemento fondante della loro storia, i pezzi ovviamente fantastici e un’esecuzione tecnica che definire impeccabile risulta ancora riduttivo, rendono la loro performance sostanzialmente indimenticabile, come ogni loro concerto. La precisione di tutti, soprattutto della batterista Vittoria Burattini, non può che sorprendere. Il pezzo migliore in assoluto è senz’altro “Litio”, dall’ultimo disco Cattive Abitudini. Una band veramente crudele, che straccia l’ascoltatore con ogni straziante nota. Spietatamente violenti. Le Luci della Centrale Elettrica, non l’artista conclusivo ma quello che in definitiva si rivela più atteso e più gradito, sforna un set completo di gruppo d’accompagnamento come i fans hanno imparato ad ascoltare nelle ultime tournée. Una commistione generosa di brani da entrambi i full-length, da “Piromani” e “La Gigantesca Scritta Coop”, passando per “Anidride Carbonica”, “Cara Catastrofe” e “Le Ragazze Kamikaze”, commovente chiusura di set. Le grida strazianti del cantautore ferrarese ormai giunto ad un livello di approvazione popolare smisurato completano come sempre il quadro generazionale dei testi, con le tipiche “recitazioni” tratte dal suo diario pubblicato l’anno scorso e che da un certo punto di vista, però, iniziano a sembrare stagnanti. Il coinvolgimento del pubblico è però scontato e instancabile, in puro stile Brondi.
A concludere la serata una delle formazioni più amate e attive degli ultimi anni, gli Zen Circus, attesissimi vista la recente uscita di Nati per Subire, già uno dei dischi dell’anno secondo la critica di settore. Una introduzione lunga ma perfetta nel creare suspense fa da apripista per “Nel Paese Che Sembra una Scarpa”, traccia d’apertura anche del nuovo disco, ma dopo pochissimi secondi dall’inizio il frontman Andrea Appino, vittima di evidenti (ma non comprensibilissimi, in realtà, dal pubblico) problemi tecnici inizia a inveire contro i fonici, lanciando più volte le chitarre durante il pezzo e tutto il resto del set, che sarà portato a termine con estrema fatica. L’esecuzione dei brani è comunque tecnicamente buona, in particolare per l’ormai storica “Figlio di Puttana” e le hit recenti e passate come “Vent’Anni” e “Andate Tutti Affanculo”. Le nuove canzoni, molto vivaci su disco, perdono molte delle potenzialità folk rock dell’album per la presenza di sovraincisioni di chitarra ovviamente irriproducibili live: ecco perché la title-track e il singolo “L’Amorale” nel set, nonostante un’enorme complicità del pubblico, perdono un po’ di pacca, ma non è una tragedia. La presenza scenica nonché la parlantina di Ufo mettono una pezza all’incazzatura inarrestabile di Appino, mentre la gente tendenzialmente si divide tra chi approva e chi si stizzisce per un’indegna conclusione di un evento così atteso e importante. Peccato, ma niente drammi, la band promette un nuovo concerto in Veneto nel prossimo periodo e come tutti già sappiamo dimostreranno di non essere il gruppo da stage destruction e bestemmie (ok, quelle forse si!) che hanno dimostrato stasera.
Soppesando le sensazioni suscitate dalla serata nel complesso, ci si ritrova con un misto di soddisfazione imperfetta e insoddisfazione accennata, un po’ per la collocazione delle band in un ordine leggermente alterato rispetto al potenziale d’interessamento generabile (ma anche d’impatto sonoro effettivo), come ad esempio la decisione di abbassare i toni nel finale con Vasco Brondi e il Circo Zen, un po’ a causa di un pubblico attivo ma in una forma molto più rattrappita e intorpidita che nell’edizione di Ferrara in cui si fu testimoni di una vera e propria glorificazione di un’etichetta diventata improvvisamente in grado di generare bagni di folla da festival e un sentimento quasi liberatorio nei confronti della morente e semiaddormentata scena italiana. Qualcosa è cambiato, ma la Tempesta non è ancora passata, anche perché la quiete che verrà dopo ci spaventa. Speriamo che eventi di questo tipo continuino a fare della nostra penisola un triste pezzo d’Europa dove però la musica abbia ancora un valore che oltrepassi la mera estetica.
ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Acustica, folk chitarristico
TRACKLIST: Nessuna (unica traccia)
Avete mai ascoltato John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho o Sandy Bull? Tra folk, blues e cantautorale con una particolare attenzione al solo chitarristico, sono tutti nomi storici nel genere, ma lontani dal nostro paese (non solo geograficamente). Difficile trovare un Basho italiano e difficile anche prevedere che un accostamento così evidente potesse giungere da Gionata Mirai, già in Teatro degli Orrori e Super Elastic Bubble Plastic, bands sulla cresta dell’onda che sicuramente hanno un curriculum tale da portare ulteriore attenzione anche verso questo Allusioni e il tour che ne segue.
In poco meno di mezzora, un disco con un’unica traccia che non lascia percepire altro che una chitarra, che rincorre continui arpeggi e assoli che oltre a denotare una grandissima tecnica nel fingerpicking del buon Mirai, sicuramente più illuminato qui che nelle altre sue formazioni, sottolineano un songwriting molto maturo che riesce anche a veicolare “qualcosa”. Il disco scorre veloce, certo, ma riesce comunque a lasciare un segno, grazie a quelle sensazioni che si avvertono da ogni piccolo cambio, in volume, in tonalità, nel passeggiare veloce ma molto sentito di una dodici corde suonata veramente con il cuore. L’animo blues che emerge è sicuramente una novità se consideriamo il personaggio e il suo background e stupisce la maniera con cui un grande senso di malinconia si scioglie amaramente insieme a momenti molto più allegri che si (con)fondono senza quasi linea di demarcazione, tanto splendide sono la scrittura e l’esecuzione di questi “pezzi”.
Un disco a suo modo inutile, ma che lascia un profondo solco nella memoria di questo vuoto duemilaundici. Che se ci sono dischi così, tanto scadente non è.
“ALLUSIONI” TOUR by Virus Concerti
18.11.11 Rockerill, Charleroi (BELGIO)
19.11.11 Water Moulin, Tournai (BELGIO)
22.11.11 DNA, Bruxelles (BELGIO)
23.11.11 Bateau Ivre, Mons (BELGIO)
26.11.11 Conchetta, Milano
02.12.11 Cooperativa Portalupi, Vigevano (PV)
03.12.11 La Tempesta al CSO Rivolta, Marghera (VE)
04.12.11 Round Midnight, Trieste
05.12.11 Radio Capodistria, Trieste
06.12.11 Teatro della Concordia, Venaria Reale (TO)
07.12.11 Blackat, Piacenza
08.12.11 Keydrum, Sarno (SA)
09.12.11 Istanbul Cafe, Squinzano (LE)
10.12.11 I Sotterranei, Copertino (LE)
15.12.11 Supernova, Bologna
16.12.11 Circolo delle Arti, Mariano Comense (CO)
18.12.11 Magnolia, Segrate (MI)
22.12.11 Al Vapore, Marghera (VE)
04.01.12 Apartamento Hoffman, Conegliano Veneto (TV)
05.01.12 Morgana Music Club, Benevento
06.01.12 Festinalente, Aversa (CE)
07.01.12 Chromazone, Atripalda (AV)
08.01.12 Mermaid’s Tavern, Pontecagnano Faiano (SA)
14.01.12 Arcipelago, Cremona
21.01.12 Blah Blah, Torino
11.02.12 Cinema Vekkio, Corneliano d’Alba (CN)
ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Alternative rock, punk rock
TRACKLIST:
1. In Fondo al Mare
2. La Mia Stanza
3. E So Che Sai Che Un Giorno
4. Finché Tu Sei Qua
5. La Canzone del Rumore
6. Si Muore di AIDS nel 2023
7. Con Le Tue Mani Sporche
8. Magra
9. La Danza
10. La Mia Mano Sola
11. Televisione Pericolosa
12. Aiuto Tamburo
Partiamo da un semplice presupposto: ho sempre reputato i Sick Tamburo una band un po’ forzata, spinta da La Tempesta solo perché una delle poche band, assieme ai Tre Allegri Ragazzi Morti, ad urlare forte l’animo rock di una provincia artisticamente spenta come Pordenone. Il frontman del progetto è Gianmaria Accusani, mente anche dei Prozac +, di cui questo gruppo quasi pretende essere una prosecuzione musicale-concettuale: la voce è affidata, qui non più al cento percento come nel disco d’esordio, alla più monocorde delle cantanti italiane, ovvero Elisabetta Imelio, il cui pregio più evidente è senz’altro quello di cantare in una maniera talmente banale e ripetitiva che sfonda facilmente il muro della memoria. Un tratto distintivo non da poco, che difficilmente si scorda. L’impatto delle canzoni però è ben inferiore, e non è un bene visto che già il primo album non era stato niente di miracoloso. A.I.U.T.O. alza di poco la barra del risultato, con qualche brano più diverso che si distacca dal riff granitico à-la-Borland, mentre per la maggior parte ricalcano in pieno lo stile con i quali si sono affermati nel panorama alternative/pop-punk rock nazionale.
Il massimo si ottiene dall’esperimento tribaleggiante (dagli Hardcore Tamburo) di “La Canzone del Rumore”, mentre la combo d’apertura (“In Fondo al Mare”, “La Mia Stanza”) non è dissimile dal primo lavoro che infatti sembra quasi riecheggiare in tutte queste tracce. Forse anche troppo. A distaccarsi un po’ ci pensa l’esplorazione elettronica di “La Mia Mano Sola”, mentre in generale è un riffing nu metal a farla da padrone (nonostante basi più melodiche rispetto agli inizi). Qualche accenno di critica sociale nelle liriche a volte si spegne però nel cantato e nelle linee vocali, leggermente antiestetiche rispetto il concetto espresso. Ma il contenuto c’è, ed è importante sottolinearlo (“Si Muore di AIDS nel 2023″, “Televisione Pericolosa”).
Lo standard del disco non si è elevato di tanto, ma un ascolto lo merita comunque; una band senz’altro interessante, nonostante un’originalità pari a zero. Ma oggi, nel 2011 dove le avanguardie non esistono più, chi ne ha piu bisogno?
SICK TAMBURO in tour: 25.11.2011 MAGNOLIA, Segrate (MI)
02.12.2011 VOODOO ARCI CLUB, San Giuseppe di Comacchio (FE) 03.12.2011 CSO RIVOLTA, Marghera (VE) 09.12.2011 BARAONDA, Cinquale (MS) 10.12.2011 URBAN, Sant’Andrea delle Fratte (PG) 16.12.2011 DEPOSITO GIORDANI, Pordenone 17.12.2011 RISING LOVE, Roma 23.12.2011 LATTE +, Brescia 24.12.2011 BRONSON, Madonna dell’Albero (RA) 10.02.2012 TPO, Bologna 25.02.2012 APARTAMENTO HOFFMAN, Conegliano Veneto (TV) 01.03.2012 I CANDELAI, Palermo 02.03.2012 MERCATI GENERALI, Catania
ETICHETTA: La Tempesta
GENERE: Folk rock, alternative rock
TRACKLIST:
1. Nel Paese che Sembra una Scarpa
2. L’Amorale
3. Nati per Subire
4. Atto Secondo
5. I Qualunquisti
6. La Democrazia Semplicemente Non Funziona
7. Il Mattino Ha L’Oro In Bocca
8. Franco
9. Milanesi al Mare
10. Ragazzo Eroe
11. Cattivo Pagatore
Quando si ascoltano gli ultimi due dischi, gli unici interamente in italiano, degli Zen Circus, quasi sembra di essere davanti alla concretizzazione di un piano concepito anzitempo e lungamente studiato, coltivato e realizzato con la lentezza e la precisione di un allevatore. Raggiungere sempre più pubblico per poi sfoggiare tutta l’amarezza di un linguaggio popolaresco e tagliente, meno volgare di prima ma non per questo meno affilato, riuscendo a scendere nel territorio sconfinato della politica, con un pizzico di qualunquismo ma la personalità forte di band che sa comunicare. Le metriche e le linee vocali, le ritmiche incalzanti e sempre molto dritte, i soliti accordi di acustica e alcuni inserimenti extra con melodie paurosamente catchy, sposano benissimo questa nuova caratteristica di band che sa colpire anche con le parole, realizzando sostanzialmente accompagnamenti musicali mai invadenti e che lasciano in primo piano il cantato, abbozzando schizzi di riff orecchiabili solo in parti strumentali tra una strofa e l’altra. Nessun ghiribizzo tecnico fa gridare al miracolo, così come nel disco non troviamo nessuna evoluzione da Andate Tutti Affanculo.
Sopraggiunge sicuramente un pizzico di maturità in più nell’affrontare il tema, un po’ ridondante dopo tante altre canzoni, sempre loro, che lo trattavano, dell’uomo “morto che cammina”, ma anche nelle virate polemiche verso la società in generale (“I Qualunquisti” e “Ragazzo Eroe”, momenti di spiazzante e macabra ironia), verso le forme politiche che reggono in piedi l’Italia (“La Democrazia Semplicemente Non Funziona”, che per altro inizia con un fischiettìo identico alla melodia fondamentale della vecchia “Ciao Mamma” di Jovanotti, rallentata) e verso l’Italia stessa, in “Nel Paese che Sembra una Scarpa”. Quest’ultimo forma forse, insieme a “Il Mattino ha L’Oro In Bocca” e il primo singolo “L’Amorale”, il trittico vincente che si occupa di particolareggiare Nati per Subire, sia dal punto di vista testuale che musicale, con una decisa scelta di protendersi verso una cantabilità quasi da “live anthem”. Alcuni pezzi, come la conclusiva “Cattivo Pagatore” o “Milanesi al Mare” svolgono quasi la funzione della zavorra, appesantendo il disco ma equilibrandolo verso sonorità leggermente diverse. Più tranquilla la prima, alla stregua di “Canzone di Natale” dal disco precedente (sempre in chiusura) e più allegra e serena la seconda, unico momento di gaiezza dell’intero disco.
Presenti peraltro molti ospiti, dai Ministri al Pan del Diavolo, a Enrico Gabrielli, Dente e altri, che, anche qui con una scelta intelligente, sono presenti solamente a “fare nome”, senza eccedere nell’utilizzo dei loro contributi.
L’appeal più commerciale di questo lavoro non toglie smalto ad una band che ha dimostrato di saper crescere attentamente, creando hype attorno al progetto, coltivando il proprio vivaio di fans e la loro ricettività. Ora che possono permettersi (quasi) tutto è evidente che è arrivato il momento di pretendere tanto da loro. Ma sarà per il prossimo disco, perché Nati per Subire è, al pari di Andate Tutti Affanculo e le poche canzoni in italiano di Villa Inferno, il vero manifesto del Circo Zen.
ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Alternative rock cantautorale, post-punk
TRACKLIST:
1. Regola #1
2. Ci Sarà
3. La Solita Tempesta (ft. Angela Baraldi)
4. Carmagnola #3
5. Controvento
6. Morire di Noja
7. Treno di Mezzanotte
8. Sai Dove
9. Un Crepuscolo Qualunque
10. Risoluzione Strategica #6
11. Orfani dei Cieli
Giorgio Canali è Giorgio Canali. Resterà sempre solamente Giorgio Canali, con il suo sguardo disilluso e truce su una realtà che snobba sempre più gli intellettuali e i musicisti, che si fonda sull’ignoranza del razzismo e della politica ridotta ad una continua compravendita di favori. Alla sesta prova discografica, il suo alternative rock molto diretto, canonico in quanto alla forma canzone (ricorda le prime cavalcate di Ligabue e Vasco Rossi per esempio, con linee vocali neanche troppo diverse, se non per timbrica e abilità letteraria sottostante la stesura dei testi) e praticamente sostenuto al settanta percento dalla cattiveria, sentimento che si traduce nell’irruenza strumentale dei Rossofuoco tutti, e nell’irato Canali, giunto in questo momento alla soluzione finale della bestemmia d’indignazione. Un meccanismo forse troppo forzato, più rivolto ad una facile approvazione popolare (giovane), ma la filosofia che traspare da Rojo è proprio quella di una sincera ma discontinua rassegnazione che si traduce in musica in vere e proprie filippiche. Sempre quelle a cui siamo stati abituati dagli inizi (ricordate lo sdegnato e sofferto finale di “Questa è La Fine” o l’intera “Guantanamo”?). Rock classico riaggiornato in stile italico per “Risoluzione Strategica #6″ e “Carmagnola #3″, folk più spassionato, ma debole e troppo sfuggevole, in “Treno di Mezzanotte”, e acidi tentativi di rivalsa sul proprio modo di essere musicista (“Regola #1″, “Sai Dove”). Manca forse la verve di alcuni dei migliori momenti della sua discografia, in un piegamento palpabile verso una melodia che non rappresenta né una novità né un grande pregio, ma le invettive sono così fitte ed intense che si risolve tutto in una rabbia trasmessa trasversalmente dalle casse al nostro cuore, dal palco alle nostre gole. Non si osa abbastanza da dichiarare questo disco ardito, ma tutto sommato Rojo è tutto quello a cui siamo abituati a sentire dal Giorgio nazionale post-CCCP: musica “rossa” fatta con le palle, a volte banale, a volte veramente originale, ma pur sempre fatta con le palle.
La recensione, a questo punto, deve per forza finire com’è iniziata.
Giorgio Canali è Giorgio Canali.
TRACKLIST:
1. Realtà Cercami
2. Vesciche In Guerra
3. Il Cattivo Tenente
4. Facile Bersaglio
5. A Gambe Levate
6. Meglio Insabbiare
7. La Legge del Più Debole
8. Così Inguaiarono La Piramide
9. Nella Giungla
10. Soffiata
11. Sangue d’Africa
“Spa-spa-spa-spara alla gente”. E già hai capito di cosa parlano. Anzi no.
Gli Smart Cops si presentano così al pubblico, con un uniforme che li identifica fin da subito, entrando quindi IMMEDIATAMENTE in contatto diretto con l’ascoltatore che, come sempre, assorbe prima l’immagine che il contenuto. Per Proteggere e Servire, pubblicato da La Tempesta Dischi, è un disco fresco, dall’indole punk, il sound garage, l’anima che esplode di carica contestatrice. Al giorno d’oggi, visto che è un termine che va molto di moda, sarebbero etichettati dal premier come “dei poveri comunisti”. E io aggiungo: per fortuna che i gruppi continuano a seguire una certa tradizione politica, altrimenti la musica fallirebbe. Alcune volte dovrebbero preoccuparsi di seguire anche uno spirito “d’innovazione”, ma come vedremo di qui a poco, l’originalità in questo disco esiste talmente poco che ne delimita un target ben preciso, diventando di per sé un pregio dell’album stesso.
P.P.e.S. si presenta con una veste molto semplice: brani veloci, potenti, distorti, abbastanza corti in durata, in linea con la più classica tradizione garage punk. In alcuni momenti stai bellamente godendoti un’edizione italiana dei Ramones, ovviamente qualche decennio dopo (quindi con i dovuti aggiustamenti a livello di arrangiamento e scelta di suoni), in altri il tutto si sporca di indie rock molto melodico (“La Legge del Più Debole” mi ricorda i momenti più punkeggianti dell’esordio degli Arctic Monkeys o degli Strokes). Una cosa è certa: questi testi, a volte quasi truculenti (“Facile Bersaglio”), quasi sempre critici (“Il Cattivo Tenente”, “Meglio Insabbiare”, “Cosi Inguaiarono La Piramide”), hanno una caratteristica fondamentale per ottenere la giusta chiave di lettura dell’intero disco, cioè il nome del gruppo. Smart Cops, questo nome che potrebbe essere campato in aria ma che può anche essere una giusta antitesi in un paese dove i carabinieri sono famosi più che altro per le barzellette, e dove le forze dell”ordine sono quello che sono; Smart Cops, che è il giusto modo di criticare una categoria (e una società) sempre più basta sull’ordine militare, che esclude la meritocrazia per dare spazio alle gerarchie e alla sudditanza. Nei brani se ne parla, in una maniera a volte simpatica, a volte cruda, sempre con molta attenzione alle scelte lessicali. Musicalmente c’è poco da notare: punkettone da pogo sfrenato, mai un momento di stop, ritmi quasi sempre uguali, tutti espedienti che servono molto bene allo scopo comunicativo del disco.
Che dire, La Tempesta Dischi vince sempre, anche stavolta: un disco che molti troveranno più godibile di quello che in realtà dovrebbe essere. A noi sono piaciuti, freschi e perlopiù veneziani (più o meno come noi), cosa pretendere di più.
ETICHETTA: La Tempesta Dischi
GENERE: Electro-pop, electro-rock
TRACKLIST:
1. Blurred (ft. Angela Kinczly)
2. Heartless
3. Red Minoga
4. Sound Pressure Level
5. Storm
6. Embarque
7. Save Yourself
8. Underwater Music
9. In A Land
10. Away!
11. Black Rainbow
Ecco una band elettronica come si deve. In Italia, nonostante il suo respiro volutamente internazionale (o semplicemente europeo), furoreggiano da un po’ di tempo con estenuanti tournée e alcune importanti aperture a big di grande livello, vedasi Placebo, tra gli altri, attraendo un sempre crescente numero di fans che aspettava questo Black Rainbow al varco per appurare se effettivamente di questi Aucan ci si può davvero fidare.
Ora che anche noi di The Webzine l’abbiamo letto, i dubbi devono, necessariamente, essere scomparsi. Scherzi a parte, questo disco è davvero qualcosa di essenziale per capire fino a che punto la ricerca di un’elettronica che sia contemporaneamente pop e sperimentale (almeno che non sappia di già sentito) in Italia si possa spingere: non troppo in là, senza abbattere nessuna frontiera, però unendo con saggezza e intrepida consapevolezza creativa i mille orizzonti già raggiunti dal genere oltremanica ed oltreoceano (anche al di là dei Balcani e poi degli Urali) in una nuova miscela che da noi è senz’altro inedita.
Ce lo fa capire fin da subito “Heartless”, con quel suo universo un po’ indie che soffoca la batteria per non rendere il brano troppo dance, eppure profondamente legato ad antenati di un synth-pop che ha messo radici negli anni ’90. Ma nel disco c’è molto altro: witch house, synth-pop anni ’80, new wave, soft dance, dubstep; definizioni a ruota libera che non significano niente, se non ascoltate la dolcezza quasi trip-hop di “Storm” o quella puramente witch di “In A Land”, brano bipolare che si fonda su di un noise molto lento nell’evoluzione della struttura della canzone stessa. E una sorta di spirito dark-decadente aleggia in tutto il disco, quasi se ci fosse un motivo per gioire della caduta dell’elettronica popolare, con noi rimasti soli ad ascoltare gli Aucan che vi fanno ballare però senza godere troppo, un po’ gaudenti ma sempre con i dovuti legacci che ci costringono ad evitare il decollo.
I momenti più esplosivi non si fanno attendere, sobbalzando quasi in preda ad attacchi nevrastenici che durano, quasi sempre, troppo poco (“Red Minoga”) per turbare la sensibilità emotivo-onirica che si crea nelle atmosfere sintetizzate di brani come “Away!”, con quel senso quasi di “allarme” che contribuiscono a creare certi sentori di apnea, semplice amnesia o, addirittura, atarassia. Difficile mandare giù il boccone, forse per l’esagerata congestione di diversi punti di fuga sui quali far convergere l’udito e per questo non consigliati ai fan della minimale o dell’electro-pop sporco di indie di troppo successo. Non solo tonalità scure e un senso di buio (la title-track ma anche “Underwater Music”, esperimento di sommersione sonora affidato al protagonismo poco intelligibile del theremin), ma anche di dispersione, forse perché si vuole alzare il target o semplicemente partire per la tangente senza lasciare punti di riferimento.
Una nota alquanto dolente è quella delle voci, leggermente sotto il livello medio del disco, a metà tra hip-hop di scarsa fattura ed elettronica statunitense, che necessiterebbe di un tocco di classe à-la-Massive Attack per far eliminare i dubbi. A questo penserà, parzialmente, il megaospite Angela Kinczly, in “Blurred”, traccia d’apertura, che rende questo gioiellino del trip-hop una dorata e preziosissima perla che si ricorderà, probabilmente, a molti anni da qui. Sempre che questo disco non finisca dimenticato per quella sua attitudine “sfuggevole” di cui sopra.
Riassumiamo con una formula molto veloce? Personali, autoreferenziali, prodotti benissimo, originali ma un pochino “criptici”, tutto fuorché italiani. Questo sono gli Aucan e non potremo chiedere altro nel duemilaundici-digitale.